08 settembre 2006

Manganelli: discesa nel vortice della poesia

di Daniele Abbiati
«Fuori del sigillo
della paura ininterrotta
non ho altro indizio
della mia continuità».
Disse: «In generale gli scrittori sono convinti di essere letti da Dio». E disse anche: «Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile». Era dunque inutile, la preghiera dello scrivere, per Giorgio Manganelli? Un puro esercizio di stile? Una collana di metafore fruste? Un rosario recitato nel sottofondo del brusio mentale? Oppure, al contrario, scrivere era l’eroismo di un attimo? Il passare a fil di spada le proprie miserie quotidiane? All’arduo bivio ci fermiamo, appena intrapresa la lettura. Allunghiamo lo sguardo nell’una e nell’altra direzione, tentando di indovinarne gli sviluppi. Ma non vediamo nulla: c’è troppa luce, gli occhi bruciano. Allora, non resta che abbandonare la logica orizzontale, la logica dello spazio e del tempo aperto, la logica della luce, e gettarci a capofitto giù, sottoterra, negli Inferi. Presa coscienza del nostro destino di «adediretti», troveremo ad accoglierci un Caronte miope e con il naso da talpa. Seguirlo significherà non tornare mai più indietro, in superficie. Significherà assistere fino in fondo allo spettacolo dell’ilare tragedia che egli ci propone.
Hilarotragoedia, certo, non è né inutile e piagnucolosa invocazione a divinità non ancora ulteriori, né slancio di eroico furore. È, piuttosto, l’autoterapia di un precipitante, un paracadute difettoso che accelera la rovina. Quando aprì il paracadute, all’inizio degli anni Sessanta, Manganelli era già mezzo morto. Pieno di contusioni e ferite, sanguinava come un «vipistrello» sgozzato. Che cosa gli era successo? Ce lo spiegano queste sue Poesie curate, con profondità da esegeta innamorato, da Daniele Piccini (Crocetti Editore, pagg. 356, euro 20, postfazione di Federico Francucci). Chiamarle, tutte, «poesie giovanili» non è corretto. Visto che le ultime limature all’«ilare tragedia», uscita da Feltrinelli nel ’64, arrivano alla metà del ’62, e che il testo poetico più tardo qui presentato è dell’ottobre dello stesso anno. E visto, soprattutto, che Manganelli ebbe in sorte di nascere nel ’22. Insomma, come argomenta Piccini nell’«Introduzione», tra i versi (tutti i versi) e la prima opera in prosa del Nostro autore non esiste soluzione di continuità. E, del resto, come potrebbe esistere separazione fra gli inseparabili istanti di una caduta?
La meccanica «discenditiva» nel buco nero della «morte», regina incontrastata dell’universo manganelliano, infatti, parte da molto lontano, da una riflessione, questa sì, giovanile: «fa’ che più non cerchi, o mio Signore;/ perché io so/ che alcuni si salvano vivendo;/ ma destini diversi/ si spiegano soltanto col morire». Il dado è tratto, il balzo nel vuoto, irrevocabile. Abbandonate le suggestioni del mondo classico, peraltro sottoposte, ottenendo giudizi positivi, al professor Vittorio Beonio Brocchieri, suo relatore di tesi all’Università di Pavia per la laurea in Scienze politiche, Manganelli spicca il volo, forse, inizialmente, sulle ali di un’illusione («Noi, per raggiungere i piani alti, rovesceremo il grattacielo», scriverà in Hilarotragoedia...). Dal bozzolo esce comunque una farfalla nera, un’irrequieta falena che cerca le tenebre. Si va dall’invettiva rabbiosa contro «l’affronto dei miracoli» alla culla dell’«amichevole peccato». Risuona ancora la lezione di Montale o di Quasimodo, per esempio in un lirico «misurammo/ le anche della notte». Ma, subito, ecco la stoccata: «- mi dà tregua/ la flessibile speranza/ della mia decomposizione». Non basta a lenire i tormenti dell’«onirografo» barocco e plumbeo, altisonante e mesto, «la carità notturna d’una coscia», perché le ossessioni erotiche non si placano mai, avvolte in una persistenza «lasciva».E quando l’urgenza dei fatti o della memoria spinge altrove e pare rallentare la catastrofe, è soltanto per fuggevoli intervalli. Accade a margine dell’invasione sovietica in Ungheria: «Terrore dei padroni e dei preti/ libertà libertà libertà/ i tuoi figli hanno fatto carriera/ presto avranno telefoni bianchi/ non si fornica si fanno figli della rivoluzione/ si pianifica si santifica il verbo/ del segretario federale \ Sentite: dal fondo Hegeliano della storia,/ dalla dialettica inconcludibile/ si fa luce, severa, astratta, una pernacchia». Accade ripensando alla guerra: «E ne morirono a migliaia,/ e, tra quelli, dei migliori:/ per una vecchia puttana,/ per una civiltà in ciabatte,/ l’incanto che sorride sulla buona bocca,/ gli occhi svelti sotto il coperchio della terra \». Sempre «la carne è atea» e soggiace al «vizio di esistere». Sempre, persino quando l’amore s’intrufola furtivo nell’«abituro» del solitario poeta al quale, stremato, non resta che il rifiuto, la minaccia: «Io non ti amo, amore».
L’ilare tragedia discenditiva destinata di lì a poco a dipanarsi nella prosa, qui è ancora ferrea, incrollabile, «inamabile». E l’uomo che precipita s’aggrappa all’unica sua convinzione, all’«inutile» scrivere: «Usa il tuo inferno totale:/ scalda i moncherini del tuo nulla;/ gela i tuoi ardori genitali;/ con l’unghia scrivi sul tuo nulla: a capo». A capo, cioè: più in basso.
«Il Giornale» dell’8 settembre 2006

Iliade: in mostra a Roma l’ira funesta di Achille

di Roberto Mussapi
Si apre domani al Colosseo la grande rassegna archeologica sul poema omerico
Non è strano che il grande poema di fondazione dell’Occidente appaia, nell’iconografia che lo celebra, al Colosseo, simbolo della potenza dell’antica Roma, dove domani si apre la rassegna dedicata al racconto di Omero. Perché se il poema ha inizio nel cuore della battaglia, termina con un rito funebre: Ettore, il cui cadavere prima è stato oltraggiato da Achille, che lo ha devastato trascinandolo a lungo dal suo cocchio, riceve sepoltura. Da quel rito avrà inizio un’altra epopea, l’epica dei vinti e degli esuli: Enea, il troiano sconfitto, giungerà dopo travagli e peregrinazioni alla terra d’Italia, dove fonderà, secondo la volontà degli dei, la città di Roma. E l’Eneide è protagonista alla Basilica di Santa Maria alle Grazie a Milano dove Vittorio Sermonti leggerà da lunedì 11 i versi del capolavoro virgiliano.
L’Iliade non è quindi soltanto il meraviglioso poema della furia di Achille, ma anche la celebrazione del suo nemico. Omero contrappone i due eroi nel combattimento finale, Ettore supplica il semidio di restituire il suo corpo ai parenti, nel caso soccombesse, promettendo la stessa cosa in caso di vittoria. Achille risponde urlando che non lo farà mai: le fiere si uccidono, non dialogano e non si seppelliscono. Il più grande poeta greco, Omero, inscena e incarna la legge umana della compassione nel volto e nelle parole del nemico, il troiano, e attribuisce all’eroe della propria nazione la negazione della sepoltura, l’oltraggio supremo. La dea Atena non solo non è imparziale, ma inganna l’eroe troiano, che per altro è un uomo, in procinto di affrontare un semidio. Da questo momento topico dell’avventura umana nascerà l’ispirazione del capolavoro assoluto di Ugo Foscolo, I sepolcri: la sepoltura come riconoscimento della nostra fratellanza, tema centrale del carme, culminerà nella rievocazione del cadavere di Ettore.Ma l’Iliade è anche il poema dell’infinita, per quanto inespressa - nel barbarico clangore delle lame e nel furore del sangue - dell’infinita quanto inconsapevole disperazione dell’eroe greco, cui non è dato nulla oltre la vita terrena. Achille cerca furiosamente di morire, subito, eroicamente, in battaglia, nel pieno della giovinezza e della forza. Solo in tal modo potrà sopravvivere, resistere nel tempo, nella memoria degli altri, unica sede di vita concessa all’uomo dopo il decesso, nel mondo greco. La furia barbarica di Achille esprime come mai più avverrà l’urlo dell’adolescente che si ribella al nulla. Quando nel successivo poema omerico Ulisse scenderà nell’oltretomba, traboccante di venerazione per il glorioso Achille, ne vedrà una pallida, inconsistente, disperata parvenza.L’Iliade è l’evento cosmologico primordiale, la conflagrazione sanguinosa da cui prende forma un nuovo mondo: da una parte le rovine di una città distrutta, il tragico simbolo della fine di tutti i reami e i palazzi, sottoposti a quelle che Shakespeare definiva «le devastazioni del tempo», dall’altro l’inizio di una nuova età, che appare sorprendente a chi abbia soltanto ricordi scolastici del poema, legati alle gesta gloriose, al trucco del cavallo, alla furia, all’onore, all’orgoglio e alle meschinità degli eroi combattenti. Perché lo scenario del mondo che segue il trionfo degli Achei non vede il consolidamento della loro potenza, la pace dei vittoriosi, ma l’esilio.Conosciamo dal successivo, leggendario poema omerico, la storia di Ulisse, la cui avventura si risolverà in un faticoso viaggio di ritorno a Itaca, la piccola isola da cui era partito, che si profilerà ai suoi occhi di naufrago molestato dagli dèi avversi, quanto incantato da seducenti apparizioni, lo scopo ultimo della guerra, la vittoria finale. Un ritorno compiuto a caro prezzo ma anche attraverso acquisizioni e esperienze meravigliose quanto spossanti, ma non dobbiamo dimenticare altri ritorni, di altri eroi, segnati da esito ferale.Agamennone, il più valoroso, il capo della lega degli Achei, di ritorno dopo i lunghi anni di guerra alla sua reggia, appena entrato, trionfante e anelante, viene ucciso alle spalle dalla moglie Clitemnestra, che durante la sua assenza lo tradiva con Egisto. Agamennone, pur eroico nella guerra di Troia, sconta, nella tragedia di Eschilo, il peccato iniziale: per ottenere dagli dèi voti propizi all’impresa non aveva esitato a sacrificare la figlia Ifigenia. Il culmine del suo ritorno è la vendetta della moglie.Il fato domina la scena della guerra che porterà alla distruzione di Ilio. Al fato si adeguano con incantevole e crudele naturalezza le azioni degli dei, capaci di apparire continuamente, mutando forma, spostando il corso degli eventi, ma come in obbedienza a fili invisibili che adombrano il dominio imperscrutabile della natura su tutto il vano agire umano.Ma tornando all’esilio sarà quello di uno sconfitto a rivelarsi alla fine vincente: mentre Agamennone, il capo dei vincitori, muore trucidato, il troiano Enea, dopo lunghe traversie raggiungerà le sponde dell’Italia, dove, secondo la volontà degli dei, fonderà Roma. Che nasce quindi da un esilio, il suo fondatore è un vinto che ha dovuto abbandonare la sua terra. Il futuro caput mundi nasce quindi dai margini, dalle ceneri di una città distrutta.Ma l’Iliade, prima ancora che tutto questo e mille altre cose insieme, è il grande poema in cui l’amore rivela la propria forza travolgente e devastante: non dimentichiamo che una donna è la causa di tutto. I viaggi per mare, la guerra, l’odio, la vendetta, tutto per amore della bellissima Elena, non l’oggetto della contesa, ma la sua scaturigine: Elena è il principio, la causa, «colei che fece gonfiare mille vele» scriverà l’elisabettiano Marlowe, mentre il poeta latino Properzio sancì in versi memorabili tutta la vicenda della guerra e del poema: «Fu così bella che valse la pena/ che in suo onore Achille morisse,/ e Priamo lodasse la causa della guerra».
«Il Giornale» dell’8 settembre 2006

07 settembre 2006

Medioevo: e l’Europa scoprì la passione

Nasceva cent'anni fa Denis de Rougemont. Amico di Mounier, fu autore del fondamentale studio «L'amore e l'Occidente»
Di Franco Cardini
A Parigi, negli anni Trenta, si avvicinò a «Esprit» e al personalismo. Antinazista,
non smise mai di battersi per la libertà in ogni occasione

È già passato un secolo: e, per fortuna, una volta tanto ci si è ricordati di un centenario davvero degno di esser celebrato. Denis de Rougemont, nato l'8 settembre del 1906 a Couvent nella Svizzera francese, e morto ottantenne a Ginevra nel 1985, fu sul serio un grande scrittore e un grande europeo, al quale dobbiamo tutti - anche i troppi che in Italia non lo hanno mai sentito nominare - ben più di quanto non crediamo.
Europeo sul serio, per vocazione: certo, in ciò la nazionalità svizzera lo aiutò. Studiò a Neuchâtel, a Ginevra, a Vienna; conosceva il francese, il tedesco e il latino; e accompagnava la sua buona formazione letteraria a ottime conoscenze storiche e psicologiche. A Parigi negli anni Trenta, divenne amico di Emmanuel Mounier e si avvicinò alla rivista «Esprit» e al personalismo, combattendo aspramente sia l'individualismo laicistico, sia i totalitarismi. Nel 1940, mobilitato nell'esercito federale svizzero, si dette a un'attività molto energica e intensa di organizzazione della resistenza culturale al nazionalsocialismo, che nella Confederazione Elvetica contava discreti simpatizzanti. Per questo la sua posizione fu giudicata pericolosamente incompatibile con l'ostentata neutralità svizzera: ed egli fu costretto ad emigrare oltre l'Atlantico. Negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, abbracciò un impegno civile per la libertà d'espressione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Nel 1950 fondò a Ginevra il Centre européen de la culture, una tribuna dalla quale instancabilmente difese le sue convinzioni federaliste. La sua Lettre sur la bombe atomique, del 1946, è un documento esemplare di umanità e di coraggio civile: insospettabile di simpatìe per le sconfitte potenze dell'Asse, de Rougemont non esitò ad ergersi contro il pericolo di disumanizzazione che lo strumento nucleare portava con sé e a sottolineare come esso fosse intrinsecamente opposto a qualunque disegno di difesa della libertà. Allo stesso modo, non si tirò mai in dietro dinanzi a nessuna campagna per la difesa della libertà di pensiero e per la liberazione di chiunque fosse perseguitato per le sue idee, senza riguardo per il contenuto di esse.
Ma la sua personalità di studioso risulta legata per sempre a un capolavoro che, per qualità, fama e densità di conseguenze sul piano culturale, può esser messo a confronto con L'autunno del Medioevo di Huizinga o con I re taumaturghi di Bloch. Alludiamo a L'amore e l'Occidente, redatto in francese nel 1939, ch'è una potente meditazione sulla specificità della cultura occidentale nata in Grecia e sviluppatasi nell'Europa tra medioevo ed età moderna. L'amore-passione, l'amore impossibile che anima i sogni e le fantasie della cultura europea, è stato un'originale concezione del XII secolo, nata dall'incontro fra una rilettura originale delle opere latine (soprattutto Ovidio) e la sublimazione della letteratura cristiana cavalleresca. Nella tesi che l'amore-passione sarebbe nato in Occidente dall'eresia catara, e avrebbe influenzato tutta la successiva letteratura occidentale c'è tutta l'originalità di de Rougemont, che difendeva l'amore coniugale.
Ancora, i suoi scritti storici sull'Europa - che non sacrificano mai il rigore della ricerca alla passione europeistica, tuttavia sempre molto viva -, come Vingt-huit siècles d'Europe, del 1961, e Les chances de l'Europe, del 1962, hanno inaugurato un tipo e un taglio di ricerca che unisce l'attenzione scientifica alla passione civica. Ne L'aventure occidentale de l'homme, del 1957, egli si era posto con forza un problema che ancor oggi è di grande attualità: la sostanza della cultura occidentale, la sua dinamica, il suo rapporto con il mondo europeo e la problematicità d'una identificazione totale tra Europa e Occidente nel mondo contemporaneo.
Nel 1977, ormai passato il traguardo dei settant'anni, de Rougemont indirizzò alla comunità intellettuale europea un nobilissimo manifesto, ch'è anche una specie di testamento culturale: L'avenir est notre affaire (1977), che con lungimiranza, e in tempi non sospetti, denunziava le prospettive della distruzione dell'ambiente, dell'inquinamento, della corsa al profitto, del progresso fine a se stesso e dello spirito nichilista che lo anima. Il magistero di un uomo libero, che non va dimenticato.
«Avvenire» del 7 settembre 2006

Nei libri turchi Pinocchio e Heidi pregano Allah

Di Andrea Morigi
Le case editrici che pubblicano libri per l'infanzia correggono le fiabe occidentali
ANKARA - Con quel naso sarà un bel problema prostrarsi in moschea, ma Allah non bada alle imperfezioni fisiche. Così Pinocchio ha abbracciato l'Islam. O meglio, si è trattato di una conversione forzata. Niente a che fare con lo stile adottato recentemente dalla jihad islamica palestinese con i giornalisti di Fox News, Steve Centainni e Olaf Wiig, obbligati pistola alla tempia a leggere una dichiarazione di fede preparata dai loro rapitori. I turchi invece hanno scelto una versione più soft, anche se non meno vincolante, di islamizzazione. Per le case editrici che pubblicano libri per l'infanzia, da quest'anno inizia la svolta. Scatta, con il timbro di approvazione del ministero dell'Educazione, l'operazione di manipolazione delle cento favole previste nel programma delle scuole elementari.Servono poche modifiche, ma essenziali, per falsificare i testi cari ai bambini di tutto il mondo. Basta attribuire al burattino di legno una frasetta, rivolta al babbo Geppetto: «Dammi un po' di pane, per amore di Allah» e farlo ringraziare con le parole «Grazie ad Allah». Sono trascorsi ben più dei canonici settant'anni dal 1890, anno della morte di Carlo Lorenzini, detto Collodi. Nessuno quindi potrà più insorgere per la violazione dei diritti d'autore.

LA JIHAD DI D'ARTAGNAN
Nemmeno gli eredi - se per caso ne fossero rimasti - di Alexandre Dumas, scomparso vent'anni prima. I suoi tre (in realtà quattro) moschettieri sono stati arruolati per la Guerra Santa. Lo rivela un'anziana donna, nel nuovo testo falsificato del romanzo di cappa e spada: D'Artagnan non può andare a trovare Aramis perché «è circondato da uomini di religione. Si è convertito all'islam dopo la malattia». Visto che erano da sempre "tutti per uno e uno per tutti", c'è da scommettere che gli altri spadaccini lo seguiranno presto. Non è chiaro se diventeranno anche kamikaze, ma è una possibilità concreta. Sulla stessa strada anche l'americano Tom Sawyer, creato da Mark Twain nel 1876. Come tutti i martiri suicidi, non è particolarmente studioso, tranne che nel caso delle lezioni di Corano. Fatica un po' a imparare l'arabo, ma va scrupolosamente a ripetizione. La sua connazionale Pollyanna, frutto nel 1913 della fantasia di Eleanor H. Porter, è più avanti nel programma e già discetta della fine del mondo predetta dal Corano.
L'Apocalisse di san Giovanni non interessa più nemmeno a lei, che era diventata il simbolo della virtù cristiana del perdono.

RESISTENZA CRISTIANA
Siamo spacciati, a quanto pare. Ma un ultimo ridotto rimane, in Svizzera. Sotto la bandiera con la croce bianca in campo rosso, c'è Heidi, l'orfanella che vaga per i pascoli elvetici con il suo gregge. Incappa in qualche missionario musulmano le consiglia di pregare Allah perché la aiuterà a rilassarsi. Ma non sembra che l'anima della pastorellá sia già stata definitivamente espugnata. Forse il personaggio di Johanna Spyri, divenuto famoso per una serie di cartoni animati in tv, non potrebbe mai sopportare la vista delle sue caprette barbaramente sgozzate per le feste musulmane. E da lei potrebbe iniziare la "reconquista" culturale.
« Libero» del 1 settembre 2006

06 settembre 2006

Figli della tregua

Riflessivi, diplomatici, poco conformisti. E innamorati di padri, insegnanti e sacerdoti, se sono stati coerenti con i loro insegnamenti. È questo il ritratto della generazione «flessibile»: una ricerca dei sociologi Franco Garelli, Augusto Palmonari, Loredana Sciolla
di Laura Silvia Battaglia
Sono figli della tregua tra generazioni e la praticano senza paure. Operando tutte le forme di negoziazione possibile. È questo un ritratto inedito dei giovani italiani, così come si evince dallo studio di Franco Garelli, Augusto Palmonari e Loredana Sciolla, che esce oggi in libreria per i tipi del Mulino col titolo La socializzazione flessibile. Identità e trasmissione dei valori tra i giovani (pagine 370, euro 26,50).
In sostanza, i giovani contemporanei sono caratterizzati da un rapporto di mancanza di conflittualità nei confronti dei padri che risolvono in forme di identificazione quando riconoscano in loro comportamenti coerenti con i valori trasmessi. «Un risultato sorprendente – commenta Loredana Sciolla, uno degli autori, docente in Sociologia nella facoltà di lettere e filosofia dell’università di Torino – e che sfata la convinzione diffusa che questa sia una generazione senza valori, caratterizzata da un vuoto di pensiero o, peggio, confusa». Di sicuro c’è che i giovani italiani non sono conformisti: fortemente riflessivi, hanno una certa capacità di distacco nella valutazione, e sono cauti nell’esprimere giudizi, specie quando riguardano dilemmi morali (come nel caso dell’eutanasia, uno degli argomenti oggetto dei focus group). Gli studiosi definiscono la socializzazione giovanile di questi anni «flessibile». Loredana Sciolla:«Flessibile perché desideriamo porre l’accento sul fatto che la socializzazione giovanile non è più un processo unidirezionale, cioè una forma di addestramento, ma presenta aspetti molto più interattivi. Non solo in famiglia ma anche a scuola, prevale una sorta di modello negoziale rispetto a chi rappresenta l’autorità. Si potrebbe definire anche "socializzazione morbida"».
Meccanismi di socializzazione
Cambiano i meccanismi di socializzazione, dunque, ma con delle differenze tra le principali agenzie educative (famiglia e scuola), da una parte, e con dei risultati di socializzazione differenti lungo tale processo. «I m eccanismi che governano le nuove famiglie dimostrano come ormai prevalgano modelli impostati sulla reciprocità e sul dialogo piuttosto che sull’autorità, almeno nel 65% dei casi – chiarisce Sciolla – . Questo non è sintomo di permissività, tenuto conto che le famiglie si dotano di regole interne, con delle differenze sensibili nella loro applicazione sui figli, a seconda i sessi, e che tendono ad uniformarsi solo man mano che si sale nella scala sociale». Vale a dire che, se alle figlie i genitori italiani chiedono in massima parte di rispettare gli orari e di informarli sulle frequentazioni; ai figli maschi richiedono il rispetto degli impegni presi e una certa oculatezza nella gestione del denaro. «Abbiamo potuto rilevare come i figli, in genere, tendono a identificarsi con i loro genitori. Divergono maggiormente nella scelta dell’orientamento politico e nella costruzione di un loro modello ideale nel rapporto di coppia», puntualizza Loredana Sciolla.
Una generazione, dunque, che tende a uniformarsi alla tradizione, che gradisce conformarsi a norme codificate? Sembra comunque di no, nella misura in cui i figli degli italiani si identificano con i valori dei loro padri, quando li vedono incarnati in loro. Sciolla:«Se i genitori sono coerenti con gli insegnamenti trasmessi, il percorso di socializzazione si configura lungo un asse di ereditarietà».Proprio questo aspetto è il più sorprendente nella sezione della ricerca (finanziata dal Miur, realizzata nel triennio 2001-2003 e condotta dll’Istituto Eurisko di Milano, che si è riferito a un campione di 2.000 casi, rappresentativo degli individui di età compresa tra i 16 e i 29 anni), relativa a «giovani e religione».
Socializzazione religiosa
Pur in una società pluralista. che privilegia la ricerca religiosa secondo tratti personali, la socializzazione religiosa è ancora assai diffusa tra i giovani italiani, e attecchisce soprattutto dove «il patrimonio religioso familiare» è vissuto, non solo come trad izione, ma come convinzione, specie se attiva. In Italia, il 27,7% dei giovani che dichiarano di avere avuto nel corso della loro esistenza una o più esperienze religiose positive (48%), dichiarano di avere almeno uno dei due genitori convinto e attivo nel campo religioso.
«Solitamente questa "ereditarietà" è tanto più forte quanto più è il padre il genitore attivo»: lo sottolinea Franco Garelli, docente in Sociologia dei processi culturali e in Sociologia della religione nella facoltà di Scienze politiche dell’università di Torino. Inoltre, i dati più interessanti sono soprattutto tre: oltre l’80% dei giovani intervistati dichiara di aver frequentato gli ambienti religiosi, almeno nell’età della preadolescenza o in quelli immediatamente successivi; la metà di loro ammette di avere incontrato una o più figure religiose particolarmente significative, capaci di rappresentare un punto di riferimento nella loro vita futura; il 30% tra questi dichiara di essere coinvolto in una esperienza associativa, gruppo o movimento cattolico che opera su raggio nazionale o su base locale. E se, per il 20% di loro, si tratta di un’esperienza conclusa, il 10% anche da "giovane adulto" (più che trentenne) si dichiara impegnato ancora in atto. Garelli:«Da questo quadro risulta che la rete delle parrocchie è ancora molto attiva; che scopre delle forme di associazionismo molto gradite ai giovani e in cui il percorso di socializzazione ha un incidenza non epidermica sul singolo; infine che, anche se per molti di loro si tratta di un esperienza destinata a concludersi nel tempo, ha comunque una funzione positiva nella scelta dell’orientamento religioso». È stato esposto a momenti di incertezza e dubbio circa l’opzione di fede, il 37% dei giovani coinvolti nell’associazionismo ecclesiale. Per i ricercatori questo è «segno, nel Paese, di un clima religioso più libero e meno costrittivo rispetto al passato».
«Avvenire» del 6 settembre 2006

Quanto è difficile crescere insieme per uomini e donne venuti da lontano

Le terribili violenze familiari fra immigrati ci interrogano
di Lucetta Scaraffia
Non è facile cambiare di colpo cultura, società di riferimento: ce l'abbiamo sotto gli occhi in questi giorni, ce lo dicono le donne uccise o suicide - o, nella migliore delle ipotesi, fuggite dalla famiglia perché segregate e picchiate - che appartengono alle diverse comunità immigrate nel nostro Paese. Gli uomini in apparenza si inseriscono bene nei nostri ritmi di lavoro, imparano le tecnologie, si muovono con disinvoltura nelle nostre strade. Le donne possono sì avere il telefonino, e magari vestirsi all'occidentale, ma nel fondo devono restare quelle che erano in Pakistan, in India, in Marocco. Invece, vivere tra noi, vedere come si comportano le loro coetanee, guardare la televisione, rende loro difficilissimo accettare un destino obbligato. Le stesse vicende che un tempo erano ritenute normali, come i matrimoni combinati e imposti, ora sono intollerabili agli occhi di donne immerse in un contesto socio culturale che spinge in direzione della valorizzazione delle libertà individuali.Noi proviamo un brivido di orrore per un tipo di imposizione che solo poco più di un secolo fa - ma in certe regioni anche meno - era presente anche nella nostra società. Una condizione - è bene ricordarlo - percepita come insostenibile dalle donne occidentali solo a partire dal XIX secolo. A queste donne immigrate abbiamo di fatto insegnato che non c'è niente di peggio del non essere padrone del proprio destino, del non poter scegliere, e che proprio in questo sta la felicità. Neppure noi sappiamo se in realtà questo è vero, ma quel che è certo è che non possiamo più sopportare alcuna restrizione, e soprattutto nessuna restrizione diseguale, che colpisce solo una parte della popolazione, quella più debole, di solito le donne.Ma è un dramma che travolge anche gli uomini: vorrebbero mantenere fuori della porta di casa la modernità e si ritrovano invece assassini o bruti davanti a una ribellione che non riescono a spiegarsi. Per loro è molto difficile accettare una trasformazion e che significa perdita di potere, e soprattutto perdita di "onore" nei confronti della comunità di riferimento.Bisognerebbe farli crescere insieme, donne e uomini, fare accettare a entrambi la necessità di rispettare la dignità di ogni essere umano, facendo capire loro - e comprendendo davvero anche noi - che pure in queste nuove condizioni si può mantenere la famiglia unita e il rispetto di sé. Facendo capire loro - e comprendendo anche noi - che la modernità non è soltanto disgregazione e disordine nelle relazioni umane.
«Avvenire» del 6 settembre 2006

05 settembre 2006

La realtà della finzione

di Raffaele La Capria

Quando io dico la parola primavera, la primavera dov' è? La primavera reale non c' è, non appare. La parola primavera indica il concetto ma non la cosa: per far nascere la cosa, per farla apparire, per far sì che la primavera sorga davanti ai nostri occhi in tutto il suo fulgore sono necessarie altre parole legate in un contesto tale da formare un' immagine, quell' immagine che la parola primavera non basta da sola a far nascere. Ma se dico: «Primavera dintorno/ brilla nell' aria e per li campi esulta/ sì che a mirarla intenerisce il core», ecco che qui, nei versi di Leopardi, la parola primavera, legata alla parola brilla, alla parola aria, alla parola esulta, ecco che in questo contesto la primavera esiste e diventa una chiara immagine. Questa relazione tra le parole il poeta la intuisce, fa parte della sua ispirazione, del suo sogno. Lo dice bene in una piccola tenera poesia Emily Dickinson: «Per fare un prato / basta un trifoglio e un' ape / - un trifoglio, un' ape, e il sogno -/ Il sogno basterà / se l' ape se ne va». Il sogno, e il contesto che crea, fa dunque accadere il miracolo di far corrispondere la parola alla cosa. Infatti se si può mettere la parola trifoglio in rapporto con la parola ape e la parola prato (come fa la Dickinson) nessuno invece può sapere quel che veramente accade e che relazione c' è nel mondo di fuori tra un trifoglio, un' ape e un prato. Questo è inaccessibile e fa parte del mistero che ci circonda. Perché c' è un sistema delle parole e un sistema della realtà, le due cose obbediscono a leggi diverse e non s' identificano, eppure tra loro c' è un rapporto. Solo il poeta può scoprire questo rapporto e può creare con tre parole l' immagine di un prato. Quando ciò avviene il prato sorge davanti ai nostri occhi come per incanto. Ecco, così è avvenuto che, attraverso il sistema delle parole il poeta ha aperto uno spiraglio sul sistema della realtà, cioè sul mistero del mondo. Il sogno, l' ispirazione, non sempre bastano da soli ad aprire questo spiraglio, ci vuole anche una disciplina tra le parole che affluiscono al richiamo del poeta, per portarle nella direzione voluta: quella necessaria per creare un'immagine. Dopotutto l'immagine serve a trasmettere un'emozione: l'emozione primavera, l'emozione prato. Ma per comunicare un' emozione non bisogna essere emozionati. Bisogna farlo a mente calma, in tranquillità. Per comunicarla bisogna fingersela dopo averla provata. Lo ha detto chiaramente in quattro versi Ferdinando Pessoa: «Il poeta è un fingitore / finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente». Per fingersela è necessaria una tecnica, un modo di operare, una consapevolezza e una sapienza acquisita o innata della scrittura, oltre naturalmente al talento umano (l'intelligenza del cuore) e al talento letterario (l'intelligenza delle parole), diversi da uno scrittore all' altro. L'emozione comunicata può essere di tanti tipi, può essere un'emozione «calda» come in Dickens o «fredda» come in Laclos, o può essere intellettuale come in Borges o letteraria come in Gadda. E altrettanti e diversi sono i modi per comunicarla. Riferendomi per esempio alle tecniche del romanzo novecentesco, forse eccessivamente teorizzate, Joyce parlava di «epifanie», cioè di «un'improvvisa manifestazione spirituale rivelata in un momento dell' esperienza comune che in sé poteva essere irrilevante ma poteva invece servire a definire un' emozione al di fuori dell' arbitrarietà del sentimento individuale». Virginia Woolf chiamava «momenti di essere» quei momenti in cui più intensamente la vita si rivela attraverso una parola, un gesto, uno sguardo, il colore di un paesaggio, un qualsiasi minimo indizio. E Katherine Mansfield, quando dice che è difficile scrivere con semplicità e «sottovoce», come a lei piace, aggiunge: «Capite cosa intendo? Nessuna ricerca di effetti, nessuna bravura, ma la nuda verità, come solo un bugiardo può dirla». Quest' ultima frase corrisponde, come si vede, ai versi citati di Pessoa sul poeta che «è un fingitore». Infine T. S. Eliot ha pensato addirittura a un metodo, da lui applicato in The waste land, che ha chiamato «correlativo oggettivo», cioè un analogo dell'emozione ma impersonale, qualcosa che senza identificarsi col fatto o l' evento che ha provocato l'emozione, lo evochi o lo suggerisca in altri modi paralleli, lo faccia cioè percepire con i sensi e con l'immaginazione in modo indiretto. Per concludere, il poeta, lo scrittore, dev' essere non solo ispirato dal «sogno» ma dev'essere anche uno stratega, dev'essere insieme intuitivo e calcolatore. Tutta la storia della letteratura racconta come nelle varie epoche poeti e scrittori ci hanno trasmesso, col sistema delle parole a loro disposizione, l'immagine del mondo che essi vedevano. Questa vera e propria «scienza delle emozioni» che è la letteratura, è la nostra storia più intima, quella nella quale riconosciamo - ricollegando i nostri sentimenti e le nostre passioni a quelli degli uomini che ci hanno preceduti - chi siamo ora e qui, nel momento presente. Perché solo chi sa chi è stato può sapere chi è.
«Corriere della sera» del 4 settembre 2006

Libri: metti uno sponsor in copertina

Baraghini: «Ma quale mecenatismo, è un pretesto per creare altri consumatori» Berardinelli: «Gli autori si stanno trasformando in pubblicitari» Corraini: «Ma i nostri partner non pagano soltanto i conti, condividono anche tutto il progetto» Adriani: «E così avviciniamo nuovo pubblico alla lettura»
Di Paola Di Giampaolo
È blasfemo associare la cultura con il vile denaro? Oppure può risultare feconda l’unione tra il mercato e il pensiero? Alla vigilia del decimo Festivaletteratura di Mantova (che ha legato parte del suo successoalla collaborazione con le aziende), gli interessati rispondono

Inizia domani a Mantova la decima edizione del Festivaletteratura e le strade della città lombarda tornano a fremere di quella strana eccitazione che percorre una manifestazione molto imitata ma rimasta unica nel suo genere. Un’eccitazione fatta dalla simultanea presenza e convivenza di scrittori nazionali e internazionali, saggisti, premi Nobel, ma anche giornalisti, musicisti, attori, e poi lettori voraci o semplicemente curiosi, bambini, mamme papà e nonni, centinaia di volontari, instancabili viaggiatori e pigri amanti del tortello alla zucca…
Fin dalla nascita, il festival si è distinto per la presenza consistente e sistematica di sponsor, che uniscono il loro marchio alle centinaia di eventi, reading, incontri con gli autori. Non solo grandi aziende a livello nazionale e internazionale, banche, catene di alberghi, ma anche enti, associazioni, sindacati, onlus, e poi pizzerie, ristoranti, fioristi, carrozzerie, panifici: realtà, insomma, assolutamente locali.
Proprio il Festivaletteratura rappresenta quindi un’occasione ideale per riflettere su un rapporto – quello tra sponsorizzazione, manifestazioni letterarie e letteratura – che sembra suscitare ancora reazioni contrastanti. Blasfemo associare la cultura con il vile denaro? Pericolosa per il Pensiero la pacca sulla spalla del Potere? Sconveniente per illustri scrittori dal capo cinto d’alloro sporcarsi le mani con sponsor prosciuttari, carrozzieri, falegnami? Necessario sottomettersi alla legge del mercato che impone alla letteratura di trasformarsi in spettacolo? Feconda, benché spiazzante, unione tra partner di mondi diversi? O, ancora, nuova forma di mecenatismo e lodevole reinvestimento dell’utile in attività d’interesse collettivo?
Bocciatura senza appello da parte di Marcello Baraghini, che con la sua casa editrice Stampa alternativa propone il Festival della Letteratura Resistente, un festival autoprodotto senza biglietti né sponsor che si tiene a Pitigliano e Elmo di Sorano (Gr) da venerdì 8 a do menica 10 settembre. Prevede una decina di incontri con autori della casa editrice, tre spettacoli e, come ospiti, il poeta della beat-generation, performer e regista newyorkese John Giorno e John Sinclair, agitatore culturale americano e poeta beatnik. Non chiedete a Baraghini se, per la sponsorizzazione di manifestazioni letterarie, si possa parlare di nuovo mecenatismo: «Assolutamente no. Nessun mecenatismo, almeno qui da noi in Italia. Piuttosto lobotomia mediatica, con qualsivoglia pretesto (spettacolare, sociale e culturale), per conquistare nuovi consumatori acritici e obbedienti. Peggio ancora della blasfemia, direi. Gli sponsor italiani sono dei predatori che possono ancora far danni, ahimè, sull’intelligenza, sul cervello, sul cuore dei consumatori».
Più pacato ma comunque scettico Alfonso Berardinelli, scrittore e critico letterario. «Il mecenatismo in letteratura potrebbe far bene. E forse anche gli sponsor. Il problema credo sia la qualità di ciò che si sponsorizza e incrementa. Immagino che uno sponsor cerchi di farsi pubblicità e migliorare la propria immagine attraverso le arti. Ma oggi il fenomeno prevalente è quello di una generale spettacolarizzazione. Gli autori si stanno trasformando in performer, attori, comici, pubblicitari di se stessi. Perché altrimenti non ci sarebbe spettacolo, e non ci sarebbero sponsor». E ancora: «È positivo l’incontro fra ricchezza accumulata e cultura. Se pensiamo al nostro Rinascimento, diventa chiaro che l’Italia fra Quattro e Cinquecento ha realizzato un eccellente rapporto fra denaro e creazione artistica. Mi chiedo se oggi stia avvenendo la stessa cosa. Forse no». A imprenditori volenterosi Berardinelli suggerisce di «investire meno sulla spettacolarità, l’immagine e l’effimero, e di investire di più su qualcosa di durevole nel tempo, come le biblioteche». Come fecero nel 1963 gli Einaudi, donandone una al paese natale di Dogliani.
Ma se sia la visione di Baraghini, sia quella di Berardinelli mettono in eviden za una contrapposizione (tra predatori e vittime il primo, tra denaro e creazione artistica, tra effimero e durevole il secondo), nelle dichiarazioni degli organizzatori del festival e di uno degli sponsor, Illycaffè, le parole chiave sono diverse: collaborazione, rispetto, progetto comune. Marzia Corraini, membro del Comitato organizzatore, editrice e animatrice culturale a 360° (possiede una galleria d’arte, pubblica Munari e organizza laboratori per bambini), spiega: «Più che di sponsor preferiamo parlare di partner. Certo a loro chiediamo di supportarci economicamente, ma soprattutto di condividere una filosofia, uno stile. E c’è sempre reciproco rispetto: da parte nostra, rispetto per la loro esigenza di visibilità, da parte loro rispetto per la nostra libertà di scelta. Basti pensare che tutti i nostri sponsor hanno accettato che grandi nomi coesistano con realtà locali: la grande azienda accanto al panettiere sotto casa. C’è un radicamento tale nella città che per noi è davvero importante avere accanto tutti coloro che vogliono far parte del progetto. E che il progetto sia condiviso risulta chiaro dal fatto che la maggior parte dei sostenitori sta con noi anno dopo anno».
Ma, è lecito chiedersi: esisterebbe il festival senza sponsor e, soprattutto, come viene garantita la libertà degli ideatori? «Innanzitutto, lo sponsor più grosso del festival sono i nostri volontari: 700 persone che lavorano per noi con entusiasmo. E poi il fatto di avere tanti sponsor, e non uno solo, ci rende liberi. Non ce n’è uno indispensabile, vincolante. Sono tutti altrettanto importanti. Collaboriamo con tutti senza cedere sulla filosofia del festival, l’idea che l’ha fatto nascere e che ne ha determinato il successo: offrire un contatto immediato, molto forte tra l’autore e il suo pubblico, senza alcuna sovrastruttura». Sentendo parlare Marzia Corraini, il festival – in fondo – più che l’esito di un connubio tra Potere e Arte, sembra quindi il frutto di una concretezza tipicament e padana, di una tradizione di condivisione e cooperazione che affonda le radici in quella pratica, comune tra i contadini mantovani, di aiutarsi reciprocamente in vista di un fine comune: il raccolto e la festa che ne seguiva.
Esperienza fruttuosa anche per Illycaffè. Come spiega Anna Adriani, direttore relazioni esterne dell’azienda triestina, l’azienda collabora da 5 anni con il Festivaletteratura sostenendo in particolare «Scritture giovani»: a 5 promettenti scrittori europei è chiesto di scrivere un racconto, inedito, su un tema specifico. Gli autori presentano le loro opere nei vari festival coinvolti: oltre a Festivaletteratura, il Guardian Hay Festival in Gran Bretagna, il Bjørnsonfestivalen in Norvegia, l’Internationales Literaturfestival Berlin in Germania. I 5 racconti e le relative traduzioni nelle altre lingue sono stampati nei volumetti di Illystories, la cui grafica è curata di volta in volta da studenti di scuole d’arte internazionali e che è distribuita gratuitamente nei bar.
Alle accuse di lobotomizzazione delle coscienze per la conquista di nuovi consumatori, Anna Adriani risponde indirettamente: «Ricordo sempre le parole di Dacia Maraini, tra i primi autori celebri a partecipare al nostro progetto. Diceva essenzialmente "laddove c’è la possibilità di stimolare alla lettura, di aprire nuovi ambiti in cui la gente può scoprire il piacere di leggere, mi fa piacere esserci". Il bilancio della collaborazione con il mondo del libro è insomma assolutamente positivo, non solo perché ha avvicinato all’azienda moltissime persone ma anche perché le ha consentito di avvicinare alla lettura qualcuno che forse prima non leggeva, in un posto – il caffè – che tradizionalmente era sinonimo di cultura».
«Avvenire» del 5 settembre 2006

Dante? Oggi farebbe il regista

Film dopo film, nei cento e passa anni della sua storia, il cinema ha tracciato una grande Cosmologia. Ha esplorato l'ambiente in cui viviamo e i nostri comportamenti, ha costruito una sorta di mappa della terra, della mente e del corpo. Il più grande autore italiato certo avrebbe apprezzato
Di Francesco Casetti
I gironi infernali sono ben rappresentati dai labirinti mentali delle pellicole di Cronenberg, come «La mosca» e «Spider»; o dalle anime desolate di «Dogville» di Von Trier. E il Titanic potrebbe prendere il posto della barca di Caronte...

Se Dante dovesse comporre oggi la sua Divina Commedia, non è da escludere che lo farebbe con il cinema. Magari sarebbe a Venezia, in corsa per un Leone d'Oro: stroncato dai critici, che per abitudine non amano il cinema italiano; e amato dal pubblico cinefilo, che per tradizione adora i progetti un po' folli.
Del resto il cinema si adatta benissimo ad alcune idee di Dante. Innanzitutto è uno strumento che soddisfa sia il bisogno di esprimersi che la volontà di comunicare. Serve per dire di sé, e spinge a mettersi in contatto con gli altri; si apre alla poesia, e persegue la popolarità. Poi il cinema è il linguaggio del nostro tempo. Riflette la maniera in cui noi oggi guardiamo il mondo, e sintetizza nei suoi racconti la maniera in cui noi possiamo trattarlo. Infine il cinema è il luogo per eccellenza della visionarietà. Dispiega la realtà davanti ai nostri occhi, e nello stesso tempo ci spinge a guardar oltre: sullo schermo le cose appaiono per quelle che sono, nella loro impietosa verità, e insieme disegnano un mondo possibile, quale non ci è dato mai di vedere, ma solo di immaginare, di sognare, forse di temere. Nella capacità di unire arte e popolarità, forza espressiva e senso dell'attualità, ritratto dell'esistente e costruzione del possibile, il cinema mette in campo alcune caratteristiche che hanno fatto grande il lavoro di Dante. Non a caso si dice che esso è l'erede odierno della letteratura: è al cinema che l'uomo d'oggi si interroga se stesso e quanto lo circonda.
Ma c'è una ragione forse più sottile che spingerebbe Dante a trasformarsi in cineasta. Film dopo film, quello che sullo schermo si è via via dispiegata è stata una grande Cosmologia. Nei cento e passa anni della sua storia, il cinema ha esplorato l'ambiente in cui viviamo, i modi in cui ci comportiamo, il flusso dei nostri pensieri, e in questo modo ha costruito una sorta di "mappa" della Terra, della Mente e del Corpo, con un suo ordine interno e un suo preciso orizzonte. Per Dante che si appresta a comporre la sua Commedia, misurarsi con la Cosmologia del cinema sarebbe un invito ghiotto. Troverebbe qui i suoi riferimenti più suggestivi: il Titanic potrebbe prendere il posto della barca di Caronte, con la folla che avverso la perdizione; le trincee infuocate di un film di guerra potrebbero figurare la città di Dite, con l'espandersi incontrollato della fiamma; l'immersione nello sterco della seconda bolgia potrebbe trasformarsi nell'attraversamento di una città notturna in un noir americano (tutto puzza…); e infine la vicenda di Paolo e Francesca prendere le vesti di un amor fou melodrammatico (ma escluderei Nove settimane e mezzo per ragioni estetiche…).
Al di là delle ipotesi scherzose, è indubbiamente vero che il cinema ha offerto una sua immagine di che cosa può essere oggi l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, con i loro cerchi, bolge, gironi e cieli. Se pensiamo all'Inferno, ecco che possono venire in mente i grandi labirinti mentali disegnati da Cronenberg, il regista de La mosca, di Crash, di Spider, in cui individui mossi da ambizioni senza costrutto o da un istinto senza volontà si trovano alla fine prigionieri. O le anime desolate di von Trier, il regista de Le onde del destino o di Dogville, per le quali il desiderio del bene si trasforma in allucinante macchina del male. Il Purgatorio può invece essere collocato negli spazi della prateria così come ce li hanno disegnati i western di Ford o di Walsh. È qui infatti che si realizza una traversata e insieme si esercita una attesa: il tempo scorre ed insieme è sospeso, fino a che un momento decisivo, il duello finale, restituisce il regno del giusto e del vero. Il Paradiso ovviamente è il più difficile da trovare: ma più che le scenette di felicità domestica di una commedia americana, si potrebbe pensare ai momenti di autentica rivelazione che punteggiano i drammi. Un esempio? L'idillio parigino di Casablanca, in cui lui e lei scoprono la felicità - e sono anche sicuri di essersela meritata. Certo, la guerra incombe, e c'è un altro destino che li aspetta: ma nel finale, in cui Rick lascia partire Ilse con Lazlo, si ristabiliscono le condizioni della beatitudine, o perlomeno della pace con se stessi (anche se poi siamo sempre nella sfera degli amori umani, dove nulla, neanche la parola Fine, lascia una certezza).
Dunque Dante cineasta sarebbe in buona compagnia. Si ritroverebbe con i Welles, i Kubrick, i Coppola, registi che senza dirlo e senza saperlo hanno composto una loro Commedia. In Italia (ammesso che non se ne fosse andato in esilio, a produrre altrove il suo film) si ritroverebbe con Olmi: il nostro regista che meglio di tutti, dipingendo la quotidianità del passato (L'albero degli zoccoli), quella sofferta del presente (La circostanza), quella della storia (Il mestiere delle armi) e quella del mito (Cantando dietro i paraventi) ci ha raccontato come il Inferno, Purgatorio e Paradiso si possano sperimentare dentro le nostre esistenze.

Rassegna a Ravenna
«Amor ch'e' ditta dentro». Una settimana sulle tre cantiche
L'immortalità e l'attualità dell'opera di Dante sono il fulcro di una settimana di incontri, musica e cinema nel segno del grande Fiorentino, che si terranno a Ravenna dal 9 al 16 settembre. Una rassegna che andrà ad affiancare le ormai tradizionali celebrazioni del «Settembre dantesco» sottolineando il ruolo della città romagnola come ultima simbolica patria del poeta. La direzione artistica dell'evento è affidata a Davide Rondoni, direttore del Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna. Tra gli ospiti, Aurelio Picca, David Riondino, Piero Boitani, Eugenio Cappuccio, Vincenzo Mollica, Sandro Lombardi, Marino Bartoletti, Franco Loi. Sabato 9 settembre, come elaborazione di un'idea che fu di Vincenzo Monti, il festival si aprirà con un corteo che porterà la fiamma per l'accensione della lampada da San Vitale fino alla tomba di Dante. La rassegna sarà scandita da una serie di appuntamenti quotidiani, con sultabili sul sito www.dante09.it, secondo le sezioni «Il mio Dante», «Eventi» e «Musica e poesia». Qui pubblichiamo l'intervento che Francesco Casetti, ordinario di storia del cinema e della televisione all'Università Cattolica di Milano, terrà martedì 12 settembre, presentando una rassegna cinematografica sui film che sarebbero piaciuti a Dante o che Dante avrebbe voluto girare. Alla serata interverrà come ospite Vincenzo Mollica che racconterà dell'«Inferno» che voleva girare Federico Fellini.
«Avvenire» del 3 settembre 2006

02 settembre 2006

La voce di Petrarca risuona nel '900

Il «Canzoniere» (e la sua «forma») ha influenzato tutto il secolo passato, da Pirandello a Ungaretti, da Rebora a Montale
di Paolo Senna

Alla ricerca della voce di Petrarca. Così potremmo chiosare il contributo alle celebrazioni petrarchesche rappresentato da un incontro di studio su petrarchismo e antipetrarchismo nella lirica del Novecento italiano (che ora vede la luce in un volume curato da Giuseppe Savoca), dedicata a una delle più grandi - e feconde in sede letteraria - intuizioni del cantore di Laura: la forma-canzoniere. Letto, interpretato da intellettuali e cultori di ogni secolo, il libro d'ore dell'anno e della vita affascina e insieme sgomenta tanto il lettore comune quanto lo specialista. Ne può essere una prova il fatto che se al corpus petrarchesco non arride nemmeno in patria un progetto che contempli un'edizione completa e con le cure del caso sorvegliata (l'ultima data Basilea 1554), il Canzoniere è stato invece pubblicato a più riprese e con commenti validi e spesso illuminanti (recentissimo quello a cura di Rosanna Bettarini). Savoca, nel brillante contributo iniziale, invita però a riflettere sulla effettiva mancanza nel Novecento di un'edizione critica dei Rerum vulgarium fragmenta, dimostrando come il testo curato da Gianfranco Contini per Einaudi nel 1964 (e che oggi, nelle molte ristampe, costituisce la lezione più diffusa) non sia stato condotto direttamente con un confronto né sull'originale (il noto codice Vaticano latino 3195), né sulla pur disponibile copia fototipica procurata da Marco Vattaso per l'editore Hoepli nel 1905. Savoca, attraverso una serie di confronti evidenti, mostra come invece Contini (che, del resto, mai definisce il suo un testo «critico») si sia sostanzialmente affidato alla trascrizione diplomatica fornita nel 1904 da Ettore Modigliani, non esente da errori che vengono dunque a riversarsi nel testo continiano. Basti considerare questi minimi passaggi: in RVF LXXII l'originale «Et quando 'l verno sparge le pruine» diviene «E quando 'l verno sparge le pruine» nel testo Contini; in RVF CV «Quanto posso mi spetro, et sol mi sto» diventa «Quando posso mi spetro, et sol mi sto».
Ma non solo filologia: nel Novecento, infatti, il breviario (di vita, amore e morte) di Petrarca è stato assimilato in modo profondo dalla meditazione artistica dei nostri scrittori: dal sentimento del tempo e dell'assenza di Ungaretti, alle tensioni ossimoriche di Rebora, al filone delle «rime in morte» nelle Occasioni montaliane, sino a Sereni, Sinisgalli, Caproni e Giudici e, sorprendentemente, a Pirandello (a ciascuno di questi è dedicato un saggio nel volume). Opera viva l'esperienza petrarchesca è stata rimodulata e rinverdita, divenendo linfa e declinandosi in una lingua e in un canto nuovi. La voce di Petrarca ha ancora molto da raccontare.
Il libro: A cura di Giuseppe Savoca, Sentimento del tempo. Petrarchismo e antipetrarchismo nella lirica del Novecento italiano, Olschki, pp. 184, € 19,00
«Avvenire» del 2 settembre 2006

Il razzismo? Figlio dei Lumi

Un pamphlet tratta con coraggio un tema sgradevole come la superiorità dell’uomo bianco sin dall’Illuminismo
Di Andrea Galli
Da Kant a Voltaire fino a Montesquieu, «negri» e «primitivi» sono equiparati agli animali. Storia di un pensiero atroce che ha fatto proseliti

Non è simpatico che qualcuno ricordi che Kant pensava che «i negri puzzassero» e che la nazione è tale «per comune discendenza di stirpe», mentre Voltaire era convinto che le africane si accoppiassero con gli scimpanzé dando vita a mostri sterili, o che «ancora oggi in Calabria si uccide qualche mostro generato dalle donne. Non è improbabile che, nei paesi caldi, delle scimmie abbiano soggiogato delle fanciulle». Del resto, sempre Voltaire notava «che i negri e le negre, trasportati nei paesi più freddi, continuano a produrvi animali della stessa specie» e che «i mulatti sono semplicemente una razza bastarda». Mentre il suo collega britannico David Hume era sicuro che sempre «i negri, e in generale tutte le altre specie di uomini siano per natura inferiori ai bianchi». E per Montesquieu «non ci si può convincere che Dio, il quale è un essere molto saggio, abbia posto un'anima, e soprattutto un'anima buona, in un corpo tanto nero». Così si legge nella prefazione a Razzismo, un'origine illuminista di Marco Marsilio, un libro effettivamente sgradevole e impertinente, quanto salutare e meritevole di una segnalazione. Si tratta di un volo radente lungo la storia delle teorie razziali, dalla loro genesi alla loro maturazione - dall'Histoire Naturelle del Buffon, al lavoro degli enciclopedisti francesi, alle Idee per una filosofia della storia dell'umanità di Herder, alla frenologia, al darwinismo e ai suoi derivati sociologici, all'eugenetica svedese, all'antisemitismo nazista, al superomismo sovietico - il cui passaggio più significativo rimane quello sul lato oscuro del cuore della modernità, cioè l'illuminismo.
I dati e le fonti citate sono noti da tempo, ma la loro raccolta in una sintesi di 190 pagine torna più che utile per scardinare certi luoghi comuni duri a morire, per esibire fatti ampiamente documentati ma che continuano ad essere relegati in un angolino polveroso della divulgazione culturale. Ancora non molto tempo fa, per citare un esempio banale, un insospettabile Giuliano Ferrara (insospettabile di filo-voltairismo) invitava a Otto e Mezzo un focoso interlocutore (Antonio Socci) a non scadere in esagerazioni come il sostenere che Voltaire coltivasse e diffondesse idee pesantemente razziste e antisemite. Il libro di Marsilio avrebbe apportato qualche elemento di chiarezza al dibattito. Ricordando per esempio, oltre ai passi di cui sopra, pagine del Trattato di Metafisica o dei Dialoghi tra A, B, C tradotto dall'inglese dal signor Huet. Qui François Marie Arouet sostiene che la possibilità di evolversi verso la perfezione dei popoli civili è presente nei selvaggi nella misura in cui ciò è permesso dalla predisposizione dei loro organi, predestinati a ciò da un Dio «razionale». Il brasiliano «è un animale la cui specie non è ancora giunta al suo compimento», «anche lui avrà forse un giorno dei Newton e dei Locke», una prospettiva tuttavia possibile solo «nell'ipotesi che i suoi organi siano abbastanza duttili e vigorosi da giungere a quel termine: perché tutto dipende dagli organi». Nella loro condizione attuale, al di fuori della prospettiva evolutiva, i popoli primitivi non meritano quindi alcun apprezzamento, «gli uomini non socievoli corrompono l'istinto della natura umana», tanto che Voltaire si chiede: «Il selvaggio isolato e bruto (ammesso che sulla terra esistano simili animali, cosa di cui dubito), che cosa fa se non pervertire da mane a sera la legge naturale, col vivere inutile a sé e a tutti gli uomini?». Con queste premesse, scrive Marsilio, si giunge fatalmente a sposare e teorizzare un ideale colonialista di «civilizzazione» a sfondo razziale.Marsilio non cita nella sua panoramica il libro di Eric Voegelin Razza, storia di un'idea, da poco pubblicato in italiano, ma ne condivide in buona misura la tesi di fondo. Ovvero, che la perdita di una visione antropologica classica - segnata dall'idea rivoluzionaria di dignità dell'uomo, di ogni uomo, introdotta dal cristianesimo - abbia aperto le porte, assi eme alla nascita delle scienze empiriche, ad un riduzionismo biologico dell'umano. Il sogno di liberare l'uomo dai vincoli e dalle rigidità di una gerarchia metafisica, ha finito per sottoporre quest'ultimo a metri di valutazione e classificazione degradanti.Emblematico di tale scivolamento il caso di John Locke. Descrivendo come si può spiegare ad un bambino inglese cosa sia l'idea di uomo, e notando che «il bianco o il colore carne fa parte di questa idea», Locke poteva concludere che «il bambino può dimostrarvi che il negro non è un uomo». Colui che è tutt'oggi considerato un maestro del pensiero liberale, un campione della tolleranza, era allo stesso tempo il sostenitore di un pregiudizio tanto brutale da negare l'appartenenza al genere umano in virtù del colore della pelle. Oltre che beneficiario diretto dei proventi della tratta degli schiavi, con i suoi oculati investimenti azionari nella Royal African Company, monopolista del settore.
Il libro: Marco Marsilio, Razzismo, un'origine illuminata, Vallecchi, pp. 188; € 18,00
«Avvenire» del 2 settembre 2006

Intelligenza «collettiva»: dagli insetti agli uomini ai robot

Nuovi studi sul comportamento ci dicono qualcosa su di noi
di Giuseppe O. Longo
Anche il successo della specie umana è dovuto allo scambio tra individui, che consente di affrontare compiti complessi mediante la collaborazione
Alcuni insetti sociali, come le formiche o le api, manifestano quella che spesso si chiama "intelligenza della colonia", una sorta di mente collettiva che emerge grazie allo scambio di messaggi tra i singoli insetti. Del resto, anche il successo evolutivo della specie umana è dovuto in buona parte alla comunicazione tra individui, che consente di affrontare compiti complessi mediante la collaborazione. Nella costruzione dei robot gli ingegneri cominciano a ispirarsi al comportamento degli insetti sociali: non più dunque singole unità potenti e isolate, bensì gruppi, o sciami, di robottini capaci di collaborare tra loro. Questa è la strada che stanno seguendo i ricercatori dell'Università di Örebro, in Svezia: di fronte a un problema, ciascun robot della squadra decide se le proprie risorse sono sufficienti per risolverlo o se è il caso di chiedere aiuto e sfruttare le informazioni raccolte dai colleghi coi loro sensori. L'unione fa la forza, e in effetti la collaborazione porta a risolvere problemi complessi, che nessuna singola unità saprebbe affrontare ma che sono superati grazie allo scambio di informazioni. Il sistema svedese non è rigido, ma si adatta al compito affrontato, e in questo somiglia ai gruppi umani, che tengono sempre conto delle circostanze. Gli insetti sociali hanno ispirato anche gli ingegneri della Icosystems, un'azienda di software del Massachusetts che sta sviluppando una strategia di controllo per sciami di robot impegnati in missioni di ricognizione, recupero o attacco in ambienti rischiosi per l'uomo. La strategia si ispira alla circostanza che i raffinati comportamenti collettivi degli insetti si manifestano in assenza di controllo centralizzato e senza informazioni globali sull'ambiente. Per comandare un singolo robot si è ricorsi finora al controllo centrale, ma per comandare in questo modo uno sciame di robot ci vorrebbe un software troppo pesante e il tempo di reazione crescerebbe a dismisura. È qui che le colonie di insetti forniscon o ai progettisti indicazioni preziose sui metodi per generare un comportamento collettivo complesso a partire da poche e semplici regole seguite da un gran numero di agenti individuali. Nonostante le perturbazioni esterne, l'efficienza degli insetti sociali nell'esecuzione dei compiti collettivi è ammirevole. Nel caso delle formiche il fine è quello di trovare la strada più breve per raggiungere il cibo. La regola adottata da ciascun insetto è semplicissima: seguire la traccia odorifera più intensa lasciata dagli altri. Mediante un procedimento ripetuto di prove ed errori il cammino migliore viene trovato in poco tempo. Si tratta, insomma, di una comunicazione locale, il cui tramite è l'ambiente: la memoria collettiva della colonia non è immagazzinata nel piccolo cervello delle formiche, ma nelle tracce olfattive lasciate sul terreno. È così che ora cominciano a operare le colonie di robot. Del resto, anche a proposito dell'umanità qualcuno ha cominciato a parlare di intelligenza collettiva.
«Avvenire» del 2 settembre 2006

23 agosto 2006

Come cambia l'esame di maturità

Carissimi, forse avrete già letto o forse no, ma ci tenevo a comunicarvi le novità legate all'esame di maturità, anche se ...
Vi ricopio le più importanti, che ho trovato nel sito dell'Istruzione, dove puoi leggere l'intero
disegno di legge:

1. NON TUTTI SONO AMMESSI! Sono ammessi all'esame soltanto gli alunni che abbiano frequentato l’ultimo anno di corso, siano stati valutati positivamente in sede di scrutinio finale, e che abbiano comunque saldato i debiti formativi contratti nei precedenti anni scolastici;

2. VALE LA PENA STUDIARE NEGLI ANNI PRECEDENTI! Infatti il credito scolastico sale a 25 punti rispetto ai 20.

3. L'ESAME ORALE VALE DI MENO! Infatti il colloquio avrà un peso di 30 punti e non più di 35;

4. NON SOLO I PROFESSORI DI SEMPRE! La commissione di esame di Stato è composta da sei commissari, dei quali il cinquanta per cento interni e il restante cinquanta per cento esterni all’istituto, più il presidente, esterno. Le materie di esame affidate ai commissari esterni sono scelte annualmente dal Ministero. La commissione è nominata dal dirigente preposto all’Ufficio scolastico regionale. Ogni due classi sono nominati un presidente unico e commissari esterni comuni alle classi stesse, in numero pari a quello dei commissari interni di ciascuna classe, e, comunque, non superiore a tre. In ogni caso, è assicurata la presenza dei commissari delle materie oggetto di prima e seconda prova scritta.

Che ne pensate?
23 agosto 2006

La molle gioventù

di Massimo Gramellini
Se siamo in mano ai vecchi, qualche piccolissima responsabilità non andrà attribuita anche ai giovani? L'ultima statistica è raggelante: su mille ragazzi italiani che cominciano le scuole superiori, soltanto diciotto arrivano alla laurea in orario. Persino aggiungendovi i ritardatari lievi, cioè coloro che finiscono entro l'anno e non nei secoli dei secoli, resta una percentuale che una volta si sarebbe definita da Terzo Mondo, non fosse che adesso i ventenni di quei Paesi hanno una marcia in più, e chi può farlo studia come un forsennato, si sacrifica, si arrabatta e alla fine sfonda.
I giovani occidentali hanno meno appetito? Può darsi, ma i nostri ancora meno degli altri: fra gli studenti liceali che decidono di cimentarsi in un lavoretto durante l'estate, quelli italiani si collocano trionfalmente all'ultimo posto. Molti insorgeranno, sbandierando diplomi e lauree inutilizzabili, impieghi sottopagati e precari. Hanno ragione. Ma allora perché i loro fratelli minori continuano a iscriversi alle facoltà umanistiche che danno lavoro a minoranze di raccomandati, invece di buttarsi su quelle scientifiche, richiestissime dal mercato? Matematica, chimica, fisica, biologia: interi mondi, affascinanti e ben remunerati, sono stati consegnati a indiani e cinesi. A nulla vale che le università tentino di attirare i ragazzi con offerte da supermercato, abbuonando le tasse del primo anno: paghi due, studi tre. Molto più comodo spaccarsi la testa su lettere o sociologia, per poi andare a ingolfare i «call center» a trecento euro al mese.
«La Stampa» del 23 agosto 2006

01 agosto 2006

Dove vanno i poeti ...

Otto poeti italiani raccontano le ragioni che fondano la loro vocazione a scrivere versi. Sono otto storie diverse che convergono in un punto: la materialità della parola, che distingue la visione lirica da quella filosofica. Alle sorgenti del mistero che trasforma le parole in «cose» viventi

Cucchi: «Noi dissipatori ma il pubblico dov’è?»


Non so se il poeta in genere è un «dissipatore» anche se è quello che scrivo in un testo, ma questo è certamente un autoritratto: «Ho dissipato arte, talento, fantasia, / indifferente all’azione, all’opera, al governo, / ho preferito la quiete orizzontale, l’attesa, / il dolce insorgere impagabile / dell’immagine nella rêverie / che va a spirale verso il fondo / o quel sopore galleggiante / sul mare increspato solo un soffio». Ricordo che una volta Majorino ha detto: il poeta deve essere magnanimo. Vorrei essere magnanimo ma non credo di esserlo, tuttavia trovo detestabili tutti i poeti che si danno arie da sublimi. Credo sia necessario che ogni volta, prima di scrivere, ognuno si chieda: è il caso? È necessario e se ne può fare a meno? Bisognerebbe trovare, credo, una saggezza, un equilibrio tra i doveri verso se stessi e quelli verso gli altri. Nobiltà d’animo comunque per me corrisponde alla noncuranza, alla trascuratezza rispetto a ciò che non si è riusciti a realizzare. Tanto più che questa parola è veramente orribile, anche se è entrata sempre di più nella nostra conversazione: una persona realizzata è morta... Io ho stima di tutti coloro che vivono senza lasciare traccia, non appartengo a queste persone, ma un pochino sì... Quando è una bella giornata e mi siedo, guardo il mondo, vivo... e sono contento di quel momento, della vita, del fatto che è come se il tempo per un attimo avesse smesso di essere quella freccia che ci porta via... Non so se questo vuol dire dissipare, forse dissipa molto di più chi tenta di realizzarsi come «Io», e, per farlo, dimentica la stupenda possibilità di vivere semplicemente immerso nel molteplice dell’universo...
Do un valore molto alto alla committenza, perché è l’unica dimostrazione in cui il sociale riconosce il poeta e, quindi, i poeti che rifiutano la committenza non hanno capito che il testo è un messaggio autonomo... ma fino a un certo punto, perché il testo ri sponde sempre anche a delle modalità di riconoscimento sociale e, se questa modalità non esiste, allora il poeta che scrive senza aver ascolto è... un pazzo. Un tempo il poeta si rivolgeva sempre a un pubblico che poteva riconoscerlo. Oggi il poeta si trova in una situazione molto più complessa: non ha un pubblico con cui dialogare, perché la gente ormai non riconosce più il linguaggio specifico della poesia, ma preferisce le canzonette...


Valduga: «Come Belli torniamo al dialetto»

Penso che la poesia abbia a che fare con la musica: hanno in comune la matematica, la stessa metrica è matematica, tutto quello che è rigorosamente calcolato ha a che fare con la matematica. Derrida diceva che la scrittura è iscrizione, qualcosa che mi sopravvive, e che quindi significa la mia assenza, la mia morte e in questo senso se tu ti esponi alla morte e se ci pensi, poi, costruire dei versi «matematicamente» calcolati e perfetti, può significare vincere la morte, in qualche caso. Ma è chiaro che c’è una sospensione della vita: non si può scrivere quando si sta male o si è troppo felici. Si scrive in quei momenti in cui lo si è stati, male o molto bene. È un ricordo, non può essere l’emozione allo stato puro. Ci vuole anche la ragione. Non ho l’idea che la poesia sia fatta solo da grandi figure, e non mi piace neanche, questa idea. Per me la poesia è un fiume nel quale entrano moltissimi immissari. È come se, per esempio, la grandezza del Tasso fosse fatta anche dai tanti «cosiddetti» minori che l’hanno alimentato. È il popolo che fa la poesia, non sono figure isolate. Pascoli, Manzoni e Rebora sono i poeti a cui ritorno più spesso. Adesso c’è anche Belli. Sono stata un anno a leggere Belli e posso dire che è il mio autore preferito, in assoluto. Per me è il più grande poeta italiano. Oggi mi pare che la lingua italiana sia in uno stato talmente pietoso che se anche i poeti si mettono a parlare in dialetto... fra un po’... forse non sapremo nemmeno più parlare. È chia ro che ci sono condizioni storiche, ragioni anche politiche nella scelta del dialetto. Io credo che per Belli questo non sia assolutamente un limite... non me ne frega niente se uno ha scritto in dialetto o no. La poesia vera non si fa intimidire dal dialetto. Credi che io riesca a leggere in milanese? Faccio una fatica tremenda... eppure anche Carlo Porta è sempre lì con me. Quando sono così grandi non c’è niente da fare: uno si appassiona. Però i lettori di poesia sono pochi... e se uno pensa «scrivendo in dialetto non mi capiranno mai, non sarò mai tradotto...» quello non è un poeta.


Oldani: «Troppa sociologia e rime ridotte a gioco»

Molta poesia si è espressa come gioco, dichiaratamente... Il gioco ha le sue regole, ma quando è finito, è finito. Il rito ha delle sue regole, ma è come se pescasse sul profondo, cioè ha delle regole di profondità. Il gioco ha delle regole di superficie, ti fa stare meglio dove sei, ma non è mai uno spostamento; il rito invece è come se ti facesse avanzare. La poesia italiana degli ultimi decenni ha avuto molto gioco. Il gioco è parente della superficie, non a caso molta poesia ha invocato la forma pura, ma la forma pura è superficie pura, addirittura è contrastante i sensi interni, il significare inteso come mobilitazione dei sentimenti, dei pensieri, stormi di sentimenti e di pensieri, che poi diventano stormi infiniti o uno stormo fatto dall’unità, ma una capacità di mobilitazione dell’innumerevole, sia nel sentire, nella sensazione e nell’emozione, che nel significare. Mi pare che queste mobilitazioni esistano nel rito e mi sembra che siano invece contraddette dal gioco; sono un po’ l’estate e l’inverno, l’estate spoglia fuori il corpo, l’inverno lo copre di infiniti accorgimenti, il rito è invernale: sono per il rito.
Oggi sento molto l’ossessione della qualità della poesia, penso che la poesia reclami un’ossessione così ampia dalla quale forse non può essere escluso niente, può essere così vorace da divorare tutto, ma come gesto d’amore, e questo mi sembra forse che incida sulla qualità della vita. Negli anni passati ho conosciuto molti poeti che praticavano professioni che richiedevano molto tempo; io sono lietissimo di fare il minimo per campare, di essere sociologicamente assente, mi sono accorto che erano altri i frutti che mi importavano, quelli di una pianta quando c’è n’è una sola nel frutteto.


Viviani: «Addio agli slogan in nome della parola»

Lo sento che c’è una parola sicura di sé, che afferma e nega, e che elimina ogni incertezza ed è luogo della potenza, del potere, della rassicurazione, del dominio. Questa parola, se è espressione individuale, diventa sogno insopportabile di autocompiacimento e di vanto, di prosopopea e di millanteria. Quando poi questa parola piena diventa espressione della comunità, diventa inevitabilmente slogan invadente. C’è poi la parola creatrice, la parola della poesia: che non è la parola geniale o ricercata, che sarebbe ancora parola piena e sicura di sé, sicuro poetese, ma invece è la parola che esce dall’illusione della propria pienezza e accetta l’incompletezza, il vuoto. Ora io credo che anche la parola comune, anche nelle sue espressioni più ripetute e usate, possa essere parola creatrice: quando non la si valuta con la prosopopea dell’intellettuale, ma la si vede come gesto, sussurro, precario passaggio di vita e di calore, battito del cuore della comunità, magari insignificante per l’intellettuale ma invece necessario e significantissimo per il mantenimento della vita dei comuni mortali e della comunità. Questa parola non è più slogan che vuole conquistare, ma è suono vitale che accompagna e conforta il difficile attraversamento che è per ognuno la vita.
C’è una voce che è immersa nei luoghi comuni, che li valorizza come luoghi della trasmissione comune della vita, e che li rappresenta nella loro semplicità quotidiana come luoghi dove si realizza l’eroismo di tutti gli uomini che ogni giorno affrontano l’or rore del vuoto. E c’è un’altra voce che invita a meditare e che dice: guai a liquidare ciò che è ripetitivo, trito, ciò che intralcia i progetti individuali o ciò che pesa, perché così si liquida gran parte dell’esperienza umana. Guai a liquidare ciò che è indegno: indegno di solito è il giudizio e lo sguardo dell’osservatore. A questo proposito ricordo una bella citazione di Deleuze sull’«evento»: «non essere indegni di ciò che ci accade». Dunque non bruciare tutta la vita per lasciare qualcosa che resti, nella speranza dell’immortalità individuale, ma piuttosto pensare che tutte le costruzioni umane con il tempo finiranno e resterà soltanto il liso, il lucido, il consunto dei passaggi comuni, delle vie da tutti calpestate.


Magrelli: «Alle parole non serve uno spremiagrumi»

Sono arrivato alla poesia, senza un progetto, attraverso la filosofia. Avrei voluto insegnarla, avevo uno strano atteggiamento. Come certi apparecchi che sono solo riceventi, io con la filosofia funzionavo così: recepivo in maniera entusiasta, e però non ero in grado poi di verbalizzarla o attivarla, di metterla in moto. Un meccanismo che studiavo con un amore sterminato, ma del quale non potevo fare alcun uso. Finché sono passato alla letteratura francese, che è diventata la mia professione e che amo in maniera enorme. Questo mi ha portato alla parola con quella intenzione di richiesta, quella domanda di pensiero e di risposta tutta particolare.
Penso poi che ogni poeta è fatto di casualità, di incontri. Nel mio caso certe pagine di poesia avevano una intensità, una verticalità, un peso assoluto. Dirò di più: ho studiato tanti anni tedesco proprio per poter leggere i grandi autori, da una parte Heidegger, Wittgenstein dall’altra. Per entrambi, per ragioni opposte, il pensiero è linguaggio. Non si dà pensiero al di fuori della carne linguistica che lo riveste. E tutti e due hanno parlato di poesia, forse Wittgenstein l’ha addirittura praticata, più e meglio di Heidegger. Questa è stata la mia palestra per tanti e tanti anni di lettura.
Esprimo la mia diffidenza verso le poetiche forti, quando sento trattare la poesia da un punto di vista troppo marcatamente filosofico. Ci sono dei linguaggi ormai predisposti, dei «macinapoesia». Heidegger, per esempio, è diventato una macchina interpretativa, ormai funziona come uno spremiagrumi, qualsiasi cosa gli metti sopra viene fuori il succo della poesia. Invece io vorrei tornare alla battuta che Mallarmé rivolse a Degas: «Le poesie non si fanno con le idee, ma con le parole». Il metro, il ritmo, la disposizione tipografica, la punteggiatura; di questo parla il poeta, non solo dell’essere nel mondo. A me interessa sapere in cosa si declina «l’esser-ci»: in settenari o in novenari? A un tipo di lettura tematico-filosofica (verso cui sono prevenuto perché se ne è abusato), vorrei rispondere con la materialità della poesia, fatta di figure retoriche, di pause, di spazi interstrofici, magari anche del disegno di un calligramma. Non mi stancherò mai di dire quanto siano importanti Palazzeschi o Laforgue, accanto a Trakl.


Loi: «Le cose di sempre sotto un’altra luce»

Noi in qualche modo facciamo parte del corpo unico del mondo. Non ce ne rendiamo conto ma quando siamo mossi da amore non è più il nostro io abituale che ha un rapporto con le cose, ma è tutto in nostro essere profondo che è in rapporto con tutte le cose. Allora questo movimento che fa uscire la parola è al di là dell’individuo, e quindi la nominazione non è fatta da te ma è il corpo unito delle cose che si esprime. Quando in poesia parli di una cosa mosso da amore, la cosa non è più quella abituale, ma si presenta in una rivelazione nuova, ti offre un aspetto diverso dal solito. Entra in simbiosi con te ed è come se il tuo essere profondo entrasse in risonanza. Allora la forma che ne risulta è del tutto nuova. Per cui la poesia non presenta schematicamente l’ordine, la sistemazione e la sostanza razionale delle cose, ma le presenta sotto una forma nuova. In questo sta la grandezza della poesia. La luna di Leopardi non è la luna solita, ma è quella che esce dal rapporto che in quel momento storico preciso un poeta determinato ha avuto con la luna. Dunque quella è diversa da tutte le lune che in poesia si sono nominate e, ovviamente, anche dall’astro reale che è in cielo. La poesia ripropone nella nominazione il mistero delle cose e della vita, ricrea il rapporto con il mondo, ecco perché è importante. Se la poesia non facesse che ripetere il tipo di rapporto che l’uomo ha attraverso gli schemi mentali con il mondo non avrebbe alcuna importanza, sarebbe un inutile orpello. Invece le ripropone in un modo inedito. In più c’è il suono che è importante in sé. Se io dico «piombo», per esempio, produco una certa sonorità, molto più cupa che se dicessi «sera».
Non per niente Yeats diceva che il suono in poesia è molto più importante dei contenuti apparenti perché se ci fai caso quando ascolti una musica, per esempio un rock, il corpo comincia a muoversi in un certo modo, non sei tu che hai deciso di farlo, ma spontaneamente avviene. Allora quel tipo di suono percussivo ha un determinato tipo di effetto su di te. Muove i centri nervosi in un certo modo. Se ascolti Bach o Vivaldi non solo si muove il corpo, ma si muove anche il pensiero, conscio e inconscio, questa funzione del suono all’interno della poesia è di una importanza enorme perché non si tratta di una nominazione, di tipo razionalistico, non nomino la cosa per cui la cosa rimarrà nella memoria degli uomini attraverso la nominazione. Rimane invece qualcosa di più, rimane la percussione incessante di quel rapporto dell’uomo con le cose che continua a tramandare il movimento che regola nel mondo il rapporto uomo-realtà.


Mussapi: «Tutto coesiste in una vaga oscurità»

Il poeta è preda di incanti, non di lusinghe o di illusioni. Quando iniziai a scrivere mi prefiggevo lo scopo di scrivere in un modo di essere percepibile e arrivare a l lettore, di attuare un modo poetico non oscuro e chiuso in se stesso. Certo, la vita è oscura, noi siamo oscuri a noi stessi persino nella nostra vita biologica, nella malattia... quindi la poesia non può evitare l’oscurità e il mistero, non può essere a priori limpida e comprensibile, ma non si deve cullare nell’oscurità. Anzi, i poeti devono cercare di fare... luce. Inoltre volevo raggiungere il correlativo oggettivo, teorizzato e realizzato magnificamente la T.S. Eliot: rappresentare situazioni astratte, ideali e spirituali attraverso scene concrete, non una poesia astratta ma un’arte caravaggesca, dove l’invisibile si faccia visibile e quasi tangibile. A quel punto sentivo di avere la coscienza a posto, sentivo di aver trovato la chiave della mia lingua, ma non bastava... capivo che mi mancava ancora quello che chiamo «l’elisir arabico» ... Volevo quello che si legge ne Le Mille e una notte: volevo l’incantamento di una poesia che sapesse rapire il lettore.
Nella poesia non esiste il principio di non contraddizione o di esclusione, tutto coesiste affinché tutto consista, anche quello che a prima vista sembra contrastare. Penso ci fosse una differenza enorme tra il poeta che mette in mostra la propria bravura, la propria capacità di stile — per esempio D’Annunzio — e il poeta in cui l’artificio, l’arte di scrittura è divenuta talmente intrinseca, è stata a tal punto metabolizzata da sembrare naturale. Perché in realtà lo è: la naturalezza è una conquista, la scoperta di qualcosa che hai dentro e per manifestarsi esige umiltà e magia... Volevo diventare mago, non prestigiatore...
Il mio percorso è nella linea dantesca, che Mario Luzi, in un saggio famoso dei primi anni Sessanta, indicava come «avvenuta nel mondo». Il modello dantesco è per me «il Modello»: un’avventura che parte dal buio e tenta di risalire, in base alla convinzione che anche nella natura effimera, cadùca e oscura del reale ci sia il germe di qualcosa che non riguarda solo questa vita ma alt ro. Ho scelto di scrivere poesia perché ritengo che la poesia sia un’avventura che riguarda tutti, anche coloro che non sanno che la poesia esiste.


Pontiggia: «Versi scolpiti nell’origine del cosmo»

Che cosa chiediamo alla parola della poesia? Non certo di dar conto della società in cui viviamo o delle nostre private ossessioni esistenziali: è invece una parola che tende all’assoluto, chiede verità non effimere, inaugura legami di necessità fra il nome di una cosa e la cosa stessa.
Le parole della poesia affondano insomma in qualcosa di remoto, appunto, di originario (le parole del titolo [allude al suo libro Con parole remote del 1998, ndr], tengo a precisare, sono remote non perché archeologiche, disusate, ma perché si volgono a qualcosa di arcaico, di profondo). Sono parole cosmogoniche, anche quando parlano di eventi quotidiani, ordinari, qualsiasi.
In fondo ogni verso è un’interrogazione al mondo, che il poeta pone partendo da quelle semplici ma indistruttibili domande che vanno poi a costituire i grandi temi della poesia di ogni tempo: morte, eros, natura; la maestà sacrale dei cieli; la tensione, naturale in ogni uomo che non sia stato corrotto dai tempi e dalle ideologie, alla felicità e alla bellezza; il senso profondo dell’esistere, e dunque il concetto di destino. Le cose del mondo sono opache, inessenziali; e restano tali quand’anche vengano conosciute da un pensiero analitico, scientifico. La poesia, sotto questo aspetto, è sempre un’epifania, o una ierofania: è il mondo che ritorna, si dà come dono divino, ci parla di un tempo che è fuori del tempo. La poesia, insomma, è lo splendore delle Muse (uno splendore tragico, misterioso, a volte: basta pensare alle muse primigenie dei Dialoghi con Leucò) che risponde all’invocazione del poeta. Salvezza da che cosa, allora? Dall’aridità dei tempi, certo, sempre più inautentici e deprivati (come indica il poemetto conclusivo); ma anche dal nostro piccolo io, dalla nostra pretesa di porci al centr o del mondo, dall’incapacità di vedere che il mondo è ben più alto e grande di noi.
«Avvenire» del 30 luglio 2006

Noi, figli dei media

«Oggi l'identità si rimodella di continuo nel rapporto con le nuove tecnologie». Parla l'analista Thomas de Zengotita
di Loretta Bricchi Lee
«Il postmoderno è anche questo: l’individuo stesso è parte del flusso di informazioni perché interagisce con cellulari,blog, Internet... E il prossimo passo sarà il post-umano»
I media ci circondano, ci assediano, ci condizionano. E hanno cambiato in maniera decisiva il nostro modo di vita, specialmente delle ultime generazioni. L'antropologo e filosofo Thomas de Zengotita, della New York University, ha appena pubblicato il pamphlet Mediated ("Mediatizzati"), che indaga come i media danno forma al proprio mondo e al modo in cui vi si vive, sostenendo che ogni persona non solo è il risultato del bombardamento di stampa, televisione e di ogni altra forma di comunicazione, ma è impegnata ogni giorno a interpretare la parte che assume proprio a causa dei media.
Professor De Zengotita, come e quando è successo che la comunicazione ha cambiato il nostro modo di vivere?
«Bisogna risalire a quando si è avuta la diffusione della comunicazione scritta. L'invenzione della stampa nell'età moderna coincide con l'inizio dell'età dell'individualismo. Il moltiplicarsi delle forme di media e il suo progressivo arricchimento quantitativo e di contenuti ha poi sviluppato un continuo incremento nel livello di autocoscienza. La generazione prima di noi aveva iniziato a prendere coscienza di sé attraverso Freud, ma ora che viviamo in un ambiente in cui i media sostituiscono la realtà con la sua rappresentazione è come se la società postmoderna ogni giorno modellasse la nostra identità».
Quale aspetto o mezzo di comunicazione ha l'effetto più intenso?
«Fino ad anni recenti, era la televisione perché con essa si instaura una relazione intima. La si guarda sempre, nella propria casa, anche in pigiama. Ora, i telefonini e Internet stanno rimpiazzando la Tv come la più "mediatizzante". Basta guardare la gente mentre telefona, manda messaggi. Con l'avvento dei blog, poi, si produce comunicazione, non la si utilizza solamente, si diventa completamente parte dei media».
Sembra però che così si perda ogni senso di ciò che sia privato...
«La privacy è morta e il suo crollo è direttamente legato alla mediatizzazione. Nel caso dei blog, tale erosione diventa condizi one di vita. Una delle espressioni più perfette è la Reality Tv, impensabile in passato. Le porto l'esempio del presidente Roosevelt che governò il Paese costretto su una sedia a rotelle dalla poliomelite; i media non si sarebbero mai sognati di menzionare la sua malattia. Più o meno come per le amanti del presidente John Kennedy. Guardi cosa ne se è fatto della relazione di Bill Clinton con Monica Lewinsky».
Lei sostiene che anche gli eroi sono scomparsi, eppure, ora che ognuno di noi può essere un personaggio noto - almeno per qualche minuto, o su Internet - non dovrebbe esserci che l'imbarazzo della scelta...
«Gli eroi e le star erano tali perché circondati da un'aura di mistero. Non si sapeva granché di loro, a livello personale, quindi venivano investiti di un'immagine che rifletteva ciò in cui l'uomo comune aveva bisogno di credere. Oggi, siamo nella cultura del pettegolezzo; manca il fattore del rispetto».
Questo fenomeno è una peculiarità della cultura americana?
«È predominante negli Stati Uniti, ma anche in Giappone e in altre parti del mondo. Per molti Paesi è solo questione di tempo; i contenuti saranno diversi, ma la mediatizzazione avverrà comunque».
E il gruppo demografico maggiormente influenzato?
«Certamente i giovani, prima di entrare a far parte del mondo del lavoro, per via del tempo libero che permette loro di essere più mediated, ma anche per il loro ruolo centrale nella società postmoderna. Poiché sono bombardati di messaggi, devono far fronte a costanti scelte e cercare così di individuare se stessi».
È per questa ragione che gli adolescenti di oggi sembrano crescere a un passo molto più lento rispetto alle generazioni precedenti e formano una propria famiglia molto più tardi?
«In parte sì, hanno bisogno di più tempo per cercare la propria direzione, ma il rallentamento coinvolge tutte le fasce d'età e ha a che fare con la presa di coscienza del proprio corpo e delle scelte relative. In passato la gente seguiva la strada che presume va dovesse essere seguita, ora ognuno ritiene di avere diritto a scegliere. La mediatizzazione ha incrementato la libertà e l'autocoscienza che deriva dalle scelte, ma ha anche eroso la famiglia».
Siamo coscienti della mediatizzazione e possiamo evadere da essa?
«Ne siamo consapevoli, ma esistono scelte individuali, modi per liberarsi. Si può prendere una pausa dalla comunicazione, spegnere il telefonino e non guardare la Tv, ma anche tali azioni diventano una scelta».
Cosa ci riserva il futuro?
«Si possono fare solo previsioni azzardate, considerando l'avanzamento della biotecnologia e il progresso nella chirurgia plastica. Non so quando, ma temo che arriveremo al post-umano».
«Avvenire» del 27 luglio 2006

L’arte fa bene anche se kitsch

di Gillo Dorfles

Qualche tempo fa un interessante convegno - promosso dalle Università di Udine e Trieste, e organizzato dalla Biblioteca di Udine e dal suo alacre direttore Romano Vecchiet - aveva scelto come tema da dibattere Il consumo dell’arte, vertendo soprattutto sullo spinoso problema del turismo culturale. Molti dei partecipanti, tuttavia, non si erano certo resi conto dell’ambiguità insita nello stesso tema proposto. Consumo dell’arte: inteso come utilizzazione, impiego, bisogno crescente della stessa? O non piuttosto come consumarsi, esaurirsi, entropizzarsi dell’arte in generale e in particolar modo di quella contemporanea? Come si vede il termine «consumo» presenta due connotazioni molto diverse che nel caso dell’arte meritano entrambe d’essere indagate; non solo, ma che entrano in gioco anche in tutto l’ambito della cultura e della società. Mi ero interessato a questo problema già a partire da un mio antico testo degli anni Sessanta, Simbolo comunicazione consumo, nel quale consideravo per l’appunto questi tre termini come una sorta di trinità socioculturale del nostro tempo. Ora ho visto con piacere riemergere alcuni di questi quesiti in un agile e denso volumetto di Mauro Ferraresi, La società del consumo. Lessico della postmodernità (Carocci), che lega i problemi del consumo soprattutto a quelli del postmoderno. Ovvia la parentela tra i due settori: giacché è proprio il rapido avvicendarsi dei periodi di modernità che ci insegna come - con la fine del secondo millennio - il consumo, in ogni campo (scientifico come estetico e prima di tutto tecnico e tecnologico) sia più rapido e incessante. Basterebbe sfogliare una rivista di moda, ma anche di architettura o di medicina, ma addirittura analizzare i termini impiegati nel linguaggio corrente per rendersene conto. Se, peraltro, questo tipo di consumo, in quanto obsolescenza linguistica, è tipico del momento che attraversiamo e forse persino preoccupante, quello che mi sembra meno negativo è il consumo in quanto «bisogno» di arte. Non credo, infatti, che esistano altre epoche storiche in cui si sia verificata una analoga «fame di arte». Magari di arte deteriore (quella tanto celebrata sotto l’etichetta di kitsch); eppure è indubbio che il processo di estetizzazione generalizzata: dalla pubblicità all’arredo urbano, dallo spot televisivo, allo sport è indiscutibilmente aumentato e aumenta di giorno in giorno; come accade del resto per l’uso della musica a tutti i livelli della sua «somministrazione» pubblica e privata, dal walkman alla radio, dalla canzonetta alla discoteca. Naturalmente la mediocrità di queste espressioni artistiche costituisce spesso l’altro lato della medaglia ed è proprio qui che s’annida il germe - o il virus - del postmoderno; fenomeno che ebbe già la sua istituzionalizzazione, per quanto si riferisce all’architettura, nel celebre testo di Charles Jencks (The Language of Post-Modern Architecture). Anche per Frederic Jameson - citato da Ferraresi - una delle caratteristiche della cultura del consumo che giustifica il sorgere del postmoderno è «il fatto che la realtà sembra trasformarsi in immagini» in maniera che non si riesce più a porre distinzioni nette tra realtà e finzione. «Le immagini producono una sorta di overlap sulla realtà» il che la riavvicina al concetto di simulacro avanzato già da Baudrillard. Ne deriva un trionfo anche in arte del simulacro e del pastiche, nonché una «protesizzazione del tempo» dovuta alla meccanizzazione e elettronizzazione di molte creazioni artistiche. Non ho citato che alcune delle analisi riassunte dall’autore e tralascio altresì di citare alcune delle ipotesi alquanto apocalittiche di Slavoj Zizek; mi piace, comunque, di ricordare almeno la posizione molto rigorosa di Giampaolo Fabris, che constata il sorgere di nuove categorie di consumatori che «sostituiscono al vecchio binomio reddito-prezzo i concetti di linguaggio e di comunicazione», non solo, ma che sottolinea la «continua promiscuità tra virtuale e reale sia nel tempo che nello spazio». Il che ha un’ovvia influenza sull’evoluzione o l’involuzione di molte forme artistiche recenti. Sicché, in definitiva dobbiamo certamente fare i conti col consumo che ci tiene strettamente avvinghiati e che molto spesso deforma anche ogni nostra volontà di reagire; ma dobbiamo, per contro, evitare di retrocedere verso antichi miti cercando invece di raggiungere una modernità - e non una postmodernità - che dia nuovo potere all’immaginazione e, perché no, alla «immaginazione al potere».
«Corriere della sera» del 27 luglio 2006