28 settembre 2009

La nuova satira non fa la rivoluzione

L' Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese, indaga i meccanismi dell' umorismo politico
di Francesco Cevasco
Perché i comici non riescono più a castigare i costumi facendo ridere. Disegni e parole da Barenghi a Vincino
Bei tempi quando il giovane Encolpio caracollava nel suo Satyricon sfibrandosi dentro piaceri sfrenati e nessuno, se non i rivali in amore, lo contestava o lo derideva. Oggi, quasi duemila anni dopo, all' adulto Silvio Berlusconi è dedicato un nuovo Satyricon: l'Almanacco Guanda. Il sottotitolo allarga un po' il tiro: la satira politica in Italia. E pone un interrogativo: ha ancora senso parlare di satira in un Paese dove le regole (della satira e non soltanto della satira) sono state sovvertite da un politico comunicatore abile al punto di smontare i meccanismi dell'umorismo politico e adoperarli a suo vantaggio? Insomma, «una risata vi seppellirà» non vale più? Nell'introduzione all'Almanacco, Ranieri Polese tenta una risposta: «Nel mondo di ieri circolava quello slogan che dava a tutti un bel po' di certezze (o speranze). Di fronte al potere arrogante, al nemico violento era bello credere che ridendo di loro si potevano spazzare via le figure del Male. Bella utopia, parente stretta della favola di Andersen, quella in cui il bambino, gridando: "Il re è nudo", toglieva carisma e autorità al potere e lo sgretolava in una sorta di carnevale liberatorio». Per molto tempo si è creduto alla portata rivoluzionaria della satira, nella sua promessa certa di immancabile successo. E oggi? Il nuovo Satyricon risponde così: «In assenza di una seria opposizione, di una reale frattura tra cittadini e governanti, di una totale divergenza di stile di vita e di pensiero tra chi esercita il comando e chi lo subisce, il carnevale è destinato a finire. È forse tempo di una revisione dei miti di ieri, delle ingenue speranze. Cominciando a prendere atto del cambiamento radicale, dello spostamento incredibile che è avvenuto. Sì, perché qui il clown non è più l' insolente buffone che ride del sovrano, oggi - lo ha scritto il "Times" - il clown ha preso il potere». Parole grosse? Per i critici d' arte Francesco Bonami e Luca Mastrantonio non c' è niente da ridere, anzi, come dicevano Benigni e Troisi già nel 1984 Non ci resta che piangere. Sotto il titolo «Quest' Italia è una camera a gas. La risata dei potenti ci seppellirà», scrivono: «Il presidente del Consiglio racconta barzellette di cui i sottoposti devono ridere, colleziona gaffe internazionali che poi rivendica con orgoglio, fa la parodia di se stesso». E i comici «non riescono ad assolvere al doppio compito della satira: castigare i costumi facendo ridere. Spesso, i satiri castigano senza far ridere. Soprattutto a sinistra, dov'è diffusa la supponenza morale. Mentre a destra, dove più che mai il potere è permaloso e si agogna il consenso i politici fanno ridere senza castigare i propri costumi. Se consideriamo i comici che fanno satira come il canarino incatenato in miniera, ossia l' animale che misura sulla propria pelle la qualità dell' aria - il suo decesso, per gas mortiferi, è come l' allarme per i minatori -, non c' è da stare allegri per l' Italia. La qualità dell'aria è pessima, pesante, dà allucinazioni e la risata che tutto seppellisce è dei potenti, in un buio che la cupezza di certi comici non rischiara. E se anche non sono morti, il loro canto è coperto dalle urla degli sciacalli della politica... La satira, se non è bonaria, è considerata quasi una forma di disfattismo antipatriottico. Basso tradimento ad alta intensità. Va punita, estromessa, condannata». Proviamo a sentire uno che la satira la fa: magari sputa un po' di ottimismo...Riccardo Barenghi, quella canaglia di Jena: «La satira politica vive di riflesso, esiste solo perché esiste qualcun altro, ossia chi le dà da "vivere". Ed è questo il motivo della sua crisi: chi dovrebbe fornirle il cibo quotidiano è in crisi da anni, produce poche idee, non sa più che inventarsi, vive una sorta di coazione a ripetere che a un certo punto stanca... E ovviamente stanca il satiro, che per quanto sia bravo e capace di mettere a nudo i vizi del potere, non ne può più di replicare sempre lo stesso copione... Se n' è accorta direttamente anche la mia jena nel suo lavoro quotidiano, costretta a mordere sempre gli stessi, Veltroni per mesi, D' Alema altrettanto e poi Franceschini, ogni tanto Berlusconi, a volte il Papa. Povera bestia! (Povera jena, sia chiaro, intende dire, ndr). Ma d' altra parte questo passa il convento e non tocca certo all' autore di satira decidere chi debba stare al potere, lui azzanna dove trova la carne. E se la carne è un po' avariata gli tocca mangiarla comunque». Forse ne abbiamo beccato uno che ci scherza su, Alessandro Robecchi: «Come funziona ' sta satira? Come si fa? È di sinistra per forza, oppure sforzandosi molto e prendendo dei farmaci può essere anche di destra? Ai tempi di Cuore andavamo di moda, noi guitti della satira politica, e ci sentivamo fare dai "colleghi giornalisti" domande di questo genere: "È solo consolatoria o fa veramente male al potere? Si diventa ricchi? Ragazze ce n' è?"». Michele Serra chiude così il suo ragionamento (quello articolato potete leggerlo per intero sull' Almanacco, pagg. 123-125): «... Mi sento di ripudiare la definizione di "satira politica", piuttosto asfittica e buona solo per alimentare la chiacchiera politico-giornalistica. Meglio dire "satira" e basta, perché l' oggetto finale è sempre l' umano, oggi soprattutto l' umanità massificata. Che il re sia nudo lo sappiamo da secoli. Che anche noi lo siamo, nonostante la buffa convinzione di indossare abiti griffati, è un' acquisizione recente. La satira, nel suo piccolo, ha fatto parecchio per metterci uno specchio davanti al muso». E, per finire, la parola all' avvocato: il Perry Mason del giornalismo e della satira è Caterina Malavenda. Avvocato, tempi duri per chi fa satira? «Dopo un periodo in cui questa forma espressiva ha goduto di una sostanziale impunità, si assiste ad un progressivo ridimensionamento della giurisprudenza più favorevole, con il ricorso, però, a criteri estranei alla satira in quanto tale... In sostanza, solo snaturando la satira e riportandola nei più angusti limiti del diritto di cronaca e di critica si può condannare un autore satirico. Ed è quanto sta accadendo negli ultimi anni». Insomma, satiri mazziati e cornuti. Per correttezza di satira, non d' informazione, sappiate che nell' Almanacco ci sono anche i disegni (che sarebbe maldestro tentare di descrivere) di satiri come il metafisico Altan, il surreale Bucchi, l' autobiografico Staino, l' affabulatore Disegni, la perfida Ellekappa, il mitico Giannelli, il raffinato Pericoli, lo storico Forattini, il devastante Vauro, il dissociato Vincino. Tutti re, tutti nudi.

Disegni e parole da Barenghi a Vincino Esce il primo ottobre il nuovo numero dell' Almanacco Guanda intitolato «Satyricon. La satira politica in Italia» (pp. 212, 2), a cura di Ranieri Polese. L' Almanacco (voluto da Luigi Brioschi, patron di Guanda) presenta in questo volume contributi scritti e disegnati di Altan, Riccardo Barenghi, Marco Belpoliti, Gianni Biondillo, Francesco Bonami, Carlo Alberto Brioschi, Bucchi, Claudio Carabba, Disegni, Ellekappa, Dario Fo, Forattini, Giuseppe Genna, Giannelli, Marco Giusti, Luca Mastrantonio, Gianluca Morozzi, Pericoli, Luisa Pronzato, Alessandro Robecchi, Michele Serra, Staino, Stefania Ulivi, Vauro, Vincino. Nel volume anche un testo di Oreste del Buono del 1976 tratto da «Storia privata della satira politica dall' Asino a Linus».
«Corriere della Sera» del 24 settembre 2009

Asor Rosa, un requiem per la fine degli ultimi intellettuali brontosauri

Ortodossi ma anche ribelli, due protagonisti del mondo che fu vicino al Pci mettono in discussione il loro impegno
di PierluigiBattista
Il «ceto colto» di sinistra, autocritica a metà
Un po' se ne dispera. Ma un po' se ne compiace. Gli intellettuali si estinguono per un «cataclisma culturale» paragonabile al «mutamento ciclopico di clima» che i paleontologi indicano come causa della fine dei brontosauri. Ma l'artefice della suggestiva comparazione, Alberto Asor Rosa, affronta con spirito ambivalente la «cerimonia degli addii» dell'intellettuale moderno messa a punto con Simonetta Fiori nel Grande silenzio pubblicato da Laterza. L' intellettuale spodestato, il maestro del pensiero oramai ripudiato, ripercorre autobiograficamente le tappe di una storia finita. Sottolineandone i tratti velleitari, eppure rivendicandone i frammenti di grandezza. Un requiem intonato con l' ironia da un intellettuale che contraddittoriamente riassume in sé gli opposti plasticamente raffigurati dall'intervistatrice Fiori: eterodosso nell'ortodossia, «paladino della classe operaia e difensore della letteratura altoborghese. Rovesciatore d'altari ma anche militante disciplinato. Animatore del Sessantotto e accademico rispettato». La sincerità di un approccio autobiografico si misura sulla mancanza di indulgenza con cui si affrontano gli errori del passato. Asor Rosa supera l'esame. Ma non a pieni voti. È spietato con gli errori collettivi del «ceto dei colti» con cui si è identificato, ma lo è molto di meno con se stesso o, se si vuole, con la rielaborazione soggettiva con cui Asor Rosa ha interpretato una storia costellata di errori. Lui è sempre stato un metro avanti al mondo cui ha appartenuto con prestigio e autorevolezza. Ma mai che quella distanza fosse stata affrontata fino al punto di rischiare una rottura o una lacerazione. Con Scrittori e popolo ha compiuto in giovane età una delle riletture più demolitorie della tradizione culturale ufficiale della sinistra italiana. Ma in questo libro si erge a difensore della storia patria minacciata da non si sa bene quale iconoclastica spinta «neo revisionista». È stato il meno comunista degli intellettuali del Pci, ma al momento giusto, quando Occhetto - di cui peraltro era ascoltatissimo consigliere culturale - decise di cambiare le insegne del partito, lui si oppose con ira e veemenza. Scrive adesso che Occhetto condusse la svolta come un «bambino viziato», che «scassò tutto», che scelse di «smontare radicalmente il suo partito». Ma non spende una parola sul fragore apocalittico con cui il Muro di Berlino stava venendo giù. Dice che «il passato mi ha riserbato una montagna di delusioni» e che è mancata «all' intellighenzia di sinistra una seria discussione sulla storia comunista italiana, nel bene e nel male». Ma sembra incline più a ricavarne il «bene», minimizzando il «male» o addirittura dirottandolo interamente su Craxi, descritto in queste pagine con toni di autentica indignazione retroattiva. Anche se, sul comunismo (almeno sulla storia comunista), Craxi aveva ragione, e il Pci torto. La storia degli intellettuali di sinistra che affiora da questo libro è ricca, piena di risultati preziosi, di figure che è giusto rimpiangere, di libri che per fortuna sono stati scritti, di battaglie che è stato bene condurre: i nuovi dinosauri hanno anche molte voci in attivo nel bilancio della loro esistenza. Asor Rosa giustamente in questo libro vanta una lettura straordinariamente profonda di Dante e di Marx. Oggi, purtroppo, finiti gli intellettuali si legge male, poco, disordinatamente, superficialmente. E se è vero che la fondazione di una rivista, l'impegno culturale in un' aula universitaria, la partecipazione talvolta nevrotica al dibattito pubblico, persino le liturgie e i riti e il lessico che hanno dato anima e forme al «ceto dei colti» oggi può muovere a un benevolo sorriso intriso di nostalgia per una storia destinata a partorire «montagne di delusioni», è anche vero che lo scenario odierno non autorizza neanche un minimo di ottimismo. Asor Rosa di questa storia (finita) è stato testimone e protagonista. Naturale che la sua scomparsa venga interpretata come una grande perdita per tutti. Non come un lutto irreparabile ma come il passaggio di un' epoca che smentisce l'assunto progressista che la storia sia orientata verso il meglio. Un passaggio che alimenta il rispetto per il «mondo di ieri». Anche se innesca in chi lo ha vissuto intensamente un «grande silenzio».
«Corriere della sera» del 19 settembre 2009

27 settembre 2009

Perché il fuorigioco è la prova dell’esistenza di Dio

Dio, palla e famiglia
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Rileggere san Tommaso e scoprire che non c’è niente di meglio di Mourinho, Maicon e Milito per capire i Vangeli
Sunteggiata senza tradimenti, la prima delle cinque prove dell’esistenza di Dio che san Tommaso d’Aquino pone al principio della Summa dice così: “Tutto ciò che si muove è mosso da un altro (…). Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio”.
Qualcuno provi a citarla in un’aula universitaria o in quella di un seminario, dove la fiera eleganza del sillogismo interessa meno del sudoku, e verrà esiliato in bidelleria. Ragion per cui il tomista del terzo millennio, che è uomo ragionevole e di sani principi morali, saluta e va allo stadio, dove Rahner e i suoi nipotini non arriveranno mai. Paga il biglietto, si piazza al terzo anello e contempla la vena metafisica e deduttiva delle azioni da manuale del calcio. Si incanta al cospetto del mediano che si avvia verso la metà campo e innesca il rinvio del portiere, poi del trequartista che con la sua corsa detta il passaggio del mediano, dell’ala che chiama quello del trequartista, del centravanti suggerisce quello dell’ala. Si incanta e fa benissimo visto che qui, con tutto il rispetto dovuto, entra in campo san Tommaso. Perché i casi sono due. O l’ala ha avuto l’accortezza di arrivare sul fondo e crossare, e allora ci sta anche il gol. Altrimenti, se il centravanti si è mosso in anticipo e si trova da solo davanti al portiere avversario prima che sia partito il passaggio del compagno, l’arbitro fischia il fuorigioco.
Il gol, ma soprattutto il fuorigioco, sono la perfetta applicazione calcistica del ragionamento del Dottore Angelico: “Non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri”. Come in filosofia e in teologia, anche nel calcio l’azione non può continuare senza termine, altrimenti la partita sarebbe un’infinita e inconcludente serie di passaggi. Laddove non intervenga il gol, serve un limite oltre il quale si palesi la finitezza dell’ordinario rapporto tra causa ed effetto, tra scatto e passaggio.
Serve colui che fischia il fuorigioco, splendida metafora contemporanea del tomistico “primo motore che non sia mosso da altri”. Per dare un senso anche alla più amichevole delle partite serve qualcuno che ne stia fuori, un arbitro che fischi quando il limite viene valicato. L’unica differenza tra un’azione che finisce in fuorigioco e l’argomentazione della “prima via” di San Tommaso sta nel fatto che l’arbitro evocato dal Dottore Angelico si scrive con la “A” maiuscola e non ha bisogno della moviola perché non sbaglia mai. Lo sa anche un bambino. Però i bambini, in questo genere di argomenti, sono avvantaggiati. Mettetene uno su un campo, dategli un pallone e lo vedrete riempirsi di gioia. Ma è ancora niente. Se sul campo tracciate delle linee bianche e piantate i pali delle porte, allora lo vedrete veramente felice. Perché nel primo caso gli avrete fatto intuire il fremito della libertà, nel secondo lo avrete fatto sentire parte del grande gioco della creazione, un regalo molto più inebriante.
Basta essere stati almeno una volta su un campetto dell’oratorio con la maglietta della Gagliarda indosso, il pallone di cuoio fra i piedi e le linee bianche tracciate per terra con la calce. Improvvisamente, si entra in un mondo in cui tutto è meraviglioso perché tutto ha un senso, lo stesso senso per tutti: per chi gioca e per chi guarda. Si comprende che cosa significhi nascere, essere tratti dal nulla, pensati da sempre da un Essere indicibilmente buono e potente. Se lo portassero su quel rettangolo verde delimitato dalle righe bianche, anche il più svaccato studente di liceo capirebbe quel passo della Summa in cui Tommaso spiega che il mondo è sapientemente e magnanimamente governato da Dio: “la perfezione ultima di ogni essere consiste nel conseguimento del fine. Perciò, come fu la divina bontà a dare l’esistenza alle cose, così a essa pure spetta il condurle al loro fine. E questo è governare”.
Dopo una partita di calcio, anche il liceale svaccato manderebbe a memoria queste righe e le terrebbe come preghiera quotidiana, perché dentro c’è tutto l’entusiasmo del Bue Muto per il fatto di essere al mondo, qualcosa che somiglia da vicino a quello che Stevenson chiamava il grande teorema della vivibilità della vita. Il rinascimentale “Essere o non essere” non è questione che appassioni il medievale Tommaso poiché, fin dalla prima parola, il problema contiene la soluzione: essere. “Nessuno”, scrive Chesterton nel suo luminoso Tommaso d’Aquino, “inizierà a capire la filosofia tomistica, o in verità la filosofia cattolica, se non si renderà conto che il suo aspetto primario ed essenziale è soprattutto la lode della vita, la lode dell’Essere, la lode di Dio come creatore del mondo”. Parole che paiono scritte a bordo campo, dove anche l’ultima delle riserve comprende che chi ha inventato il calcio e le sue regole poteva essere solo un uomo buono e intelligente. E che, per partecipare della sua bontà e della sua intelligenza, non c’è altro da fare che rispettarne le regole, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura del football, così come, per partecipare della bontà e dell’intelligenza del Creatore, dice San Tommaso, non c’è che da rispettare le regole dell’essere, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura della vita.
E’ chiaro che, nella vita come nel calcio, le regole hanno senso solo a fronte della libertà. “L’uomo” si legge nella Summa “agisce giudicando, non per istinto, ma per confronto di ragioni, considerando il pro e il contro, e con giudizio libero; nelle cose particolari, come per l’intelletto c’è il liberamente opinabile, così per la volontà c’è il liberamente operabile. L’uomo quindi ha il libero arbitrio”. Però bisogna fare attenzione. A lume di libero arbitrio, Mariolino Corso poteva starsene tranquillamente all’ombra delle tribune fino al quarantesimo del secondo tempo, ma poi, con un lancio di cinquanta metri, ti pescava Boninsegna e lo mandava in rete. Corso sapeva benissimo che in campo si può contare su una gran varietà di schemi, ma sapeva anche che poi bisogna segnare: il dovere del gol, fine ultimo del gioco del calcio, come la ricerca della salvezza eterna nella vita, non pertiene al “liberamente opinabile” e al “liberamente operabile”.
Su questo versante, decisivo per il destino eterno delle sue creature, il Buon Dio applica volentieri la marcatura a zona miscelando sapientemente il libero arbitrio degli uomini con la sua Provvidenza. Solo un perfetto agnostico e un sonoro asino in materia calcistica potrebbero vedere un conflitto tra libertà e Provvidenza divina. Leggano San Tommaso: non esiste contrasto poiché la Provvidenza è al di sopra d’ogni giudizio e di ogni libertà umana, e nel Suo agire già ne tiene conto. “Un effetto” spiega il Dottore Angelico “si dirà casuale e fortuito relativamente a una causa particolare, in quanto si sottrae al suo ordinamento, ma rispetto alla causa universale, dal cui ordinamento non può sottrarsi, bisogna dire che è previsto. Come ad esempio l’incontro di due servi, sebbene sia per essi casuale, è tuttavia previsto dal loro padrone, il quale intenzionalmente li ha mandati in un medesimo posto l’uno all’insaputa dell’altro”. In termini calcistici, bisogna immaginare di essere José Mourinho che contempla soddisfatto il cross pennellato da Maicon in mezzo all’area. E’ chiaro che, nella mente di Mou, si deve alzare Milito a colpire di testa e insaccare. Ebbene, il fatto che vada proprio così ha limitato il libero arbitrio del Principe Milito? No, la mente di Mou aveva semplicemente tenuto conto di tutto: dello schema che aveva predisposto e della libertà del Principe. Gol.
L’autogol, invece, è tutt’altro. In se stesso è un colpo riuscito, ma dalla parte sbagliata: in due parole, è male. Una questione di alta teologia che il Bue Muto nella Summa definisce come “mancanza di bene, mancanza di entità, ma non corruzione totale dello stesso soggetto in cui si trova il male, perché allora neppure il male potrebbe esistere”. La prova sta nel fatto che a suo tempo Comunardo Niccolai, il profeta dell’autogol, non risultò annichilito alla prima incornata infilata nella propria porta, ma continuò sino a fine carriera a uccellare bellamente il portiere del suo Cagliari e persino quello della Nazionale. E da ciò si deduce che “il male assoluto, il principio del male non esiste. Esiste invece il Sommo Bene, Il Bene per essenza: Dio”.
Il che è la gran bella conclusione che si trae al termine dei novanta minuti di un gioco creato apposta per l’uomo: non per gli angeli, non per i bruti, ma per questo impasto di anima e corpo cantato da san Tommaso. Per questa straordinaria creatura che, quando smette di essere riottosa, si sente felice di essere in completa balia del Creatore. Perché non c’è nulla da fare, aveva ragione il vecchio Vujadin Boskov e c’è poco da discutere: “Rigore è quando arbitro fischia”.
«Il Foglio» del 27 settembre 2009

«Dal ’68 alle Br: ma non era la meglio gioventù»

«Tra il 1970 e il ’71 ho partecipato alla prima riunione a Reggio Emilia di quel gruppo che avrebbe fondato le Brigate Rosse. Ero amico di Roberto Ognibene e di Alceste Campanile, il giovane di Lotta Continua ucciso poco dopo»: parla il cantante dei CCCP che negli ultimi anni ha ritrovato la fede
di Lorenzo Fazzini
Quella con Giovanni Lindo Ferretti è un’intervista che bisogna «guadagnarsi». In parte perché l’ex cantautore punk dei CCCP ha scelto di restare volontariamente in disparte, ora, e si concede pochissimo ai media. E poi perché Giovanni («chiamami così» mi chiede quando mi accoglie in casa sua, appena uscito dalla stalla dove accudisce i suoi cavalli) abita in un posto sperduto, sull’Appennino tosco-emiliano, a quasi 70 km di curve e tornanti da Reggio Emilia: Cerreto Alpi, 70 abitanti, un ristorante, una chiesa (senza parroco residente), due soli bimbi, tanti vecchi. Conoscere e parlare con l’ex leader dei CCCP significa ripercorrere un tratto della storia del costume e della cultura italiana del secondo dopoguerra: quello che va sotto il nome di ’68 e post­contestazione.
Lei si è definito un «reduce». Ma per chi non conosce le sue vicende, lei da cosa è «reduce»? «Questa parola, 'reduce', è meditata e difficile per le molte valenze che racchiude. Il suo significato è legato al fatto che nella mia vita c’è stato un continuo tornare all’infanzia come se la mia esistenza fosse determinata da quegli anni. Sono nato in un mondo tradizionale cattolico montanaro scampato alla modernità. I miei primi anni non sono stati dissimili da quelli di mio padre e mio nonno. Man mano che crescevo, la modernità ha distrutto questa comunità. Mia nonna è 'reduce', perché ha passato la vita ad aspettare gli uomini dalle guerre, la guerra del ’15-’18, i conflitti coloniali, la seconda guerra mondiale. 'Reduce' significa tornare da un mondo 'altro'. La nostra generazione vive un periodo di pace che non ha uguale dopo la pax augustea. Io non ho dovuto attraversare nessuna guerra 'guerreggiata', ma quel che mi è successo nella vita non è stato molto diverso da un conflitto. Ho partecipato a diverse 'guerre' degli uomini, in parte cosciente, in parte incosciente. Ho però tutte le mie colpe: nell’adolescenza ho fatto una 'guerra' feroce ai legami naturali, per lungo tempo ho pensato di essere veramente nato solo con il ’68, con il Maggio francese, Che Guevara, le guerre di liberazione coloniale. Ho attraversato cenni di guerra civile negli anni ’70 partecipando agli scontri culturali che uomini e donne hanno intentato alla parola con l’abuso delle parole, per cui oggi non si riesce a fare un discorso serio. 'Reduce' indica l’accettazione dell’esistenza di due mondi, uno in cui sono nato e cresciuto, l’altro che ho distrutto. Il ritorno a casa è avvenuto per l’insoddisfazione che percepivo verso ogni lato del mio vivere».
Ci sono stati, in questa sua «guerra», periodi di confronto «in prima linea»? «Nella mia giovinezza ho attraversato due momenti pericolosi: il rischio della lotta politica attraverso il terrorismo, e il rischio dell’autodistruzione tramite la droga. Oggi conto anche le lapidi di chi mi è stato vicino e che non è potuto tornare a casa perché morto in quella 'guerra' che è stata il terrorismo degli anni ’70. Ho pure contato i morti che ho pianto a causa dell’eroina, un dramma di cui non si parla più, o perché morti di Aids in quanto eroinomani. Tra il 1970 e il ’71 ho partecipato alla prima riunione politica a Reggio Emilia di quel gruppo che poi avrebbe fondato le Br nella mia città. Una delle persone con cui ho fatto le prime manifestazioni politiche era Roberto Ognibene, un terrorista autore di diversi omicidi. Uno dei miei più cari amici era Alceste Campanile [membro di Lotta Continua, ucciso a colpi di pistola in circostanze poco chiare, N.d.R.]. Ero presente quando si creò la connessione tra l’estremismo politico di Reggio Emilia nato nel Pci e l’estremismo 'cattolico' trentino di Renato Curcio, quella connessione da cui sarebbero nate le Brigate Rosse».
Tornare a casa, in montagna, dopo essere stato un leader punk: che cosa ha significato tutto questo? «Fare il cantante dei CCCP è stata una casualità, non avevo mai pensato di fare qualcosa del genere: non avevo nessuna preparazione musicale e di questo ho fatto la mia forza. 'Reduce', in questo senso, significa anche avere un posto in cui tornare, qualcosa che riguarda la storia concreta di una famiglia e di una comunità, di una civiltà – quella del vivere in montagna – che è alla fine e di cui con tristezza vedo il tramonto. Tornare a casa per me, qui a Cerreto Alpi, la casa dove sono nato, ha coinciso con il rientrare in chiesa: tornare alla casa del padre, in senso duplice. Alla sera, quando io e mia madre diciamo il rosario, accendo il cero alla Madonna che è passato da mio nonno a me. Ogni volta che apro la finestra, alla mattina e alla sera, vedo la chiesa, il suono delle campane dell’Ave Maria mi accompagna e ritma le mie giornate. Vivere in montagna senza avere un rapporto con il Creatore e la creazione è impossibile, mentre abitare in città ci fa condurre un’esistenza allo stesso livello dell’asfalto. Quello che c’è stato tra l’infanzia e oggi, due periodi della mia vita che ai miei occhi sono uguali, è stato come quando si viene a Cerreto da Reggio Emilia: ho vissuto in una lunga galleria. E quando succede questo, la gente – metaforicamente – concentra tutti i propri pensieri sul far sì che l’asfalto sia perfetto, che le luci funzionino e che i guard-rail siano ben saldi. Ma il problema non è il modo in cui procedere in galleria, bensì come uscirne e ritrovarsi sulla terra e sotto il cielo. Il nodo centrale è abbandonare la mitologia della modernità, cioè l’idea che tutto dipende da te e che tu sei il padrone assoluto della tua vita. Io non ho deciso di nascere: questo azzera ogni discussione. Io mi sono trovato in questa vita, la vita è un dono grande, ma resta un dono: mi sono ritrovato a vivere. Il ritorno a casa ha coinciso anche con il crollo finale del mondo ideologico-politico che anch’io avevo contribuito a costruire. Mi sono ricostruito un ideale più umano e lodevole dentro il contrario di quello che ero ieri».
Come si svolse la sua «migliore gioventù» anni ’70? «Sono sempre stato sull’orlo dell’illegalità. Ho permesso che un’intera generazione sbagliasse, mi sento responsabile dei gulag sovietici e della Cambogia di Pol Pot, perché frequentavo gruppi e movimenti che li appoggiavano. Ho collaborato a diffondere Il Manifesto , poi Lotta Continua quando Il Manifesto era troppo 'a destra', quindi in Autonomia Operaia. Dopo il liceo mi sono iscritto all’università, al Dams di Bologna, perché volevo dare il mio impegno per la costruzione di un 'mondo migliore'. Scelsi quell’indirizzo di studio perché con le parole me la cavavo bene e così avevo tempo per fare il militante politico. Poi, con il passare degli anni (era il 1976) mi accorsi di essere davanti a un vicolo cieco: ero al terzo anno di Dams, mi resi conto di vivere in un ghetto in quanto estremista di sinistra. Per la prima volta percepii una profonda insoddisfazione per la mia vita. Era subentrata la normalità anche nell’estremismo: tutto quello che succedeva seguiva il conformismo dell’anticonformismo. Le scelte che avevo davanti erano o il terrorismo o l’eroina. Pensai di passare qualche giorno a casa mia, a Cerreto Alpi, che nel frattempo avevamo rimesso un po’ a posto e affittato ad alcune famiglie per la villeggiatura estiva. Nel viaggio in autostop feci un incontro notevole: da Reggio a Castelnovo ne’ Monti [paese a pochi chilometri da Cerreto Alpi, N.d.R.] mi prese in auto il dottor Polletta, responsabile del settore psichiatrico della provincia di Reggio. Alla fine del tragitto mi disse: 'Ho un ragazzo da portare in manicomio ma non vorrei farlo. Le domando se potesse accudirlo due settimane… Penso che lei sia la persona giusta'. Iniziai così 5 anni da operatore psichiatrico professionale: aveva ragione Polletta, avevo una capacità naturale di trattare il disagio psichico in forma acuta. Venni assunto dal Centro di igiene mentale di Reggio, dove lavorai dal 1976 all’81».
Verso la fine degli anni ’80, con la parabola del «socialismo reale », finisce anche la stagione dei CCCP. «Eh già, noi, da 'fedeli alla linea', ci eravamo dati un «piano quinquennale» di stampo sovietico…».
È in questo periodo che riscopre la fede cristiana? «Potrei rispondere in mille modi diversi. Tutto è iniziato ritornando a casa, nella casa di mio padre: qui c’è una stalla, un lavoro che organizza le mie giornate, qualcosa di ben diverso da quando facevo il leader dei CCCP, quando vivevo di notte e dormivo di giorno. Non era plausibile vivere in una casa come questa senza un percorso di ritorno alla Casa del Padre di tutti noi. La convinzione che esiste un Dio creatore di tutto c’è sempre stata nella mia vita, sebbene abbia potuto lasciarlo da parte mentre volevo ricostruire il mondo, quando pensavo che la volontà dell’uomo fosse ciò che fa la vita sulla terra. Se io sono nato c’è un altro problema, che ha a che fare con Dio e non con gli uomini. Quando ero nei CCCP, avrei voluto essere ateo per grazia di Dio, come il mio amico Massimo Zamboni. Che esiste Dio io l’ho saputo da sempre. Sono poi stato affascinato dal Sahara, la sabbia è quanto di più lontano da me, che son cresciuto in montagna: là ho trovato un Dio lontano e assoluto, e tutto quello che l’uomo può fare di fronte a questo Dio è vivere nella sottomissione. Ho poi subito molto il fascino di una religione senza Dio, cioè il buddhismo himalayano, dove ho percepito che il monaco buddhista arriva a un eccesso di umano dove il misticismo giunge al suo livello più alto e incontra il vuoto. Certo, io mi trovo da tutt’altra parte rispetto a queste persone, ma la meraviglia della storia è che per grazia Dio è nato ed è vissuto in una tradizione, per cui la storia è data dall’amore di Dio che si è abbassato. Per questo motivo sono solito dire che tra Islam e cattolicesimo c’è alterità totale, possono solo rispettarsi reciprocamente e chiedere a Dio di renderli ciascuno migliori. Sono stato allevato ed educato in questa storia cattolica, ma ho avuto momenti di confusione: ora coltivo un amore smisurato verso il popolo ebraico e la sua storia. Sono un fedele che conosce umili fedeli che potrebbero perdere la fede se frequentassero troppi teologi! Quando alla fine degli anni ’80 decisi di tornare a casa, andai dal parroco di qui, Cerreto Alpi, don Guiscardo. Ero ancora vestito da punk, con i capelli a cresta, e gli dissi che volevo rifrequentare la Chiesa. Lui mi spiegò alcune condizioni e alla fine del colloquio commentò: «Tante cose di quelle che mi hai detto non le capisco, ma se vuoi riallacciare i rapporti con la religione cristiana, non è difficile, inizia a ritornare in chiesa. Comincia a venire a messa, vieni alla processione del Corpus Domini, alla preghiera del mese di maggio. Non conosco modo migliore. Le mie risposte forse non sono letteratura ma ti dico: vieni in chiesa tutte le volte che puoi». Per concludere: insomma, mi verrebbe da dire che non mi sono proprio convertito, tutto è stato come ritornare a casa. È finita la mia guerra personale con Dio».
«Avvenire» del 27 settembre 2009

Dalla Vandea ai gulag: il filo rosso di Solzenicyn

di Aleksandr Solzenicyn
Due terzi di secolo fa, quand’ero bambino, leggevo già con ammirazione nei libri il racconto che rievocava l’insorgenza della Vandea, così coraggiosa e così disperata.
Sono passati venti decenni, decenni diversi a seconda dei diversi Paesi, e non solo in Francia, ma anche altrove, l’insorgenza vandeana e la sua sanguinosa repressione sono state sempre di nuovo illuminate. Infatti gli accadimenti storici non sono mai compresi pienamente nell’incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma a una discreta distanza, quando vengono raffreddate dal tempo. Per molto tempo si è rifiutato di ascoltare e di accettare quanto era stato gridato dalla bocca di coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una terra laboriosa, per i quali sembrava fosse stata fatta la Rivoluzione, ma che la stessa Rivoluzione oppresse e umiliò fino all’estremo limite, ebbene, proprio questi contadini si ribellarono contro di essa! I contemporanei avevano ben colto che ogni rivoluzione scatena fra gli uomini gli istinti della barbarie più elementare, le forze opache dell’invidia, della rapacità e dell’odio. Essi pagarono un tributo decisamente pesante alla psicosi generale, quando il fatto di comportarsi da uomini politicamente moderati, o anche soltanto di sembrarli, veniva già considerato un crimine. Il secolo ventesimo ha notevolmente offuscato agli occhi dell’umanità l’aureola romantica che circondava la rivoluzione nel secolo diciottesimo. Di mezzo secolo in mezzo secolo gli uomini hanno finito per convincersi, partendo dalle loro stesse disgrazie, del fatto che le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; che danneggiano il corso naturale della vita; che annientano i migliori elementi della popolazione dando campo libero ai peggiori; che nessuna rivoluzione può arricchire un Paese, ma solamente quanti si sanno trarre d’impiccio senza scrupoli; che generalmente nel proprio Paese produce innumerevoli morti, un vasto impoverimento, e, nei casi più gravi, un degrado duraturo della popolazione. Il termine stesso 'rivoluzione' – dal latino revolvo – significa 'rotolare indietro', 'ritornare', 'provare di nuovo', 'riaccendere', nel migliore dei casi mettere sossopra, una sequenza di definizioni poco desiderabili. Attualmente, se da parte della gente si attribuisce a qualche rivoluzione la qualifica di 'grande', lo si fa ormai solo con circospezione, e molto spesso con molta amarezza. Ormai capiamo sempre meglio che l’effetto sociale che desideriamo tanto ardentemente può essere ottenuto attraverso uno sviluppo evolutivo normale, con un numero infinitamente minore di perdite, senza comportamenti selvaggi generalizzati. Bisogna saper migliorare con pazienza quanto ogni giorno ci offre. E sarebbe assolutamente vano sperare che la rivoluzione possa rigenerare la natura umana. Ebbene, la Rivoluzione francese, e in modo assolutamente particolare la nostra, la Rivoluzione russa, avevano avuto questa speranza. La Rivoluzione francese si è svolta nel nome di uno slogan intrinsecamente contraddittorio, e irrealizzabile: «Libertà, uguaglianza, fraternità». Ma, nella vita sociale, libertà e uguaglianza tendono a escludersi reciprocamente, sono antagoniste: infatti, la libertà distrugge l’uguaglianza sociale, è proprio questa una della funzioni della libertà, mentre l’uguaglianza limita la libertà, perché diversamente non vi si potrebbe giungere.
Quanto alla fraternità, non è della loro famiglia, è un’aggiunta avventizia allo slogan: la vera fraternità non può essere costruita da disposizioni sociali, è di ordine spirituale. Inoltre, a questo slogan ternario veniva aggiunto con tono minaccioso «o la morte», il che ne distruggeva ogni significato. Mai, a nessun Paese, potrei augurare una 'grande rivoluzione'. Se la Rivoluzione del secolo diciottesimo non ha portato la rovina della Francia è solo perché vi è stato Termidoro. La rivoluzione russa non ha conosciuto un Termidoro che abbia saputo arrestarla, e, senza deviare, ha portato il nostro popolo fino in fondo, fino al gorgo, fino all’abisso della perdizione. L’esperienza della Rivoluzione francese avrebbe dovuto bastare perché i nostri organizzatori razionalisti della 'felicità del popolo' ne traessero lezioni. Ma no! In Russia tutto si è svolto in un modo ancora peggiore, e in una dimensione senza confronti. Numerosi procedimenti crudeli della Rivoluzione francese sono stati docilmente applicati di nuovo sul corpo della Russia dai comunisti leninisti e dagli specialisti internazionalisti, soltanto il loro grado di organizzazione e il loro carattere sistematico hanno ampiamente superato quelli dei giacobini.
Non abbiamo avuto un Termidoro, ma – e ne possiamo esser fieri nella nostra anima e nella nostra coscienza – abbiamo avuto la nostra Vandea, e più d’una. Sono le grandi insorgenze contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche, hanno marciato su Tambov al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciate dalle mitragliatrici. L’insorgenza di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti, per reprimerla, abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici.
Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, di Tersk, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio. Vedo con la mente i monumenti che verranno eretti un giorno, in Russia, testimoni della nostra resistenza russa allo scatenamento delle orde comuniste. Abbiamo attraversato il secolo ventesimo, un secolo di terrore dall’inizio alla fine, terribile coronamento del Progresso tanto sognato nel secolo diciottesimo. Oggi, penso, crescerà sempre più il numero dei francesi che capiscono meglio, che valutano meglio, che conservano con fierezza nella loro memoria la resistenza e il sacrificio della Vandea.
«Avvenire» del 27 settembre 2009

Quel buco nero tra Antichità e Rinascimento

Altro che “secoli bui”: donne a capo di conventi maschili, maggior età a 14 anni, predicatori di crociate che leggono il Corano. Ecco il Medioevo di Régine Pernoud, la storica francese già direttrice degli archivi nazionali di Parigi i cui libri hanno tirature da bestseller.
di Stefano M. Paci
Voleva diventare bibliotecaria e si e iscritta alla scuola di Chartres. Lì, ha alzato gli occhi e ha incontrato il Medioevo. Non è più diventata bibliotecaria ma direttrice del Museo della Storia di Francia. Dirige attualmente il Centro Giovanna d’Arco a Orleans. Quando non ê intenta alla stesura dei suoi volumi con i quali ha dato una nuova fisionomia al Medioevo, tiene conferenze in giro per il mondo. Affollatissime, e non solo da specialisti. I suoi libri hanno tirature da bestsellers. Strano, per una studiosa. Ma lei è Régine Pernoud.
È stata amica di Henry Matisse («Ci incontravamo spesso negli ultimi dieci anni della sua vita. L’ho visto dipingere la cappella di Vence. Era straordinariamente attratto dal sacro»). Lo è del cardinale Lustiger («Un uomo eccezionale. I giovani se ne accorgono. Lo chiamano familiarmente ‘Lu’. Peccato che sia forse troppo solo nella Chiesa di Francia»). Lo è del padre De Lubac («Penso che sarebbero sufficienti la Bibbia e i suoi libri. Ma forse è meglio non scriverlo»).
Nel suo cuore pare trovar eco, con intelligente curiosità, tutto ciò che rispetta l’uomo. Innanzitutto il Medioevo, la grande passione della sua vita.
Quando parla del Medioevo si infervora. «Anch’io da giovane ero convinta fosse un periodo di ignoranza e sottosviluppo. Per forza. I libri di storia lo liquidano in poche pagine. Noi non sopporteremmo una contabilità che trascuri mille pagine dal registro di bilancio, ma non ci stupiamo di presuntuosi bilanci storici che dimenticano un millennio. Anche studiosi cattolici parlano della Chiesa come se iniziasse nel XVI secolo. Jean Delumeau, nel suo Le christianisme il va à mourir, traccia una sintesi storica che tralascia completamente il Medioevo. Curiosamente, il rinnovamento attuate degli studi medievali viene dagli americani: hanno una visione più completa. Gli europei sono più attenti alle questioni che riguardano l’arte che non al dinamismo dimostrato dalla tecnica nell’XI e XII secolo. Ma questi aspetti sono fondamentali per comprendere le dinamica di una società così complessa». Complessa? Quotidianamente ascoltiamo riflessioni come ‘non siamo più nel Medioevo’ o ‘c’è un ritorno al Medioevo’. «Qualcuno si sorprenderà — aggiunge ironicamente — sapendo che per ben due volte in assise internazionali (a Parigi nel 1974 in sede dell’Ocse e a Dakar nel 1980) ci si è rivolti a medievalisti perché studiassero soluzioni tecniche per l’agricoltura del Terzo Mondo.
Un medievalista ha persino intitolato un suo libro La rivoluzione industriale del Medioevo: una rivoluzione operata senza rinchiudere i bambini nelle fabbriche perché lavorassero per un salario di fame».
Purtroppo per molti il Medioevo è materia privilegiata: si può dire tutto ciò che si vuole nella quasi certezza di non essere smentiti. «È vero: mai nessuno parla della libertà e dell’autonomia che allora veniva data ai giovani — la maggior età per i ragazzi era a 14 anni e per le ragazze a 12 —; o della quantità di manoscritti di medicina e di scienze naturali usciti dai monasteri; o dell’ordine di Fontevrault che aveva due monasteri, uno per uomini e uno per donne, e tra i due si ergeva una chiesa, unico luogo di incontro per monache e monaci. E questo doppio monastero fu posto sotto l’autorità non di un abate, ma di una badessa. Quest’ultima, per volontà del fondatore, doveva essere una vedova, cioè una donna che avesse fatto un’esperienza matrimoniale. Tutto ciò senza provocare nessuno scandalo nella Chiesa. Ebbe anzi un grande successo: venti anni dopo la fondazione, quest’ordine era costituito da 5 mila fra monaci e monache. E, per completare il quadro, aggiungiamo che la prima badessa, Petronilla di Chemillé, aveva allora ventidue anni».
Donne a capo di comunità maschili. Eppure, le lotte di un certo femminismo erano per non ricondurre le donne all’epoca medievale in cui erano vessate e trattate come schiave. E la Chiesa poi, così ostile alle donne. Fortuna che il Concilio di Trento ha loro concesso di possedere l’anima.
«Quante sciocchezze. Eppure ho sentito anche una nota scrittrice sostenere che la Chiesa ha dato l’anima alle donne solo nel XV secolo. E così si sarebbero battezzati, confessati, ammessi all’eucarestia degli esseri sprovvisti di anima! In tal caso, perché non degli animali? Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi siano donne e non uomini: Sant’Agnese, Santa Cecilia, Sant’Agata e tanti altri. Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina venisse incoronata come il re, a Reims generalmente (ma a volte anche in altre cattedrali) eppure sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quella del re. Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia hanno dominato il loro tempo, e potevano esercitare un potere incontestato non solo qualora il re fosse deceduto, ma anche nel caso fosse assente o malato. Nel Medioevo, anche donne non provenienti da famiglie nobili hanno goduto nella Chiesa, e attraverso la loro funzione in essa, di un potere straordinario. Alcune badesse agivano come autentici signori feudali e il loro potere era rispettato al pari di quello degli altri signori; alcune donne indossavano la croce come i vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi e parrocchie. Ciò significa che nella stessa vita laica alcune donne, per le loro funzioni religiose, esercitavano un potere che oggi molti uomini potrebbero invidiare».
Sorprende venire a sapere che l’enciclopedia più nota del XII secolo è opera di una religiosa, la badessa Herrada di Landsberg. E che, se Eloisa leggeva in greco e latino, un’altra religiosa, Gertrude di Hefta, era felice nel XIII secolo, di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che dopo aver percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare al ciclo superiore come si faceva all’università. Ma le donne che non erano né alte dame né badesse, né tantomeno monache, bensì contadine, o madri di famiglia, o che esercitavano un mestiere?
«Dai documenti che abbiamo — risponde la studiosa — emerge un quadro sorprendente. Le donne votavano come gli uomini nelle assemblee cittadine e in quelle dei comuni rurali.
«Negli atti notarili, inoltre, è molto frequente trovare donne sposate che agiscono per conto proprio, potendo possedere ed amministrare i loro beni, per esempio avviando un negozio o un commercio. Gli atti delle inchieste amministrative ordinate da San Luigi tra il popolo minuto iniziativa senza precedenti e, del resto, senza seguito, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice…».
Chissà se coloro che in buona fede auspicano che la donna finalmente esca dal Medioevo si accorgono di desiderare che la donna possa ritrovare la dignità che ebbe al tempo della regina Eleonora e della regina Bianca? La Régine del Medioevo non risparmia neanche gli orrori dell’Inquisizione medievale alla sua passionata rivalutazione.
«Ciò che rende diversa – riprende Madame Pernoud – un’epoca dall’altra è la differente scala di valori che ne permea la mentalità. In storia è elementare tenerne conto, ossia rispettarla. Altrimenti lo storico si trasforma in giudice.
Sotto tanti aspetti l’Inquisizione fu la reazione difensiva d’una società per cui, a torto o a ragione, la preservazione della fede appariva non meno importante della preservazione della salute fisica ai nostri giorni.
«Di qui la generale riprovazione che l’eresia a quel tempo suscitava: l’eresia rompeva un accordo profondo cui aderiva l’intera società; e tale rottura appariva estremamente grave. In realtà, per il credente e la maggioranza del Medioevo, la Chiesa è perfettamente nel suo diritto quando esercita un potere di giurisdizione, in quanto depositaria e custode della fede. Ed è generale l’accettazione di sanzioni quali la scomunica, l’interdetto, che era una specie di scomunica generale. In un intero territorio per costringere all’obbedienza chi ne era responsabile, veniva sospesa ogni cerimonia religiosa: le campane cessavano di suonare, i sacramenti non venivano più amministrati e tutto questo rendeva la vita letteralmente intollerabile per le popolazioni. Ma di fronte all’eresia catara, che poggiava su un intollerabile dualismo tra un universo materiale, creato da un dio malvagio, e le anime, create da un dio buono, e che si spinge fino a vedere nel suicidio la perfezione suprema, nel 1231 si ricorse all’Inquisizione. Quando fu decisa pareva accettabile come mezzo di difesa, ma, come tutte le soluzioni facili, non era affatto una soluzione. Qui si coglie un esempio lampante dell’ambiguità della storia, in cui contrariamente alla immagine che se ne dà così sovente, è davvero difficile distinguere buoni e cattivi. L’Inquisizione stessa non era priva di un lato positivo nel concreto della vita pratica. Essa sostituiva la procedura d’inchiesta alla procedura d’accusa. Ma soprattutto in un’epoca in cui il popolino non è affatto disposto a scherzare con l’eretico, introduceva una giustizia regolare. In precedenza, non di rado era stata una giustizia laica, addirittura uno scatenamento di popolo, ad infliggere agli eretici le pene peggiori. Contrariamente a ciò che abitualmente si pensa, la Spagna rifiutò l’Inquisizione. Re Ferdinando III, cugino di San Luigi, re di Francia, nel XIII secolo dichiarò: ‘Nel mio regno non vi sono eretici. Io sono il re di tre religioni: la cristiana, l’ebraica e la musulmana’. Queste parole sono scritte in 4 lingue sulla sua tomba e la Chiesa cattolica lo ha proclamato santo. Con tutto ciò resta il fatto che per noi l’istituzione dell’Inquisizione è l’aspetto più inquietante di tutta la storia del Medioevo. Sono stata motto contenta che il Concilio Vaticano II abbia riconosciuto che l’Inquisizione era un facile ricorso al potere temporale per un fine spirituale e che se nel XIII secolo aveva ancora l’aspetto di vigilanza sui cristiani, è nel XV e XVI secolo che se ne abusa, servendosene a fini politici contro ebrei e mori».
Il Rinascimento è la decadenza: non fu il suo amico Matisse a dirlo?
«Proprio lui — La Chiesa medievale era realmente penetrata dal Vangelo. Non era più così nel XVII secolo. Basti vedere il diverso approccio all’evangelizzazione. La Chiesa del V e VI secolo aveva saputo ‘passare ai barbari’ e, dopo che l’abate di Cluny nel 1141 fece tradurre il Talmud e il Corano, fu fatto obbligo a tutti i predicatori di crociate di leggere il Corano. L’evangelizzazione dell’America del Sud, invece, fu fondata sul principio che i selvaggi dovessero prima diventare uomini e poi cristiani, che fosse necessario prima inculcare loro l’umanesimo, poi il cristianesimo. Ma la sola, vera liberazione è il Vangelo, che poi crea l’umanesimo e le altre forme di civilizzazione. Oggi quel principio pare ridicolo. Ma c’è qualcuno che nuovamente afferma ‘prima di fare dei cristiani, bisogna fare dell’uomo un essere libero’, come se il Vangelo non fosse la fonte della liberazione».
Non saranno costoro un po’ troppo simili a quegli intellettuali che passando davanti a Notre Dame — come racconta Regine Pernoud in un suo libro — si recavano ad un convegno dal titolo: ‘Era il Medioevo civilizzato?’. Sorride. «Si potrebbe creare uno slogan: Medioevo: l’unico periodo di sottosviluppo che ha creato cattedrali. Troppo spesso la storia la fanno intellettuali che tentano di farla entrare nello schema già preparato nel loro piccolo cervello».
Madame Pernoud, fuori i nomi. «Le responsabilità sono varie. Per la Sorbona tra Plotino e Cartesio non c’è nulla. Ma le maggiori vanno imputate agli storici di stampo marxista: essi trattano con disprezzo i dati obiettivi poiché mettono in discussione la loro esistenza di storici. Chi, sulla scia di Marx, contrappone ancora feudalità a borghesia — errore intellettualmente necessario se si vuol mantenere ad ogni costo lo schema signori-borghesi-proletari — usa un metodo storico superato da almeno 50 anni. Il materialismo storico legge la storia in funzione del progresso: o si nega che il Medioevo fosse un’epoca di progresso o si nega il marxismo. L’errore capitale del nostro tempo è credere che la storia si faccia nei nostri cervellini, che la si possa costruire su ordinazione».
Dalla rivista «30Giorni», gennaio 1985, pp. 56-59

24 settembre 2009

Invito alla lettura de "Elogio dell'Inquisizione" di J.-B- Guiraud

L’amore della verità e la pietà, che sempre devono risiedere nel cuore di un giudice, brillino nel suo sguardo, affinché le sue decisioni non possano mai sembrare dettate da cupidigia e crudeltà.
Bernardo Gui
di Vittorio Messori
Jean-Baptiste Guiraud nasce nel 1866 nel dipartimento francese dell’Aude, corrispondente a parte della storica Linguadoca, con capitale a Carcassonne. Tra i molti suoi fratelli, Paul, docente di Storia Greca alla Sorbona, è tuttora ben noto, per i suoi studi, agli specialisti dell’antichità classica. Dopo un buon curriculum di studi a Parigi, alla Ecole Normale Supérieure, Jean-Baptiste fu accolto fra le giovani promesse culturali della nazione alla celebre Ecole Française di Roma. Qui si dedicò, con intelligenza pari alla tenacia, allo studio del papato medioevale, penetrando per primo in archivi sino ad allora inaccessibili e dando alla luce ponderose opere di erudizione. Tornato in patria, dopo aver insegnato nelle scuole superiori, entrò all’Università di Besançon dove, ai primi del Novecento, ottenne la cattedra di Storia Medioevale. A quel punto, osserva un suo profilo biografico, «la carriera dell’ancor giovane docente sembrava già tutta tracciata: l’inevitabile cattedra alla Sorbona, l’elezione all’Institut, la cravate da commendatore della Legion d’Onore, il prestigio sociale, il benessere economico». Le cose invece andarono diversamente. Cattolico prima per tradizione familiare, ma poi per convinzione via via rafforzata anche dai suoi studi e dal soggiorno romano, temperamento ardente, pur sempre sorvegliato dall’esercizio di studi rigorosi, Guiraud intervenne a viso aperto contro la politica di persecuzione dei cattolici portata avanti dalla Terza Repubblica, la quale, dominata da potenti Gran Maestri massonici, espressione politica delle Logge più radicali, nell’anticlericalismo virulento cercava diversivi a scandali come quello di Dreyfus o ai tanti altri, finanziari e politici, che ne rendevano agitata e precaria l’esistenza.
Il già noto e promettente docente di Besançon non esitò a mettersi a capo di combattivi organismi del laicato cattolico, soprattutto per difendere la «scuola libera», quella delle congregazioni religiose, contro il monopolio statale che, manu militari, sopprimeva gli istituti confessionali. Guiraud pose al servizio dell’opposizione cattolica non solo il suo talento di organizzatore, singolare per un intellettuale del suo livello, ma anche la sua preparazione scientifica, coordinando tra l’altro la redazione di manuali per i vari gradi scolastici che. sotto il titolo di Histoire partiale, Histoire vraie, cercavano di ristabilire la verità gravemente travisata, a proposito della storia della Chiesa, nei testi ufficiali imposti a tutti i giovani dal monopolio statale della Repubblica.
Questa sua lotta gli costò la carriera universitaria, già messa in pericolo dal taglio giudicato «intollerabilmente cattolico» delle opere, pur rigorosamente scientifiche, pubblicate nel frattempo sui temi di storia religiosa medioevale di cui era specialista.
Dopo vari ammonimenti e il congelamento sia di avanzamenti che di trasferimenti in sedi più prestigiose, nel 1913 lo stesso ministro dell’Educazione Nazionale gli indirizzava pubblicamente - cosa del tutto inconsueta, sino ad allora, in una Francia che si diceva «maestra di libertà» - una «disapprovazione ufficiale». Come non mancò di notare lo stesso Guiraud, dalla cultura che della «leggenda nera» sull’Inquisizione cattolica aveva fatto un suo cavallo di battaglia, giungeva un provvedimento di censura delle idee e di repressione di atteggiamenti non in linea con i dogmi ufficiali. Poco dopo, si poneva in congedo dall’insegnamento universitario, e più tardi chiedeva (e naturalmente subito otteneva) la pensione anticipata. Un destino dì persecuzione, il suo, che lo accomuna a molti altri, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e il primo Novecento. Si pensi, per fare un esempio italiano, a quel Francesco Faà di Bruno proclamato beato nel 1988 nel centenario della morte, cui l’università di Torino negò sempre una cattedra, malgrado i meriti scientifici riconosciuti anche all’estero e le benemerenze di patriota: sua sola colpa, la fedeltà alla Chiesa.
Costretto a scendere dalla cattedra, Guiraud continuò il suo impegno a servizio di una verità cui aderiva interamente nelle redazioni dei giornali; in effetti divenne redattore capo dell’allora battagliero quotidiano cattolico La Croix. Qui conserverà incarichi direttivi sino all’inizio della seconda guerra mondiale, nell’autunno del 1939. A 73 anni ritornerà completamente, ancora una volta con piglio giovanile, a quei suoi studi storici di livello accademico che peraltro non aveva affatto abbandonato nel periodo giornalistico. Accanto ad altre pubblicazioni, Guiraud aveva portato avanti il lavoro, iniziato sin dalla giovinezza, negli archivi italiani per una monumentale Storia generale dell’Inquisizione nel Medioevo: uno studio a cui lo portava quasi naturalmente, fra l’altro, l’essere nato e vissuto nelle terre che avevano visto quel dramma cataro che è all’origine della reazione inquisitoriale. Erano apparsi due tomi, forse i meno significativi perché di inquadramento generale del problema, quando un bombardamento, nel 1940, distruggeva sia il materiale documentario accumulato sia le stesure già avanzate delle altre parti, quelle decisive, della grande opera. A Guiraud restavano altri tredici anni, ma l’età ormai avanzata, l’occupazione tedesca, il caotico dopoguerra gli impedirono di ricostruire quel lavoro di decenni sepolto sotto le bombe.
Come ha scritto non molto tempo fa un prestigioso specialista, Yves Dossat, «ben pochi storici hanno avuto una così grande capacità di lavoro, ben pochi hanno dato una produzione così importante. Malgrado l’ovvio procedere degli studi, i lavori di Jean-Baptiste Guiraud conservano la loro importanza: è ben difficile studiare numerose questioni di storia religiosa medioevale senza consultare ancor oggi, e attentamente, le sue opere»; concludendo con la constatazione: «Ci ha lasciato un’opera storica di prim’ordine. Ma oltre a questi libri, ci ha lasciato un esempio di coraggio e di amore della verità». Guiraud fu tra l’altro i collaboratori di una delle opere più impegnative del contrastato ma - forse proprio per questo - vivissimo cattolicesimo francese dei primi decenni di questo secolo. Si tratta dei quattro volumi, più uno di indici, editi dal parigino Beauchesne sotto la direzione del grande teologo gesuita Ademaro D’Alès, dei Dictionnaire apologétique de la foi catholique: quasi diécimila pagine che, in formato grande e in corpo piccolo, contengono una massa impressionante di notizie, presentate dai nomi migliori della cultura cattolica. Una miniera che, malgrado il tempo trascorso e il cambiamento di clima nella Chiesa, sembra ben lungi dall’essere esaurita. Lo testimonia tra l’altro il fatto che quei volumi, esauriti da gran tempo, sono attivamente ricercati sul mercato delle opere non più in commercio, e una qualche loro rara apparizione sui cataloghi specializzati si risolve in una sorta di gara fra studiosi privati e direttori di biblioteche per assicurarseli. Con un pizzico dì malizia è stato più volte notato che molto del materiale di questo grande Dictionnaire sta dietro a non poche pubblicazioni cattoliche anche contemporanee, pur se i «saccheggiatori» non osano citare un’opera che il gusto comune oggi vorrebbe squalificare come «apologetica». Quello in effetti - e con onestà dichiarato esplicitamente già dal titolo - fu il taglio propostosi dai curatori, ma senza mai perdere di vista le ragioni della scienza e della verità. Così fece anche - e non poteva essere altrimenti, visto il pedigree di studioso - Jean-Baptiste Guiraud nelle voci da lui firmate, e in particolare in quella dal titolo Inquisition:* tema su cui era già allora tra i massimi studiosi viventi. Da questa voce ricavò - pubblicandolo nel 1929 nella prestigiosa collezione La Vie Chrétienne - un volume dal titolo, ovviamente, L’Inquisition médiévale, che fu tradotta in molte lingue (da noi, nel 1933, dalle Edizioni del Corbaccio) e che ebbe grande impatto soprattutto negli Stati Uniti, nella versione inglese. Si tratta di una sintesi che, assieme alle sue opere più ponderose, esplicitamente scientifiche, è tuttora citata anche nelle bibliografie divulgative e la cui funzione non è ancora esaurita, visto che l’ultima ristampa francese (presso Tallandier) è del 1978.
Non aveva invece mai avuto traduzione da noi la voce - pur famosa e molto usata, anche se talvolta in quel modo un po’ «occulto» che dicevamo - del Dictionnaire apologétique. Ora l’editore ha pensato (e giustamente. a nostro avviso) di mettere a disposizione un testo accessibile soltanto ai frequentatori di biblioteche specializzate, e che è stato invece pensato e scritto per il pubblico più largo, con intenzioni quasi da «pronto soccorso», da materiale di «primo impiego».
In effetti, forse ancor più che nel libro che ne trarrà alcuni anni più tardi, l’intenzione di Guiraud è qui divulgativa, informativa: una ricostruzione dei fatti semplice quanto rigorosa - nel presupposto che per il cattolico non c’è altra «apologetica» possibile che testimoniare per la verità e sottoporre a verifica le idées reçues.
Una chiarificazione, questa, particolarmente importante riguardo al nostro tema, che è tra i principali della «leggenda nera» anticattolica creata prima dalla polemica protestante e poi rilanciata e radicalizzata dall’illuminismo settecentesco, e via via da tutti gli anticlericalismi moderni sino a noi. Non a caso, riassumendo una situazione che perdura ormai da un paio di secoli, refrattaria a ogni tentativo di confutazione (anche se, occorre riconoscere, negli ultimissimi tempi qualcosa sembra cambiare: anche qui un sano e fondato «revisioniamo» conquista soprattutto i giovani studiosi), un libro recente sull’argomento inizia cosi: «Santa Inquisizione ... Quando si pronunciano queste parole, un brivido di orrore corre lungo le schiene dei benpensanti: giudici incappucciati, fanatici e feroci, orride prigioni, atroci torture, roghi da cui s’innalzano le ultime grida disperate di vittime innocenti vengono evocati da questo nome esecrato. Quando lo sentono pronunciare in occasione di qualche discussione, i cattolici arrossiscono e tentano di cambiare discorso».
Ebbene, il proposito di Guiraud era netto e vigoroso: aiutare i cattolici non a «cambiare», ma ad «affrontare» il discorso.
Intendiamoci: c’è una certa, seppure comprensibile, forzatura nella scelta editoriale del titolo. Guiraud è uno storico vero, dunque sa come la vicenda umana quella della Chiesa istituzionale e dei suoi uomini non esclusa - sia sempre, al contempo, in bianco e nero. Dunque, il suo non è tanto un rischioso «elogio dell’Inquisizione», ma un onesto quanto esplicito aiuto alla «comprensione»: un capire «come andò davvero». E spesso non andò affatto come tanti raccontavano ai suoi tempi e raccontano ancora (magari, ed è la sconcertante novità di questo tempo ecclesiale, in qualche ambiente cattolico, e non dei più sprovveduti, afflitto da singolare masochismo che scambia il mitico «dialogo» per l’accettazione acritica di ogni accusa infamante alla Chiesa storica).
Secondo la partizione classica, come si sa, tre furono le Inquisizioni: quella medioevale, dal XII al XVI secolo, presente in tutti i paesi cristiani a eccezione di Inghilterra, Irlanda e Scandinavia; quella spagnola, instaurata nel 1478 su richiesta dei reali Ferdinando e Isabella (e fu la più longeva, essendo stata abolita ufficialmente solo nel 1834); infine quella romana, istituita da Paolo III nel 1452, che, almeno formalmente, funzionò in Italia (eccetto la Sicilia) fino alla metà del Settecento.
In queste pagine Guiraud si occupa soltanto della prima Inquisizione, quella medioevale, che è poi quella che più ha solleticato l’immaginario popolare e la fantasia del romanzo noir (come ha confermato, ancora una volta, il fenomeno editoriale dell’echiano Il nome della rosa, dove un truculento protagonista è quel Bernardo Gui che nelle pagine che qui seguono puntualmente ritroviamo; e con i suoi panni veri, che mal corrispondono alla trasfigurazione letteraria).
Ciò che, soprattutto, importa mettere in chiaro è che, proponendo queste pagine, il curatore non ha voluto praticare una sorta di operazione di «recupero archeologico»; non ha inteso mettere a disposizione un testo che magari fu pregevole ma che è ora ormai inservibile, se non per rari storici dell’apologia cattolica. Naturalmente la ricerca è molto avanzata, ma la massa dei materiali «in più» di cui ora disponiamo, e che non erano accessibili a Guiraud, non sembrano avere tolto validità al suo modo di affrontare l’argomento. Di «dettagli» oggi è possibile aggiungerne a iosa, ma probabilmente non modificano in profondo il taglio dato qui, l’andamento generale, l’architettura di questa decisa quanto pacata replica «cattolica». Che poi cattolica non vuole essere e non è, visto che i fatti messi in fila da queste pagine non hanno parte né colore: sono quelli che risultano dai documenti, hanno un’oggettività inconfutabile anche per gli storici di oggi. I quali, semmai, potrebbero aggiungere molti altri elementi a difesa più che a confutazione di Guiraud. Per scegliere un esempio fra mille, basti ricordare quanto osservava qualche tempo fa il medievista Adriano Prosperi in uno studio dal titolo significativo (L’Inquisizione: verso una nuova immagine?): fino a tempi recenti non sono mancati, cioè, gli studiosi che hanno inteso «la condanna al carcere perpetuo - condanna leggera, perché significava in genere un triennio di prigionia e non di più - come un imprigionamento a vita».
Insomma, chi voglia almeno cominciare a capire «che cosa, e perché, è successo» in quei secoli, troverà qui un punto di partenza che a noi (pur lettori attenti e grati, s’intende, alla bibliografia successiva) non sembra aver perso la sua validità. Un punto di partenza, tra l’altro, in un linguaggio chiaro, vigoroso, divulgativo ma fondato sempre sulla ricerca in biblioteca o in archivio. Un inizio onesto, dunque, e - nei limiti in cui dicevamo - ancora attuale; una salutare provocazione contro i luoghi comuni, per proseguire una ricerca per la quale sarà d’aiuto l’aggiornatissima e abbondante bibliografia data, alla fine del volume, da specialisti contemporanei.
La ricerca personale aggiungerà, ovviamente, molti altri tasselli; ma crediamo che sia possibile farlo - entro l’intelaiatura generale dataci dal «vecchio» Guiraud, cattolico a visiera alzata, che pagò di persona per le sue convinzioni, eppure lontano - da quello storico vero che era - da ogni doppia verità, da ogni forzatura di apologeta fazioso. Un credente autentico ma anche uno studioso rispettato. Dunque, consapevole sempre che, come fu detto da Leone XIII nel 1881, all’apertura dell’Archivio Vaticano (detto «segreto» non tanto perché «inaccessibile» ma perché «privato», sino ad allora a servizio innanzitutto della Santa Sede) ai ricercatori di ogni credo o incredulità: «Né Dio, né la Chiesa, hanno bisogno delle nostre bugie: ciò che occorre non è che la verità, presupposto (parola di Vangelo) di ogni libertà».

* Dictionnaire apologétique de la foi catholique, contenant les preuves de la véríté de la réligion et les réponses aux objections tirées des sciences humaines, diretto da A. D’Alès, ed. Beauchesne, Parigi, 1911-1931, voce Inquisition, t. 11, pp. 823 ss.

L’Inquisizione medievale

Le verità nascoste di un discusso istituto
di Francesco Toscano

A) Significato attuale del termine « Inquisizione »

Nell’immaginario comune il termine Inquisizione (e i suoi derivati) è sinonimo di arbitrarietà e crudeltà:

  • il Devoto - Oli (ed. 2004): « Inchiesta speciale, svolta con una procedura arbitraria o ad ogni modo lesiva dei diritti, della libertà, della dignità dell’individuo », part. « L’organizzazione e la procedura ecclesiastica per la repressione dell’eresia: il tribunale dell’I. »; « anche come simbolo di zelo ipocrita e spietato »; sempre il Devoto-Oli, alla voce « inquisitorio »: « del procedimento penale caratterizzato dalla concentrazione in un’unica persona delle funzioni di accusatore e di giudice, dalla segretezza e dalla scrittura degli atti: processo ispirato a criteri o atteggiamenti di sopraffazione nei rapporti con gli inferiori »;
  • U. Eco scrive nel 1982 Il nome della rosa, da cui viene tratto nel 1986 un famoso film con Sean Connery (diretto da J.-J. Annaud): al centro c’è l’indagine di un inquisitore, Bernardo Gui, che lo porta a scoprire un’intrigata storia ‘poliziesca’ con frati perversi, conventi bui e misteriosi, rivolte popolari, …

B) Terminologia corretta

Il termine deriva dal latino e significa « ricerca », « indagine », « esame », e, più tecnicamente, « inchiesta giudiziaria ». Dobbiamo distinguere tre inquisizioni:

  • i. medievale (1300)
  • i. spagnola (1478 - 1834 )
  • i. romana ( il Sant’Uffizio,1542 - … )
  • i. laiche e protestanti

C) Perché venne istituita

  • quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’impero romano (editto di Teodosio), gli imperatori ritennero loro dovere reprimere l’eresia anche con la morte, giacché nell’eretico ravvisavano non a torto l’eversore dell’ordine costituito. La Chiesa non si oppose alle sanzioni che il potere civile emanava. Tuttavia, attraverso scritti di san Giovanni Crisostomo si dichiarò contraria alla loro messa a morte, perché Dio ne attendeva la sempre possibile conversione;
  • dal VI fino al X secolo gli eretici furono praticamente lasciati in pace in quanto propugnavano deviazioni di contenuto esclusivamente teologico, ma le cose presero altra piega quando insorsero le eresie a carattere popolare, in cui dal dissenso dottrinario si passava alla critica eversiva dell’assetto politico-istituzionale;
  • gli ultimi quattrocento anni del Medioevo, fino all’esplosione della rivoluzione protestante, furono letteralmente costellati di eresie; catari, patarini, leonisti, speronisti, arnaldisti amalriciani, guglielmiti, apostolici, dolciniani (quelli di cui parla il romanzo di Eco), umiliati, passagini e altri ancora. Queste eresie erano veri e propri movimenti anarcoidi contro il potere politico e la società civile. Innanzi alle frequenti esplosioni di fanatismo l’autorità civile interveniva applicando le leggi, che all’epoca prevedevano punizioni quasi esclusivamente corporali (il carcere come pena è stato « inventato » dalla Chiesa; era una sanzione ecclesiastica applicabile solo ai chierici);
  • alcuni problemi: spesso era il popolo a prendere l’iniziativa e impiccava o bruciaba l’eretico; spesso interveniva l’interesse economico del signore feudale che era interessato alla confisca dei beni, piuttosto che alla teologia; per lo stesso motivo frequenti erano le false accuse; altre volte era semplice ignoranza, che non poteva essere rieducata da un tribunale civile;
  • per tutti questi motivi la Chiesa decise di istituire il tribunale dell’Inquisizione. Solo esperti ecclesiastici potevano asserire con certezza chi fosse davvero eretico, garantirgli un giusto e formale processo e persuaderlo, ove possibile, a rientrare nella Chiesa.

D) L’inquisizione medievale

  • nacque per reprimere l’eresia catara, che era di tipo manicheo, incentrata cioè sulla credenza in due divinità: l’una buona, l’altra malvagia. A quest’ultima sarebbe da ascrivere la creazione del mondo; di qui la rigida ascesi per sottrarsi alla tirannia della materia e il divieto assoluto di generare per non perpetuare il peccato originale. Gli adepti ( fra loro si chiamavano « i perfetti » )dovevano rifiutare ogni servizio al mondo, come per esempio obbedire alle autorità, impugnare le armi, prestare giuramento. Negavano. inoltre, la realtà dell’Incarnazione, perché Cristo - a loro avviso - era un angelo e al suo posto sarebbe stato crocifisso un demonio. L’unico sacramento ammesso dai catari era il cosiddetto consolamentum, che poteva essere impartito una sola volta nella vita: chi fosse ricaduto nel peccato dopo averlo ricevuto, non avrebbe avuto più alcuna speranza di salvezza. Per questo motivo chi riceveva il consolamentum spesso si suicidava o veniva ucciso subito dopo, per timore che ricadesse nel peccato (la cosiddetta « endura » ), e a farne le spese erano soprattutto i malati e i bambini. I furti, le rapine e gli omicidi erano permessi e incoraggiati, poiché ogni realtà materiale era partecipe del male. Insomma il catarismo, lungi dall’essere una semplice manifestazione di libertà di pensiero, era la teorizzazione della violenza e dell’anarchia, nonché la condanna senza appello di ogni sforzo teso a migliorare le condizioni materiali di vita;
  • all’inizio contro tale eresia la Chiesa mai assunse posizioni violente (controersie e dispute teologiche, pene spirituali come la scomunica, blande pene temporali); il potere civile, al contrario, si mostrò sempre più severo contro l’eresia. Fu il primo ad accendere i roghi in Francia, in Germania, in Italia, in Fiandra e tali rigori furono approvati dall’opinione pubblica dell’XI e del XII secolo (che spesso accusava di tiepidezza nei confronti degli eretici non solo i vescovi e i chierici, ma perfino gli stessi principi);
  • fu nel 1139 che per la prima volta la Chiesa, non attenendosi più alle sole sanzioni spirituali, ordinò al potere civile di reprimere l’eresia con pene temporali. «Gli eretici che condannano il matrimonio, rigettano i sacramenti del corpo e del.sangue del Signore, il battesimo dei bambini, il sacerdozio e gli altri ordini, siano espulsi dalla Chiesa di Dio come eretici; noi li condanniamo e ordiniamo al potere civile di reprimerli. Includiamo nella stessa sentenza chiunque prenderà le loro difese». Così si esprimeva, nel suo canone 23, il concilio ecumenico Laterano che si tenne nel 1139 sotto la presidenza del papa Innocenzo I;
  • ma le vere e proprie basi dell'Inquisizione medioevale furono gettate durante il Concilio di Tours del 1163, presieduto da Alessandro III. Il tribunale si configurò subito con caratteri di assoluta novità: i vescovi erano incaricati di ricercare gli eretici e convincerli a desistere dall'eresia (la c.d. « inquisizione episcopale »). Ma il successo dell'iniziativa fu scarso, dal momento che i vescovi vivevano in loco e spesso avevano paura essi stessi. Furono allora istituiti i legati pontifici, mandati direttamente dal Papa col potere di deporre gli stessi vescovi ove trovati negligenti nel compiere il loro ufficio ( la c. d. « inquisizione legatizia » ): legati furono per lo più Cistercensi, che giravano per l'Europa predicando e disputando pubblicamente con gli eretici. Fu proprio l'insuccesso di questo ulteriore tentativo a convincere, nel 1206, san Domenico a impegnarsi nella predicazione itinerante, a piedi nudi e vivendo di elemosina. I predicatori domenicani nacquero appunto per contrastare l'eresia catara, opera non esente da pericoli (due anni più tardi gli eretici assassinavano il legato papale Pietro di Castelnau);
  • la data ufficiale di nascita dell'Inquisizione vera e propria è il 1233, anno in cui Papa Gregorio IX ne investì formalmente l'Ordine domenicano. È questa l'Inquisizione detta « monastica », in cui l'inquisitore non era più un semplice predicatore, ma un vero giudice, permanente e stabile. A far decidere il Pontefice fu l'atteggiamento di quello che è passato alla storia come il sovrano "illuminato" per eccellenza, Federico II, cui si deve l'introduzione ufficiale del rogo per gli eretici. Costui, scomunicato più volte, era notoriamente più interessato alla confisca dei beni degli eretici che alla salvezza delle loro anime. Il Papa decretò che il presunto eretico fosse sottratto alla giustizia civile e sottoposto all'Inquisizione, la sola legittimata ad agire in materia di fede;
  • ai Domenicani vennero subito affiancati i Francescani, di recente istituzione. I due Ordini apparivano come mandati dalla Provvidenza al momento opportuno: la profonda preparazione teologica dei membri e la povertà autenticamente vissuta ne garantirono immediatamente l'immensa popolarità. Il frate non era nativo dei luoghi ove peregrinava, né era possibile che fosse attratto dalla cupidigia dei beni da confiscare a cagione del voto di povertà; a piedi nudi, contrapponeva ben altra austerità a quella apparente dei catari, così come il pericolo non lo spaventava affatto. La gente accorreva fiduciosa sotto la protezione dell'Inquisizione monastica, il cui successo fu immediato;
  • per quanto riguarda la presunta crudeltà dei monaci inquisitori, ci limitiamo a citare le direttive che Bernardo Gui impartiva ai suoi subordinati: « In mezzo alle difficoltà e ai contrasti l'inquisitore deve mantenere la calma né mai cedere alla collera o all'indignazione [...]. Non si lasci commuovere dalle preghiere o dall'offerta di favori da parte di quelli che cercano di piegarlo; ma non per questo egli deve essere insensibile sino a rifiutare una dilazione oppure un alleggerimento di pena a seconda delle circostanze e dei luoghi. Nelle questioni dubbie sia circospetto, non creda facilmente a ciò che pare probabile e che spesso non è vero; né sia facile a rigettare l'opinione contraria, perché sovente ciò risultare vero. Egli deve ascoltare, discutere e sottoporre a un diligente esame ogni cosa, al fine di raggiungere la verità. Che l'amore della verità e la pietà, le quali devono sempre albergare nel cuore di un giudice, brillino dinanzi al suo sguardo, sicché le sue decisioni non abbiano giammai ad apparire dettate dalla cupidigia o dalla crudeltà »;
  • con le armi della misericordia, il catarismo andò progressivamente estinguendosi. La predicazione incessante degli Ordini religiosi e la protezione del tribunale dell'Inquisizione liberarono la gente dalla paura e dall'ignoranza, le due principali cause che favorirono la grande espansione dell'eresia.


E) La procedura inquisitoriale

  • l'inquisitore doveva essere esperto di diritto e di teologia, essere di notoria santità di vita e avere più di quarant'anni (importante sottolineare che a quell'epoca si diventava vescovi a età molto inferiore). L'inquisitore rispondeva direttamente soltanto al Papa. Era competente a giudicare i soli battezzati (per cui gli Ebrei e i musulmani erano fuori della sua giurisdizione: un tribunale della fede poteva giudicare solo i fedeli);
  • il giudice era generalmente accompagnato da un confratello, reclutato con gli stessi criteri. Non poteva emanare sentenze senza aver prima ascoltato il vescovo locale e sentito il parere obbligatorio dei boni viri ( una vera e propria giuria, scelta tra esperti di diritto, chierici o laici, in numero variabile, tenuti al segreto; lavoravano a titolo gratuito );
  • altra novità era il notaio, che fungeva da cancelliere e aveva l'obbligo di mettere per iscritto tutte fasi della procedura, le deposizioni e le testimonianze: a garanzia di trasparenza assoluta;
  • l'inquisitore, giunto in un luogo noto per essere infestato di eretici, si presentava subito al vescovo. Poi riuniva il popolo e teneva una predica sulla fede, scongiurando gli eretici di presentarsi spontaneamente. A tal fine veniva loro concesso il tempus gratiae, da quindici giorni a due mesi. Chi si fosse confessato era senz'altro assolto;
  • in pari tempo, gli eretici professi venivano invitati a presentarsi sulla parola. Gli imputati potevano ricusare i testimoni se dimostravano che questi avevano motivo di essere malevoli nei loro confronti. L'inquisitore non poteva giudicare un imputato, ove costui in passato gli avesse nociuto;
  • la tortura: pratica diffusissima nei tribunali secolari durante gli ultimi secoli del Medioevo, in concomitanza col rifiorire degli studi di diritto romano (che ne faceva largo uso, specialmente nei confronti degli schiavi e per delitti particolarmente efferati), la tortura non fu, contrariamente a quel che si ritiene, quasi mai adoperata dall'Inquisizione ( « Ecclesia abhorret a sanguine » ); era sempre presente il rischio per l'inquisitore di incorrere in gravissime responsabilità, poiché l'imputato poteva sempre appellarsi al Papa ( diversi inquisitori finirono i loro giorni in carcere a causa della loro eccessiva severità, come ad es. Roberto il Bulgaro, Inquisitore Generale, rimosso dall'incarico e severamente punito, perché lui, cataro convertito, si era dedicato al suo ufficio con una durezza giudicata eccessiva dllo stesso Papa); l'imputato aveva diritto a un avvocato e i testimoni dovevano essere almeno tre ( la testimonianza resa da gente notoriamente malfamata era considerata nulla );
  • le pene inflitte erano esclusivamente spirituali: pellegrinaggi, penitenze, preghiere; i più facoltosi potevano essere condannati a elargire somme di denaro a enti di beneficenza;
  • se all'eresia era connesso qualche reato, interveniva il braccio secolare, ma l'inquisitore aveva facoltà di mitigare, commutare e anche condonare le pene (fu l'Inquisizione a introdurre la « licenza » a favore dei carcerati, per malattia loro o dei congiunti, per attendere al lavoro dei campi, per buona condotta, …);
  • le espressioni latine che si rinvengono nei documenti - « carcer perpetuum irremissibile » - stanno a significare in realtà un periodo di detenzione dai cinque agli otto anni, da scontarsi spesso in convento o addirittura a casa propria. L'istituzione dell'ergastolo verrà infatti introdotto nelle legislazioni europee solo dopo la Rivoluzione francese;
  • la decisione degli eretici di dar vita a una Chiesa scismatica fu equiparata al crimen lesae maiestatis del diritto romano, un reato che prevedeva la pena di morte col rogo;gli storici fissano le condanne a morte emanate dall’Inquisizione medievale intorno al 5 per cento dei processi portati a termine; 9 denunce su 10 non davano luogo a procedere.

Ricerca e sintesi elaborata nel mese di giugno 2008

La cattiva maestra

La televisione è una scuola così pervasiva da essere frequentata senza che nessuno ce lo ordini. E la sua capacità educativa non solo è nulla, ma è negativa
di Giorgio Bocca
Ogni giorno i cittadini dei paesi moderni, cioè di quelli che hanno accesso agli ultimi ritrovati della tecnica, frequentano una gigantesca scuola dell'obbligo, nel senso che è quasi impossibile rifiutarsi di frequentarla: la televisione. Una scuola senza aule e bidelli, casalinga, da seguire stando comodamente in poltrona con una birretta fresca a portata di mano. Senza orari obbligatori, ma di fatto frequentata da interi popoli per due o più ore al giorno. Decisiva per la cultura di un popolo perché insegna perentoriamente a tutti come parlare, come comportarsi, come gestire.
Che effetti ha avuto sul genere umano una scuola così pervasiva da essere universalmente frequentata senza che nessuno ce lo ordini? La prima constatazione è che la sua capacità educativa, la sua facoltà di correggere i difetti umani e di rafforzare le virtù non solo è nulla, ma negativa. Certamente non ha indotto i suoi frequentatori a non nominare il nome di Dio invano, a non desiderare la donna d'altri, a non uccidere, non rubare, non dare falsa testimonianza e a non cedere ai peccati della gola, della superbia e della vanità. Nel migliore dei casi i suoi interessati sostenitori, come il capo del governo italiano, la elogiano senza riserve per aver aperto al libero mercato e alle loro aziende gli sterminati pascoli della pubblicità, quanto a dire la prevalenza dell'imbonimento sulla corretta informazione.
Pur essendo difficile e forse impossibile dare voti a quell'enorme ammasso che è la cultura televisiva, possiamo dire che essa risulta pessima nel campo del linguaggio, dove il parlar curiale, colto, raffinato, elegante, è stato sostituito da una congerie volgare, idiomatica, dialettale, plebea, straniera, dal gigantesco swahili in cui s'intendono gli uomini che non sanno più parlare in una lingua nobile.
La scuola obbligatoria della televisione ha in comune con la modernità, con il progresso scientifico, di essere un processo variamente giudicabile, ma senza possibilità di pentimento, di correzione. Una volta scoperto e utilizzato il nuovo resta, nel bene come nel male, come ben sanno i contemporanei in perenne, angosciosa attesa che qualche pazzo faccia uso di quella scoperta demoniaca che è la bomba nucleare. Ma a parte la tragedia delle tragedie, l'apocalisse atomica, ci sono centinaia di innovazioni moderne che hanno cambiato la nostra vita in peggio. Non è forse evidente che la scrittura a mano, libera da ogni automatismo meccanico, da ogni memoria automatica era la migliore per la buona letteratura, che oggi un libro scritto con il computer ha un po' odor di computer? Che le scoperte conservative, imitative, ripetitive, fotografiche abbiano cambiato spesso in peggio le umane arti è evidente. E, per restare nel concreto, la distruzione del paesaggio voluto e imposto dalla modernità non è una condanna inevitabile del genere umano?
La grande scuola moderna della televisione, obbligatoria per milioni di uomini senza ordini superiori, è cosa buona o cattiva? Il fatto è che in pratica nessuno se lo chiede più, e che gli Stati nemici della televisione come lo fu il primo Israele si sono arresi.
La cosa più drammatica di questo tempo è la resa umana al cosiddetto progresso. Buono o cattivo lo accettiamo a scatola chiusa, la sua inarrestabilità produce orrore, ma anche rassegnazione. Ho visto questa estate due vallate alpine, la val Ferret e la val Veny, due stupende valli del Bianco sepolte sotto una lastra metallica di auto. Distrutte, violentate da masse umane felici dello scempio.
«L'Espresso» del 18 settembre 2009

Salviamo l’arte dalla rivoluzione modernista

Il filosofo inglese Roger Scruton: la ricerca dell’innovazione porta al culto del nichilismo
di Marco Respinti
I gusti non si discutono, ma peggior frescaccia di questa non fu mai scritta. Ne è graniticamente convinto, e lo dice, e lo illustra, il filosofo conservatore inglese Roger Scruton, uno dei massimi pensatori contemporanei, nel suo Beauty (Oxford University Press, pagg. 220, sterline 10,99). Titolo asciutto, volutamente minimalista, intenzionalmente laconico perché è inutile fare giri di parole ridondanti quando - come diceva l’esploratrice e scrittrice britannica Freya Stark (1893-1993) -, l’unica cosa da fare in questa vita è chiamare le cose con il loro nome.
«Il degrado dell’arte non è mai stato più evidente» che oggi, scrive Scruton. Ma «la bellezza è un valore reale e universale, radicato nella nostra natura umana». Insomma attingibile, conoscibile e quindi comunicabile, insegnabile, persino plasmabile. Il filosofo inglese lo scrive all’inizio del suo libro e lo ripete fino alla fine. Cita persino l’idea del pulchrum oggettivo, antica quanto Platone e le Enneadi di Plotino, ne espone la «versione cristiana» elaborata da san Tommaso d’Aquino, che della bellezza fa un concetto trascendentale, tutt’uno, e «convertibile», con la giustizia, la bontà, la verità della perfezione dell’essere divino. Per forza Scruton ha spaccato, ancora una volta, la bolgia dei commentatori, degli opinionisti e dei critici in due metà contrapposte, chi volentieri lo lapiderebbe sulla pubblica piazza e chi invece lo osanna per il suo ritorno a concetti chiari e distinti ancorché démodé. Un vero reazionario, insomma, ma Scruton non se ne vergogna affatto. Anzi. Sono anni che attacca frontalmente il culto del brutto tipico di chi progetta le città in cui siamo per forza di cose costretti tutti a vivere, il cupio dissolvi palpabile nella stragrande maggioranza degli «artisti» contemporanei, la vanagloria nichilista delle cosiddette «archistar».
Il bello (appunto) è però che Scruton lo fa con il candore della colomba, oltre che con l’astuzia del serpente a cui lo hanno temprato decenni di protagonismo sul proscenio della vita culturale, accademica e anche politica.
Il suo Beauty è un piccolo capolavoro. È un libro di filosofia scritto da un filosofo professionista, anzi vero, ma si lascia leggere da tutti, pure da chi di filosofia quotidianamente ne mastica poca. È un libro assertivo e al contempo dolce. Non si vergogna delle proprie convinzioni, e questo soprattutto perché le spiega, le argomenta, le giustifica. Spavaldo lo è per certo, e in questo Scruton potrebbe ricordare l’affascinante altezzosità di un Evelyn Waugh, ma è pure gentile, non lontano da un Alfred Lord Tennyson. La sua è la virtù dei forti, la calma. Ci vuole ben poco, scrive infatti il filosofo inglese, per riconoscere quanto orrende siano le produzioni «artistiche» che ci circondano, le costruzioni che sul capo c’incombono, le composizioni musicali che ci aggrediscono.
Però Beauty, per tranchant che sia, resta un libro di ricerca, come (da anni) in costante sviluppo è l’intero pensiero scrutoniano. Il libro pone soprattutto, e bene, delle domande, abbozzando più che altro impostazioni critiche, non perfette risposte conclusive. Intriso di riferimenti e di ripensamenti sulle teorie estetiche elaborate da Edmund Burke, Immanuel Kant e Thomas Stearns Eliot, Beauty è scritto e illustrato con linguaggio che non è troppo definire religioso, persino liturgico (né poteva essere altrimenti in un libro sulla bellezza): quel pervadente senso del sacro che è non confessionale giacché preconfessionale, che è autenticamente laico - un Matthew Arnold lo sottoscriverebbe - e che sarebbe il tessuto proprio di ogni filosofia rispettabile, se il pensiero occidentale non avesse da tempo smarrito il nord. Una filosofia naturalis, si aggettivava un tempo, ma anche questo ora sa di reazionario.
Quella che ci circonda Scruton la chiama «rivoluzione modernista», e cordialmente la detesta. Fu annunciata da una involuzione premodernista dell’arte che ha mutato l’estetica in estetismo e reso effimera la percezione umana del bello. Il risultato è devastante: «L’arte si ribella alle antiche convenzioni, giusto in tempo per essere colonizzata dal kitsch». Nasce tutto da un vizio mentale e culturale, «l’incessante ricerca dell’innovazione artistica» che «porta al culto del nichilismo». Così, «il tentativo di difendere la bellezza dal kitsch premodernistico, l’ha esposta alla dissacrazione postmoderna», imponendo al mondo «due forme di sacrilegio» contrapposte ma in realtà solidali, «sogni zuccherosi» da un lato e «fantasie selvagge» dall’altro. Ma «sono entrambe forme di falsità, modi per ridurre e rattrappire la nostra umanità», dal momento che «implicano il rifiuto delle forme più elevate di vita», il cui segno principale è appunto, da sempre, proprio la bellezza.
Al contrario, scrive Scruton, «la vera arte invoca la nostra natura più nobile», è il «tentativo di affermare l’esistenza di quell’altro regno in cui a prevalere sono l’ordine morale e l’ordine spirituale». Infatti, «l’arte, così come noi la conosciamo, sta sulla soglia del trascendente». Nessun uomo che abbia un’idea di bellezza, scrive il filosofo, «è privo di un concetto di redenzione, ovvero di un trascendere ultimo del disordine del mondo mortale in un “regno dei fini”».
Alla gogna il «mi piace» e il «secondo me», dunque. L’idea forte, fortissima è qui quella del fondamento razionale del giudizio estetico, ineliminabile dalla natura umana. Scruton taglia trasversalmente l’annosa questione delle qualità delle cose, la dicotomia centrale alla riflessione estetica moderna che divide i filosofi tra quanti affermano che le qualità risiedono nell’oggetto e quanti le considerano solo percezioni del soggetto. Per il filosofo inglese, invece, la bellezza (della natura, dell’opera d’arte, del corpo umano, persino della sua intima struttura cellulare) è l’occasione, il segno e il momento dell’incontro tra un soggetto e un oggetto. Un fatto impattante, traumatico che però la ragione umana è in grado di sopportare benissimo. Anzi, la ragione è fatta proprio per coglierla, la bellezza, così come il bello è fatto per essere scoperto, ammirato. La ragione è insomma perfettamente adeguata alla bellezza data, che è data apposta alla ragione umana. Corrispondenza amorevole di sensi.
Sul punto Scruton non ha ancora finito di meditare. Ora che però ha circoscritto il campo, continuerà, alla fine di Beauty quasi lo promette. Ma il più è davvero fatto.
«Il Giornale» del 23 settembre 2009