23 maggio 2009

Incontriamo davvero gli «altri» anche per le vie di internet

Giornata delle comunicazioni sociali
di Umberto Folena
Dove sono gli altri? Gli altri, i vicini, i più vicini: il prossimo. Coloro per i quali il nostro cuore palpita, per amore o (è brutto, ma accade) per odio, gli altri da aiutare, gli altri che ci aiutano. Gli altri con il loro universo da scoprire, dolori e sogni, delusioni e speranze. Gli altri che hanno visto cose che noi mai abbiamo visto e ce le raccontano facendocele vedere e sentire e toccare e annusare. Gli altri di cui ci innamoriamo e (è brutto, ma accade pure questo) disamoriamo.
Dove sono gli altri, con cui giocare all’ineffabile gioco della relazione? Grazie alle nuove tecnologie, grazie soprattutto al web, gli altri sono vicinissimi, mai così a portata di mano. Non caso Benedetto XVI, per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali di domani, ha scelto il tema «Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia ». Un’opportunità per tutti coloro che hanno a cuore gli altri, le relazioni, il vivere civile, la felicità. Guai se la Giornata scivolasse nel tunnel che a volte inghiotte altre Giornate, che nessuna traccia sembrano lasciare nelle comunità cristiane, nelle nostre parrocchie.
La posta in gioco è troppo alta. La posta in gioco sono gli altri. La posta in gioco è il ristabilimento delle giuste gerarchie. Lo psicanalista Luigi Zaja, nel suo ultimo libro La morte del prossimo, osserva come nel corso del Novecento gli altri, a poco a poco, si siano trasformati da ' sentimento' in notizie; e infine, aggiungiamo noi, in merce. Nella profezia compiuta del villaggio globale, resa possibile dalla tecnologia, gli altri ci sembra siano più prossimi che mai. Li vediamo nei video, gli altri. Li sentiamo, ci parliamo, stringiamo 'amicizia', e su Facebook sbocciano i collezionisti di amici, politici, artisti e semplici mortali: mille, duemila, diecimila... amici? No, collegamenti.
Tutti stretti gli uni agli altri, sommersi di informazioni sugli altri; eppure il nostro cuore è sempre meno sensibile e meno capace di patire e gioire accanto agli altri. Sembra che si stia materializzando, ma alla rovescia, l’auspicio delle prime righe della Gaudium et spes: oggi come mai siamo in grado di conoscere gioie e speranze e dolori e sogni degli altri, ma mai come oggi ci lasciano indifferenti. Notizie, merci. Ristabilire le gerarchie: la tecnologia, se idolatrata, tende a servirsi delle persone, non a mettersi al loro servizio. Siamo noi a seguire docili e anestetizzati i grandi riti collettivi proposti (imposti?) dalle tecnologie della comunicazione. Il Papa ribalta invece la prospettiva: le tecnologie sono mezzi e le persone fini, non viceversa.
Le nuove tecnologie sono a servizio di relazioni più ricche e profonde, del dialogo e dell’amicizia. Della comunità. Le nuove tecnologie devono far fronte all’individualismo arrembante, non stendergli il tappeto rosso. Eppure, la sensazione è che gli stessi social network, per alcuni 'amici', siano non un luogo di confronto e di dialogo, ma un palcoscenico dove esibirsi, un irresistibile richiamo per i nostri ego ipertrofici: gli altri come spettatori, gli altri come merce a nostra disposizione. Se crediamo di aver soprattutto bisogno di sempre nuove tecnologie capaci di violare lo spazio-tempo accorciando le distanze fino a ridurle a zero, ci sbagliamo.
Ciò di cui la nostra anima e il nostro corpo e la nostra vita hanno bisogno sono le relazioni. Sono gli altri in carne e ossa, pensieri e sentimenti, palpiti e tremori. Gli altri vivi, non certi loro simulacri che si moltiplicano sul web, illudendoci di appartenere a una community globale. Gli altri, dove sono gli altri?
«Avvenire» del 23 maggio 2009

22 maggio 2009

Pirandello / Truman show

- La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette! - venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. - Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis. - La tragedia d'Oreste? - Già! D'après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l'Elettra. Ora senta un po', che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei. - Non saprei, - risposi, stringendomi ne le spalle. - Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. - E perché? - Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta. E se ne andò, ciabattando. Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l'opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa. L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: " Beate le marionette, " sospirai, " su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.


(tratto dal capitolo "L'occhio e Papiano" del Fu Mattia Pascal, 1904)


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Spezzone finale del film The Truman show, film del 1998, diretto da Peter Weir e interpretato da un eccellente Jim Carrey (premiato con il Golden Globe) che narra una storia in cui il concetto di reality show è portato agli estremi.


Non noti delle analogie molto chiare?


Max Weber addio: l’America si scopre orfana

Saltato il modello, deve darsi nuove regole
Di Giorgio Ferrari
Una banca d’affari le cui azioni fino a un anno fa valevano 170 dollari collassa e si avvia al fallimento a causa degli sconsiderati investimenti finanziari. La rileva una consorella, a soli 2 dollari ad azione. È il capitalismo, bellezza, e tu non puoi farci niente, si potrebbe dire parafrasando la celebre frase di Humphrey Bogart. Peccato che le cose non stiano così: a salvare la Bear Stearns ci si è messa anche la Federal Reserve.
Aiuti di Stato belli e buoni, un soccorso clamoroso che ribalta alla radice il precetto di Max Weber e il suo famigerato L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, su cui l’America e intere generazioni di economisti, amministratori e uomini politici hanno costruito le proprie convinzioni e la propria orgogliosa diversità. Già perché questi affannosi interventi al capezzale delle banche che boccheggiano - interventi, è ovvio, tutti a spese del contribuente, mai a carico dei responsabili - ci trascinano fatalmente in un teatro che conosciamo molto bene: quello dell’economia allegra e irresponsabile di cui il nostro Paese (ma la Francia ci tallona da vicino e in Germania si scoprono bubboni di imbarazzante consistenza) è stato per anni un campione ineguagliato. Seppellito Weber, l’America si scopre orfana del proprio modello economico liberale e viceversa soggiogata da un’assenza di regole che è la causa primaria delle ondate di scandali e di fallimenti che si vanno accumulando da un anno a questa parte, quando la crisi dei mutui subprime (elargiti in totale inosservanza del buon senso e soprattutto mentre le authorities che avrebbero dovuto vigilare guardavano farisaicamente dall’altra parte) ha fatto scoppiare la prima bolla finanziaria. La prima, perché ora ne arrivano altre, a catena, nelle banche, nelle società finanziarie, in tutto quell’ingestibile universo di carta che ora trema nelle sue fragili fondamenta. E diciamo 'di carta' per alludere simbolicamente a quel mare di ricchezza che si muove da uno schermo di un computer all’altro, da un capo del mondo all’altro, senza che nulla di concreto e di reale si possa toccare con mano fino al momento in cui questo forziere virtuale esplode: allora, e solo in quel momento, i debiti diventano reali, le perdite prendono valore e consistenza. Di questo capitalismo pasticcione l’America, che è e rimane un Paese-guida nell’economia mondiale, dovrà forzatamente darsi ragione e trovare un rimedio. Forse accentuando la presenza dirigista dello Stato, forse ripristinando forme accettabili di protezionismo, forse ripensando al ruolo che la finanza ha assunto nel mondo globalizzato. Quanto a noi europei, finora protetti dallo scudo dell’euro senza il quale valute fragili come la lira avrebbero già collassato e svalutato da tempo, la lezione americana dovrebbe indurci a riflessioni ancor più profonde.
Sulla follia di un mercato che traffica in prodotti indecifrabili e incomprensibili per il consumatore medio, al quale tuttavia accolla regolarmente i propri fallimenti. Il risultato è una crisi globale di fiducia, che si innesta a sua volta sulla danza vertiginosa dei prezzi delle materie prime. Se questa è la mano invisibile del mercato di Adam Smith, essa è stata assai pesante.
«Avvenire» del 19 marzo 2008

20 maggio 2009

Nella fabbrica dell’immortalità

È la nuova frontiera della medicina e delle superscienze: la vita eterna. Genetica, nanotecnologie e robotica hanno sottoscritto un patto per creare l’uomo perfetto. Parla lo studioso Andrea Vaccaro
di Roberto Righetto
In un famoso racconto di Arthur Clarke, I nove miliardi di nomi di Dio, due tecnici dell’Ibm sono chiamati in Tibet per compiere per conto dei monaci buddhisti l’impresa di combinare le lettere dell’alfabeto per invocare Dio con tutti i suoi nomi. Impresa che se realizzata avrebbe innescato la fine del mondo. I due esperti di computer svolgono il loro compito svogliatamente ma, proprio mentre se ne vanno, l’universo perde a poco a poco la sua vita... L’intreccio possibile fra spiritualità e tecnologia, da Teilhard de Chardin a Philip Dick, ha affascinato teologi e scrittori e in tempi recenti anche gli scienziati. Fra cui i cosiddetti teorici delle «filosofie dell’immortalità», una corrente di pensiero incentrata sulle grandi scoperte della GNR Revolution, la combinazione di Genetica, Nanotecnologia e Robotica che promette risultati fino a pochi anni fa impensabili, ma che rischia di invadere la sfera fisica e spirituale dell’uomo. Andrea Vaccaro, giovane studioso che qualche anno fa fece discutere per aver scritto il pamphlet Perché rinunziare all’anima?, con chiaro riferimento alle neuroscienze, ora fa un passo avanti nella sua ricerca e manda in libreria sempre per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna il volume L’ultimo esorcismo. Filosofie dell’immortalità terrena (pagine 158, euro 14,60), in cui disegna un futuro un po’ inquietante ma su cui cerca di compiere un’analisi serena e non demonizzante. Una vera sfida per la teologia di oggi dinanzi a una possibilità di cui viene addirittura fissata una data, il 2029.
Che cosa si intende per filosofie dell’immortalità terrena?
«È inutile tergiversare: la filosofia dell’immortalità terrena è lo stile di pensiero e di vita di coloro che credono che, nell’arco di venti anni, il progresso scientifico e tecnologico condurrà a vincere le cause di ogni malattia e dell’invecchiamento, in modo tale da permettere all’uomo di restare in vita a oltranza, peraltro in uno stato di salute e giovinezza. Ho sperimentato, per primo su me stesso, che in prima audizione un tale messaggio è quasi repellente e il mittente è liquidato come uno squilibrato o uno a cui piace scherzare. A guardare, però, le menti eccellenti che ci sono dietro, il movimento mondiale di ricerca, il tasso quotidiano delle scoperte rilevanti, la prospettiva comincia lievemente a mutare. Senza considerare gli enormi finanziamenti che vi sono convogliati, perché la vita, oltre a essere un valore sacro, è anche un 'prodotto' che si vende bene. Su queste basi, i filosofi dell’immortalità terrena credono che saremo noi la prossima generazione. Che questo diventi davvero realtà, poi, paradossalmente è irrilevante dal punto di vista filosofico, perché ciò che conta è che l’idea sia già qui tra noi. Dio non era morto realmente quando lo Zarathustra di Nietzsche ne proclamava l’epitaffio, eppure il nichilismo ha permeato di sé un intero secolo».
Quali sono i principali esponenti di questa corrente di idee?
«Negli anni Novanta, John Brockham introduceva la categoria di 'terza cultura', riferendosi a quegli uomini di scienza che uscivano dal loro specifico settore e offrivano al grande pubblico, in modo comprensibile, sia le più recenti acquisizioni del sapere, sia le loro sintesi culturali. Figure a metà tra scienza e filosofia. I maggiori esponenti della filosofia dell’immortalità terrena appartengono a tale categoria. L’autore principale è senza dubbio Ray Kurzweil con il suo illimitato tecno-ottimismo e con il suo libro Fantastic Voyage: Living long enough to live forever ( Viaggio fantastico: vivere abbastanza a lungo per vivere per sempre, ndr). Con i suoi ripetuti titoli di inventore dell’anno, le onorificenze conferitegli dagli ultimi presidenti Usa, primati tecnologici a ripetizione, Kurzweil è un po’ un Leonardo da Vinci tra i computer. La sua rete è anche un terminale di tutte le scoperte che provengono dai laboratori di massimo livello ed è proprio da questa pioggia di progressi quotidiani che deriva, molto probabilmente, la sua previsione estrema. Quella che ripete in più occasioni: 'Io non credo che morirò'».
Kurzweil sembra essere il capofila di questa linea di pensiero: quali sono gli altri protagonisti?
«Penso a Eric Drexler, l’uomo-simbolo della nanotecnologia, che ci solletica con il parallelismo tra lo spazio e il tempo, osservando che abbattere le barriere del tempo oggi appare impossibile come appariva impossibile, negli anni Trenta, che l’uomo potesse andare sulla Luna. Dal versante della robotica, invece, fa sentire la sua voce lo storico co-fondatore del Mit Marvin Minsky, che insegna come sia ormai giunto il tempo che l’umanità si stacchi dalla mano di Madre Natura e prenda, con coraggio e responsabilità, a dirigere il corso degli eventi, tramite il passaggio da un’evoluzione darwinianamente casuale ad una 'selezione innaturale' determinata dalla volontà dell’uomo. Impossibile poi non citare il biogerontologo Aubrey de Grey con la sua fondazione intitolata bizzarramente Methuselah Foundation, che ha sfidato e sconfitto pubblicamente l’intero mondo accademico nel 2005 con la SENS Challenge su Technology Review, ponendo inutilmente sul piatto diecimila dollari a chi avesse dimostrato erronea o infondata, in termini ingegneristici, il suo programma di War on aging, con le strategie per eliminare l’invecchiamento. Dà per scontata l’idea anche Jaron Lanier, il precursore della 'realtà virtuale'. Personalità variegate, dunque, nel cui curriculum, però, brilla una caratteristica comune: quella di aver previsto, ciascuno nel suo rispettivo campo di competenza, il futuro prima degli altri».
E in Italia, quali sono gli epigoni di quello che pare essere un vero incubo, più che una possibilità?
«In Italia l’argomento non è ancora molto pervenuto. Del 2005 è il testo di Boncinelli e Sciarretta Verso l’immortalità? e, più recentemente, Aldo Schiavone lo ha profilato nel suo Storia e destino. Abbiamo poi alcuni siti ben sviluppati, quali Estropico e Beyond human, che offrono generosamente materiali di tale letteratura tradotti in italiano. Ancora, ci sono le reti nazionali associate ad organizzazioni come l’Immortality Institute Humanity Plus, con profilo però più socio-politico che filosofico. Niente di più organico, tuttavia».
Quale intreccio con quello che lei definisce la «GNR»?
«La sigla GNR indica il sodalizio che è venuto a formarsi, nell’ultimo decennio, tra le discipline della Genetica, della Nanotecnologia e della Robotica o Intelligenza artificiale forte. Il motore della GNR revolution è l’applicazione della cosiddetta Legge di Moore all’intero mondo della tecnologia. È come se il tempo accelerasse esponenzialmente. Il Progetto Genoma impiegò tredici anni a sequenziare un intero Dna e fu considerato, appropriatamente, un’impresa enorme, non solo per i quasi cinquecento milioni di dollari profusi; l’anno scorso, la stessa operazione sul genoma di James Watson, il Nobel della doppia elica, ha richiesto solo quattro mesi e circa un milione di dollari. Il Personal Genome Project prevede che, nel 2012, ogni nascituro, nella culla, avrà, accanto al braccialetto con il nome, anche il suo codice genetico, per una spesa modica. A fine 2008, l’Ibm e la National Nuclear Security americana hanno presentato il supercomputer Roadrunner, capace di un milione di miliardi di operazioni al secondo: un numero che la mente umana non può nemmeno raffigurare. Con i microscopi e le apparecchiature varie della nanotecnologia si è ormai capaci di muovere un atomo alla volta e la nanomedicina sperimenta dispositivi che navigano nella circolazione sanguigna con funzione di monitoraggio e rilascio farmaci. Tutto questo legittima la convinzione in forma di slogan secondo cui, in virtù della GNR, 'il futuro non è più quello di una volta'».
Lei accenna a un saccheggio più o meno evidente della visione cristiana del paradiso o comunque delle metafore religiose: in che senso?
«Quello che promettono i filosofi dell’immortalità terrena ricalca in maniera sorprendente ciò che i Padri della Chiesa descrivevano come lo stato dei beati in paradiso: bellezza senza difetto, forza senza infermità, salute senza malattia, giovinezza senza vecchiaia e, soprattutto, vita senza morte. Quello che rende interessante e distingue questa filosofia rispetto agli approcci illuministi e positivisti è però, nella maggioranza dei casi, un atteggiamento di non contrapposizione verso la religione. Essi usano spessissimo i termini 'trascendenza' e 'spiritualità' e, i più accorti, leggono questo percorso dell’umanità verso l’infinito come un processo di conoscenza e trasformazione in cui sono immersi, piuttosto che come un’autonoma e presuntuosa deliberazione dell’essere umano».
Tecnognosi e tecnopaganesimo, tendenze cui lei accenna, possono essere considerati alternativi a una concezione cristiana dell’esistemza?
«Ecco, credo che sia centrale per il nostro discorso il ruolo della spiritualità in questa filosofia. Come detto, i filosofi dell’immortalità terrena affrontano ripetutamente la questione della spiritualità, e non potrebbe essere altrimenti dato che essi vedono bit o pattern informazionali laddove i materialisti vedevano solo atomi. Certo, le diverse correnti danno alla spiritualità peso e significati differenti. I più invasati patiti di cyber-cultura parlano di una sostituzione della religione con una fede nella tecnologia, ma vanno poco oltre l’aggiungere il suffisso 'tecno-' a espressioni di vago sapore spiritualista. I loro argomenti sono piuttosto effimeri. Altri, invece, ritengono che lo sviluppo tecnologico potrà ottenere riflessi positivi anche sulla religione, assicurando di poter diffondere, con adeguate sollecitazioni cerebrali ('neuroteologiche'), esperienze di misticismo che, seppur etero- prodotte, faranno provare al soggetto percorsi estatici che non lo potranno lasciare indifferente. Ci sono molte altre posizioni, da quella che è detta 'spiritualità impoverita' alla 'spiritualità desacralizzata' alla 'spiritualità ingegnerizzata'. I più ragionevoli, infine, mi sembrano quelli che avanzano con lo slogan 'Dio non ha un sito web' ed ammettono che - a fronte di tutte le fantasmagorie che inventeranno - per esperienze di vera spiritualità occorrerà sempre rivolgersi altrove».
«Avvenire» del 20 maggio 2009

Operazione Valchiria, radici cristiane

Parla l’europarlamentare Franz Ludwig von Stauffenberg, figlio del generale Claus autore del fallito complotto contro il Führer
Di Diego Vanzi
«La decisione di opporsi alla brutalità hitleriana è sorta nello spirito della nostra famiglia, dove ha sempre avuto un ruolo preponderante la religione»
Franz Ludwig Schenk von Stauffenberg sarà ospite del festival «èStoria» domenica 24 maggio; l’incontro di Stefano Mesurati con il figlio di Claus Schenk von Stauffenberg, che pagò con la vita il tentativo di eliminare Hitler, sarà preceduto dall’incontro «I misteri di Hitler» in cui dialogheranno Alberto Garlini, Giorgio Galli e Anna Maria Sigmund.
La vicenda del 20 luglio è stata recentemente portata - o meglio riportata - sugli schermi con il titolo «Operazione Valchiria». Ha notato nel film discordanze rispetto a quanto realmente accaduto?
«Si tratta appunto di un film e non di un documentario. Raccontare in solo un’ora e mezzo la resistenza e l’intera vicenda del 20 luglio non sarebbe stato possibile. Posso dire che sotto l’aspetto storico si tratta di un film da apprezzare, migliore di altri film girati sullo stesso tema. Una mia riserva riguarda come la figura di mio padre appaia sempre sulla scena del film e ne faccia quasi un 'one man show'. Forse doveva apparire così. Ma la resistenza è stata molto più vasta, differenziata e rappresentativa della minoranza che appare nel film».
Perché si afferma che la nobiltà tedesca ha ben poco contribuito alla resistenza contro il regime hitleriano?
«Ciò non è affatto vero! È un’affermazione antistorica. Bisogna invece chiedersi perché proprio nel caso del 20 luglio furono implicati tanti nobili e pochissimi uomini dell’amministrazione e dell’apparato statale. Affermare oggi che la nobiltà tedesca ha fallito significa falsificare la storia con scopi ideologici di una falsa socializzazione».
Lei aveva sei anni all’epoca dell’attentato del 20 luglio. Ha qualche ricordo di quei giorni?
«Ricordo che mia madre è venuta da noi bambini e ci ha comunicato che nostro padre era morto. Fu un momento estremamente doloroso. Il giorno seguente la Gestapo la portò via assieme ad un nostro zio. Due giorni più tardi è stata la volta della nonna e di sua sorella. Arrivarono due persone sempre della Gestapo che presero per così dire il comando in casa. Qualche tempo dopo anche noi bambini siamo stati prelevati e portati in un asilo nello Harz. Siamo rimasti lì a lungo, finché una nostra zia, ex superiora della Croce Rossa, dopo la fine della guerra nel giugno del 1945 è riuscita a rintracciarci ed a portarci via».
Gli Stauffenberg sono una famiglia cattolica. Pensa che questo abbia avuto un ruolo nella decisione di opporsi al nazismo?
«Naturalmente la decisione di opporsi alla brutalità hitleriana di mio padre, suo fratello, il cugino e lo zio, tutti poi uccisi, è sorta nello spirito della nostra famiglia, della cultura, dell’educazione e in tutto questo ha sempre avuto un ruolo preponderante la religione. Non solo quella cattolica. Nella famiglia di mio padre c’erano molti protestanti, sua madre era evangelica ma non c’è mai stata tra noi alcuna divergenza. Per noi l’essenziale veniva dalle radici cristiane. Era ovvia l’opposizione contro un regime inumano e criminale. Per quanto riguarda mio padre devo però dire che a volte era piuttosto critico nei confronti della Chiesa ufficiale».
Perché dopo la guerra parte dell’opinione pubblica tedesca non ha visto negli oppositori al nazismo figure degne di ammirazione, anzi talvolta è avvenuto il contrario?
«Ci sono state opinioni diverse. Ci furono molti tedeschi che hanno sofferto per aver dovuto riconoscere al più tardi dopo la guerra di aver servito il Male, di aver seguito le persone sbagliate, che hanno dovuto rispondere del loro passato e hanno avuto difficoltà a riconoscere i meriti dei pochi che si erano rifiutati di obbedire. Ci sono stati però altri che hanno provato profonda ammirazione per questi pochi. Dopo la guerra ho vissuto in campagna nel Baden-Württemberg e non ho mai sentito una parola di rifiuto verso gli oppositori. Più tardi da deputato al Bundestag e poi al Parlamento europeo ho ricevuto sì odiosi messaggi anonimi, sempre e solo anonimi, ma nessuno di fronte a me ha mai offeso la memoria di mio padre. Dunque il rifiuto che c’è stato, e c’è ancor oggi, è per lo più legato ad un vile anonimato ».
Oggi, 65 anni dopo quel 20 luglio, cosa è rimasto del tentativo di abbattere Hitler?
«Quello che resta oggi di un’epoca segnata dall’ingiustizia, dal terrore, dall’illegalità e dalle sciagure è il coraggio di quei pochi come mio padre che non si sono piegati, e agendo contro l’opinione pubblica dell’epoca, hanno tentato di opporsi ad una dittatura totalitaria. Il loro coraggio civile, pagato con la vita, dev’essere ancor oggi degno di ammirazione».
«Avvenire» del 20 maggio 2009

Norma, l'eroina abortista che ora fischia il presidente

L'ex femminista Usa della sentenza storica «Roe vs Wade»
di Alessandra Frakas
Nel 1973 la causa per interrompere la gravidanza. Poi si è pentita
All'inizio del 1970 Norma McCorvey era troppo povera per ottenere un aborto illegale in Texas o per andare in California a procurarsene uno legale. Fu allora che la 21enne squattrinata con in tasca solo la licenza media decise di querelare il Texas, determinando, tre anni dopo, la storica sentenza della Corte Suprema Roe vs. Wade che dal '73 ha reso l'aborto legale nei 50 stati dell' Unione. Trentasei anni più tardi l'ex eroina delle femministe è tra i 37 manifestanti fermati domenica dalla polizia all'esterno dell'università cattolica di Notre Dame, durante il discorso di Barack Obama. «È scandaloso che una istituzione cattolica inviti a parlare un presidente pro-aborto che vuole allargare la ricerca sulle cellule staminali embrionali», spiega al Corriere la McCorvey, che dopo la conversione al cattolicesimo e al partito repubblicano è diventata una delle più ferventi esponenti del movimento pro-life. In realtà lei quell'aborto non l'ha mai ottenuto. «Quando l'iter giudiziario arrivò a conclusione era troppo tardi e avevo già partorito Mariah», racconta la donna, oggi leader del gruppo anti-abortista «Roe No More» di Dallas. La bimba - la sua terza dopo Melissa e Paige che oggi hanno, rispettivamente, 44 e 42 anni - venne subito data in adozione. Da allora non l'ha più rivista. «Negli ultimi 30 anni sono stata contattata da almeno 35 donne che sostengono di essere Mariah. Ma hanno tutte il compleanno sbagliato. Una era addirittura cinese». Durante il processo Roe Vs Wade, Norma sostenne di essere stata violentata. «Lo feci perché pensavo che avrebbe aiutato la mia causa - spiega adesso - ma non era vero: ho mentito». Oggi afferma di essere stata «la pedina nelle mani di due avvocatesse attiviste senza scrupoli, Sarah Weddington e Linda Coffee», che l'hanno usata «per la loro crociata abortista». Durante il tour letterario per il suo primo libro I Am Roe, nel 1994, McCorvey conobbe l'attivista pro-life Flip Benham. Un anno più tardi si convertì al cattolicesimo dopo una vita come testimone di Geova. Il suo battesimo, nella piscina di Benham a Dallas, fu mandato in onda dai Tg nazionali. Due giorni dopo annunciò di aver «sposato interamente» le tesi del movimento pro-life. Una scelta difficile per una donna apertamente lesbica che aveva condiviso ben 25 anni con un' altra donna, Connie Gonzales, ex operaia in una fabbrica di Dallas. «Connie ed io ci siamo lasciate nel '90, prima che io diventassi cristiana - precisa adesso - restiamo ancora ottime amiche anche se oggi condivido le tesi della Chiesa Cattolica e sono completamente contraria all' omosessualità». Un'abdicazione difficile quanto obbligatoria: il 17 agosto 1998 Norma è stata ufficialmente accettata in seno alla Chiesa Cattolica da Padre Frank Pavone, direttore di Priests for Life, una delle massime organizzazioni pro-life del paese. Nel 2005, la McCorvey ha presentato una petizione alla Corte Suprema dove chiedeva la revoca della legge del '73. «Anche se non ho avuto successo - avverte - mi batterò fino alla fine per raddrizzare un torto che io stessa ho aiutato a creare».

La «convertita» Paladina antiabortista Norma McCorvey all'inizio degli anni 70 è una giovane ventenne che, volendo abortire, intenta una causa in Texas contro il divieto di interruzione volontaria della gravidanza allora in vigore in buona parte degli Stati Uniti
Il verdetto Con lo pseudonimo di «Jane Roe» la McCorvey diventa protagonista di una lunga battaglia culminata nel 1973 con la legalizzazione dell'aborto da parte della Corte Suprema: la storica sentenza «Roe contro Wade»
La svolta Nel 1995 McCorvey si converte al cattolicesimo e diventa un'attivista anti-aborto. L'altra sera era tra i manifestanti fermati dalla polizia davanti all'università cattolica di Notre Dame che avevano fischiato Obama in quanto abortista

"Corriere della Sera" del 19 maggio 2009

15 maggio 2009

Il filosofo Dostoevskij: la fede come libertà

Il mondo delle idee di un grande pensatore
Di Giovanni Reale
La Bompiani pubblica nella collana «Il pensiero occidentale» tutto Dostoevskij. Sono già usciti il Diario di uno scrittore, I fratelli Karamazov e in questi giorni escono I demoni e L’idiota. Viene ripresa la grande edizione curata da Ettore Lo Gatto, ma rinnovata. I romanzi hanno il testo russo a fronte (una prima a livello mondiale), e le nuove introduzioni sono curate da Armando Torno, un grande conoscitore del mondo russo. Ma come mai si ripubblica Dostoevskij in una collana di filosofia e non di narrativa? La risposta è semplice: in Italia, Dostoevskij viene considerato dai più un grande romanziere, mentre in Russia lo si considera un grande filosofo. Berdiaev, per esempio, dice: «Dostoevskij fu vero filosofo , fu il più grande filosofo russo». In effetti, i suoi romanzi sono storie di Idee, personificate nei vari personaggi. Idee vive sia nella loro profondità, sia nel loro complesso movimento dinamico-relazionale e nella loro forza. Dostoevskij stesso precisa che le Idee sono quella forza che muove il mondo e scrive: «Nella storia ciò che trionfa non sono le masse di milioni di uomini né le forze materiali, che sembrano così forti e irresistibili, né il denaro né la spada né la potenza, ma il pensiero, quasi impercettibile all’inizio, di un uomo che spesso sembra privo di importanza». Dostoevskij fa con i suoi romanzi ciò che Platone ha fatto con i suoi dialoghi. Il filosofo ateniese ha trasposto sul piano dialettico le due grandi forme dell’arte dei suoi tempi, la tragedia e la commedia (per esempio, il Protagora è una grande e straordinaria commedia, il Gorgia e il Fedone sono due grandi tragedie). Già Nietzsche sosteneva la tesi che «Platone ha dato ai posteri il paradigma di una forma artistica, il modello del romanzo», che sarebbe in sostanza «una favola esopica infinitamente sviluppata». E Dostoevskij ha scelto una forma tipica dell’arte dei suoi tempi, quella del romanzo, per comunicare grandi messaggi filosofici. I suoi personaggi sono incarnazioni di Idee in forma di vere e proprie «icone». In Italia Luigi Pareyson ha ben sviluppato l’interpretazione di Dostoevskij come vero grande filosofo che si colloca al di sopra della mera analisi dell’animo umano a livello psicologico, e lo considera «uno dei culmini della filosofia contemporanea e un immancabile punto di riferimento nel dibattito speculativo del mondo d’oggi». Fra le molte idee che Dostoevskij porta in primo piano nei suoi romanzi, ne ricordiamo quattro: il nichilismo, il male, la libertà e la fede. Per quanto riguarda il nichilismo Pareyson afferma addirittura che il personaggio Ivan dei Fratelli Karamazov esprime l’anima nichilistica in maniera perfetta, perfino meglio di Nietzsche. Il male non è in principio una realtà sostanziale (in senso manicheo). Ma non è neppure solo una «privazione del bene», ossia la scelta di un bene inferiore in luogo di un bene superiore (come voleva Agostino). Il male nasce nell’animo dell’uomo: è una volizione negativa, che, proprio respingendo il bene superiore, si impone come una forza distruttiva che produce il male nella sua reale dimensione. Secondo Dostoevskij la libertà consiste nel riconoscimento e nella volizione del Principio supremo dell’Essere e del Bene, oppure nel rifiuto di esso, con tutto ciò che ne consegue. E quindi è una forza che si distingue dal bene e dal male, i quali si realizzano, in quanto tali, proprio in conseguenza della libertà. Dostoevskij è giunto alla fede passando attraverso il nichilismo, e indagando la autodistruzione di esso. La fede presuppone il dubbio, ed è vera fede solamente se è un continuo e dinamico superamento del dubbio stesso. In risposta ai critici che gli rimproveravano la sua fede in Cristo, diceva: «In fatto di dubbio nessuno mi vince. Non è come un fanciullo che io professo Cristo. Il mio osanna è passato attraverso un crogiolo di dubbi». E in una lettera del 1854 esprimeva la forza veramente dirompente della sua fede: «Arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».

A Milano Due nuove opere Questa sera alle ore 18 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (ingresso da piazza Pio XI) Giovanni Reale parlerà di «Dostoevskij filosofo». Sono in corso di pubblicazione, nella collana «Il pensiero occidentale» di Bompiani, tutte le opere di Fëdor Dostoevskij, con testo russo a fronte e i taccuini di lavoro. Oggi escono I demoni e L’idiota. Della conferenza di Reale pubblichiamo il compendio.

“Corriere della Sera” del 14 maggio 2009

07 maggio 2009

Perché la scienza nacque cristiana (e non nella Mezzaluna)

Ecco come lo sviluppo scientifico si è realizzato nella storia: esce un pamphlet di Stanley Jaki, il benedettino e studioso ungherese scomparso un mese fa
di
Stanley L. Jaki *
I Paesi musulmani più importanti stanno or­mai da decenni attuando uno sforzo con­certato per portarsi in pari con la tecnolo­gia e la scienza occidentale, e non a caso nien­te sta più a cuore ad Israele del mantenimento di una superiorità scientifica e tecnologica in­sormontabile rispetto ad ogni e qualsiasi pae­se musulmano.
Ma i musulmani non possono ignorare che né la scienza né la tecnologia (di cui hanno un grande bisogno per sfruttare le lo­ro vaste risorse petrolifere) sono state prodot­te dai musulmani, anche se questo fatto non causa grande imbarazzo al tipico intellettuale musulmano, il quale preferisce sottolineare l’a­buso della scienza fatto dagli occidentali, at­traverso il suo utilizzo come strumento di co­lonizzazione e dominazione economica.
Da questo punto di vista la reazione degli indù moderni è molto diversa. Alcuni fra loro, Neh­ru ne fu un esempio, hanno cercato di trovare le ragioni per cui la scienza non è nata nella lo­ro terra. Costoro non trovano niente di meglio (e in questo sono simili ai cinesi da due gene­razioni sotto l’indottrinamento marxista) del­l’affermare che un’alba democratica fu segui­ta da un sistema feudale di produzione. Sia gli Indù che i cinesi dovrebbero leggere attenta­mente i loro antichi testi, sia sacri che filosofi­ci, per rendersi conto della vacuità di simili scu­se. Tutti quegli scritti testimoniano una visio­ne del mondo panteista e organicista dove tut­to si ripeteva ciclicamente ed era guidato da strane volizioni.
Lo stesso era il caso per gli an­tichi Egizi e Babilonesi e perfino per gli antichi greci. Quanti hanno per passatempo l’immaginare diversi corsi della storia dovrebbero considerare uno scenario che comincia con un Copernico indù o un Newton cinese. Tali scenari ed altri simili si possono ipotizzare per tutte le culture dell’antichità, ma specialmente per quella indù e cinese, le sole a sopravvivere nei tempi mo­derni come potenze politiche di prima gran­dezza. Il caso della civiltà musulmana è diver­so, in parte perché, in confronto con le altre culture citate è un po’ una nuova venuta sul palcoscenico della storia.
È inoltre importan­te, notare il fatto che c’è nel Corano una co­smologia che, anche se parzialmente animista, non è certamente ciclica. Il Corano è totalmente allineato con la visione biblica del cosmo co­me qualcosa che è iniziato con la creazione di tutto, e che sta procedendo in linea retta verso una consumazione assoluta, la cui venuta nien­te può fermare. Come la visione del mondo bi­blica, la visione del mondo musulmana ha la sua migliore rappresentazione in una freccia, così diversa da un cerchio, per non parlare del­la svastica, questo simbolo classico della visio­ne ciclica del mondo nella maggior parte delle culture antiche. Una freccia rappresenta un processo lineare rettilineo che non devia dal suo corso.
Ora se si afferma che un siffatto modello co­smologico ha favorito il sorgere della scienza nell’Occidente cristiano, allora sorge la do­manda: perché i musulmani non ci sono arri­vati prima di quell’Occidente? […] Questo non vuol dire che nessun musulmano abbia mai fatto esperimenti. Fecero esperi- menti in medicina, specialmente nell’oftal­mologia. I mercanti arabi scoprirono presto i vantaggi del sistema decimale indù, che l’Oc­cidente apprese attraverso canali arabi. I mu­sulmani coltivarono avidamente l’astronomia tolemaica, il che implicava una buona cono­scenza di forme avanzate della geometria eu­clidea. L’utilizzo degli epicicli, comunque, non permetteva di spingersi oltre una certa preci­sione nel rilevamento del moto dei pianeti. Na­turalmente, per quanto riguarda l’astrologia, che era basata sulla predizione delle posizioni dei pianeti, la precisione della astronomia to­lemaica era più che sufficiente.
Ma per poter ot­tenere il controllo delle cose in moto sulla Ter­ra, quell’astronomia non era di molto aiuto. U­na scienza genuina delle leggi del moto era ne­cessaria e qui gli studiosi musulmani fallirono nonostante fossero molto vicini alla meta. Per capire questo si deve sapere che la scienza del movimento è quella che si può costruire sulle tre leggi del moto che si trovano per la pri­ma volta insieme nei Principia di Newton. Ma la prima e più importante di esse, la legge del­l’inerzia, fu formulata secoli prima di Newton. Anche la formulazione di un’altra legge, per cui ad ogni azione corrisponde una reazione, pre­cede Newton di circa 60 anni, essendo stata for­mulata per la prima volta da Cartesio.
Cartesio ancora sospettava che la legge del mo­to inerziale avesse origini medioevali, ma non diede credito a nessuno. Newton stesso non e­ra incline a dar credito di qualcosa a Cartesio, il cui nome egli cancellò dai suoi manoscritti. Newton non sapeva quasi nulla dei medievali, salvo che avevano costruito delle magnifiche cattedrali. Si sarebbe stupito moltissimo nel­l’apprendere che i medievali avevano costrui­to anche le fondamenta della sua fisica. Perché la legge della forza, formulata da Newton, è in­concepibile senza la legge del moto inerziale.
Newton sarebbe stato altrettanto stupito se a­vesse saputo che era stato un famoso musul­mano medievale, Avicenna, a concepire per pri­mo la legge di inerzia, ma senza percepirne l’importanza, come se avesse indossato dei pa­raocchi. I suoi paraocchi erano le leggi fonda­mentali della cosmologia aristotelica che Avi­cenna, essendo un panteista in fondo al cuore ed un musulmano solo in apparenza, accetta­va completamente. Secondo il panteismo aristotelico l’universo e­ra divinamente perfetto, quindi sferico e in un movimento circolare perenne.
Siccome un cer­chio non contiene un punto diverso dagli altri, un movimento circolare non evoca un punto di partenza assoluto. Imprigionato da questa vi­sione del mondo Avicenna non poté trovare in essa un invito ad applicarvi la sua idea di mo­to inerziale. Fu così che il mondo musulmano perse la sua occasione d’oro di arrivare per pri­mo a formulare una fisica che gli avrebbe per­messo il controllo del mondo fisico.
* Fu un agguerrito nemico della vulga­ta illuministica per la quale la scien­za moderna è nata 'nonostante' il cristianesimo. Con i suoi stu­di e la sua pluridecennale ri­cerca - sfociata in 40 libri - sui rapporti tra scienza e religione, il benedettino ungherese (ma trapiantato negli States) padre Stanley L. Jaki ha segnato un’e­poca, almeno negli Usa. In oc­casione della sua morte - av­venuta un mese fa, il 7 aprile, a Madrid - il 'New York Times' gli ha dedicato un articolo elogiativo de­finendolo «studioso inflessibile», mentre la grande stampa italiana ne ha ignorato i libri e l’indefesso acume scientifico.
Nato nel 1924 in Ungheria, Jaki aveva stu­diato teologia a Roma e fisica alla Fordham University sotto la guida del pre­mio Nobel Victor Hess; è sta­to docente alla Seton Hall U­niversity di South Orange e vi­siting professor a Edimburgo e al Balliol College di Oxford. Sua la riscoperta del pensato­re francese Pierre Duhem (1861-1916) per il quale il cri­stianesimo medievale aveva preparato il terreno alle sco­perte scientifiche di Coperni­co, Keplero, Galileo e Newton.
Ultimamente Jaki aveva criticato le posi­zioni creazioniste: «Esiste un’incompren­sione di base che prosegue da centinaia di anni, e continuerà, proprio sul proble­ma 'creazionismo'. Nelle questioni in­tellettuali non dobbiamo risolvere dilem­mi come questi in modo soddisfacente per tutti» aveva dichiarato al 'New York Times'.
Nella sua carriera aveva ricevuto impor­tanti riconoscimenti come il Premio Tem­pleton nel 1987 e il Lecomte du Nouy nel ’70. In Italia le Edizioni Fede & Cultura (tel. 045/941851) ne stanno facendo conosce­re il pensiero attraverso i suoi libri. Sono già usciti Cristo e la scienza e Un trattato sulla Verità, Disegno intelligente? Ora è in uscita il volume Cristo, scienza e islam (pa­gine 48, euro 6) di cui sopra pubblichia­mo uno stralcio (di Lorenzo Fazzini).
"Avvenire" del 7 maggio 2009

06 maggio 2009

Shakespeare, Kafka, Beckett: tre miti per capire il mondo

Incapacità di decidere, agire e darsi uno scopo: i temi di «Hamletica» in uscita da Adelphi
di Armando Torno
Il mondo stava per finire, perché l' insieme delle immagini prodotte dall' umanità avrebbe presto superato il numero delle creature viventi L' analisi di Cacciari sul «brancolamento» dell' uomo d' oggi Il ruolo di Amleto È il politico «costretto a obbedire alla logica dei fatti», che si dibatte nel dubbio e «marchia ogni sua azione di incompiutezza»
Chi era Amleto? Per noi fu il principe di Danimarca, testimoniato nel dramma dall' omonima tragedia di Shakespeare. Tuttavia, chi volesse cercarne le origini rischierebbe di perdersi in un labirinto medievale. Ecco il nome, per limitarci a qualche esempio, nelle gesta di Re Horn (siamo intorno al 1250); ed eccolo in un documento irlandese, gli Annals of the Four Masters. Nella seconda parte dell' Edda si attesta una saga islandese di Amlodhi o Amled della fine del X secolo. Massimo Cacciari nella sua nuova opera, Hamletica (Adelphi, pp. 144, 18), offre una soluzione per i nostri giorni: Amleto vive il dramma dei politici. Come dargli torto? Del resto, allorché nell' opera di Shakespeare dichiara all' ombra del padre di essere «prigioniero delle circostanze e della passione» (così i meglio informati traducono quel lapsed in time and passion nella quarta scena del terzo atto), la sua figura riflette i problemi della categoria di cui ha cominciato a far parte. Cacciari, però, non ha scritto un' esegesi delle dichiarazioni del principe: in Hamletica ha riunito i tre grandi miti dell' «ontologica insicurezza» dell' Occidente contemporaneo, osservandoli - oltre che in Shakespeare - in Kafka e Beckett. Essi consentono di comprendere e decifrare il «brancolamento» attuale della Terra e il tramonto di ogni Nomos, di tutte le leggi che hanno caratterizzato i ruoli, le immagini, i linguaggi. Se Amleto - profetica anticipazione di quanto viviamo - ora è il politico «costretto a obbedire alla logica dei fatti», che si dibatte nel dubbio e «marchia ogni sua azione di incompiutezza», l'agrimensore K., il protagonista de Il castello, rivela l' uomo che non ha più possibilità di azione. Su di lui i fatti pesano. È lo straniero nel quale l' agire «si manifesta così perfettamente prigioniero dell' ordine dei fatti da rendere inconcepibile il timbro stesso della decisione». E Beckett? Egli mostra l' azione priva di qualunque fine, che ripete se stessa, senza uno scopo. Perché? Per comprendere quanto sta accadendo si può cominciare da una intuizione di Bonnefoy, consegnata a uno dei Racconti in sogno (edizioni Egea), dove si immagina l' artista dell' ultimo giorno: «Il mondo stava per finire», scrive il poeta francese, giacché «l' insieme delle immagini prodotte dall' umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Succede insomma che l' equilibrio tra la vita e il sembrare dei segni potrebbe spezzarsi e non ci sarà ritorno, poiché - sottolinea Cacciari - le immagini stanno compiendo il proprio destino: «Sommergere la vita, trasporre il mondo nel multiverso dei linguaggi». Già, i linguaggi. Credevano di spiegarlo e possederlo questo nostro mondo. E cosa può fare l' artista dell' ultimo giorno? Trattiene la mano, la sua opera è indugio; cerca, sperimenta, vuole purificare l' immagine affinché cessi di essere «la rivale illecita di ciò che esiste». Si dibatte, spinge la parola al silenzio, infine potrebbe assumersi il compito di «farla finita». Il mondo reale e il suo «illecito rivale», forse a loro volta apparenze, lasciano allora spazio a infinite domande. Ne scegliamo una, tra quelle formulate da Cacciari: «Si risveglierà il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia?». Beckett non è la risposta ma si presenta, collocandosi oltre l' artista dell' ultimo giorno. Per lui questo significa «oltre Joyce» (ma è un «oltre» che suona come l' opposto di «oltrepassare», giacché «ora è possibile procedere solo ritirandosi»). Cacciari ricompone in Hamletica un tormentato dialogo a frammenti tra questi autori. Nelle sue pagine proseguono le ricerche sulla storia consegnate a Geofilosofia dell' Europa e all' Arcipelago, nonché a quelle sul rapporto tra nihilismo e linguaggio del mistico che sono il filo rosso in Dell' inizio e Della cosa ultima. Bergson, riprendendo un' antica intuizione, scrisse che un uomo con gli abiti del comico può dirci che c' è la nebbia, mentre il poeta racconta cosa c' è oltre di essa. Cacciari, tra i molti scenari esaminati, ci ricorda che l' esito possibile delle situazioni delineate è il comico.
«Corriere della Sera» del 5 maggio 2009

05 maggio 2009

Rosario Bentivegna (Roma il 22 giugno 1922, medico)

Già negli anni del liceo fu un attivo antifascista. Con Leonardo Jannaccone, Corrado Nourian e Nino Baldini costituì, infatti, nel 1939, un gruppo detto di "unificazione marxista", che attirò presto l’attenzione della polizia fascista. Arrestato nel 1941, dopo la scarcerazione Bentivegna aderì nel 1943 al Partito comunista. Con l’armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco ad un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane.
Il 23 marzo del 1944 con Carla Capponi (che sarebbe poi stata sua moglie), fu tra gli autori dell’attentato di via Rasella, che mise fuori combattimento 33 soldati delle SS e che fu il pretesto per la strage delle Fosse Ardeatine. Pochi mesi dopo la liberazione della Capitale, Bentivegna decise di continuare la sua lotta contro i nazifascisti in Jugoslavia e in Montenegro.
Rientrato in Italia dopo la conclusione del conflitto, questo valoroso combattente (che per un paio d’anni fu anche redattore del giornale l’Unità, prima di riprendere gli studi e di dedicarsi alla professione di medico), è stato sottoposto per le sue imprese di partigiano a numerosi processi, dai quali è uscito sempre assolto per la legittimità delle sue azioni.


Preso dal sito dell’ANPI (http://www.anpi.it/uomini/bentivegna.htm)





I partigiani che eseguirono l'attacco facevano parte dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) che dipendevano dalla Giunta Militare, a sua volta dipendente dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui responsabili erano: il socialista Sandro Pertini, il comunista Giorgio Amendola e Riccardo Bauer del Partito d'Azione. L'ordine di eseguire l'attacco fu dato dai responsabili della Giunta militare. Anni dopo sia Pertini che Bauer dichiararono di non essere a conoscenza della preparazione dell'imboscata e che l'ordine venne dato da Amendola senza che fossero stati avvertiti. Amendola confermò tutto e rivendicò alla sua persona la responsabilità di aver dato l'ordine operativo ai gappisti.
Si trattava della 11a compagnia del III battaglione dell'SS Polizei Regiment Bozen composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini arruolati volontari nella polizia, in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1° ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland" sul quale la sovranità della RSI era meno che nominale).
Nell'immediatezza dell'evento rimasero uccisi 32 militari tedeschi e 110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero, mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni seguenti sarebbero deceduti altri 9 militari feriti, portando così a 42 il totale dei caduti.
La sera del 26 marzo i giornali pubblicarono il testo del comunicato ufficiale germanico. In uno stile freddo, burocratico, la cittadinanza romana viene a sapere che: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest'ordine è stato eseguito".
Processo Kappler. Tribunale Militare di Roma, 20 luglio 1948. Momento drammatico di alta tensione in aula quando, nel corso dell'udienza, esce dal pubblico una voce straziante di donna che investe violentemente Rosario Bentivegna presente in aula in qualità di testimone: "Assassino, codardo! Ho la mia creatura alle Fosse Ardeatine, perché non ti sei presentato, vigliacco?". È un’invettiva che esce dal cuore lacerato di una madre. Scottante, crudele. Essa pone il problema morale della guerriglia e solleva un dubbio atroce: si poteva evitare la rappresaglia dei tedeschi? In altre parole, se i responsabili materiali dell'attentato si fossero presentati, il Comando tedesco avrebbe ugualmente deciso la rappresaglia?
Il presidente del Tribunale, gen. Euclide Fantoni, pone la domanda a uno dei protagonisti presenti, Rosario Bentivegna, appunto. Il teste risponde che la presentazione degli attentatori non fu esplicitamente richiesta dai tedeschi. “Se ci fosse stata - afferma - mi sarei presentato". E aggiunge: "la colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati".
"No, - ribatte Kappler - l’eccidio avrebbe potuto essere evitato se si fosse presentato l'attentatore o se fosse venuta un'offerta della popolazione. D’altra parte, da mesi erano affissi manifesti per gli attentati con l'indicazione della rappresaglia da uno a dieci".
"No, - dice l'accusa - i manifesti di cui parla l'imputato Kappler erano stati affissi due mesi prima e lasciati esposti per soli due giorni".
Il punto da chiarire, quindi, non era tanto quello di sapere se la rappresaglia ci sarebbe stata oppure no. Era noto alle autorità politiche e amministrative, e a larga parte della popolazione, che ad ogni attentato le rappresaglie c'erano sempre, puntualmente. Quello che bisognava appurare era se un avviso, un comunicato fosse stato diramato dal Comando tedesco agli esecutori dell'attentato per invitarli a presentarsi onde evitare una strage di persone innocenti. Come abbiamo visto dagli atti del processo, Bentivegna lo esclude. Ma Domenico Anzaldi di Roma, in una lettera al settimanale "Panorama" (n. 414 del 28 marzo 1974) afferma: "Senza voler entrare nella polemica sulle responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine, desidero testimoniare che la sera dell'attentato di via Rasella è stato affisso sui muri di Roma, e io l'ho letto, un manifesto preannunciante che il Comando tedesco avrebbe fatto uccidere dieci «comunisti badogliani» per ogni militare tedesco morto" . In una intervista Bentivegna dichiara: "Non credo che se mi fossi costituito la rappresaglia non sarebbe avvenuta..." ("Oggi" n. 52 del 24 dicembre 1946).
Ma due avvenimenti tragicamente analoghi a quello di via Rasella, al contrario di quello sublimati dall'olocausto di quattro innocenti, mettono in una luce diversa l’affermazione di Bentivegna. Quello di Palidoro, in provincia di Roma, avvenuto nel settembre 1943, è noto. Avendo i tedeschi catturato ventidue ostaggi per consumare su di essi la rappresaglia in seguito allo scoppio di una bomba nella locale caserma, il vicebrigadiere dei Carabinieri, Salvo d'Acquisto, con grande eroismo e coraggio si presentò al Comando tedesco dichiarandosi, sebbene innocente, autore dell'attentato. Venne fucilato, ma col suo sacrificio salvò la vita di ventidue innocenti che stavano per essere fucilati; medaglia d'oro al valor militare. Meno noto è quello di Fiesole, in provincia di Firenze, svoltosi nell'agosto 1944. Tre carabinieri della locale stazione - Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti - per salvare le vite di dieci innocenti ostaggi si presentarono ai nazisti che li fucilarono immediatamente contro un muro dell'albergo Aurora; medaglie d'oro al valor militare.
Dice Bentivegna: "La colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati". Al processo Kappler si apprese, invece, che il reparto di 156 militari preso di mira dai "gappisti" romani non era di truppe combattenti, ma era formato da riservisti altoatesini che non operavano rastrellamenti e arresti ma erano destinati a compiti di ordine pubblico, compatibili con le norme che regolavano il funzionamento della città aperta di Roma.
Scrive Jo Di Benigno nel suo libro "Occasioni mancate": "Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati. L'attentato di via Rasella non ha nulla di glorioso".
Ripa di Meana scrive sull'organo clandestino della Resistenza "L'ltalia nuova" del 4 aprile 1944: "Per Roma intera la deplorazione dell'attentato fu unanime; perché assolutamente irrilevante ai fini della guerra contro i tedeschi nella quale il nostro paese è impegnato; perché insensato, dato che il maggior danno ne sarebbe certamente derivato alla popolazione italiana; per quell'ampio senso di umanità che distingue noi latini e che non si estingue neppure durante gli orrori di una guerra e per il quale ogni inutile strage non può trovare la sua giustificazione nell'odio ma solo nella necessità".

Via Rasella, partigiani avvisati? «Ecco la prova»

Il memoriale di un testimone rimette in gioco quel che è stato sempre negato: la richiesta nazista ai colpevoli di costituirsi Il diario inedito dell’antifascista dottor Vittorio Claudi, che ospitò nella sua clinica una vittima delle Ardeatine
Di Paolo Simoncelli
«Io ricordo perfettamente un manifesto con l’avviso che se l’autore dell’attentato non si fosse presentato, ci sarebbe stata l’esecuzione di 10 uomini per ogni tedesco»
«Fosse Ardeatine sono due parole che suonano al mio orecchio e credo all’orecchio di tutti gli Italiani come due parole sacre». È il passo d’una lettera inedita del 19 ottobre 1944, scritta dalla sorella minore di un fucilato, il maggiore Ayroldi, alla sorella di chi lo aveva tenuto nascosto. La lettera, insieme ad altra documentazione storica, emerge in occasione dei 65 anni dalla strage di via Rasella e dalla rappresaglia delle Fosse Ardeatine dalla Fondazione Claudi, dove è conservata; e consente qualche messa a fuoco su particolari non irrilevanti di quelle circostanze su cui del resto (addirittura a partire dal numero dei morti complessivi) non tutto è chiaro.
La famiglia Claudi è originaria di San Severino Marche; Adolfo, farmacista, aveva inventato una lozione utile a curare i dolori sciatici, fece fortuna e si trasferì a Roma alla fine degli anni ’30, dove addirittura la famiglia poté avviare una clinica, «Villa Bianca Maria» in via Guido d’Arezzo, mentre i due figli maschi studiavano aspirando ad alti traguardi: Claudio, già allievo della Normale di Pisa, nella classe di Lettere (subito affascinato da Capitini), da cui però era stato espulso per indisciplina, finisce gli studi a Firenze, ammalandosi poi gravemente ma formando comunque nel dopoguerra un cenacolo letterario e artistico di prim’ordine nella casa di famiglia a Roma; Vittorio, studente di Medicina a Roma dal 1939. Famiglia antifascista; già il padre, nella provincia marchigiana, aveva subìto i controlli delle locali sezioni del Fascio; Vittorio fu controllato più volte dalla polizia. Con il collasso politico- militare dello Stato, nel 1943, la gestione d’una clinica privata nella capitale acquisisce un valore aggiunto straordinario. Puntualmente infatti – mentre il cugino dei due fratelli, Tonio Claudi, diventa nelle Marche un leggendario capo partigiano – «Villa Bianca Maria» diviene un ricovero di partigiani ed ebrei «segnalati da un certo monsignor Montini ». A darci il quadro vivo e tragico di quei mesi è un memoriale inedito di Vittorio Claudi (morto nel 2006) che, come studente di Medicina, contribuiva alla gestione della clinica. Le sue pagine contengono osservazioni sparse, spesso divaganti tra letteratura, arte, ricordi privati, tra cui s’affaccia il comandante Ayroldi con altri ufficiali che costituirono il primo nucleo della resistenza romana, agli ordini del colonnello Montezemolo (parimenti fucilato alle Fosse Ardeatine). In quella clinica Ayroldi venne «ricoverato» con piena consapevolezza del suo ruolo da parte dei vertici amministrativi e del personale medico (addirittura si sottopose a uno strumentale intervento di appendicectomia).
«Ayroldi, l’uomo più coraggioso e sorridente che mi sia stato dato di incontrare», lasciava nottetempo la clinica e vi rientrava furtivamente; «Era diventato ufficiale dalla gavetta. Perduto il padre in giovane età, doveva mantenere la madre e un nugolo di sorelline. Allora poteva ave- re 33 anni, era maggiore dello Stato Maggiore; nelle formazioni badogliane – lo sapemmo dopo – era il vice-comandante della zona Castelli e Lazio sud. Ma una sera (aveva detto che sarebbe tornato) al termine del coprifuoco ancora non c’era»; tre quarti d’ora dopo, la sua stanza venne prudentemente «ripulita» da tutto ciò che poteva essere compromettente; vi si rinvennero molte banconote « e un notes semplicemente esplosivo dove erano annotate tutte le elargizioni ricevute(…). Quel notes fu fatto a pezzettini e, con più scarichi, inghiottito dalle cloache di Roma». Dopo giorni di assenza che denunciavano il peggio, giunse alla clinica un uomo che disse «di essere un muratore che lavorava in via Tasso, che aveva avuto da un prigioniero questo biglietto». Il sospetto di essere davanti a un agente provocatore avvolse tutti: «La descrizione che dava di colui che avrebbe dovuto essere Ayroldi non corrispondeva. Il messaggio, scritto sul bordo di un pezzetto di giornale clandestino, Giustizia e libertà aveva una calligrafia incerta a lapis che non ci sembrava, a memoria, quella di Ayroldi (…). Il messaggio, di poche parole, era di non preoccuparsi, che stava bene». Circostanze che imponevano l’evasività: « Ci si comportò anche noi (io e mamma) nella maniera più ambigua e non compromettente».
In realtà Ayroldi veniva sottoposto a interrogatori e torture a Via Tasso; confessò la versione già concordata con la clinica: vi era stato ricoverato per un’operazione di appendicite. A «Villa Bianca Maria» giunsero le SS. Cominciò l’interrogatorio del personale e la « versione ufficiale » resse: «Per recuperare la stanza vuofucilati, ta abbiamo messo nella sua valigia le sue robe. Anzi la sua valigia è in questo armadio. Le domande dei tre erano martellanti, mentre scucivano i vestiti, sfibravano la valigia alla ricerca di elementi». Il «colloquio» s’era svolto nella direzione della clinica; « se appena avessero messo fuori il muso dalla Direzione e fossero entrati in qualche stanza sarebbe stata un’ecatombe»: vi erano ricoverati una ventina di ebrei.
«Dovevano attribuire molta importanza ad Ayroldi. Ma non vennero più. Era il 23 marzo e in quelle stesse ore avveniva l’attentato di Via Rasella. Ayroldi fu incluso nei 320 fucilati. (…). Dopo un po’, nascondemmo ancora qualche altro ebreo, sempre segnalatoci da Montini». 320 scrive Claudi; in un primo momento sembrava infatti che i morti altoatesini del battaglione Bozen dilaniati dall’attentato gappista fossero 32. «Di Ayroldi – così Claudi avrebbe concluso questa prima parte del suo memoriale – non ci rimane che una foto segnaletica e la corda che legava le sue mani, sporca di terra, consegnataci da patrioti del Cln, e che mia madre ha conservato come una reliquia» (questa corda fu così cara a Vittorio che la compagna, Ursula Magura, ha voluto gli fosse inserita nella bara).
La certificazione partigiana, intestata « Comando raggruppamenti patrioti Italia centrale. Raggruppamento Castelli - Lazio sud», dava atto alla clinica «Bianca Maria», alla proprietaria Anna Claudi, al direttore dottor Leonardo Valletti, d’aver « collaborato tangibilmente con questo Comando. Ha ospitato per vari mesi il Magg. Antonio Ayroldi (fucilato dai nazisti il 23 marzo), pur conoscendo l’attività clandestina che questi svolgeva. Ha offerto gratis il ricovero e la cura di altri ufficiali, tra cui il Ten. Col. Rossi Gino (fucilato il 2 febbraio) e il Cap. Pratesi, anch’essi facenti parte del fronte clandestino. In più il dottor Valletti, direttore della Clinica ha offerto gratis la sua opera professionale a beneficio del personale e dell’organizzazione. Merita pieno riconoscimento. Dal novembre 1943 al giugno 1944». Poi, nel memoriale di Vittorio Claudi, un lampo: «Io ricordo perfettamente un manifesto affisso a Piazza Verdi, di fronte al Poligrafico (…) che recava tra due bande nere, una sopra e una sotto, l’avvertimento che qualora l’autore ( o gli autori) dell’attentato non si fosse presentato, ci sarebbe stata l’esecuzione di 10 uomini per ogni soldato tedesco, secondo la legge di guerra tedesca». Una fonte non sospetta dunque rimette in gioco quel che è stato sempre graniticamente negato da autori e mandanti dell’attentato di via Rasella: ovvero l’esistenza del manifesto, in base al quale la responsabilità dei partigiani sarebbe più pesante.
“Avvenire” del 17 marzo 2009

Per la Cassazione far morire è «affare privato»

L’ultima e definitiva decisione della Corte di cassazione a sezioni unite del 13 novembre scorso sul caso Englaro è una decisione di tipo procedurale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, perché il soggetto che l’ha proposto – il Pubblico Ministero presso la Corte di appello di Milano – non aveva titolo per farlo, a giudizio della Suprema Corte. Un vizio di procedura, dunque, è quello che conduce alla irrevocabile decisione di sospendere l’alimentazione, affinché Eluana Englaro muoia.
di Marta Cartabia
(professore di Diritto costituzionale Università di Milano-Bicocca)
Come tutte le decisioni, anche quelle procedurali sono frutto delle valutazioni discrezionali del giudice e delle sue interpretazioni. In questo caso, la Cassazione ha escluso che il caso di Eluana Englaro presentasse profili di interesse generale in quanto «viene in rilievo un diritto personalissimo del soggetto di spessore costituzionale (come nella specie il diritto di autodeterminazione terapeutica in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale)» e non invece «un prevalente interesse pubblico solo in ragione del quale si giustifica l’attribuzione di più incisivi poteri, anche impugnatori, al pubblico ministero». Detto in parole povere, la decisione se sia possibile far morire una persona in stato vegetativo permanente è considerata dalla Corte un affare meramente privato, che non riguarda la vita della società.
Questa valutazione presuppone a sua volta che esista «un diritto costituzionale all’autodeterminazione terapeutica in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale», che in vero è tutt’altro che pacifico.
Infatti, proprio questo è un aspetto tutto da dimostrare dal punto di vista giuridico. Ci si basa sul presupposto che l’ordinamento riconosca un diritto del singolo alla privacy o all’autodeterminazione così esteso dal punto di vista dei contenuti da ricomprendere anche il diritto a lasciarsi morire, e così ampio dal punto di vista soggettivo da spettare anche ai soggetti incapaci di intendere e di volere, come Eluana Englaro.
Il diritto all’autodeterminazione del soggetto incapace: un ossimoro, se non fosse affermato dalla Suprema Corte di cassazione.
Per la verità che il caso Englaro stesse imboccando questa strada era già chiaro dalla precedente sentenza della Corte di cassazione, sezione I civile dell’ottobre 2007. È in quell’occasione che le autorità giudiziarie hanno scelto di impostare la soluzione del caso facendo leva sul diritto all’autodeterminazione del paziente. A quell’epoca la Corte di cassazione aveva davanti a sé altre alternative, perché le si chiedeva in primo luogo di stabilire se si trattasse, nel caso di specie, di accanimento terapeutico. Tuttavia la cassazione, invertendo inspiegabilmente l’ordine dei motivi di ricorso, non ha mai risposto su questo punto, preferendo avventurarsi sul terreno del rispetto della libera autodeterminazione della paziente (incosciente). Nella motivazione della decisione sono stati invocati vari principi costituzionali, numerosi trattati internazionali, e persino molta giurisprudenza straniera ed europea. La ricchezza delle fonti citate non vale però a colmare i salti logici che permangono nel percorso argomentativo della sentenza.
Il punto di partenza del ragionamento giuridico è il principio del "consenso informato", in base al quale ogni malato deve poter essere libero di accettare o meno un determinato trattamento sanitario, dopo essere stato adeguatamente informato dal medico curante. Il fatto è che solo con numerose forzature il caso Englaro può essere fatto rientrare nello schema del "consenso informato". Infatti, il primo nodo da sciogliere è se l’alimentazione e l’idratazione siano trattamenti sanitari, fatto che la sentenza dà per scontato, senza adeguatamente discutere una valutazione che invece appare controversa. Alimentare, sia pur con il supporto di alcuni macchinari, è davvero la stessa cosa che sottoporre a trattamenti sanitari? Il secondo problema è che la paziente non può essere stata "informata" adeguatamente né sugli effetti del trattamento né su quelli della sua sospensione, a causa dello stato in cui versa.
Il terzo e insormontabile problema è che la volontà della paziente – anche a voler ritenere tale ciò che si può desumere dagli elementi portati in giudizio e risalenti a molti anni addietro – non è attuale ed è stata ricostruita in base ad indizi straordinariamente esili, specie se comparati alla gravità della decisione da assumere, che in definitiva è quella se vivere o morire.
A fondamento del "diritto di autodeterminazione sanitaria fino alla morte" si è spesso invocato l’art. 32 della Costituzione italiana. La disposizione costituzionale afferma testualmente che «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
È evidente che questo principio costituzionale non contiene una risposta univoca per un caso così particolare come quello di Eluana; da esso si possono ricavare diverse interpretazioni ed è tutt’altro che pacifico che esso implichi necessariamente la libertà di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, specie se l’esito è la morte e se l’interessata si trova in stato di incoscienza. Forse sarebbe stato opportuno sul punto investire del problema la Corte costituzionale, che invece è rimasta inspiegabilmente esclusa da tutta la vicenda.
A onor del vero la Corte di cassazione, pur avendo imboccato la strada del diritto all’autodeterminazione, aveva poi formulato il principio di diritto in modo molto restrittivo, tanto è vero che all’epoca molti avevano pensato che poi i giudici milanesi, chiamati ad applicare i principi al caso di specie, sarebbero stati costretti a rifiutare l’autorizzazione richiesta dal padre e tutore di Eluana Englaro. Con una certa sorpresa, invece, la Corte di appello di Milano ha rifiutato di ripetere gli accertamenti medici per una verifica delle condizioni attuali della paziente, prima di procedere ad autorizzare la sospensione dell’alimentazione; con sorpresa anche maggiore, ha ritenuto sufficienti le testimonianze di alcune amiche e conoscenti, oltre che del padre di Eluana, per concludere inequivocabilmente che la volontà della malata era di preferire la morte alla vita in stato vegetativo. Molteplici sono, dunque, le forzature dei dati normativi che hanno condotto all’ultima decisione della Corte di cassazione, alle quali si aggiunge l’inspiegabile inerzia del legislatore che avrebbe potuto e, se volesse, potrebbe ancora intervenire con un normativa che stabilisca qualche principio per orientare anche in futuro l’azione dei giudici di fronte a queste situazioni in cui la vita umana appare avvolta dal mistero.
«Avvenire», supplemento «èVita» del 20 novembre 2008

Un'insolita prigione

di Alessio Napoleoni
(vincitore della quarta edizione di “Parole in corsa” 2008)

Da quanti giorni sono qui? Non riesco a ricordare. Mi sento stanco, mi muovo con difficoltà, devono avermi fatto qualcosa prima di buttarmi in questa prigione. Le sbarre creano con il sole uno strano gioco di luci sul letto. Mi chiedo chi sia stato a portarmi qui, strappandomi dalla mia casa. Ricordo solo che è successo tutto all'improvviso. Un rumore, una luce puntata su di me, e poi un uomo mi ha trascinato via. Ho cercato di divincolarmi, ma era molto più forte di me, ho urlato per chiedere aiuto, ma le persone che erano intorno non intervenivano, anzi, sembrano compiacersi dell'accaduto, sorridevano. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo. Cosa avevo fatto di male? Passai i primi giorni dopo quel fatto in una stanza dove erano state radunate tante persone che come me sembravano spaesate e distrutte. Cercai di comunicare con gli altri per capire se sapevano cosa ci facevamo qui, ma la mia voce non li poteva raggiungere, poiché eravamo divisi da dei muri invisibili. Durante i giorni di permanenza in quel luogo mi fecero delle particolari visite mediche. Poi due persone mi vennero a prendere. Mi portarono lontano, non so quanti chilometri feci. Alla fine venni condotto qui, in questa cella. Vorrei potermi aprire un passaggio tra queste sbarre, ma sono troppo robuste per poter essere piegate, le mie mani si avvinghiano inutilmente su di esse. Qualcuno si sta avvicinando verso la mia cella, sento un rumore di passi. É una donna. Mi guarda e mi sorride. Poi qualcuno la chiama e lei se ne va. Come posso chiedere aiuto? Se provo ad urlare quelle due persone mi riverrebbero a prendere, prima preferisco sapere con chi ho a che fare. Ho trovato accanto a me uno strano dispositivo, sembrerebbe una ricetrasmittente. Sono ore che sto cercando di farla funzionare, ma senza risultato. Provo a parlare dentro di essa, ma ricevo come risposta suoni senza senso, probabilmente nessuno mi sta ascoltando dall'altra parte. Sta tornando la donna di prima, ma non è sola. Lei si siede su una sedia. Le altre persone invece si avvicinano alle sbarre e cominciano a sorridere, cercano di afferrarmi, hanno braccia lunghe che cercano di superare le sbarre. Ho paura, comincio ad urlare e piangere, le braccia si ritirano, anche le persone dopo aver riso se ne vanno. La donna invece che era seduta invece rimane, appoggia le sue mani alle sbarre. Sono molto stanco, non posso impedire che i miei occhi si chiudano.
Mi risveglio con dei dolori allo stomaco, durano qualche minuto e poi si placano. Non devo stare molto bene in questi giorni. Devo aver dormito parecchio, il sole sembra essere ormai tramontato per dar spazio alla luce della luna piena. Cerco un'altra volta di far funzionare quella maledetta ricetrasmittente, ma senza risultato. Comincio a tirare dei pugni su di essa, come se si potesse pensare che servano a qualcosa a parte sfogare la mia rabbia. Solo dopo mi accorgo che fuori dalla mia cella c'è una televisione accesa che trasmette un film. Sarà che il volume è basso, ma non riesco a capire che cosa stanno dicendo gli attori. Mi soffermo comunque sia a guardare distrattamente la televisione, ma a un certo punto ricominciano i dolori allo stomaco, e questa volta sono più forti, non riesco a trattenere una serie di urli. Un uomo viene a spegnere la televisione, si avvicina alle sbarre e mi guarda con aria schifata. Si allontana, ma poi ritorna quella donna che tante volte in questi giorni mi è venuta a trovare. Mi prende in braccio facendomi uscire dalla cella dall'alto. Mi pronuncia delle parole che non riesco a comprendere, ma penso che intenda cambiarmi il pannolino. Era anche ora.

La natura e il suo corso

Il caso Englaro
di Ernesto Galli Della Loggia
E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d'urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall'inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l'esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.
E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell'opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l'asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.
L'altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d'appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell'incidente aveva diciotto anni).
Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d'appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d'indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D'Avack, sull'Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».
Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.
È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.
Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.
«Corriere della sera» del 7 febbraio 2009

Non morta, ma uccisa

Adesso però vogliamo sapere tutto
Di Marco Tarquinio
Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini. Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte » messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.
Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi sentenziata, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.
Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.
Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.
Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
«Avvenire» del 10 febbraio 2009

Eutanasia: parole chiare per non bluffare

di Michele Aramini
Alle parole occorre dare il loro significato, senza lasciare che gli slogan e le opinioni per sentito dire abbiamo il sopravvento sui ragionamenti basati su dati di fatto e definizioni adeguate.È il motivo di questa pagina dove vengono puntualizzati alcuni dei termini delle questioni dibattute in questi giorni in tema di eutanasia, testamento biologico, accanimento terapeutico e libertà di essere o meno curati secondo la propria volontà. Ci guida Michele Aramini, autore di alcuni volumi di bioetica (nel 2006 un «Manuale di bioetica per tutti») e docente di Introduzione alla teologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si sentono spesso discorsi che puntano sull'emotività dei casi limite, cioè di quei malati in condizioni talmente dolorose e senza speranza di recupero, da suscitare profonda compassione in chiunque.Ma che qualcuno traduce nella possibilità, per far cessare le sofferenze, di «uccidere per amore», una contraddizione in termini. Dimenticando che le moderne terapie sono in grado, quando non è più possibile curare una malattia irreversibile, almeno controllarne l'aspetto più angosciante: il dolore.Viene spesso sottolineato anche il tema della libertà e dell'autodeterminazione dell'individuo, volutamente ignorando - come la saggezza popolare riconosce da tempo - che nessun uomo è un isola, che le nostre esistenze sono inevitabilmente intrecciate a quelle dei nostri simili nelle comunità in cui viviamo. E che in nessun modo un medico - che ha giurato sul testo di Ippocrate «di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente» - potrebbe essere obbligato a compiere atti eutanasici, pena l'abdicare totalmente alla propria missione.Perché continuiamo a ritenere che chi si dedica all'arte medica non abbracci solo una professione, spesso remunerativa, ma abbia in animo anche di dedicarsi - operando in scienza e coscienza - al bene dei suoi simili.

EUTANASIA
CAUSARE VOLUTAMENTE LA MORTE DI UN PAZIENTE

Il Comitato nazionale per la Bioetica (Cnb) ha definito l'eutanasia come l'uccisione «diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta» (documento del 14 luglio 1995). In altri termini essa consiste nel mettere in atto, intenzionalmente e volontariamente, azioni o omissioni che causano direttamente la morte di un paziente che si trovi nello stadio terminale della malattia di cui è affetto e che abbia chiesto o chieda di morire. Nella stessa linea si pone l'enciclica «Evangelium vitae» (n. 65): «Per eutanasia in senso vero e proprio - vi si legge - si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore». I significati della parola eutanasia sono mutati nel corso del tempo. Nella cultura romana aveva principalmente il significato di «morte bella», nel senso anche di eroica. Oggi si intende invece l'«uccisione intenzionale attuata con metodi indolori per pietà». Non si può parlare di eutanasia nel caso di una persona che non sia morente oppure sia affetta da una malattia che, per quanto dolorosa, non la conduca necessariamente e rapidamente alla morte. Si può parlare della distinzione tra eutanasia diretta e indiretta. La prima è quella che abbiamo definito, la seconda è quella che si produce come effetto secondario di un trattamento medico, quale la terapia antidolorifica.

CURE PALLIATIVE
Presa in carico totali di chi si avvia al tramonto della vita
Il punto qualificante delle cure palliative è quello di essere cure attive e globali, effettuate sulle persone affette da un male inguaribile, in cui le cure specifiche per la malattia non hanno alcuna risposta. Il loro obiettivo è quello di non prolungare la vita, ma di migliorarne la qualità alleviando le sofferenze.Per definizione le cure palliative sono multidisciplinari. Infatti del malato non si prende cura solo il medico, ma anche l'infermiere, lo psicologo, il ministro di culto, la famiglia e anche i volontari adeguatamente preparati.Uno degli elementi centrali delle cure palliative è la somministrazione di farmaci antidolorifici di varie famiglie (oppioidi e non oppioidi). Il solo uso dei farmaci antidolorifici semplici ha permesso di alleviare l'80% delle situazioni di dolore. Nonostante la semplicità d'uso di questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono ancora adoperati, o per resistenze culturali o per mancanza di disponibilità dei farmaci, quali la morfina.È urgente che le associazioni professionali dei medici (anche dei Paesi occidentali) si aggiornino nel campo delle cure palliative, secondo gli orientamenti formulati dal Comitato etico dell'Associazione europea di Cure palliative. Dati recentemente forniti da un rapporto su alcuni Centri ospedalieri americani evidenziano che il dolore è controllato adeguatamente solo nel 45% dei casi. Da qui la necessità di diffondere un'educazione che coinvolga le università, le specialità mediche, le scuole infermieristiche e l'opinione pubblica.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO
TRATTAMENTO INUTILE, FONTE DI SOFFERENZA

Si tratta di «un trattamento di documentata inefficacia in relazione all'obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato o una particolare gravosità per il paziente, con un'ulteriore sofferenza in cui l'eccezionalità dei mezzi adoperati risulta chiaramente sproporzionata agli obiettivi» (Corrado Manni, 1995). Esiste un'esigenza di proporzione fra mezzi terapeutici e condizioni del paziente. In casi obiettivamente disperati non ha senso alcuno effettuare un intervento chirurgico, o somministrare un farmaco, o iniziare tentativi di riabilitazione. L'accanimento terapeutico, infatti, non è l'atteggiamento del medico che «fa di tutto» per strappare alla morte un paziente, o per prolungare, seppure di poco, la sua vita. Risponde piuttosto all'atteggiamento del medico che, pur sapendo di avere fatto ormai tutto il possibile, continua ostinatamente a sottoporre il malato a trattamenti inutili e gravosi, che non possono avere altro effetto se non quello di prolungare l'agonia. In modo errato, alcuni ritengono che accanimento terapeutico significhi semplicemente «essere tenuti in vita in condizioni precarie», quando ci si trova sopraffatti dal dolore e quando «il desiderio di vivere si è spento». In questo senso, il concetto si identificherebbe con la volontà - di medici insensibili - di conservare ostinatamente la vita del paziente anche se questi non sa più che farsene. In altre parole, se con il rifiuto dell'accanimento terapeutico si intende la negazione di tutte quelle misure artificiali che tengono in vita in fase critica o terminale precisamente perché il paziente chiede di morire (oppure il medico vuole farlo morire), allora si rientra pienamente nella situazione dell'eutanasia, cioè nella volontà di porre fine, con azioni od omissioni alla vita di un malato per eliminare ogni dolore. Secondo tale concezione, non sarebbero eventuali trattamenti gravosi e inutili a costituire una forma di accanimento, ma sarebbe un accanimento il fatto stesso di mantenere in vita un morente o un malato grave. In questa linea si dovrebbero togliere la gran parte dei mezzi di sostegno vitale in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti, con il risultato di far morire i pazienti.
TESTAMENTO BIOLOGICO
INDICAZIONE DELLE CURE CHE UN SOGGETTO ACCETTA
Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la Bioetica ha emanato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Secondo tale documento il testamento biologico è una indicazione sottoscritta dal paziente con la quale egli manifesta alcune semplici indicazioni sulle forme di assistenza che desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste: ad esempio la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti. Per la verità il valore consultivo sulle preferenze di trattamento dei pazienti (per evitare forme di accanimento terapeutico), anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, così come il divieto di praticare l'eutanasia, già sancito dalla legge con il generale divieto di uccisione di consenzienti.Il tema è stato però ripreso dai sostenitori dell'eutanasia, che desiderano usare il testamento biologico come espressione della più completa possibilità di «autodeterminazione» del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. L'intenzione è esplicitamente pro-eutanasia. Infatti nei moduli predisposti dal comitato promosso dall'oncologo Umberto Veronesi si ritrova la possibilità per il paziente di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire, che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. Con il testamento biologico così inteso si vuole consentire l'esercizio di questo inesistente diritto.

SUICIDIO ASSISTITITO
RICHIESTA DI OTTENERE GLI STRUMENTI DI MORTE

Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta che una persona gravemente malata (ma non in stato di malattia terminale e quindi non prossima alla morte) fa in piena coscienza e in stato di lucidità mentale al medico o a un parente o a un amico di procurarle un farmaco che, una volta assunto, le dia la morte.La differenza rispetto all'eutanasia sta nel fatto che è la persona stessa che si procura la morte ingerendo un farmaco mortale che un'altra persona le ha procurato: si tratta cioè di un suicidio, sia pure «assistito», a cui ha contribuito un'altra persona, non di un omicidio, come l'atto eutanasico positivo od omissivo compiuto da un'altra persona, sia pure su richiesta della persona malata.
« Avvenire » del 27 settembre 2006