03 marzo 2013

Stacca la spina, penserai meglio

di Anna Lagorio
Che cosa si nasconde nella mente dell'investigatore più famoso del mondo? Nel libro, «Mastermind: how to think like Sherlock Holmes», Maria Konnikova propone un viaggio scientifico-letterario nella mente del detective inglese per svelare i processi che regolano chiarezza mentale, capacità deduttive, intuizione fuori dal comune.
«Il mio obiettivo non è quello di trasformare i lettori in detective», racconta l'autrice, che pubblica con Penguin. «Ciò che mi interessa è analizzare come funziona una mente eccezionale e offrire degli strumenti per imitarne i pattern cognitivi».
Per cominciare, sostiene che nel cervello convivano due modelli: da una parte il «sistema Watson» (veloce, caldo, disordinato), dall'altra il «sistema Holmes» (lento, freddo, riflessivo).
«Ognuno di noi vive in "modalità Watson" per la maggior parte del tempo, ma il passaggio da un sistema all'altro è possibile». Al centro di questo cambiamento, Konnikova pone la teoria del brain attic: secondo Sherlock Holmes, «le persone usano il cervello come una soffitta: ci mettono di tutto, lo stipano fino a farlo scoppiare e poi si lamentano, perché non trovano mai quello che cercano».
Mettere ordine nella propria soffitta cerebrale è essenziale per combattere la reticolarizzazione disordinata dell'informazione. «Dobbiamo scegliere quali pensieri far entrare e come organizzarli per richiamarli alla mente quando ne abbiamo bisogno. Solo così, possiamo entrare in uno stato di limpidezza mentale».
Per farlo, Konnikova propone di seguire le tecniche di mindfulness, elaborate a partire dagli anni Settanta da Ellen Langer, docente di psicologia ad Harvard, e da Jon Kabat-Zinn, professore emerito di medicina e fondatore della Clinica per la riduzione dello stress dell'Università del Massachussetts.
«La meditazione mindfulness permette di calmare la mente, focalizzare l'attenzione sul presente, eliminare tutte le distrazioni provenienti dall'esterno», scrive Konnikova e, nel libro, propone un excursus sulle ultime ricerche in materia.
Nel 2011, i ricercatori dell'Università del Wisconsin hanno osservato che l'esercizio costante migliora le capacità di regolazione del tono dell'umore. Ad Harvard, invece, la neuroscienziata Sara Lazar ha evidenziato che i praticanti di mindfulness presentano una corteccia mediale ispessita e un ampliamento dell'insula destra (aree legate all'empatia, all'osservazione e al problem solving). «Tutti gli ultimi studi hanno riscontrato inoltre che la mindfulness ha effetti positivi sulla neuroplasticità in età adulta. Le implicazioni sono affascinanti: basti pensare alla possibilità di utilizzare questo metodo per prevenire il declino cognitivo».
In quest'ottica, Sherlock Holmes è la metafora perfetta del pensiero-mindful: «Quando sta per risolvere un caso, il detective è al massimo della concentrazione. Per raggiungere questo stato mentale, si immerge nella sua poltrona di pelle, chiude gli occhi e unisce i polpastrelli delle dita di fronte a sé. Per Watson, Holmes non sta facendo niente, ma, in realtà, è proprio grazie alla calma apparente che il cervello può lavorare al massimo».
Per ottenere un risultato simile, Konnikova sostiene che sia necessario sfatare il mito della multifunzionalità: «Holmes è un unitasker eccezionale e il suo sistema cognitivo funziona perché è completamente ancorato al qui ed ora. Ma che cosa succederebbe se fosse costretto ad agire in modo multitasking?».
Per rispondere, l'autrice cita un esempio autobiografico: «Quando ho iniziato a scrivere questo libro, la mia soglia di concentrazione era molto bassa: controllavo la posta ogni tre minuti, poi passavo a Facebook o lanciavo un tweet. Così, ho installato Freedom, l'applicazione per bloccare le attività online e, all'inizio, anche dieci minuti mi sembravano lunghissimi. C'è voluto un po' per riportare il mio cervello a un regime unitasking, ma ne è valsa la pena perché ho guadagnato una qualità di pensiero limpido ed iperefficiente».
Il tema è caldo, come dimostra l'ultima edizione di Wisdom 2.0 (il «Ted dello spirito») che si è svolto a San Francisco dal 21 al 24 febbraio.
All'evento hanno preso parte ospiti illustri, come Jeff Weiner, ceo di Linkedin, Bradley Horowitz, vice-presidente di Google ed Ewan Williams, co-fondatore di Twitter. Durante i panel, hanno discusso con insegnanti di mindfulness (fra i big era presente lo stesso Kabat-Zinn), monaci buddisti e maestri yoga.
Dai talk è emerso un trend comune: il desiderio di trovare un equilibrio fra l'informazione iperreticolare e il proprio sé. Come? Attraverso l'applicazione della «regola Holmes»: trovare il tempo per fermarsi e staccare il cervello. Magari suonando il violino.
«Il Sole 24 Ore» del 3 marzo 2013

02 marzo 2013

La letteratura non è scrivere storie

L’intervento
di Philippe Djian
Il libro, la protagonista e... le virgolette
Philippe Djian, che col Festival sarà a Roma, è nato a Parigi nel 1949. Autore di culto, tradotto in Italia da Voland (che pubblica sia le sue ultime prove sia la sua backlist), è diventato celebre con «37˚2al mattino», dal quale Jean-Jacques Beineix ha tratto il film «Betty Blue». Per «la Lettura» racconta come scrive e la genesi del suo ultimo libro (vincitore del premio Interallié) che Voland pubblicherà il 7 marzo.

Il titolo di questo romanzo è un “Oh…”, sospeso tra virgolette e con i puntini di sospensione appunto. Quando ho consegnato il manoscritto alla mia casa editrice, Gallimard, mi hanno ridato le prime bozze con il titolo tra virgolette francesi, tipo le caporali. Ho chiesto allora che venissero mantenute le virgolette inglesi, dei piccoli apostrofi un po’ sospesi in aria, perché dal punto di vista visivo corrispondono meglio alla mia idea del libro e poi sono più aerei e sono le ultime parole dell’eroina, se vogliamo chiamarla eroina, il personaggio principale del libro, che è una donna, Michèle. Questo “Oh…” è una risposta che in realtà non lo è veramente. La migliore amica di Michèle ha lasciato il marito e le chiede se le affitta una stanza di casa sua. Michèle non risponde né sì né no, anche se io penso che il suo sia un sì, ma non può dirlo subito.
Mi piaceva chiudere questo romanzo con qualcosa di così aereo tanto più che, grazie alla simpatia e alla comprensione di Antoine Gallimard, ho potuto ottenere queste virgolette inglesi sulle copertine bianche della casa editrice, perché — cosa che non sapevo — c’è un solo font per la famosa copertina bianca. Quando ho chiesto di cambiare le virgolette, le persone addette alla composizione erano un po’ preoccupate, era qualcosa di troppo rivoluzionario… Abbiamo dovuto fare appello direttamente ad Antoine Gallimard, che sorridendo ha dato naturalmente il suo consenso.
Quando ho scritto la prima frase, non sapevo ancora che fosse una donna a parlare. Mi è venuta una frase su un graffio a una guancia e ho cercato di lavorarci. Mi sono detto che non poteva essere pronunciata da un uomo e così mi sono incamminato verso Michèle. In quel momento non sapevo se quella voce avrebbe parlato per un paragrafo o per tutto il libro… non so perché Michèle è caduta e si ritrova a terra. È la lingua che induce la storia. Quando scrivo sento che è la scrittura che costruisce. E non è la storia di uno stupro: lo stupro è ciò che dà il via al romanzo. È piuttosto il romanzo di una donna che è capace di rialzarsi. Quando ho iniziato, istintivamente ho pensato che se provavo a mettermi nei panni di una donna e se provavo a parlare come una donna sarei andato a sbattere contro un muro, se invece rimanevo uno scrittore uomo ma trattavo i pensieri, le aspirazioni e le cose che interessavano questa donna, come un uomo che scrive al posto di una donna, potevo arrivare a qualcosa di interessante. La cosa buffa è che molte lettrici mi hanno detto che sembrava proprio una donna a parlare, ma io non credo affatto. La cosa interessante è che si percepisce che dietro la voce di quella donna c’è un uomo, il lato femminile di uomo.
Scrivendo questo libro mi sono immerso in un’atmosfera tremenda e sono gli uomini a renderla così tremenda. La storia racconta trenta giorni di una donna. È il mese di dicembre: «Dicembre è il mese in cui gli uomini si ubriacano — uccidono, violentano, si accoppiano, riconoscono bambini non loro, scappano, si lamentano, muoiono».
Avrebbe potuto essere anche agosto, noi uomini siamo altrettanto terribili negli altri mesi.
Le mie storie sono come delle favole crudeli. Nelle prime righe sapevo soltanto che Michèle non vedeva il padre da molto tempo, ed è lei che dopo mi ha raccontato che suo padre era in prigione, ed è lei che mi ha spiegato che cosa era successo. La serie di problemi che Michèle ha con la sua famiglia, non è realistica, non è plausibile, ma la letteratura perme non è fatta per raccontare la realtà.
La storia per me non è molto interessante. È un po’ come un campo da gioco, può accadere qualsiasi cosa in quel campo, ci si può divertire, può succedere di tutto ma il mio lavoro è al di fuori. Io lavoro sulla scrittura. All’inizio non ho assolutamente nessuna idea di quello che accadrà. Ho sempre in mente i registi di cui mi sono nutrito nella mia gioventù, registi come Ford o Hawks, e loro come me non erano interessati alla storia; si può magnificare qualsiasi cosa se si sa lavorare la lingua.
Tutti i miei romanzi hanno sempre avuto come protagonisti scrittori perché volevo parlare di letteratura, volevo dire che la letteratura non è raccontare storie, la letteratura è altro, provavo a usare espedienti e temi nei quali potevo introdurre la letteratura e la lingua. Qui ho deciso di cambiare, non ci sono più scrittori ma sono sempre personaggi che hanno a che fare con la lingua. Persone capaci di riconoscere un buon libro, una bella sceneggiatura. Michèle ammette di non essere in grado di scrivere una buona sceneggiatura, ma sa riconoscere quali sono quelle buone. Io sono incapace di dire perché la mia scrittura possa interessare qualcuno, so che interessa me.
Come esergo del romanzo ho messo una citazione di Eudora Welty. È una scrittrice incredibile che ho scoperto per caso. Negli Stati Uniti è molto nota. È di una freschezza e inventiva incredibile, c’è tutto quello che negli scrittori mi appassiona. Dovrebbe essere l’esempio per molti giovani autori: la sua scrittura è superba.
(Traduzione di Valentina Parlato)


«Corriere della Sera - Suppl. La letura di fine febbraio 2013» del gennaio 2013

Il congedo del Papa, una pagina di cinema

A fil di rete
di Aldo Grasso
Resterà come uno dei momenti più struggenti della nostra tv
Il momento era solenne, il cerimoniale aiutava molto, la location faceva il resto, ma il congedo da Roma di Benedetto XVI, dal punto di vista puramente televisivo, resterà come uno dei momenti più struggenti della nostra tv. Prima c'è stato il commiato dai cardinali e la memoria si è messa a rincorrere altre immagini, dai vecchi reperti in bianco e nero dei padri conciliari fino al film di Nanni Moretti «Habemus papam». Poco dopo le 17, però, dopo un saluto commosso ai suoi più stretti collaboratori, il Papa ha raggiunto in auto l'eliporto. E qui è iniziata una sequenza senza precedenti.

LA SCENA - Il volo su Roma del Pontefice, relativamente a bassa quota, mentre le campane suonavano a distesa, è qualcosa che esce da codici cerimoniali o da regie preventivate: «Spiritus ubi vult spirat», dice l'evangelista Giovanni. Sembra più frutto di una di quelle concomitanze celesti che ogni tanto si manifestano: un elicottero che inquadra un altro elicottero che volteggia a fianco del Cupolone, sorvola il Tevere, punta il Colosseo, dove normalmente si celebra la Via Crucis, il Venerdì Santo, e poi passa sopra le case di Roma, la gente che guarda in alto e saluta. In meno di venti minuti, l'elicottero atterra a Castel Gandolfo. L'ultimo saluto dal balcone, la piazza gremita.

I GESTI - Più delle parole contano i gesti. Il Papa si ritira, una guardia svizzera, prima di cedere il comando alla gendarmeria, appoggia l'alabarda al muro e, alle 20 in punto, chiude il portone, con un effetto cinematografico a nero. The End. Il pontificato di Benedetto XVI è stato meno mediatico del precedente, più incentrato sul valore della parola. E qui si gioca il senso profondo della parola carisma, ai tempi della tv. Esiste il carisma mediatico o è una contraddizione in termini? Il Papa del logos si è congedato con una pagina di grande cinema.
«Il Corriere della Sera» del 2 marzo 2013

Papa Borgia avvelenato per fiction

Polemiche
di Franco Cardini
Papa Benedetto XVI ha aperto a Twitter: e tutti ne hanno elogiato la tempestiva lungimiranza. E sai la novità. Fu Pio II a interessarsi a quella diavoleria della stampa ideata da Johann Gutenberg, mentre gli illuminati principi del Rinascimento la ritenevano una schifezza e il duca d’Urbino vietava a quei libracci unti d’inchiostro su carta di stracci l’ingresso nella sua aulica biblioteca tutta oro e pergamena.
Fu Innocenzo VIII a dar fiducia a quel matto di marinaio genovese che credeva possibile navigare per l’oceano. Fu Leone XIII ad accettare di farsi riprendere da quei bei tipi dei fratelli Lumière per la loro bizzarra invenzione delle forze in movimento. Fu Pio XI ad aprire una Radio Vaticana quando ancora i messaggi via etere erano sperimentali. Ma anche altri protagonisti della storia non hanno scherzato. Prendete il re d’Inghilterra. Enrico VIII, abilissimo nel far credere al mondo con i pamphlets dei suoi «intellettuali organici» di aver introdotto la Riforma nel suo Paese per il bene della Chiesa e non per i suoi interessi politico-economici.
Sua figlia Elisabetta I fu geniale nell’inventare in un sol colpo due «Leggende nere» destinate a durare nel tempo: quella contro la Spagna cattolica rea di ogni infamia e quella contro il papato eterno nemico di qualunque verità e libertà. I protestanti hanno bruciato molte più streghe dei cattolici ma ancora oggi nelle nostre scuole si continua a insegnare che uniche e responsabili di quei massacri furono la Chiesa e l’Inquisizione. Nel nome del no popery, il «spapizzazione», Cromwell massacrò scozzesi e irlandesi: eppure oggi sono in molti a pensare che quel bieco tiranno fosse solo un innocuo filosofo sensista...
Sorbiamoci dunque felici il polpettone televisivo ormai nemmeno troppo recente, ma abilmente riciclato, che il piccolo schermo ora ci propone e che entrerà a vele spiegate nelle nostre famiglie domani su La7. Tema: i Borgia. Se n’è occupato anni fa perfino Orson Welles: perché ora non rifilarci una lunga fiction dal sapore di «verità», con tanto di interpretazione di Jeremy Irons? I Borgia: il papa corrotto Alessandro VI, il figlio Cesare tiranno e assassino, la figlia Lucrezia debosciata e avvelenatrice. Sangue e sesso nel XV-XVI secolo: che volete di più? Con i soliti luoghi comuni, in parte puramente calunniosi, in parte spezzoni di verità cronistica montati alla rinfusa e cuciti insieme per squadernarci davanti una storia vista dal buco della serratura, tutta vizio prepotenza e intrighi, in cui non ci si cura affatto di situare quel che si narra nel contesto degli eventi e nel quadro socio culturale del tempo.
L’aveva già insegnato Voltaire: «Calunniate, calunniate: qualcosa resterà». Accidenti se n’è restato... Fu purtroppo un grande storico dell’Ottocento, Ferdinand Gregorovius, ad impiantare solidamente la «Leggenda nera» della grande famiglia aragonese legittimando l’idea, largamente inesatta, che le sue vicende tra il papato di Alessandro (1492-1503) e la morte di Lucrezia (1519) fossero solo una lunga sequenza di infamie. Scompare, nel polpettone televisivo, qualunque altro aspetto: la lungimiranza teologica e disciplinare del pur non a torto discusso papa Alessandro VI, di recente sottolineata anche da una bella pubblicazione scientifica dell’Istituto storico italiano per il Medioevo presieduto da uno studioso come Massimo Miglio.
Papa Borgia fu senza dubbio uomo del suo tempo, con tutto il peso morale che ciò può comportare: e peccatore fin che volete. Ma fu anche un papa straordinario: avviò la riforma degli ordini religiosi, mostrando di aver compreso i mali della Chiesa del tempo (quelli che avrebbero condotto alla rivolta di Lutero); sistemò la contesa ispano-portoghese dopo la scoperta del Nuovo Mondo, imponendosi per una versione equilibrata del problema.
Fu uno statista accorto che, riordinando l’amministrazione, le finanze e l’istituzione dello Stato della Chiesa e ponendo fine a molti abusi, dette da competente un energico impulso agli studi di diritto canonico, necessario per il riordino della gerarchia; fu paziente perfino dinanzi agli attacchi di Gerolamo Savonarola, che infatti fu vittima degli odii delle fazioni fiorentine più e prima che della sua volontà. Ma nella serie tv scompaiono anche (oltre all’abilità e al cinismo) le lucide dosi politiche e diplomatiche di Cesare, il «Principe Valentino»; l’intensa e ricca vita spirituale di Lucrezia nella seconda parte della sua esistenza, quando come duchessa di Ferrara fornì prove di generosità e di autentica <+corsivo>pietas<+tondo> religiosa che sono state sottolineate da un’altra studiosa, Gabriella Zarri. Infatti Lucrezia morì nella fede, terziaria francescana e amica dei poveri.
Niente da fare: tutto viene macinato e sepolto nella valanga di luoghi comuni e calunnie, che per giunta — c’è da giurarci — saranno salutate come oro colato da un branco di teledipendenti. Dal semplice punto di vista storico, la fiction è un colabrodo di errori e di sciocchezze: a proposito del Nuovo Mondo da poco allora scoperto, si parla tranquillamente di «America» (entrato in uso solo a partire dal 1507, in seguito alla pubblicazione della Cosmografiadel geografo Martin Waldseemüller); il povero Gerolamo Savonarola viene arso sul rogo a Roma anziché a Firenze; Jem Sultan, uno sfortunato pretendente al trono ottomano venuto in Europa a cercare aiuto contro il fratello e rivale Bajezit e morto di polmonite nel 1495 a Napoli dove si trovava ospite — ostaggio di Carlo VIII — viene fatto uccidere dal malvagio pontefice, ovviamente col veleno. E mi fermo qui. Ma, a proposito di veleni, in questo brutto pasticciaccio televisivo ce ne sono davvero tanti.
«Avvenire» del 2 marzo 2013

01 marzo 2013

Religioni e laicità, l'alleanza possibile

La proposta del filosofo canadese Taylor
di Jocelyn Maclure e Charles Taylor
L’evoluzione delle società democratiche contemporanee suggerisce che sia giunto il momento di ripensare la laicità nel suo senso e nei suoi fini. Nonostante la questione del rapporto tra potere politico e potere spirituale sia stata centrale da sant’Agostino fino all’età moderna, le sfide del presente hanno una natura diversa. Sebbene si pensi in prima istanza che l’oggetto di un regime laico sia la relazione appropriata tra Stato e religioni, il suo compito più grande e urgente è far sì che oggi gli Stati democratici si adattino in modo adeguato alla profonda diversità morale e spirituale che esiste all’interno dei loro confini. Infatti non si vedono ragioni di principio per isolare la religione, relegandola in una categoria a parte rispetto alle altre concezioni del mondo e del bene. Ma i rapporti tra persone religiose e non religiose sono spesso segnati da incomprensione, da sfiducia, a volte anche da intolleranza reciproca. Difficilmente atei e agnostici riescono a concepire che vi siano individui che aderiscono ancora oggi a credenze religiose la cui verità non può essere stabilita in modo scientifico. Persone religiose pensano che i «materialisti», nel senso filosofico del termine, siano incapaci di condurre un’autentica vita morale, di abbracciare cause che vadano oltre il proprio interesse egoistico e che di conseguenza abbiano una concezione riduttiva dell’esistenza umana. I qui pro quo e i fraintendimenti riguardano a volte gruppi specifici. Molti considerano l’islam intrinsecamente incompatibile con i valori democratici e liberali. Alcuni islamisti considerano la cultura occidentale irrimediabilmente vile e corrotta.
Tuttavia, la diversità morale e religiosa è una caratteristica strutturale e, per quanto si può giudicare, permanente delle società democratiche. Persone che adottano rappresentazioni del mondo e schemi di valori differenti, a volte inconciliabili, devono imparare a cooperare e a risolvere i propri dissidi. La cooperazione sociale nelle società differenziate trova origine nella possibilità di accordo tra cittadini ragionevoli sui principi di base dell’associazione politica. La stabilità e la coesione di queste società dipendono così dalla volontà dei cittadini, che hanno concezioni del bene divergenti, di accettare l’autorità dei principi comuni che fondano le istituzioni politiche. In un certo senso si tratta di uno sviluppo dell’ideale di tolleranza che ha permesso di porre fine alle guerre di religione. Sembra ragionevole pensare che un’etica del dialogo che rispetti le differenti prospettive metafisiche e morali sia la migliore per sostenere la morale politica minima o il «consenso per intersezione». Ma come conciliare quest’etica del dialogo col fatto che gli Stati liberali e democratici si definiscono come «società aperte», ossia società nelle quali regna la libertà di espressione? Come ha sottolineato Karl Popper, è proprio l’istituzionalizzazione della libertà di pensiero e di espressione che protegge queste società dalla stagnazione e dalla tentazione di chiudersi in loro stesse. In questo modo le persone religiose vengono puntualmente esposte a punti di vista che rimettono in questione la validità dei propri quadri di riferimento o li irridono.
Alcune opere artistiche – pensiamo ai Versetti satanici di Salman Rushdie, alle vignette su Maometto su un quotidiano danese e ai film di Martin Scorsese e Mel Gibson su Cristo – vengono infatti considerate dai credenti offensive, quando non esplicitamente blasfeme. Dobbiamo limitare la libertà di espressione in nome del rispetto verso ciò che pertiene, per alcuni credenti, alla sfera del sacro? Non siamo di questo avviso. Salvo alcuni flagranti casi di diffamazione o di incitamento all’odio, lo Stato non può restringere la libertà di espressione di alcuni con la scusa che delle idee o rappresentazioni finiscano per profanare quello che, per altri, è sacro. Lo Stato pluralista non può adottare né l’ontologia generalista, secondo la quale l’universo deve essere compreso nei termini della diade sacro-profano, né una concezione specifica del sacro. Non si vorrebbe certo vivere in una società in cui Rushdie o Richard Dawkins siano censurati. Così come la libertà di religione non comporta il diritto di non essere esposti a simboli religiosi, il prezzo da pagare per vivere in una società che tutela l’esercizio delle libertà di coscienza e d’espressione è quello di accettare di essere esposti a credenze e a pratiche che giudichiamo false, ridicole o offensive. Posto questo, quando si tratta della pubblicazione di testi o di contenuti artistici, non sarà auspicabile che si cerchi innanzitutto di comprendere come il nostro atto verrà percepito dagli altri e di anticipare il suo impatto sul legame sociale? Mentre le allusioni ironiche di Rushdie nei Versetti satanici sono al centro di un’opera che offre un ritratto penetrante della condizione umana nell’epoca della globalizzazione, è probabile che la ripubblicazione delle vignette su Maometto non abbia fatto altro che rinfocolare il conflitto.
Allo stesso modo, è possibile per i capi religiosi fornire indicazioni su come le religioni ci diano accesso a un modo unico di abitare il mondo moderno, senza per questo lasciare intendere che una vita condotta secondo una visione secolare del mondo e del bene sia inevitabilmente incompleta o corrotta. Fatto interessante, i due filosofi contemporanei più legati alla ripresa del razionalismo kantiano – John Rawls e Jürgen Habermas – sono entrambi giunti alla conclusione, dopo aver sostenuto concezioni più restrittive, che le prospettive religiose siano fonti morali che possono contribuire in modo significativo all’approfondimento della cultura democratica.
«Avvenire» del 26 febbraio 2013

Miracoli a scuola

Il fascino della conoscenza ai Colloqui fiorentini
di Alessandro D’Avenia
Cosa fanno duemila ragazzi delle superiori a Firenze in un centro convegni per tre giorni? Non è l’inizio di una freddura, anche se la risposta è da teatro dell’assurdo: partecipano a un convegno su Verga. La mattina fuggono dalla loro scuola e poi paradossalmente ci «tornano», a loro spese. Ho partecipato già l’anno scorso ai Colloqui fiorentini con una classe. Quest’anno dovrò parlare di Verga e dei suoi racconti più belli. Costretto, per fortuna, a rileggerli, do ragione ancora una volta all’adagio antico sui libri: non multa sed multum. Rimpinziamo i ragazzi di nozioni, sacrificando la profondità al dio muto della quantità. Ci nascondiamo spesso dietro analisi del testo fini a se stesse (vivisezioni che uccidono il testo-cavia): è come spiegare la formula di un profumo, prima di farlo annusare.
Spesso la letteratura italiana a scuola diventa noia. La bellezza non può annoiare: allora siamo noi noiosi. L’opera d’arte, scrive Rilke, ci dice: «Cambia la vita». Per questo a volte spieghiamo la formula, invece di annusare il testo, perché il testo non dice nulla a noi (e qualcosa bisogna pur dire: nozioni). Il programma ci insegue? E l’uomo forse no? Il reale è profondo, non è superficie, si manifesta sì in superficie, ma è profilo che, seguito fino in fondo, conduce alla pienezza, sfidando l’intelligenza a fare il suo mestiere: intus legere (leggere dentro). Se non fosse così non esisterebbe l’arte: anticamera della grazia. Lo sapevano gli antichi greci, che crearono statue di dei per parlare con gli dei, mica per abbellire il soggiorno. L’anticamera a scuola spesso è priva di porte, perché dell’infinito si ha paura. Il mistero? Roba da bambini... o da poeti. E lo sa anche Jeli, il pastore di Verga: per lui «ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno».
Mi sono divertito l’anno scorso ad ascoltare la critica di un insegnante al mio intervento su Foscolo, durante il quale avevo osato dire che non serve molto sapere i tipi di narratore dell’Ortis se non si legge l’Ortis per intero. Definì la mia affermazione «pericolosa». Dopo una laurea e un dottorato in filologia classica, io trovo pericoloso che si sappia solo cosa è la focalizzazione multipla e non si abbia il tempo di leggere Omero, Dante, Shakespeare per intero.
L’insegnante inoltre si lamentava del fatto che si era parlato troppo di Dio. Non lo riteneva opportuno. Eppure l’Ortis ne parla ossessivamente, soprattutto nel finale. In «Vere presenze» (libro che tutti gli insegnanti devono leggere) G.Steiner, ebreo agnostico, sostiene che l’arte non parla d’altro che di Dio: o per presenza o per assenza. Se la parola Dio, come domanda sul mistero, diventa eccessiva, allora Dante, Shakespeare e Dostoevskij sono eccessivi. O noi pusillanimi?
Non si tratta di cristianizzare gli autori, né di cercare la citazione che tradisce una loro appartenenza: clericalismo letterario. Si tratta di dialogare rimanendo se stessi, e lasciando lo scrittore essere se stesso. Solo così c’è dialogo, il logos viaggia tra (dia-) lettore e autore, in cerca della verità, che trascende la relazione che è l’atto della lettura. Così ho letto ripetutamente Malpelo e Jeli, fino a farmeli amici, con quella che Charles Peguy chiama una lettura «ben fatta»: «Non è nientemeno che il vero e persino reale compimento dell’opera. Si tratta di una collaborazione letterale, intima, interiore e anche di una sconcertante responsabilità.
Vi è un destino meraviglioso, quasi spaventoso, nel fatto che tante grandi opere possano ancora ricevere un perfezionamento, un compimento dalla nostra lettura. Che spaventosa responsabilità per noi». Io la chiamo lettura «responsabile»: risponde al testo letto e riletto, in prima persona, con matita, anima e corpo. Quante cose ho scoperto ri-ri­rileggendo: di me, dei miei ragazzi, del mondo. La letteratura è un modo per origliare se stessi quando non sappiamo ascoltarci, vagliare se i pensieri che abbiamo sono veramente nostri e imparare a rimettere a fuoco la vita, per cambiarla. Ma ogni cambiamento origina nella vita interiore, anche se l’occasione viene da quella esteriore.
Leggere moltiplica le occasioni. Quei racconti hanno risvegliato in me la misericordia per l’uomo, anche quello malvagio, per l’uomo che fa il male solo perché non è amato, la capacità di sentire l’altro uguale a me, nonostante le sue debolezze e la sua estraneità, fino a perdonarne l’antipatia e avversità, trasformando quell’odio prima in pietas, poi in empatia. Sapessimo noi leggere di più e meglio, capiremmo cosa cercano quei duemila ragazzi a un convegno su Verga, dopo mesi di lavoro, ciascuno con un elaborato personale. Cercano la vita e la grazia. Miracoli? No. La normalità e la nostalgia di come potrebbe essere, di come sarebbe potuta andare. La scuola.
«Avvenire» del 28 febbraio 2013

I falsi ricordi sono veri

Misteri della mente. Uno studio apre prospettive su un ambito che va dalle corti dei tribunali all’elaborazione della propria infanzia
di Massimo Piattelli Palmarini
La memoria costruisce eventi inesistenti. La neurobiologia indaga
Osserviamo bene la seguente lista di parole, che ci viene richiesto di ben memorizzare: guanciale, sogno, lenzuoli, materasso, sonno. Tra una settimana, ci verrà chiesto se alcune parole apparivano o meno in questa lista. Materasso? Sì. Oro? No. Letto? La stragrande maggioranza di noi, in perfetta buona fede, dirà che era nella lista. Ma non c’era! Adesso immaginiamo di guardare un breve filmato di un uomo che borseggia una donna, estrae il portafoglio dalla borsetta e si dilegua. La donna non sembra nemmeno essersene accorta. Qualche istante dopo ci sediamo in una stanza attigua e un signore (in realtà uno psicologo che sta effettuando un esperimento) commenta con noi il filmato. «Ha visto? Il malandrino ha quasi slogato un polso alla poveretta, torcendole il braccio. Ma come, non ha visto questo? Era evidentissimo!». Niente di tutto ciò era, in realtà, nel filmato. Una settimana dopo, ci viene chiesto di descrivere a parole cosa si vedeva nel filmato. Ebbene, in perfetta buona fede, forse ci ricorderemo che il ladro aveva forzato il braccio della signora.
Sul tema dei falsi ricordi, l’impatto dei quali può essere essenziale nelle indagini poliziesche, nei processi e nella vita, sono stati pubblicati nei giorni scorsi due importanti resoconti. Uno del celebre psichiatra Oliver Sachs, sulla «New York Review of Books», e uno di due insigni neuroscienziati cognitivi, Daniel Schacter (Harvard) ed Elisabeth Loftus (Università della California a Irvine) in un numero speciale di «Nature Neuroscience» interamente dedicato alle basi neuronali della memoria. Sachs racconta in un suo libro di aver avuto per tutta la vita due vivissimi e dettagliatissimi ricordi di due scene relative ai bombardamenti sull’Inghilterra, quando era ragazzino. Uno di questi, molto probabilmente, è genuino ma l’altro, come Sachs ha dovuto con sorpresa e sgomento ammettere recentemente, è certamente falso. Suo fratello, di lui più grande, assicura che il piccolo Oliver non era in quella cittadina, in quel momento.
Elisabeth Loftus ha studiato a lungo le illusioni mnemoniche di testimoni oculari in sede processuale. È stata spesso chiamata dagli avvocati di difesa come testimone esperto e ha raccolto le sue preoccupanti esperienze in un noto saggio. In anni recenti, ha anche esaminato vividi e sinceri ricordi che alcune persone avevano dimolestie sessuali subite in tenera età e ha potuto obiettivamente dimostrare che era impossibile fossero veri. Ne è seguito un pandemonio. È stata accusata (ma era un’accusa senza alcun fondamento) di condonare le molestie sessuali sui minori e di sostenere (di nuovo un’accusa senza alcun fondamento) che tutti i ricordi di molestie sessuali sono falsi. Una petizione con molte firme ha perfino tentato di farla licenziare dall’università nella quale insegna. Per fortuna, ora la tempesta si è placata. Schacter e Loftus, nel loro articolo su «Nature Neuroscience», riportano un caso di falsa identificazione di un presunto colpevole da parte di un testimone oculare, avvenuto in un processo nel New Jersey nel 2011. E sottolineano che, in oltre tre quarti dei 250 casi nei quali la prova del Dna ha scagionato un presunto colpevole, l’ingiusta condanna era dovuta a un errore di identificazione da parte di testimoni oculari. La memoria può ingannarci, senza che ce ne rendiamo conto. La Corte Suprema del New Jersey, che ci si augura sia imitata in altri Stati, ha recentemente decretato che i giudici devono esporre ai giurati la possibilità di errori di memoria e di identificazione, involontariamente commessi dai testimoni in un processo. Schacter e Loftus si soffermano anche in dettaglio sugli strumenti scientifici oggi disponibili per rivelare i falsi ricordi. Numerose pubblicazioni specializzate rivelano che la risonanza magnetica funzionale e raffinati tracciati di elettroencefalogrammi possono essere di aiuto. Ma si tratta di esperimenti di laboratorio, in condizioni di rigorosi controlli sperimentali, in soggetti perlopiù giovani e non emotivamente coinvolti. Quindi, pur sottolineando recenti progressi nella collaborazione tra neuroscienziati cognitivi, autorità inquirenti, giudici e pubblici ministeri, ammettono che una prova del nove dei falsi ricordi su basi neurobiologiche ancora non esiste. Solo progressi tecnologici futuri ce la potranno dare. La prudenza e la consapevolezza della falsità di alcuni (si noti bene, solo alcuni) ricordi è tutto quanto possiamo, per adesso, raccomandare.
Allarghiamo ora brevemente il panorama sulla comprensione delle basi neurobiologiche della memoria riportate nel numero monografico di «Nature Neuroscience». Si spazia dall’epigenetica della memoria e dell’apprendimento, cioè i marcatori chimici che l’esperienza quotidiana deposita sul Dna, a come i neuroni dell’ippocampo regolano la percezione dello spazio e la memoria spaziale, al ruolo del sonno e del sogno nel consolidamento dei ricordi, e ben oltre.
Chiedo all’insigne neurobiologo cognitivo Lynn Nadel dell’Università dell’Arizona, uno dei pionieri dello studio della memoria, di riassumere la tendenza generale di queste ricerche negli ultimi anni. «Innanzitutto si è passati dallo studio di singoli moduli allo studio di intere reti. Per esempio, l’integrazione tra ippocampo e corteccia entorinale (una struttura contigua all’ippocampo stesso, ndr) nel costruire la memoria spaziale rivela un sistema di immensa complessità che lentamente si comincia a capire. Sorprendentemente,ma sicuramente, questo stesso circuito è responsabile anche della memoria episodica.
Inoltre, l’epigenetica è adesso un argomento centrale, cioè come le esperienze più antiche modificano il funzionamento dei neuroni, trasformando l’antica opposizione tra natura e cultura. Tutto l’arco dello sviluppo del cervello, dalla nascita all’adulto, è sotto analisi. Le tecniche di imaging sono oggi immensamente più raffinate». Conclude sottolineando che le nuove aree ibride, talvolta un po’ strane, ma interessantissime, come la neuro-economia, la neuro-etica, la neuro-giurisprudenza e la neuro-estetica, spalancano settori di ricerca sperimentale ancora ieri impensabili. Tra tanto comprensibile entusiasmo una parola di prudenza ci viene da Oliver Sachs. Ronald Reagan, nella sua campagna elettorale del 1980, raccontò quasi piangendo un episodio di eroismo di un pilota durante la Seconda guerra mondiale. Fu ricostruito che non era un episodio reale, ma una sequenza di un film di guerra del 1944. Anche i presidenti possono nutrire falsi ricordi.
«Corriere della Sera - Supp. La lettura» della fine di febbraio 2013

Atlante populista italiano: ciò che fanno i veri governanti

di Ernesto Galli Della Loggia
È populista chiedersi quali «sacrifici» hanno compiuto l'on. Rosy Bindi, faccio per dire, o chessò il senatore Latorre, in questi ultimi quindici mesi, mentre alcune centinaia di migliaia di italiani perdevano il loro posto di lavoro? È populista chiedersi quali effetti del «rigore» governativo abbiano subito l'on. Bondi o l'on. Cesa, sempre tanto per dire, nello stesso periodo, mentre ottocentomila famiglie italiane chiedevano la rateizzazione delle bollette della luce e del gas che non riuscivano a pagare, o decine di piccole aziende e di negozi erano costretti ogni giorno a chiudere? È populista? Forse sì, chissà. Ma allora, per passare dalle stalle alle stelle, erano populisti anche i sovrani inglesi quando decidevano durante la Seconda guerra mondiale di restare a Buckingham Palace nel cuore della Londra colpita ogni notte dai bombardieri della Luftwaffe; o forse erano populisti ? e va da sé della peggior specie ? anche i membri dello Stato Maggiore tedesco che nell'autunno del '42 decidevano di consumare alla mensa di Berlino lo stesso misero rancio che a qualche migliaia di chilometri di distanza consumavano i loro commilitoni assediati senza speranza a Stalingrado.
Eh sì, orribili populisti, ci assicurerebbero i sapientissimi nostri intellettuali che sermoneggiano in ogni sede su che cosa è la vera democrazia. Sì, tutti populisti: come Beppe Grillo, naturalmente, e chi lo ha votato. Si dà il caso tuttavia che le classi dirigenti vere, i veri governanti, facciano proprio questo, guarda un po': specie nei momenti critici, cioè, cercano di mettersi allo stesso livello della gente comune, di condividerne pericoli e disagi, e in questo modo di meritarne la fiducia. Non vanno ogni sera in tv da Bruno Vespa o da Floris, o da Santoro (in trasmissioni che, sia detto tra parentesi, mostrandone la vuotaggine parolaia hanno contribuito come poche cose a disintegrarne l'immagine). Una classe politica che ha il senso del proprio onore e delle proprie funzioni deve essere capace di sentire quando è il momento di stare dalla parte dei suoi concittadini. Se non lo sente, ecco che allora sorge inevitabilmente a ricordarglielo il cosiddetto «populismo». Certo, il populismo si limita perlopiù a invocare comportamenti diversi, denuncia ingiustizie e latrocini, insiste sulla moralità e sulla qualità delle persone. Non è «propositivo», come si dice; non indica vasti programmi di misure strutturali. Fa come ha fatto Grillo, appunto. Ma sarà pure lecito chiedere: c'è per caso qualcuno tra coloro che stanno leggendo queste righe che ricorda invece una vera proposta, per così dire strutturale, avanzata in questa campagna elettorale da Casini o da Bersani? E c'è qualcuno che ha ascoltato Vendola illustrare come immaginava di finanziare l'Eden che nei suoi programmi si compiaceva di dipingere per il futuro? Stranamente però non sono in molti a dare del populista a Vendola. Volendo però entrare nel cuore della presunta assenza di proposte e di veri obiettivi politici da parte del cosiddetto populismo grillino, la domanda decisiva da farsi mi sembra questa: a conti fatti, voler mandare a casa un'intera classe politica costituisce o no un obiettivo politico (e non da poco, direi)? Costituisce o no un programma, anzi un ambizioso programma elettorale? E se la risposta è positiva, allora sopraggiunge di rincalzo un'altra domanda ancora: nelle condizioni date, qui, oggi, in questo Paese, quale altra via esisteva, per cercare, non dico di realizzare ma di affermare con forza quell'obiettivo, se non il voto per la lista di Beppe Grillo? Quale altra via esisteva per esprimere il proprio rifiuto nei confronti di una classe politica che in venticinque anni non ha saputo mettere in prima fila una sola faccia nuova? Che ancora oggi vede da un lato un vecchio leader 76enne, circondato da uno stuolo di camerieri, e dall'altro un partito, il Pd, che alla candidatura di Matteo Renzi ha saputo opporre solo la rabbia antiriformista dei vecchi oligarchi tardoberlingueriani alleati con i giovani turchi dell'apparato, entrambi oggi pronti, magari, a sostenere disinvoltamente che pure Grillo «è una costola della sinistra»? Quale altra via per protestare davvero contro una classe politica (ma non solo: né Monti né alcuno dei suoi ministri «tecnici» ha mai osato proporre alcunché, e tanto meno minacciare di dimettersi), una classe politica (ma non solo), dicevo, che travolta da scandali di ogni tipo e misura non è stata capace di inventarsi nulla, assolutamente nulla, per riguadagnare la fiducia dei cittadini?
E però non bisognava votare Grillo - si dice - per non dispiacere ai mercati e all'Europa, per non farci massacrare dallo spread. Evidentemente però molti hanno pensato che forse la qualità dei governanti è un prius rispetto a qualunque altra urgenza. Che forse una classe politica screditata e corrotta non solo alla fine non dà alcuna vera garanzia alla stessa Unione europea, ma soprattutto (ed è cosa non da poco) non garantisce un rappresentanza e una difesa adeguate degli interessi nazionali. Questo è il punto: una classe politica chiusa nella supponenza delle sue chiacchiere e nell'impotenza del suo finto potere, la quale non ha voluto prendere atto che c'è un'Italia sempre più numerosa che non ne può più: né di lei né dei suoi partiti. Un'Italia che quindi ha fatto la sola cosa che poteva fare: se n'è inventato un altro, di partito. Praticamente dal nulla e con il nulla: affidandosi a una sorta di fool, di «matto», di buffone shakespeariano, l'unico capace, nella sua follia, di dire ciò che gli altri non potevano. Con l'augurio - che a questo punto, immagino, è di tutti gli italiani - che alla fine, però, possa esserci del metodo in quella sua follia.
«Corriere della Sera» del 27 febbraio 2013

13 febbraio 2013

Caro Papa

La logica del mondo, la logica di Dio
di Alessandro D’Avenia
Caro Papa, manca un accento all’ultima lettera di que­sto tuo nome, Papa, e verrebbe fuori un’altra pa­rola. La parola che ogni figlio pronuncia migliaia di volte nella vita e che un figlio di Dio ha la for­tuna di pronunciare molte più volte perché, al­la fine, la vita cristiana è imparare a dire abbà, papà, a Dio.
Alla notizia della tua rinuncia ho avuto paura. Ho provato lo stesso dolore per la morte di Gio­vanni Paolo II: allora avevo 28 anni e mi sentii orfano, piansi come chi ha perso un padre.
Lunedì mi è successo lo stesso. Mi sono sentito orfano. Tu avevi deciso di non essere più Papa. Un altro padre mi veniva meno. È il dolore di un figlio che ha ricevuto moltissimo. Ho seguito il tuo pontificato sin dal momento in cui ti sei af­facciato per la prima volta dal balcone (abitavo a Roma allora). Ho letto i tuoi scritti, mi sono nu­trito delle tue parole sempre profonde e stra­namente semplici per un professore di teolo­gia, perché fondate sul rapporto vero con Dio (quanto gelo nelle parole di alcuni pastori che capita di ascoltare...).
In questi anni in cui la fede è spesso messa alla prova, dileggiata, fraintesa, tu hai fatto da para­fulmine a molte critiche. Le hai prese tutte su di te. Non te ne importava niente di essere colpi­to. Sono beati quelli che vengono colpiti a cau­sa di Cristo e chissà quanta della sporcizia che c’è nella Chiesa è stata gettata su di te per il fat­to di essere quel padre di famiglia che è il Papa. Tu hai sempre dimostrato e chissà con quanto dolore, dal discorso di Ratisbona a quello sul matrimonio, che l’unico consenso che ti inte­ressa è quello di tuo Padre Dio, cioè della verità, del logos.
Per questo ho avuto paura quando hai annunciato la tua rinuncia. Sul momento mi è sembrato un tirarsi indietro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi? Ho ripensato a una tua frase che mi porto nel cuore: «Fedeltà è il nome che ha l’amore nel tempo». Me la ricordo tutte le volte che il mio e l’altrui amore è messo alla prova e devo ag­grapparmi con tutte le forze all’Amore che muove tutti gli altri amori, oltre che il sole e le altre stelle. In questi anni la mia fede si è raffor­zata grazie a quel logos cortese, fermo e caldo che tu sai infondere alle parole che usi, come (tanto per fare un esempio) queste che ho let­to qualche giorno fa: «Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell’uomo, al suo egoismo e alla sua superbia. Dio è amo­re. Ma l’amore può anche essere odiato, laddove esige che si esca da se stessi per andare al di là di se stessi. L’amore non è un romantico sen­so di benessere. Redenzione non è wellness, un bagno nell’autocompiacimento, bensì una li­berazione dall’essere compressi nel proprio io. Questa liberazione ha come costo la sofferen­za della Croce». Ripensando alla tua frase, leggendo queste pa­role, le tue 'dimissioni' mi sembravano in­comprensibili e mi hanno gettato nello sgo­mento.
Mi sono sentito solo. A che serve difen­dere la propria fede se poi anche il Papa si tira indietro. Poi a poco a poco l’emotività ha la­sciato lo spazio al logos appunto, alla verità, a Cristo, e una grande pace è tornata nel cuore. Dovevo andare oltre il codice di interpretazio­ne soggettivo, emotivo, mondano. Rinunciare rappresenta un fallimento per il mondo, è un gesto di debolezza per il mondo, nel quale si 'è' solo se ci si afferma, a ogni costo. La logica del­la debolezza non è del mondo. Del mondo è la logica del potere e dell’egoismo. Per questo il tuo gesto è un gesto di libertà dall’io e non di fu­ga da Dio, nel quale ti vuoi rifugiare del tutto per continuare a sostenere la Chiesa più e meglio.
Con questo gesto fai trionfare una logica diver­sa, un logos diverso. Quello di chi sa che la sua preghiera silenziosa vale tanto quanto la sua a­zione, e lascia quest’ultima a chi può meglio di lui portarla avanti. Doveva suonare allo stesso modo, fastidiosa e inspiegabile, la frase di Cri­sto ai suoi: «È bene che io me ne vada perché venga a voi un altro consolatore».
Anche Cristo sembra tirarsi indietro, ma così vince: lascia lo spazio alla potenza dello Spirito, non si lascia legare neanche dalla sua condizione umana, dà tutto, anche quella, si espropria di tutto se stesso, perché come tu hai spiegato nel tuo libro più bello 'essere cristiani' è 'essere per'. Egli pone nelle mani dei suoi il compito di continuare le sue opere e afferma che ne faranno anche di più grandi delle sue. Ti ringrazio, caro Papa, per tutto il logos che ci hai donato e ci donerai sino al 28 febbraio, da Papa, ma anche per il logos che ci donerai dopo, nel silenzio che il mondo già chiama sconfitta, sotterfugio, fuga, e che è invece vittoria. Non mi sento più solo, perché ancora una volta mi hai aiutato a guardare all’unica cosa che conta, l’unica di cui c’è bisogno, il Logos stesso. Una sola cosa ti chiedo. Non dare le dimissioni dalla scrittura. Continua a nutrire la nostra fede con il tuo logos. Non farlo sarebbe dare le dimissioni da un talento e il Vangelo parla chiaro in merito... Con affetto​
«Avvenire» del 13 febbraio 2013

Il seme fertile di una rinuncia

Una diversa visione del sacro
di Ernesto Galli della Loggia
Con il passare delle ore appare sempre più evidente che il gesto con cui Benedetto XVI ha posto fine al suo pontificato, lungi dall'essere un gesto di «rinuncia», è stato in realtà l'opposto: un gesto di governo di grande portata e insieme un atto di alto magistero spirituale. Un gesto che ha qualcosa di quella risolutezza del pensiero, pronta a divenire decisione concreta nella prassi, di cui negli ultimi due secoli hanno dato tante prove le vicende della Germania di cui Ratzinger è un figlio.
Le dimissioni papali vogliono dire con la forza delle cose un'oggettiva desacralizzazione della sua carica. Il contenuto teologico di questa (l'essere cioè egli il vicario di Cristo) rimarrà pure inalterato, ma sono i suoi modi di designazione e il suo esercizio, la sua «aura», che vengono riportati a una dimensione assolutamente comune. Se infatti è possibile che il Papa si dimetta - rovesciando così una prassi secolare del vertice supremo - allora anche altre novità sono possibili. Anche altre prassi secolari possono egualmente essere rovesciate ai livelli inferiori. Con il gesto di Benedetto XVI è dunque il modo d'essere della struttura centrale del governo della Chiesa che viene in realtà messo in discussione: sottoposto al riscontro dei fatti, alla dura prova del tempo e della pochezza umana. E i fatti di quella struttura, come si sa, hanno offerto ultimamente uno spettacolo penoso di cattivi costumi, di calunnie, di giochi di potere, di ambizioni senza freno, di latrocini. Colpa delle regole fin qui in vigore nella Curia e non solo lì: ma quelle regole possono e devono cambiare, dice il gesto del Papa. Come per l'appunto egli ha fatto con una regola (e quale regola!) che lo riguardava. Può ancora, per esempio, la sua stessa elezione essere riservata a un pugno di anziani oligarchi maschi per entrare nel cui novero non si bada a nulla? Può ancora il potere delle Congregazioni essere tutto concentrato nelle loro mani? È ammissibile che esista tuttora un bubbone come lo Ior, la banca vaticana?
Le dimissioni di Benedetto XVI interrogano esplicitamente la Chiesa su queste e molte altre questioni di fondo. Con un sottinteso non detto che però non è difficile intuire: o voi o io. In questo senso esse rappresentano un gesto di governo di assoluta risolutezza: l'unico probabilmente che gli consentiva il suo isolamento politico e la fragilità del consenso interno. Un gesto estremo, il più clamoroso, compiuto senza esitare.
Tuttavia, si dice, le dimissioni sono pur sempre un tirarsi indietro, una rinuncia. Certamente. Ma una rinuncia che in questo caso suona come un invito a ridefinire la gerarchia delle cose, a stabilire priorità più autentiche, a distinguere ciò che conta da ciò che non conta. E dunque a cambiare rispetto a ciò che siamo. Un invito che va ben oltre i confini della cattolicità. Di fronte al travolgente mutamento dell'epoca che incalza da ogni dove, il capo della più antica e veneranda istituzione dell'Occidente, dà una lezione spirituale di segno fortissimo mutando esso per primo attraverso la rinuncia. Le nostre società, noi stessi - esso sembra dirci - non possiamo essere più ciò che fino ad oggi siamo stati. I segni dei tempi ci impongono di trovare altre regole, di immaginare altri scopi, altri ideali per il nostro stare insieme. Dal tratto più intimo, più sobrio, più vero. È di un tale rinnovamento che abbiamo bisogno. Ma la premessa necessaria non è proprio, secondo l'esempio del Papa, dichiarare consapevolmente il proprio tempo finito?
«Corriere della sera» del 13 febbraio 2013

11 febbraio 2013

L'amore ai tempi di Internet

Dalla scelta del locale a quella del cocktail: sì al Martini, no al Negroni, meglio il Mojito dello Spritz San Valentino. Le tecniche e il teorema dei Neg: brevi frasi negative, ironiche, a ferire l'orgoglio della donna
di Luca Mastrantonio
L'abbondanza di incontri e la paura di sbagliare piattaforma hanno reso «disfunzionale» il corteggiamento. Manuale di conquista (reale e virtuale)
Il fascino dell'anonimato «Ma c'è gente anche normale? Voglio dire, gente come me?» È la domanda di chi si informa sui siti web di incontri e vuole sentirsi dire sì, certo. Da chi magari ha fatto la stessa domanda a qualcun altro, ottenendo la stessa risposta e così, a ritroso, si risale fino ai fondatori. I quali sostengono di aver avuto l'idea del dating online dalle chiacchiere con amici che si lamentavano di conoscere poche persone. Il cerchio si chiude e le implicazioni di quell'anche sfumano. In Italia molti lo fanno ma non lo dicono. E se lo raccontano chiedono di restare anonimi ? l'anonimato è il motore psico-sociale di questi siti: riduce la timidezza, allarga il giro, stimola la fantasia. Frequentarli è un lungo, eccitante, deludente, strano appuntamento al buio. Mirato, perché Cupido, nel giocare con le armi di Marte che colpiscono da lontano, prova a togliersi la benda: ieri arco e frecce, oggi sms, chat e algoritmi che elaborano i dati degli utenti e segnalano affinità. Come l'americano OkCupid, il cui test ha domande di ogni tipo. Da «Per te è accettabile abortire?» a «Per te quante volte alla settimana una persona si deve lavare i denti?».

Cupido off/on-line
Ma il corteggiamento? C'è chi lo dà per finito. Ciclicamente. Alternando romanticismo luddista e machismo ferito (Massimo Fini sull'Europeo del 1993 accusava le donne di aver criminalizzato il corteggiamento in molestia). A inizio 2013 il «New York Times» ha fatto il punto (interrogativo): incontri online e tecnologia creano maggiore disponibilità di appuntamenti, ma anche maggiore asincronicità, confusione di ruoli e sentimenti, rendendo il corteggiamento disfunzionale, senza intimità, di breve respiro. È l'apoteosi del rimorchio? La fine del corteggiamento? In realtà sembra che all'aumentare dei modi di corteggiare corrisponda un aumento di errori e di possibilità di «scorteggiamento». Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole. Ma le cose sono cambiate all'ombra luminosa degli schermi dove chattare, postare, messaggiare e video-collegarsi con più persone, anche lontane, anche sconosciute. Anche normali. Anche in Italia, secondo i numeri forniti dai principali siti. Un italiano su quattro tra i 25 e i 65 anni - dati dell'istituto Tns raccolti per conto di Meetic - ha iniziato una relazione grazie ad un sito di incontri. Al di là dell'imbarazzo dei singoli ad ammetterlo pubblicamente, il mercato è in crescita.Nativi e tardivi digitaliIl 61 per cento di chi frequenta siti di incontri, in Italia, ha meno di 39 anni. Diviso in due fasce: il 29 per cento è tra i 18 e i 29 anni, il 32 ha tra i 29 e i 39 anni. Così, almeno, secondo l'indagine europea dell'istituto tedesco Trend Research, per conto di C-Date, specializzato in incontri casuali e senza impegno. Su altri siti, invece, la popolazione è più adulta. Il rimorchio via web è praticato dai nativi digitali con naturalezza, dai tardivi con l'entusiasmo consapevole del neofita maturo. E non è detto che il corteggiamento online escluda quello offline. Piuttosto lo integra, completa. O simula. Alle rose rosse corrispondono i «like» su Facebook, alle serenate le canzoni di YouTube, ai «Ti amo» sui muri sotto casa le scritte sulla bacheca.

Cacciatrici e carta fedeltà
Ma i luoghi di corteggiamento virtuali e reali hanno problemi comuni. Ad esempio: poche donne, troppi uomini. Come riequilibrare? Su alcuni siti le donne hanno l'iscrizione gratuita o agevolazioni per i servizi a pagamento. I maschi no. Non basta? Qualcuno ha capovolto lo schema: Luca Vavassori, classe 1982, startupper tra New York e Londra, ha fondato nel 2012 Cacciatrici: «Le mie amiche lamentavano di venire letteralmente inondate da dozzine di messaggi di maschi, metà dei quali a sfondo sessuale. Cacciatrici.it ribalta i ruoli e catapulta la donna nei panni di una Cacciatrice che mette gli ometti di suo gradimento nel suo recinto». A breve partirà anche con GirlShop.it, per ragazze under 35, che avranno a disposizione una «Carta fedeltà: più maschietti ordina, più punti potrà raccogliere, che poi potrà usare per ricevere gadget, gift-card in negozi di abbigliamento, set di trucchi».Semplice, solare, simpatico Il corteggiamento 2.0 inizia dalla compilazione del profilo. Prima ancora di come vestirsi al primo appuntamento. Il profilo è lo specchio delle brame. Proprie e altrui. Fondamentali: foto con occhi e viso scoperti, descrizione breve ma intrigante, personalizzata, senza spararle grosse. Di fatto è una mini-biografia, quasi un genere letterario. Molto praticato, infatti, dalla rivista «McSweeney's» di Dave Eggers. Jimmy Chen ha immaginato il profilo di Raymond Carver per OkCupid. Sarah Marcus ha giocato sulle battute in comune tra i primi appuntamenti e i film horror. Frank Ferri ha consultato degli psichiatri per fare una diagnosi (umoristica) delle frasi usate nei profili. «Casa dolce casa»? Significa: «Agorafobico cerca agorafobica per una relazione a distanza». Il requisito richiesto è «R-i-s-p-e-t-t-o!»? Si tratta di una «donna dominante che cerca un uomo con Sindrome di Stoccolma passiva». L'annuncio «Notte e giorno, giorno e notte» va tradotto così: «Nictofobico cerca fotofobico per divertenti battaglie per l'interruttore».
Le frasi ingenue sono da evitare come quelle ad effetto. Come ricordano le Ocarine, gruppo di blogger che ha segnalato a Solferino28anni (blog del «Corsera» sui giovani) le loro disavventure del dating online. Ne hanno ricavato consigli e regole, come quella delle Tre Esse: diffidare sempre di chi si presenta come «semplice, solare, simpatico». Sono i più noiosi e pigri, conferma la scrittrice Violetta Bellocchio, classe 1977 (Sono io che me ne vado, Mondadori): «Si presentano come se dovessero partecipare ad un reality. Quando leggo "sono semplice, voglio divertirmi" ogni volta penso di rispondergli: "A me invece piace la morte, che peccato!"». La versione femminile a volte è peggio: «Sono un po' pazzerella!». Oppure: «Scoprimi».

Baciare con la mente
Le mail no. Per rimorchiare non vanno bene, troppo prolisse. Per corteggiare sì, meglio. Ma l'incontro non è assicurato. Come nel romanzo Le ho mai raccontato del vento del nord dell'austriaco Daniel Glattauer (Feltrinelli). Storia di un intenso amore epistolare tra due sconosciuti, nato per un indirizzo sbagliato tra Emmi e Leo. Frase cult: «Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente». Molto citata, esprime lo spirito del corteggiamento via chat ed sms. Ma la frase più efficace per approcciare una ragazza, secondo una ricerca del sito Badoo, è proprio «hai delle labbra bellissime». Gli uomini timidi non la usano, temono sia troppo esplicita e fanno gli stilnovisti, ipocriti, parlando degli occhi. Ma se le donne amano il rossetto, una ragione ci sarà: le labbra sono la parte che vogliono valorizzare. Per chi non ama le sorprese, comunque, mai chattare con utenti senza foto: in Closer (2004) lo scrittore interpretato da Jude Law seduce Clive Owen fingendosi donna.

La puntualità (non) è tutto
Il primo appuntamento resta il momento fondante. Punto di arrivo del corteggiamento online, punto di partenza di quello off-line. Il rispetto dei tempi determina i ruoli. Come nella scena di Jules et Jim (1962) di Francois Truffaut in cui Catherine e Jim si devono vedere presso un caffè parigino, alle sette. Lui arriva con qualche minuto di ritardo per ottimismo, e non vedendola teme che lei se ne sia già andata; aspetta, ma se ne va poco prima che lei, più ottimista di lui, arrivi. Così nella didascalia all'inizio del film c'è il senso di tutto: «M'hai detto ti amo. Ti dissi: aspetta. Stavo per dirti: eccomi. Tu m'hai detto: vattene». Sono 87 caratteri, spazi inclusi. Meno di un Tweet. E dentro c'è amicizia, amore, la guerra, una famiglia, un auto nel fiume, un mulino, tanta malinconia. L'impossibilità della felicità al di fuori del matrimonio (Truffaut dixit).Come sa Marcello, romano, trentenne, che ha scritto a Solferino28anni per raccontare il suo lieto fine. Dopo mesi di avventure online ha trovato Magdalena, polacca. Corteggiata via Skype. Oggi sono sposati, con prole.

Cocktail, cena, cinema
La puntualità, dicevamo, è solo il primo passo. Conta la scelta. Del locale, ad esempio, per l'aperitivo (o la cena). Per Carolina Cutolo (classe '74), autrice di Romanticidio (Fandango), il corteggiamento non è finito. Ha moltiplicato occasioni e linguaggi. A lei, per esempio, che fa la bar-tender a Roma, piace indovinare la personalità in base a cosa uno beve. Il cocktail Martini? «Denota mistero e confidenza, una scelta di classe, apprezzata anche da chi non ne conosce la storia ma ne sente il fascino». Il Negroni è da evitare: «Depone male, della serie: "Da sobria non ti piaccio?". Astenersi timidi». Con lo Spritz non si sbaglia, «ma è come non dire niente». Meglio un Mojito, «avventuroso, ma spesso deludente». Ci si può spingere fino al Sex on the beach, «esotico». Ma attenti ai nomi deficienti, tipo il Blow job (specialità da siti porno). Il massimo? «L'Irish coffee. Se l'altro ci sta, si prende il caffè, vuole tirare tardi».
Anche la scelta del film è importante (al cinema, per il primo appuntamento, a casa dal secondo in poi). Ma senza troppa enfasi. Si esce per stare assieme, non per vedere quel film. Altrimenti finisce così: «Scusami tantissimo per il film dell'altra sera etc... (sic!) ? scrive Sara, una ragazza conosciuta su Badoo da Andrea ? avevo promesso alla mia amica di vederlo con lei, però poi forse tornava a casa nel weekend quindi ho aspettato a risponderti. Poi mi sentivo in colpa per non averlo fatto e quindi ho evitato. Adesso che ti trovo in chat ne approfitto per scusarmi prima di essere del tutto fuori tempo massimo. Riproviamo domani?». Ecco il corteggiamento disfunzionale: ruffianeria (scusami tantissimo), postmodernità (etc...), falsi alibi (il silenzio giustificato con il senso di colpa), asincronia e presunzione di innocenza (non è troppo tardi, vero?). Era meglio una telefonata.

L'amore è un dardo
Se il corteggiamento online punta al primo appuntamento, il corteggiamento reale punta al secondo. Come arrivarci? Se l'amore è un dardo ? verso frainteso del Trovatore di Giuseppe Verdi che brucia di passione «Ah! L'amor, l'amore ond'ardo» ? gli sms sono freccette. Vanno a segno, bucherellano il muro, fanno un male cane. I Pick Up Artist - gli artisti del rimorchio - consigliano come comportarsi tra il Day1 e il Day2. Richard De La Ruina, su www.puatraining.it, suggerisce di: puntare sul «call-back humour», l'ironia complice per qualcosa che si è fatto assieme; giocare allo specchio, cioè essere breve se lei è breve, non usare i faccini se lei non li usa; pilotare falsi dilemmi per rivedersi (vino bianco o rosso? Commedia leggera o film d'autore?).Per il testo, si più chiedere aiuto. A muse e poeti. La scrittrice Claudia Durastanti, classe 1984 (Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra, Marsilio), da Londa racconta: «Scippavo poesie a Diane Di Prima, scrivevo via sms "stanotte dormirò con un diamante sotto la lingua e tu verrai a dargli la caccia" per vedere chi ci cascava. Una mia amica si è messa con uno dopo averlo tampinato con le poesie di Milo De Angelis online; è proprio la distorsione della letteratura per bassi (alti?) fini che mi fa sorridere».

Fantasia metropolitana
Per Alcide Pierantozzi, classe 1985, (autore di Ivan il terribile, Rizzoli), i messaggi servono a tastare il terreno, ma non fanno testo: «È inutile stare lì a scriversi stupidaggini. Mi piace offrire cene, se posso. Un gesto semplice, elegante. Altrimenti, fino a qualche anno fa, regalavo dei luoghi. Non è che comprassi terreni fuori Milano, ma invitavo la persona prima dell'appuntamento a dirmi un numero da 1 a 20, un colore, una stazione della metro; la portavo in metro da casa mia alla fermata corrispondente al numero che mi aveva detto (ad esempio 5, dopo 5 fermate scendevamo), una volta in strada la prima persona che indossava un abito del colore che aveva detto andava seguita. Il luogo in cui la persona si fermava era il regalo. Un posto in cui sarebbe stata bene e lontana dalla sofferenza per sempre. Patetico, ma mi fa tenerezza pensarci».

Il teorema dei Neg
Sadica Tea Falco (1986). L'attrice di Io e te di Bernardo Bertolucci su Facebook ha scritto che «per corteggiare una donna non devi corteggiarla». Sono fioccati «mi piace» e commenti senza risposta (lei, fedele al paradosso, non si fila chi la corteggia). Qualcuno si è rifugiato nella citazione di Teorema di Marco Ferradini. Canzone cui tutti, almeno una volta nella vita, hanno creduto: dice prendi una donna, trattala male... Assomiglia alla teoria dei Neg, molto in voga in America e importata anche in Italia: brevi frasi negative, ironiche, da conficcare nell'orgoglio della donna per spingerla a riconquistare autostima attraverso il corteggiatore. Qualche esempio: «Che bei capelli, è una parrucca?»; «Fai la modella? - se dice sì -. Già, voi modelle ve la tirate un sacco». Il guru di questa tecnica è il protagonista di Magnolia (1999), conduttore tv di Seduci e distruggi, interpretato da Tom Cruise. Ma il primo Neg è attribuito al filosofo danese Søren Kierkegaard (1813-1855). Scriveva nel Diario di un seduttore di «neutralizzare» la femminilità della donna «con l'ironia e il comune buon senso». Lei «quasi giunge a perdere la femminilità dinanzi a se stessa, ma non può rimanere sola in questo stato. Si getta allora tra le mie braccia, non come fossi un amante, no, ma ancora in modo neutrale». Così «la sua femminilità si ridesta e viene portata al massimo della tensione, fino a farla urtare contro questo o quel limite reale. Ella l'oltrepasserà, e la femminilità raggiungerà un'altezza sovrumana, e mi apparterrà con passione totale».
Né Kierkegaard né Tom Cruise, però, dicono che se sbagli tempo, mossa o battuta, vieni piantato in asso. O diventi l'amico neutro. Terrore di tutti i corteggiatori. Virtuali o reali.
«Corriere della Sera» del 9 febbraio 2013

07 febbraio 2013

Se la fantascienza è archeologia

Dall'antica Grecia al Seicento, le radici della science fiction sono profondissime. E danno ancora buoni frutti
di Luca Gallesi
Tanto per fare chiarezza sul luogo comune che relega la letteratura fantascientifica nella narrativa di serie B, tra i western e i gialli, è bene ricordare che il primo racconto di fantascienza risale al dialogo Icaromenippo di Luciano di Samosata, che descrive un viaggio sulla Luna del filosofo cinico Menippo di Gadara, a cui si ispireranno, molti secoli dopo, Le avventure del Barone di Münchhausen.
Molti gli autori che si sono cimentati col genere in opere che possiamo definire «classici»: da Cyrano de Bergerac, con le Histoires comiques a Jonathan Swift, coi Viaggi di Gulliver, dalle storie di Jules Verne a gran parte della produzione di H.G. Wells, passando per Mary Shelley e Frankenstein, E.A. Poe, coi suoi racconti del terrore, R.L. Stevenson, inventore di Jekyll e Hyde, fino a molti racconti di Kipling e ad alcuni romanzi di Jack London, per giungere ad alcuni insospettabili contemporanei come il Cormac McCarthy autore de La strada o il Philip Roth di Il complotto contro l'America o anche il Jonathan Lethem di Ragazza con paesaggio. Senza ovviamente dimenticare la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. H.P. Lovecraft e Stephen King compongono un capitolo a parte, e ormai passano per «classici», anche se non tutta la loro produzione è dello stesso livello, cosa che vale anche per autori usciti dal ghetto «spaziale» come Philip K. Dick, Ray Bradbury e J.G. Ballard.
Detto questo, ben venga la ripubblicazione, da Mimesis, di quello che fu un lavoro pionieristico: Il senso del futuro, di Carlo Pagetti, che nel '67 fu la sua tesi di laurea con Agostino Lombardo e nel '70 venne pubblicato dalle Edizioni di storia e letteratura nella collana «Biblioteca di Studi Americani», di cui l'odierna ristampa conserva l'indice di tutti i titoli pubblicati da autorevoli accademici come Sergio Perosa e Claudio Gorlier, Elémire Zolla e Glauco Cambon. Tutti nomi prestigiosi, come prestigioso è diventato Pagetti, nel frattempo salito in cattedra a sua volta, ma senza dimenticare la propria passione giovanile, che coltiva ancora come curatore dell'edizione italiana delle opere complete di Philip K. Dick.
Il senso del futuro, ovvero La fantascienza nella letteratura americana, come recita il sottotitolo, è rimasto quello di allora, ma con l'aggiunta di un'introduzione dell'autore in cui vengono ribaditi scopi e intenzioni dell'opera: dimostrare che nella fantascienza confluiscono forme di riscrittura che guardano alla grande tradizione del romance americano, quel filone letterario che unisce Poe, Hawthorne, Melville e persino Twain. Per dimostrarlo, Pagetti parte da lontano, e prende le mosse addirittura dalla Tempesta di Shakespeare, che può essere considerato il paradigma di molta narrativa fantastica e fantascientifica, col suo protagonista mezzo alchimista e mezzo stregone al comando di personaggi che potrebbero essere tanto creature fantastiche quanto alieni extraterrestri.
Pagetti ci mostra «le meraviglie del possibile» presenti in opere e autori che non avremmo mai considerato di fantascienza: Moby Dick può benissimo diventare un Alien dell'Ottocento, così come Rip Van Winkle di Washington Irving è uno dei tanti viaggiatori nel tempo che diventeranno una presenza fissa nella fantascienza della prima metà del secolo scorso; Orwell e Huxley, in compagnia del britannico Burgess, riprendono la tradizione utopistica rinascimentale di Moro, Campanella e Bacone, mentre Ray Bradbury e William Golding, coi suoi bambini cattivi che adorano Il signore delle mosche si affiancano a Salinger nel riprendere il sano cinismo di uno Swift che non perde occasione per ricordarci la naturale cattiveria dell'animo umano, spazzando tutte le melense ipocrisie sul tema.
La fantascienza, neologismo coniato nel 1926 da Hugo Gernsback, il leggendario direttore di Amazing Stories, nasce come «un affascinante romanzo fantastico in cui si mescolano fatti scientifici e visioni profetiche», ma più che sulla scienza e sul futuro, gli autori di storie spaziali ci raccontano qualcosa sulla natura umana da una prospettiva diversa, che permette loro un'inusitata libertà d'azione e quindi un originale sguardo sulla condizione umana. Condizione che le scoperte scientifiche non hanno migliorato, e la tecnologia non ha reso più sopportabile. L'atmosfera di incertezza e inquietudine che oggi respiriamo senza quasi accorgercene era stata prefigurata dalla letteratura fantascientifica dello scorso secolo, e gli alieni che ci raffiguravamo con tentacoli e antenne forse sono già tra noi, e ci spiano con microchip, telecamere e codici a barre.
«Il Giornale» del 6 febbraio 2013

La rete è ormai la nostra vita: non più difesa ma formazione

Riduttivi gli allarmi sulla sicurezza, educhiamo le persone
di Chiara Giaccardi
Una serie di notizie degli ultimi giorni porta alla ribalta, se ancora ce ne fosse bisogno, la crescente centralità del Web per un numero sempre più elevato di persone, e per la totalità dei giovani. Non senza preoccupazioni, espresse talora con toni piuttosto allarmistici, che sollecitano l’urgenza di misure e azioni preventive e formative adeguate: dal Safe Internet Day 2013, ieri, la giornata voluta dalla Commissione europea dedicata alla sicurezza in rete dei ragazzi, al Rapporto sul Cyberbullismo commissionato da Save the Children, fino al progetto del Ministero dell’Istruzione «Generazioni connesse» per sensibilizzare i minori a un utilizzo consapevole di Internet e dei nuovi media. Intanto l’Istat registra i cambiamenti nei consumi, dove la crisi incide su tutto tranne che sugli smartphones, mentre in America il presidente Obama progetta un wi-fi gratuito coast-to-coast per rendere universalmente accessibile il nuovo ambiente digitale.
Questo mutamento di contesto, che è tutt’altro che una moda passeggera, sollecita almeno una considerazione, una preoccupazione e una cautela. La considerazione è che, per le giovani generazioni, i nuovi media non sono strumenti. La rete non è uno spazio "altro" ma l’estensione dei territori relazionali quotidiani. Dai quali non si entra e non si esce, ma che sono sempre presenti come una quarta dimensione dell’esistenza. Parlare di "generazioni connesse" è quasi pleonastico. Questo spiega anche perché la crisi non ha colpito gli smartphones, che non sono vissuti come beni di consumo, bensì come "beni di relazione". Non strumenti, ma estensioni di sé e cordone ombelicale con la rete, vitale, delle proprie relazioni. Le preoccupazioni sono legittime: in quanto ambiente sociale, anche la rete ha le sue insidie, che forse, però, vanno messe a fuoco con maggiore chiarezza e minore emotività. Certamente i rischi ci sono; certamente i giovani hanno poca consapevolezza degli effetti di ciò che scrivono, postano, pubblicano in rete e di come queste informazioni siano accessibili, archiviabili, conservabili e utilizzabili a scopi diversi. Aumentare il grado di consapevolezza è opportuno e doveroso. Ma i rischi più gravi non sono tanto quelli più comunemente paventati (l’abboccamento a scopo sessuale da parte di singoli malintenzionati) quanto la raccolta di dati che possono essere aggregati, rielaborati e venduti per la produzione di comunicazioni pubblicitarie mirate e subdole o per forme di controllo sociale o censura politica. La rete è un gigantesco sistema di produzione di dati, a cui ciascuno di noi collabora spontaneamente, e quello dei Big data è uno dei temi più caldi, e più interessanti per il businnes e la politica del futuro.
Il lupo cattivo è tanto più pericoloso perché indossa giacca e cravatta, e non è interessato alla singola Cappuccetto Rosso. Anche le pur opportune analisi sul cyberbullismo rischiano di produrre una distorsione prospettica: non è il "cyber" che produce il bullismo, ma una cultura individualista, competitiva, insofferente all’alterità e a tutto ciò che non corrisponde ai canoni del successo. Un male interpretato bisogno di appartenenza e una diseducazione all’alterità sono, a mio avviso, le radici antiche di un fenomeno che è ben poco "cyber", anche se trova in rete nuove forme e nuovi terreni per manifestarsi. E qui viene la cautela. Va bene l’informazione, va bene la prevenzione. Ma come i corsi di educazione sessuale nelle scuole sono inutili – se non fuorvianti – quando manca una cornice antropologica di riferimento sul significato e il valore della sessualità per la persona, così l’educazione alla sicurezza in rete deve poggiare su un’idea positiva di che cosa vuol dire, oggi, vivere con altri in un ambiente "misto", insieme materiale e digitale. Ci sono, a mio avviso, solo due alternative: o assumiamo la deriva allarmista e difensiva e ci adeguiamo a quella che Bauman definisce «la società sotto assedio», fatta di porte blindate, fili spinati, sistemi di allarme e codici di sicurezza, che cerca di tenere "fuori" l’altro pericoloso; oppure cerchiamo di formare persone, consapevoli della complessità e delle ambivalenze, aperte al nuovo e all’alterità, capaci di declinare la sicurezza come un "surplus di cura" nei confronti di uno spazio da abitare con altri, che è quindi un bene comune, anziché come sine cura, nel senso etimologico, da cui deriva l’accezione che usiamo comunemente: non doversi preoccupare, stare tranquilli, non avere paura. Non importa a quale prezzo.
«Avvenire» del 6 febbraio 2013

06 febbraio 2013

E i cattolici applaudono il gran rabbino di Francia

Gilles Bernheim, guida dell’ebraismo transalpino, promette battaglia: «Non è oscurantismo contrastare il pensiero corrente»
di Stefano Montefiori
L’«Osservatore Romano» cita la lezione della tradizione cabalistica
«Battersi, discutere, ragionare, è un modo per fare riflettere le persone, affinché non si limitino ad adeguarsi al pensiero corrente, anche se ormai il dato è tratto», dice il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, a proposito della sua opposizione al matrimonio tra omosessuali. Che la Francia avrebbe approvato le nozze gay si sapeva dall’estate scorsa, da quando il presidente François Hollande confermò che avrebbe mantenuto la promessa elettorale. Ciò nonostante, da allora Bernheim spiega perché a suo avviso si tratta di un errore, così come fanno gli altri rappresentanti religiosi: il cardinale André Vingt-Trois, il presidente del Consiglio del culto musulmano Mohammed Moussaoui, il pastore protestante Claude Baty, il metropolita greco-ortodosso Emmanuel Adamakis. Il no è espresso per motivi diversi, e un vero e consapevole «fronte delle religioni» si è formato esclusivamente per affermare il diritto di intervenire nella questione. Il Partito socialista al governo e alcune voci dell’esecutivo nei mesi scorsi hanno più volte evocato un’ingerenza indebita visto che la legge in discussione riguarda i matrimoni civili. «Ma la fede non è un oscurantismo dal quale occorre liberare gli spiriti», dissero i religiosi in una dichiarazione comune. Per il resto, ogni culto ha più volte ribadito che non c’è un’alleanza dei credenti contro i laici, che la riflessione sul matrimonio è trasversale. Le posizioni più vicine sono comunque quelle tra Chiesa cattolica e comunità ebraica. Il 18 ottobre scorso Bernheim ha pubblicato il saggio «Quel che spesso ci si dimentica di dire », che il 21 dicembre è stato lungamente citato da Benedetto XVI nel suo discorso annuale alla curia romana. «Il grande rabbino di Francia Gilles Bernheim — scrive il Papa — in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che la minaccia all’autentica forma della famiglia, costituita da un padre, una madre e un bambino, raggiunge una dimensione ancora più profonda (...); in gioco in realtà c’è quel che significa essere una persona umana». Ieri il testo di Bernheim è stato commentato anche sull’Osservatore Romano, dal rabbino di Torino, Alberto Moshe Somekh, che ha ricordato «la lezione dello Zòhar». Lo Zòhar è il libro più importante della tradizione cabalistica, nel quale si trova l’idea (in parte simile al mito platonico del Simposio) dell’amore come ricongiunzione di due creature nella loro unità preesistente. «Lo Zòhar sostiene che Dio creò esclusivamente androgini—scrive il rabbino Somekh —: "Li divise in due, separando il maschio dalla femmina, e li mise uno di fronte all’altro. E quando la donna si ricongiunse con l’uomo D. li benedisse, come nel corso della cerimonia nuziale"». «L’omosessualità non fa parte del piano della Creazione — conclude il rabbino —. Solo nell’unione solenne di marito e moglie trova dimora la Presenza Divina».
«Corriere della Sera» del 6 febbraio 2013

La lezione dello Zohar

Un commento al trattato di Gilles Bernheim sul matrimonio omosessuale
di Alberto Moshe Somekh
Ebrei e cattolici per la dignità, la stabilità e la sacralità della famiglia
Leggo con piacere il testo del rav Gilles Bernheim sull'omosessualità. È questo un tema assai delicato, trattato di rado nel mondo ebraico e ringrazio pertanto il gran rabbino di Francia per aver rotto il silenzio con tanta chiarezza, competenza e apertura. (...) Mi limiterei soltanto a fare alcune osservazioni di carattere generale e di ordine metodologico per guidarne la lettura, sgomberando anticipatamente il terreno da possibili fraintendimenti e confusioni.
L’antico diritto talmudico proibisce in linea di principio che questioni di natura sessuale vengano trattate coram populo per il timore che ascoltatori non adeguatamente preparati possano fraintendere i dettagli talvolta sottili della Legge e compiere atti illeciti pensando che siano permessi (Chaghigah, 11b). In realtà negli ultimi decenni queste tematiche sono state affrontate dai media in modo tanto plateale quanto incompleto e parziale, facendo sì che una puntualizzazione adeguata e accurata degli argomenti in questione si rendesse non soltanto permessa, ma addirittura necessaria.
A differenza di quanto avviene in altri credi, nell’ebraismo è l’azione che ha importanza teologica assai più del sentimento e del pensiero.Sul tema in oggetto la tradizione ebraica guarda negativamente all’attività omosessuale, ma non alla natura omosessuale di per sé, quale che sia la sua origine. Mentre, come si è detto, l’attività omosessuale è sempre proibita, cionondimeno dobbiamo evitare il giudizio nei confronti di coloro che soccombono.
Ben venga dunque la collaborazione con i vertici della Chiesa cattolica, con la quale per molti versi il mondo ebraico può sviluppare un’adeguata azione comune per la difesa della dignità, della stabilità e della sacralità della famiglia, richiamandosi agli insegnamenti della tradizione biblica fin dai primordi: «E l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno un’unica carne» (Genesi, 2, 24).
Un’ultima considerazione, che credo sia al centro del messaggio del rav Bernheim, riguarda lo Stato. Il Talmud ci insegna che, in linea di principio, non si devono riconoscere benefici legali a un comportamento trasgressivo (Ketubbot, 11a e a.). In un passo più specifico è scritto che a quell’epoca, millecinquecento anni fa, anche quei “figli di Noè” che non si astenevano dalle pratiche omosessuali avevano almeno il pudore di non redigere un contratto nuziale fra le parti (Chullin, 92a-b). Pur con tutta la comprensione del caso, scelte che attengono alla sfera più intima del singolo individuo, alle sue inclinazioni e alla sua coscienza personale, non possono divenire oggetto di un riconoscimento formale, né dar luogo a un iter legislativo, e tanto meno assurgere a valore di riferimento del costume sociale, pena la dissoluzione della società stessa. «Maschio e femmina li fece» (Genesi, 5, 2).
«Osservatore romano» del 6 febbraio 2013

Le tre libertà

Sviluppo e vero benessere
di Leonardo Becchetti
Esistono tre forme di libertà. La "libertà di" è quella più comunemente nota, e alla quale in genere ci riferiamo istintivamente quando si parla di libertà. Ma essere liberi non si esaurisce e non coincide necessariamente con la libertà di fare qualunque cosa ci venga in mente. Esistono infatti altre due forme importantissime di libertà che sono la "libertà da" e la "libertà per".
La "libertà da" indica tra le altre cose l’affrancamento e l’emancipazione da costrizioni di carattere economico e da limiti all’esplicazione delle nostre potenzialità. Per questo motivo essa rappresenta un tema caro a coloro che lottano contro le diseguaglianze, per l’accesso ai diritti degli ultimi ed è ben rappresentata dai concetti di capacità e funzionalità, introdotti dall’economista e premio Nobel Amarthya Sen. Il concetto di "libertà da" si estende però anche al problema della libertà da forme di dipendenza in cui anche persone che non hanno vincoli economici o di accesso ai diritti possono incorrere. Oltre a quelle più tradizionali (alcool, tossicodipendenze) esistono oggi forme di dipendenza nuove e insidiose, recentemente assurte alla cronaca come la ludopatia (ovvero dipendenza dal gioco) e la dipendenza dalla rete (ovvero l’incapacità di disconnetterci).
La "libertà per" è un concetto ancora meno visitato della "libertà da". Per "libertà per" intendiamo la decisione volontaria e, appunto, liberamente scelta di colui che sceglie di dedicare le proprie energie a un obiettivo ideale in grado di mobilitarlo. La "libertà per" è il vero segreto della felicità come ci ricorda il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill in un bellissimo aforisma nel quale afferma che non si è felici se si cerca la propria felicità per se stessa, ma si trova piuttosto la propria felicità lungo la strada quando si dedica la propria vita a una causa degna di essere perseguita (gli esempi addotti dal pensatore sono l’arte, la scienza, la filantropia).
La riflessione attorno ai tre diversi concetti di libertà ci aiuta a comprendere un principio molto importante. Pensiamo che il benessere e il progresso della nostra società sia nell’espansione lineare e illimitata della "libertà di" (più beni di consumo, più canali televisivi, più connessione, più strumenti fruibili in rete). In realtà la "libertà di" esercitata senza controllo può stordire fino ad arrivare a limitare la "libertà da" quando appunto la cornucopia delle possibilità a disposizione crea delle dipendenze. E può impedirci di accedere alla "libertà per" attraverso l’abbondanza di beni che ci confortano, ma non ci stimolano a intraprendere percorsi più difficili e più produttivi. Possiamo applicare il giochino delle tre libertà anche a problemi di attualità. Ad esempio a quello del funzionamento dei mercati finanziari.
Anche qui l’illusione che il progresso coincida con l’estensione incontrollata della "libertà di" è molto pericolosa. È quell’illusione che ci ha portato ad ampliare sempre più la diffusione e l’uso incontrollato (senza opportuni trattati di "non proliferazione") di strumenti derivati sempre più complessi, prototipi imperfetti il cui funzionamento sfugge persino ai loro creatori, nella convinzione che la capacità di autoregolamentazione del mercato ci avrebbe messo al riparo da effetti sociali negativi. Un po’ come pensare che nella circolazione stradale l’unico obiettivo debba essere quello di costruire macchine sempre più potenti abolendo i limiti di velocità e i semafori (tanto il traffico si autoregola).
Sappiamo quello che è successo e quello che purtroppo continua a succedere. In verità il progresso dell’uomo sta nella capacità di accettare limiti alla "libertà di" quando questa rischia di provocare danni ai propri simili. Ma il progresso ancora maggiore (il progresso al quadrato) è quando anche soltanto una piccola minoranza fa una libera scelta di "libertà per" che emancipa chi non ha accesso ai diritti e al mercato aumentando pertanto con la propria opera la "libertà da" e la "libertà di" di altri soggetti. È questo il caso della finanza etica e solidale e del microcredito che si pongono espressamente l’obiettivo di dare dignità attraverso l’accesso al credito e la possibilità di svolgere un’attività produttiva a soggetti poveri privi di garanzie che non hanno accesso alla finanza tradizionale. E come dice John Stuart Mill sono proprio coloro che interiorizzano il principio della "libertà per" ad aver colto il senso più profondo del concetto di libertà e a realizzare la maggiore felicità.
«Avvenire» del 6 febbraio 2013

04 febbraio 2013

Borromini, la divina sapienza del costruire

di Dominique Ponnau
Francesco Castelli, detto il Borromini: fin dalla mia vagabonda gioventù, perseguo quest’uomo e quest’uomo mi persegue. Non ricordo un solo passaggio a Roma o un solo soggiorno in questa città in cui non gli abbia fatto visita, e spesso parecchie volte, soffermandomi a lungo nei luoghi dove, grazie alla sua arte, la presenza, apparentemente lontana oggi, si fa infinitamente vicina, avvincente e, nel contempo, liberatrice, palpabile nelle vestigia stesse.
Amo accarezzare una colonna di San Carlino alle Quattro Fontane,
rimanere abbagliato dal candore del chiostro e dai vocalizzi delle balaustre, perdermi nella vertiginosa esigenza della navata dove le più estreme complessità, le più inesorabili lotte delle forme contrarie si risolvono in una miracolosa unità, in una semplicissima armonia, come giunta da un altro mondo. Più di una volta, mi sono visto scandire delicatamente le ali e i sorrisi degli angeli nelle navate laterali di San Giovanni in Laterano.
Ho salutato spesso i cherubini del Campanile di Sant’Andrea delle Fratte, dai volti racchiusi sul mistero, dalle ali raccolte dove si sgranano sotto la loro egida, i suoni che invitano gli orecchi del corpo ad altre armonie che echeggiano amabilmente nel cielo eterno. Spesso, più spesso ancora, ho meditato, scordandomi di me, davanti alla cupola di Sant’Ivo alla Sapienza, arrotolando lo sguardo dalle onde del basso allo slancio della lanterna che da vita alla spirale inaudita nel rigoglio fino allo sboccio del fiore ultimo, l’estasi della suggestione della struttura del Cosmo, fino al simbolo che solo le da senso: la croce. Forme all’assalto dell’azzurro; materia che aspira umilmente, ma con l’umiltà di un nobile principe, a rendere gloria all’Eterno.
L’architettura del Borromini mi è sempre parsa, oltre la vertiginosa complessità – complessità risolta in miracolosa, paradossale semplicità –, un’architettura vigile. Un’architettura per la coscienza desta, a costo di perdersi, di perderci talvolta, nella sottigliezza dell’indicibile fascino, frutto di una precisione matematica, di una musicalità a null’altra paragonabile, un’architettura in cui la coscienza incessantemente sollecitata, senza mai rinunciare a tali sollecitazioni, consente allo spirito di perdersi più si trova, di trovarsi più si perde. Un’architettura dall’infinita dolcezza, dalla serenità infinita, ma mai in riposo. Un’architettura mistica insomma, nella quale echeggiano le parole agostiniane e di Pascal: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».
Ora mi rendo conto, è tutto un percorso sempre incompiuto finché vivrò la mia vita terrena, questo è per me il percorso delle opere romane del Borromini. È un pellegrinaggio sempre ricominciato, sempre da ricominciare, da cominciare? Non so. Ma so che questo percorso è per me come un libro fonte di pensiero spirituale; di luminosa meditazione sempre incompiuta. Un libro iniziato allorché André Chastel, la guida della mia gioventù di cui fui un deludente discepolo, mi incitò a imboccare il cammino del Borromini.
Un libro che non fece certo di me uno studioso dell’arte nel senso classico della parola, ma fu e rimane uno di quelli, essenziali, che segnarono e segnano la mia esistenza. Un libro tanto importante da non sembrarmi estraneo a quelli di san Giovanni della Croce. È questo libro che voglio sfogliare per condividere, non tanto delle nozioni, quanto una musicalità, la musicalità che mi fa vivere l’opera del Borromini. Tra i molti capolavori, ci invita una chiesa, dove l’anima del Borromini canta il più bel canto forse del silenzio: Sant’Ivo alla Sapienza. Dunque, Sant’Ivo della Saggezza. Ma di quale saggezza? Solo della sagezza presente, lo si spera, nelle leggi giuste, nelle leggi favorevoli ai piccoli, ai poveri di questo mondo nei quali si manifesta la Legge suprema, quella dell’Amore di Cristo, quella dei sette doni dello Spirito Santo.
Legge suprema posta qui sotto il patrocinio del bretone Sant’Ivo di Tréguier, nel quale irradiò, ai suoi tempi, il XIII secolo, la giustizia d’amore del Paracleto. Al di là di sant’Ivo, è al Santo Spirito, invisibile, incomprensibile, insondabile mistero di luminosità, che è consacrata questa chiesa. Chiesa dedicata alla scienza il cui più alto grado è la «dotta ignoranza», nella quale si fondono, si completano, e completandosi si aboliscono tutti i concetti. Che cosa vediamo, ancor prima di varcare la soglia della chiesa? Vediamo una sorprendente cupola, una cupola unica al mondo, che contrasta assolutamente lo spirito di una cupola.
Che altro vediamo? Un immenso timpano. Un timpano in apparenza sproporzionato rispetto alle architetture che lo sovrastano e su di lui si appoggiano. Un timpano fatto di onde, ma di onde verticali, guarnite da delicati pilastri, dove la luce traspare attraverso alte finestre, culminate anch’esse dal simbolo, o dall’allegoria, del Santo Spirito, a forma di colomba, come lo si vide, nel battesimo di Cristo, planare sul suo capo, quando echeggiò la voce del Padre: «Questi è il mio Figlio, il Prediletto: Ascoltatelo!». Colomba del Santo Spirito che gioca, peraltro, con altri simboli: ghirlande, visi d’angeli, corone, palme, impressioni d’api, come le api dei Barberini, fiaccole, stelle, al di sopra dei monti come i tre monti e la stella dei Chigi; Agnello dei tempi ultimi, del Libro sigillato da sette sigilli che Lui solo può svellere per svelare il mistero. Agnello mistico qui incastonato in queste onde di pietra. Ecco, dunque, un timpano assai alto. Sproporzionato, dicevo: ma mi sbagliavo di molto! Nella sua sproporzione, è l’esattezza precisa, la proporzione stessa. Sostiene, e regge sopra di lui l’impossibile.
Quale impossibile? La calotta della cupola. Infinitamente leggera la calotta poiché consacrata all’invisibile, all’evanescente e, proprio per questo, inimmaginabilmente pesante e greve agli occhi corporali. Questo timpano dunque, sproporzionato agli occhi del corpo e, proprio per ciò, misteriosamente proporzionato all’attesa dello sguardo spirituale, è un timpano animato da onde. Viva è l’ondulazione di quelle onde, certamente, ma è poi così dolce come pare? Lo si crederebbe.
E spesso al primo sguardo, veramente al primo sguardo, lo si crede. Ma presto ci si disillude di questa pace delle apparenze, eppure senza cessare di lasciarsene ammaliare. Potenti, violenti, imperiosi sotto l’aspetto di un meraviglioso sorriso, ecco i contrafforti, dal timpano alla lanterna, forza tanto armoniosa quanto terribile, impietose concavità che vengono a contraddire i dolci movimenti delle onde e ci sollecitano a leggere e ad accogliere l’anima delle onde in verità. Se questi possenti contrafforti concavi fossero assenti, nulla impedirebbe le umili ondulazioni della cupola di dilatarsi nel cielo, di riempire il cielo, come in tutte le altre cupole, con l’ampia e colma rotondità di un microcosmo che riproduca, come in San Pietro, come in Sant’Andrea della Valle, come nella chiesa degli Invalidi a Parigi, come dovunque, il macrocosmo di cui è il segno e l’immagine: il cielo nella sua immensità. Nient’altro, se non i contrafforti, violenti e soavi, costringe, ma con una grazia infinita come la loro crudeltà, le umili onde a dilatarsi nel cielo come materiale allegoria del cielo. Nient’altro.
Occorreva che le dolci onde umiliate e felici di esserlo, trovassero uno sbocco all’estrema violenza alla quale sono sottomesse. Lo sbocco, eccolo: un’immensa lanterna, altissima, imponente eppur leggera, certamente ispirata dalle vestigia di Roma e delle ville antiche come quella di Adriano, ma più che ispirata, libera e tutta nuova, la lanterna che accoglie, disciplina l’inaudita potenza costretta nell’umile ondeggiare della cupola, e la lascia sfociare nel vigore di une forza assolutamente irresistibile, tutta ornata di nuovi simboli, corone, fiamme, palme, gigli, uccelli, angeli, gemme di pietre erette di fronte alla violenza abolita in sfere di frutti, in corna di tori fasciate, dicono, ma più in alto, dischiuse nuovamente, e questo senza fine, fino alla corona di fuoco vivo, dispiegata, forza esplosiva ardentemente lanciata all’assalto dell’azzurro, trionfante dell’azzurro sotto la potente armatura di ferro che offre all’invisibile infinito la crudele e tenera ferita di un’allegoria del Cosmo, ellisse che evoca, proprio qui, a Roma, l’ombelico del mondo, ancora più in alto, fino all’assenza di qualsiasi forma davanti all’abbozzo dell’ultimo simbolo che tutto regge «opus aere perennius»: la croce; un abbozzo della Croce, nell’azzurro.
Ma anche quando, entrando nella chiesa, non contempliamo cogli occhi del corpo la divina Saggezza attraverso le alte finestre che ricevono la luce del giorno, intuiamo, in questa luce, il primo raggio di un’altra luce alla quale, senza vederla, aspirano i nostri occhi. Sappiamo che è lì, ci aspetta, ci chiama. E percepiamo, sentiamo che la luce diurna generosamente offerta dalle alte finestre, non è soltanto la luce del giorno terreno, ma quella del Giorno celeste, del Giorno senza ombra nè fine, del Giorno eterno. Del Giorno che regna già al vertice della volta, nel cerchio perfetto, perfetta allegoria del tutto, in cui tutte le differenze, tutte le dissonanze, si aboliscono, pur senza annullarsi, perchè in lui che nulla contiene, tutto è contenuto.
Si discute qui, come sempre a proposito di questo architetto tecnico, matematico, artigiano, musico, metafisico, se egli si accordi più a Cartesio o a Platone, se questo architetto teologo non sarebbe per caso un teologo negativo, apofatico. E si ha ben ragione di discutere. Ma allora non si deve anche ricordare, come suggerisce Platone, che l’Altro è nello stesso e che lo stesso è nell’Altro? Penso di sì, in questo si ha ragione. E ancora più ragione se si accetta di riposarsi con questo architetto, nella sua dimora, nella veglia senza riposo degli interrogativi del nostro spirito. Incantiamoci ancora un istante di un altro splendore, del genere di splendore che amò l’austero Borromini.
Tutto questo paradiso è fatto non di marmo, non di oro, ma di piccoli mattoni, semplicissimi, poverissimi, a parte il fatto che nulla è più esigente, nulla più perfetto del loro assemblaggio. Il Borromini è un principe senza uguali nel regno di Dama Povertà. Dama Povertà che mai fu così fastosamente ricca. Permettetemi di evocare tra tanti tesori, il tesoro che fu ammassato e i cui gioielli furono creati, durante l’intera vita dal Borromini: San Carlino alle Quattro Fontane, così strana, così diversa, così contradditoria nelle varie parti. Ammiriamo la straordinaria facciata, anche se non fu terminata dal Borromini e che fu un poco trasformata (alcuni dicono, esagerando credo, rovinata dal nipote Bernardo). Ammiriamo la violenza potente, forte, così fortemente e potentemente viva delle onde che rinchiudono la facciata e cercano invano di scatenarsi, scavandosi invece più profondamente di quanto non vorrebbero, il campanile e il meraviglioso timpano, visibili o invisibili secondi i luoghi dai quali, non senza pericolo, si alzano gli occhi per vederli.
Entriamo. Restiamo un attimo storditi. Che senso ha lo spazio ovoidale, non circondato ma cullato da colonne come le avrebbe amate Valéry nel cantico che a esse dedicò? Ma alziamo lo sguardo verso il cielo della cupola. A un tratto sentiamo l’inintelligibile. Percepiamo, non tutto, ma qualcosa di quella ragione che supera infinitamente la ragione, svolgendosi e concentrandosi in straordinari vocalizzi intorno ad un’arnia dove cantano non le api ma gli angeli invisibili, nelle alveole di croci, di ottupli e di sestupli. E riposiamoci di questo divino apiario contemplando colui nel quale ogni perfezione trova la fonte e dal quale essa si espande: sotto forma di colomba, il Santo Spirito.
«Avvenire» del 4 febbraio 2013