13 luglio 2012

Una perfetta impudenza

L'Italia del «tutti innocenti»
di Ernesto Galli della Loggia
Sosteneva Schopenhauer - un bilioso connazionale della signora Merkel vissuto circa un paio di secoli fa, al quale evidentemente non eravamo troppo simpatici - che tra tutti i popoli d'Europa gli Italiani rappresentavano l'esempio di «una perfetta impudenza». Esagerava, certamente. Ma resta il fatto che da un po' di tempo chi vive in questo Paese non può fare a meno di chiedersi dove mai erano negli ultimi trent'anni gli attuali protagonisti della scena pubblica italiana, che cosa allora essi dicevano e facevano, addirittura se abbiano mai detto o fatto qualcosa. O forse, invece, erano ancora in troppo tenera età? O magari tutti all'estero e si occupavano d'altro?
Oggi, infatti, nessuno sembra essere stato responsabile di nulla. Una «perfetta impudenza», appunto. Debito pubblico cresciuto a livelli vertiginosi? Spesa pubblica oggetto di sprechi di ogni tipo e misura? Un'amministrazione di inefficienza conclamata? Le professioni preda del più turgido spirito corporativo? La lottizzazione partitica dominante dappertutto? Un welfare costruito a tutela dei più forti? Reti e servizi organizzati in forma oligo-monopolistica e sempre in danno del consumatore? Banche inefficienti e abituate ad angariare la clientela? Un'industria privata spesso variamente foraggiata a fondo perduto dallo Stato? Una giustizia di cui i cittadini diffidano? Carceri in condizioni orripilanti?
Sì, questo è il panorama vero e angoscioso dell'Italia di oggi. Ma è un panorama orfano di padri: per la parte che ciascuno vi ha avuto nel generarlo nessuno se ne vuole fare carico. Tutti innocenti. A cominciare dai partiti che fino a novembre dell'anno scorso hanno governato in ambito locale e nazionale. Quei partiti, quegli uomini e quelle donne, che per decenni hanno preso tutte le decisioni che oggi sappiamo sbagliate, quasi sempre senza preoccuparsi del domani ma solo del consenso dell'oggi; che hanno deliberato spese sconsiderate e hanno approvato leggi sempre più rivelatesi mal pensate e peggio ancora applicate. Per non dire dei sindacati, propugnatori abituali di vincoli rivelatisi soffocanti e, specialmente nel pubblico impiego, sostenitori di ope legis rovinosi, di mansionari e organici fuori dalla realtà, portatori di abiti ideologici implacabilmente ostili al merito, alla gerarchia, all'efficienza. Quei sindacati che per bocca di Susanna Camusso ancora oggi rivendicano come un merito indiscusso la prassi della concertazione «tra le parti», senza neppure un dubbio sulle evidenti conseguenze che una tale prassi ha avuto per decenni ai danni dell'interesse, non «delle parti», ma di quello generale, di cui deve pur essere garante il governo.
Mettiamoci pure, come è giusto, il sistema dell'informazione. Sì, troppo a lungo l'informazione indipendente si è mostrata eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico e i suoi rappresentanti. Non solo: troppo rispetto a priori anche verso i tabù culturalmente consacrati, verso l'autorità delle grandi corporazioni, verso tante discutibili pretese dei corpi dello Stato. Esattamente come la medesima indulgenza, il medesimo conformismo, però, ha avuto l'informazione ideologicamente orientata, ogni qual volta si è trattato di coprire le contraddizioni, le inadeguatezze o le vere e proprie magagne della propria parte.
C'eravamo, ci siamo stati tutti, insomma, nell'Italia degli ultimi trent'anni, se non sbaglio. E ognuno con la sua piccola o meno piccola parte di colpa; anche se oggi in molti fingono di esserselo dimenticato. Soprattutto c'erano, ci sono stati, gli Italiani (ha fatto bene Giuseppe Bedeschi ieri a ricordarlo). Gli Italiani: nella loro maggioranza implicati in mille modi - contro una minoranza di veri poveri e di senza diritti - nei meccanismi perversi che ci hanno portato alla drammatica condizione attuale: come elettori, come evasori fiscali, come finti invalidi o finti intestatari di quote latte, come viaggiatori a sbafo, come fruitori della spesa pubblica, di condoni edilizi, di pensioni d'anzianità, come membri di qualche piccola o grande corporazione di privilegiati. Più o meno i medesimi, c'è da giurarci, intenti a recitare oggi la parte dei superindignati contro la «casta».
È questo il massimo ostacolo che paralizza il Paese e gli impedisce di riprendere qualsiasi cammino, è la sua cattiva coscienza: l'oblio generalizzato e autoassolutorio della società nazionale in genere, e la mancanza della benché minima autocritica dei partiti maggiori, che di conseguenza li rende tutti non credibili nei loro propositi per il futuro, destinati quindi a suonare fastidiosamente patetici. L'Italia non potrà avere alcun futuro finché non riuscirà a disporre di una narrazione del passato che la renda consapevole degli sbagli trascorsi, delle loro cause e dei loro responsabili. Così come dopo la catastrofe della guerra potemmo risollevarci solo dopo esserci sforzati di capire gli aspetti oscuri della nostra storia che si riassumevano nell'errore del fascismo, allo stesso modo oggi andremo avanti solo se faremo i conti con la vicenda grigia e piena di difetti della nostra democrazia.
«Corriere della sera» del 13 luglio 2012

Manzoni e lo scrittore travestito

di Giuseppe Bonura
Siamo usciti tutti dal Cappotto di Gogol. Furono queste, pressappoco, le parole che Dostoevskij pronunciò per sottolineare il suo debito e quello degli altri grandi narratori russi del secolo scorso verso l’autore delle Anime morte. Che si sappia, nessun romanziere italiano ha ancora avuto l’umiltà di confessare: «Sono uscito dalla tonaca di don Abbondio». Eppure il romanzo italiano è nato con Alessandro Manzoni, e se non ha conosciuto gli sviluppi e gli splendori della narrativa degli altri Paesi europei ed extraeuropei, non è stato certo per colpa del «lombardo dell’Arno» bensì di altri fattori politici, sociali e culturali, che hanno impedito alla nostra nazione di produrre una letteratura competitiva. Tanto vero che ancora oggi all’estero il Manzoni è quasi un carneade, almeno presso il grosso pubblico.
Le ragioni sono parecchie, e non è qui il caso di enumerarle, anche per non suscitare i fantasmi di un passato che non ci fa certo onore. Però una cosa bisogna dirla, ed è che la borghesia di ieri e di oggi si è sempre distinta per il suo pervicace miopismo guicciardiniano, alimentato per giunta dalla cecità di quella parte clericale che vedeva e vede in ogni «apertura» un germe di regresso anziché di progresso. Né deve stupire se per costoro I promessi sposi non sono affatto in odore di santità giacché contengono «una delle più corrosive e irridenti critiche alle prevaricazioni ideologiche, materiali e morali della classe dei potenti che amano sadicamente, e pour cause, la cosiddetta umiltà e la cosiddetta ignoranza del popolo, quasi che queste due «virtù» siano un prodotto della natura e non il risultato di ben individuabili politiche di vertice.
Questo aveva capito il Manzoni frequentando fortunatamente gli ambienti culturali di Parigi. Se fosse rimasto in Italia, in lui non si sarebbe verificata quella straordinaria saldatura tra illuminismo e cristianesimo sulla quale si fonda il valore. È più autentico dei Promessi sposi. Infatti, l’umiltà che predica il Manzoni non è una virtù ricevuta dal potente e messa supinamente in pratica secondo i suoi intendimenti, ma una conquista morale strappata nel vivo delle lotte sociali. E l’ignoranza e la stolidità dei poveri sono sempre viste dal Manzoni come il risultato di una pedagogia, diciamo così, alla rovescia, che mira a trasformare subdolamente l’ignoranza in saggezza. Sia chiaro, non stiamo cercando di dare l’immagine di un Manzoni rivoluzionario, che sarebbe ridicola, oltre che storicamente falsa. Ma non accettiamo nemmeno l’immagine di un Manzoni tutto latte e miele, che la scuola italiana ha contrabbandato e contrabbanda ancora gli studenti, con l’effetto di iniettare in essi una massiccia ripulsa per l’opera del grande lombardo.
La strumentalizzazione in chiave conservatrice, quando non addirittura reazionaria, del Manzoni è uno dei più tristi capitoli della nostra scuola, che ne ha scritti anche di peggio. vero che l’epilogo dei Promessi sposi è improntato a un ottimismo quasi da «happy end» hollywoodiano. Ma è anche vero che il personaggio che domina la scena del romanzo è la peste che delle volte assume le sembianze degli uomini e dei regni, a volte quelle di una indifferente e atroce calamità naturale. Nonostante i suoi schietti sentimenti cattolici, albergava nell’inconscio del Manzoni il Dio biblico, e la visione che egli aveva dei popoli e della natura era profondamente tragica. Non diciamo nulla di nuovo se affermiamo che la nevrosi di cui soffriva il Manzoni era provocata dal contrasto tra il Dio biblico e il messaggio evangelico.
Né crediamo di diminuire la sua grandezza se affermiamo che per non soccombere alla malattia, egli si aggrappò ai vangeli e su di essi, con uno sforzo titanico, fondò 1a sua filosofia e la sua arte. E tuttavia il Dio biblico, un Dio dispensatore di una terrificante giustizia senza·appello e senza carità, non fu mai esorcizzato del tutto. Nei Promessi sposi agiscono efficacemente la provvidenza e la grazia, ma si direbbe che vengano evocate o invocate per giustificare la peste, della quale il Manzoni subiva il fascino sinistro. Non a caso le pagine sulla peste sono le più poetiche, e intrise di alta religiosità, dell’intero romanzo. Quando il Manzoni non «sente» la peste, il suo stile si fa opaco, diventa esornativo e agiografico. Del resto fu l’angosciosa consapevolezza della peste umana e naturale che lo spinse, tra il 1821 e il 1823, a scrivere Fermo e Lucia dal cui nucleo germineranno i primi Promessi sposi del 1827 e quelli definitivi del 1840. I filologi sanno quanto sia fruttuoso e istruttivo frugare tra le carte inedite di uno scrittore. È lì infatti, in quei quaderni o fogli chiusi in un cassetto e ripudiati ma non distrutti, che si cela il segreto della sua personalità e del suo travaglio per raggiungere la espressione compiuta. Gli abbozzi sono sempre una confessione senza inibizioni né freni di sorta.
Rappresentano lo specchio della nuda realtà del contenuto di contro alla levigata verità della forma. Ad esempio, la malvagità di don Rodrigo, dell’Innominato e della monaca di Monza, che nei Promessi sposi risulta piuttosto schematica tanto da sembrare puramente arbitraria, in Fermo e Lucia è spiegata con effusione ed è resa plausibile. Lucia narra che «don Rodrigo veniva spesso alla filanda per vederci trarre 1a seta. Andava da un fornello all’altro facendo a questa o a quella mille vezzi l’uno peggio dell’altro: a chi ne diceva una trista a chi una peggio: e si pigliava tante libertà: chi fuggiva; chi gridava; e purtroppo v’era chi lasciava fare! PSe ci lamentavamo al padrone, egli diceva: 'badate al fatto vostro...'». Non c’è chi non veda, in questo brano espulso dai Promessi sposi la stupefacente attualità della passione di don Rodrigo, il quale si direbbe il figlio di un cinico industrialotto dei nostri giorni che si è invaghito della verginità di una sua operaia. oi è stato giustamente notato che l’Innominato, che in Fermo e Lucia è chiamato i1 conte del sagrato, è un boss ante-litteram, avido e sanguinario, protetto da un’omertà di un’intera società mafiosa, e che quindi la sua decisione di aiutare don Rodrigo nella sua triste impresa è più che naturale, trattandosi di dare una mano a un uomo della sua stessa pasta e del suo stesso milieu. Un altro famoso episodio eliminato è quello delle due monache che massacrano a colpi di sgabello la monaca che sapeva troppe cose sul convento di Monza. Citiamo infine una considerazione, anche questa assente dai Promessi Sposi, che il Manzoni fa su don Abbondio o meglio su tipi alla don Abbondio: «L’uomo timido il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento merita meno pietà dello scellerato consumato il quale cercando il male, e facendolo spontaneamente, mostra di avere almeno una gran forza d’animo, e di sentire le alte passioni».
È una considerazione terribile che imparenta il Manzoni con i più spregiudicati ideologi della grandezza degli scellerati consapevoli. Era la suggestione del bonapartismo che lo induceva a scrivere queste parole, forse unita all’eco della fosca e grandiosa età elisabettiana che gli giungeva attraverso la lettura dei romanzi di Walter Scott. Era comunque e sempre l’attrazione della peste che non gli dava requie. Era il tragico pessimismo cantato nell’Adelchi con accenti immortali: «Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / dritti: la man degli avi insanguinata / seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno / coltivata col sangue; e ormai la terra / altra messe non dà...». I promessi sposi sono dunque un’operazione di esorcismo che il Manzoni esercitò in primo luogo contro la sua stessa natura soggiogata dalle forze di un male irrimediabile. In secondo luogo sono un monumento innalzato alla sua conversione, avvenuta in circostanze tuttora oscure, che lo salvò dal baratro di una vita senza senso. In terzo luogo sono la testimonianza artistica e morale della sua concezione del cristianesimo. Ma questi tre momenti, che sembrano, staccati l’uno dall’altro, sono in realtà inestricabilmente fusi. Nei Promessi sposi la peste invoca la grazia, e la provvidenza conferisce una ragione al mistero della peste e della grazia. C’è dunque prima di tutto il male, poi l’esorcismo del male e infine la paradossale positività del male, che ci rende più umano e sopportabile il volto irridente dell’ingiustizia e del dolore sociale e naturale. Ecco dove il cristianesimo del Manzoni si salda con l’illuminismo. Il lombardo compie il miracoloso exploit di rendere credibile quello, e più fecondo questo. Possiamo anche dire che ha infuso nell’illuminismo la trascendenza e nel cristianesimo l’immanenza, anticipando, ma in modo del tutto originale, sia Dostoevskij che Tolstoi, per tacere di molti altri romanzieri cattolici e non cattolici. Ma in che modo il Manzoni ha reso più fecondo il cristianesimo? Basterebbe questa frase per farcelo capire: «Non c’è superiorità giusta d’uomo sopra gli uomini se non in loro servigio».
Per questo motivo la critica ai potenti e ai sopraffattori non tocca la figura del cardinale Borromeo, in quanto il personaggio aderisce a quel «servigio» e da quella frase, che sembra buttata giù a caso, discende tutta la dottrina cristiana, estetica e politica del Manzoni. Il metaforico risciacquamento in Arno della lingua è anche la simbolica purificazione di un cattolicesimo troppo spesso dimentico della genuinità del messaggio evangelico. MNon solo. La ricerca lunga e travagliata di un linguaggio popolare non è la mania di uno scrittore perfezionista ma il versante artistico, se così ci è concesso dire, del cristianesimo che leva sopra i soprusi di pochi potenti la voce dei diritti delle masse. Tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, quindi anche la lingua dev’essere uguale. La polemica anticlassica del Manzoni contro i cicisbeismi settecenteschi colpisce la stupidità di una estetica illanguidita e leziosa non meno che l’ingiustizia delle gerarchie sociali rappresentate dalle corti di ogni genere e tipo. Per il Manzoni la gerarchia è ammissibile soltanto se è al servizio del popolo, e non viceversa. Questo è un altro motivo dell’attualità del lombardo. a non la finiremmo più se ci venisse l’assurda pretesa di elencare tutti gli spunti attuali e attualizzabili della sua opera. Del resto il Manzoni è un labirinto dal quale non si esce mai. Purtroppo la sua poliedricità, che costituisce anche la sua immortalità, si presta a essere strumentalizzata facilmente. L’unica è di presentare tutte le sue facce possibili, senza pretendere di imbalsamare nessuna. O meglio, tutte le facce del Manzoni e della sua opera sono vere, tranne quelle che lo raffigurano come un pio conservatore, un osservante passivo e obbediente, un uomo in pace con se stesso e con il mondo. Il sorriso manzoniano è invece fatto di una realtà cupa e torbida, e la sua ironia è un invito discreto ma perentorio a demolire con la lama acuminata dell’intelligenza analitica le false mitologie e le false autorità che ottundono lo spirito critico delle masse, in special modo i ceti umiliati, che invece sono il vero sale della storia.
«Avvenire» dell'8 luglio 2012

Shin e gli orrori del Campo 14

di Riccardo Michelucci
​Shin Dong-hyuk ha vissuto i primi ventitre anni della sua vita in un girone infernale di privazioni, lavori forzati e torture. Nato all’interno del Campo 14, uno dei peggiori campi di prigionia del regime nordcoreano, è cresciuto in un mondo dominato dai più bassi istinti di sopravvivenza senza conoscere mai né la libertà, né i più elementari sentimenti umani. Un mondo che l’ha spinto anche a competere con sua madre per garantirsi il cibo ed evitare le brutali punizioni dei carcerieri. Il regime di Kim Il Sung l’aveva condannato a una vita di prigionia insieme a tutta la sua famiglia per vendicarsi dei suoi zii, disertori ai tempi della guerra di Corea. Ad appena quattro anni, Shin assistette per la prima volta a un’esecuzione all’interno del campo. A quattordici, vide sua madre e suo fratello mandati alla forca per aver organizzato un tentativo di fuga. In quella stessa occasione le guardie si accanirono anche contro di lui, torturandolo per otto mesi. Secondo le stime più attendibili sono circa 200.000 le persone attualmente rinchiuse nei campi nordcoreani e destinate a morire di stenti: Shin sarebbe ancora uno di loro se il 2 gennaio 2005 non fosse riuscito quasi per miracolo a eludere la sorveglianza e a scappare da quell’inferno per cominciare finalmente a vivere, nel vero senso della parola. È agghiacciante, eppure drammaticamente vera, la storia dell’unica persona nata nei lager nordcoreani che è riuscita a fuggire in Occidente. Blaine Harden, corrispondente dall’Asia per il "Washington Post", l’ha raccontata per la prima volta nel libro Escape from Camp 14: One Man’s Remarkable Odyssey from North Korea to Freedom in the West. L’ha fatto senza limitarsi a compiere un viaggio nell’abisso degli indicibili orrori del regime di Pyongyang ma analizzando anche il lento processo di ricostruzione della vita di un uomo che ha conosciuto l’inferno sulla Terra. «Soltanto adesso Shin sta imparando a provare emozioni, prima non sapeva neanche cosa fossero – ci ha spiegato Harden – dice sempre che è uscito dal campo solo fisicamente, non ancora psicologicamente, e continua a fare i conti con il suo tremendo passato».

Com’è stato possibile accertare la veridicità dei fatti raccontati da Shin?
«Verificare la verità sulla vita dei campi è molto difficile. Nessun giornalista è mai riuscito a entrarci ed è impossibile intervistare sia i prigionieri che le guardie. Peraltro il governo nordcoreano continua a negare l’esistenza di questi campi per dissidenti politici, eppure si possono vedere molto chiaramente nelle centinaia di foto ad alta risoluzione scattate dai satelliti. Quanto a Shin, le descrizioni assai dettagliate che ha fornito per commentare le foto del Campo 14 basterebbero da sole ad avvalorare la sua storia. Ma forse è il suo corpo la prova più eloquente. Essendo stato torturato fin dall’età di 13 anni, sulla schiena e sulle natiche ha gravi ferite causate dal fuoco. Il suo sviluppo è stato arrestato dalla malnutrizione e le sue braccia risultano piegate a causa del lavoro svolto fin da bambino. Un dito della mano destra gli è stato reciso con il coltello come punizione per aver fatto cadere una macchina da cucire nella fabbrica di indumenti del campo. Infine, su entrambe le gambe ha profonde cicatrici che si è procurato durante la fuga, ustionandosi con la recinzione ad alto voltaggio che circonda il campo. Ci sono circa sessanta sopravvissuti che sono scappati dai campi di prigioni della Corea del nord e hanno raccontato le loro storie alle organizzazioni per i diritti umani. Storie che risultano assai coerenti con quella raccontata da Shin, ma il suo racconto è assai più preciso e accurato poiché lui, al contrario degli altri sopravvissuti, nel campo ci è nato e ci è cresciuto».

Mentre lavoravate al libro ha anche scoperto un particolare terribile sul suo passato.
«Sì, dopo circa un anno di lavoro Shin, tormentato dai sensi di colpa, ha deciso che era giunto il momento di dirmi la verità e mi ha confessato di essere il responsabile della morte di sua madre e di suo fratello. È stato lui a denunciarli temendo quello che gli sarebbe successo dopo la loro fuga. Aveva 14 anni e sapeva benissimo che sarebbero stati condannati a morte ma decise di fare la spia per garantirsi una vita migliore ed evitare le vendette delle guardie».

Che ne è adesso della sua vita?
«Adesso ha 29 anni e vive a Seul, in Corea del sud, dove lavora nell’ambito dei diritti umani. Intervista altri disertori nordcoreani e pubblica le videointerviste su Youtube. Questo lavoro sta aiutando molto il suo equilibrio emotivo, contribuendo a fargli metabolizzare la sua esperienza. Si è anche avvicinato alla religione. Oggi va regolarmente in chiesa a Seul, si definisce cristiano e dice che la sua fede gli dà grande conforto. Prima non sapeva neanche cosa fosse Dio, mentre adesso continua a confrontarsi con sentimenti umani che a noi sembrano normali, come la fiducia e l’amore, ma sostiene che gli serviranno ancora molti anni per poterli apprezzare fino in fondo. Ovviamente adesso apprezza molto il fatto di poter disporre di cibo e vestiario a volontà, e di avere un tetto sopra la testa, ma non sa ancora cosa sia la felicità».

Quanti di questi campi sono attivi al momento in Corea del nord?
«Le ultime informazioni parlano dell’esistenza di almeno cinque o sei campi. Secondo le stime più attendibili vi sono rinchiusi complessivamente dai 135000 ai 200000 prigionieri. Il Campo 14 è ancora aperto e funzionante, con circa 15000 reclusi al suo interno. Spero che il mio libro, già uscito in molti paesi europei oltre che negli Stati Uniti, contribuisca ad aprire gli occhi della comunità internazionale sul dramma dei diritti umani in Corea del nord».
«Avvenire» del 11 luglio 2012

Lussuria: l'eros senza pienezza

Vizi capitali (5)
di Gianfranco Ravasi
«Nella seduzione, beatitudine; / sciagura a prova fatta. / Un sorridente sogno, prima; / una chimera, dopo. / E’ cosa che chiunque sa bene. / Ma nessuno sa bene sottrarsi / al cielo che conduce gli uomini / in tale inferno». Ancora una volta è il genio di Shakespeare (Sonetto 129) a intuire nella trama di una vicenda erotica tutto il miele e il fiele che vi si celano. Gli approcci amorosi sono un mirabile gioco di seduzione che genera felicità e attesa. Tutto appare come un sogno dorato, un dolce vagheggiamento. Ti sembra di essere così lieve da toccare il cielo. Ecco, però, a questo punto il crinale: è significativo che spesso si usi un verbo brutale come “consumare” per indicare l’atto sessuale, quasi fosse un dare fondo a un piatto più o meno prelibato o esaurire una scorta di energia; anche la comune locuzione “fare all’amore” riduce una realtà così complessa e simbolica a un oggetto da manipolare e da modellare o a un atto da eseguire. Ora, se è vero, come affermava lo scrittore austriaco Karl Kraus, che «il vizio e la virtù sono parenti, come il carbone e i diamanti» che hanno una base comune nel carbonio, cerchiamo innanzitutto di risalire alla matrice di partenza da cui di diramano la virtù dell’amore e il vizio della lussuria.

Sesso, eros, amore
Il paradigma strutturale della sessualità umana ha il suo asse portante nella sua “simbolicità”. L’uomo assegna alla relazione sessuale, a differenza dell’animale, una molteplicità di valori ulteriori che travalicano la mera copula, il puro e semplice congiungimento carnale, regolato dall’estro e dall’istintività. Questa “eccedenza” è, quindi, di indole non fisica ma ideale e spirituale. Potremmo, perciò, ricomporre questa esperienza umana secondo tre livelli coordinati, che la lussuria invece scardina e deforma. Il primo è quello del sesso nella sua fisicità e biologicità: appetitus ad mulierem est bonum donum Dei, recitava un adagio medievale, che pur nella forma maschilista del tempo, ben illustrava la legittimità della pulsione sessuale, definita un “buon dono divino”. L’uomo e la donna, però, non si fermano a questo livello dinamico-istintuale, iscritto nella loro stessa organicità fisiologica. Essi ascendono a un piano superiore di natura squisitamente simbolica: l’eros, che è desiderio allusivo, passione, tenerezza, intuizione della bellezza, fascino, attrazione, fantasia, gioco dell’apparire e dello sparire, del velarsi e dello svelarsi. L’eros lascia, come nei testi poetici, ampi spazi bianchi che ciascuno colma con la sua creatività, con l’invenzione, l’intuizione, la proiezione verso significati ulteriori. Si ha, dunque, con l’eros – che non è da confondere con l’accezione popolare ora dominante, soprattutto nella forma già ridimensionata di “erotismo”, ove è spesso sinonimo di pornografia – un trascendimento della mera corporeità e carnalità.
È, però, aperta una terza strada che porta a pienezza la parabola della sessualità umana. Si tratta del livello dell’amore che ingloba in sé e trasfigura le tappe precedenti, conducendo alla comunione e alla donazione reciproca. Illuminante, al riguardo, è lo straordinario poemetto biblico del Cantico dei cantici che, senza falsi pudori, esalta il rilievo della fisicità nella reiterata descrizione dei corpi dei due innamorati (cc. 4; 5; 7), ma che conduce all’ebbrezza di un eros fatto di passione e di fascino per approdare all’apice della mutua appartenenza dei due protagonisti, all’amore appunto. Due professioni di amore della donna del Cantico sono fondamentali per illustrare il vertice e la meta del paradigma descritto: “Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (2, 16; 6, 3).
Alla “meccanica” del sesso si associa lo sfarfallio creativo dell’eros che sboccia nella donazione d’amore. Questo trittico compone la completa e autentica sessualità umana. Scindere questa trama ideale e accontentarsi solo del primo livello, è quello che noi denominiamo come “lussuria”. Anche un eros del tutto sganciato da un’intimità d’amore – intimità che rende i due veramente “una carne sola”, ossia un’unica esistenza e corporeità (secondo il celebre asserto di Genesi 2, 24) – è ancora un’incompiutezza, una pienezza non raggiunta, una perfezione che aspira ad attuarsi. Infatti come suggeriva il teologo svedese Anders Nygren in un noto studio dal titolo Eros e agape (1930), a differenza dell’agápe che designa l’amore cristiano, l’eros è ancora possesso, è tensione verso la bellezza o il valore dell’altro per conquistarli; il partner rimane ancora per certi versi un oggetto, anche se trasfigurato. L’amore è, invece, donazione reciproca libera e gioiosa, che riconosce e crea il valore dell’altro in un’operazione al tempo stesso epifanica e creativa.

La logica della “liberazione”
Ebbene, la lussuria rispetto alla trilogia appena illustrata segue un sistema alternativo che risponde a un’altra concezione. Si cancella la simbolicità radicale dell’umanità e ci si avvia verso una frammentazione e materializzazione della creatura umana. Cerchiamo, allora, di identificare alcune caratteristiche di questa logica che “perverte” l’armonia unitaria della triade.
Un primo aspetto di questa nuova visione è la logica della “liberazione”, codificata nel mito del “corpo liberato”. Il punto di partenza è stata la ribellione a quelli che erano ritenuti vincoli repressivi, siano essi naturali o culturali. Si voleva elaborare un nuovo codice che non avesse norme, ma fosse solo retto dall’immediatezza, dall’“irregolarità”, dalla pulsione. Certo, non c’è bisogno di ricordare che sulla sessualità umana – a partire dalla depressione svalutativa introdotta dalla cultura greca riguardo alla corporeità, considerata tomba dell’anima – si era stesa una pesante stratificazione moralistica, ascetico-puritana. Essa aveva scardinato a suo modo l’interazione sesso-eros-amore: la stessa interpretazione allegorica del Cantico dei cantici, che trasformava quei corpi e quella coppia in evanescenti o trasparenti metafore spirituali dell’anima e di Dio, ne era una conferma emblematica.
Da quell’eccesso spiritualistico si è precipitati nel polo opposto di una carnalità istintiva reiterata, spoglia di qualsiasi valore aggiunto che non fosse quello della spontanea e immediata fruibilità. Quello che Dante definiva un “seguir come bestie l’appetito” sessuale (Purgatorio 26, 84) è celebrato come liberazione da tabù oppressivi e repressivi. Si giunge anche al punto di concepire un modello che cancelli le differenze: pensiamo a certe rockstar che incarnano un indecifrabile androginismo, al traffico notturno dei travestiti, ai segni sessuali miscelati in combinazioni che forzano la stessa fisiologia umana. La scelta operata è un po’ quella che puntualizzava ancora Dante a proposito dei “peccator carnali”, cioè coloro “che la ragion sommettono al talento” (Inferno 5, 39).
La qualità viene così ricercata attraverso l’eccezionalità stravagante. Lo spirito di emulazione riduce la sessualità a esercizio, a sfida, al ricorso a stimolanti sempre più eccitanti, a una pornografia sempre più bieca, all’imitazione che incide anche nel corpo attraverso la chirurgia estetica, capace di enfatizzare alcune componenti sessuali. Il sesso rimane, così, imprigionato nella sua materialità denudata da ogni segno simbolico, è solo “carne” e l’uso e l’abuso del nudo televisivo o pubblicitario ne è la continua attestazione. Mai come in questo caso si vede che la virtù calpestata non è tanto quella della castità quanto piuttosto quella della temperanza, e il vizio che può essere appaiato alla lussuria è quello di gola, come insegnava il film La grande abbuffata di Marco Ferreri.

La logica del possesso
Un secondo aspetto della lussuria si esprime nella logica del possesso. Proprio l’incapacità dell’ammirare e vivere la qualità conduce a un accumulo di “quantità”: si moltiplicano le esperienze illudendosi che per questa via si raggiunga la profondità di un incontro. In realtà si rimane sempre a un contatto di pelle, a un accoppiamento che non ha neppure come effetto il piacere. Si configura, così, un vero e proprio mercato del sesso che mette “on-line” i suoi prodotti. Significativa è l’offerta sessuale virtuale attraverso Internet: una fredda e anonima consumazione di atti solitari, con la sicurezza di poter dominare l’altro, senza impegnarsi in un incontro di persone. Questa riduzione del dialogo amoroso a semplice acquisto e possesso di una serie di immagini mobili, di oggetti manipolabili, molto meno impegnativi del confronto interpersonale, era già stata configurata nella mitologia.
E’ la figura virgiliana di Pigmalione, re di Tiro, che s’innamora talmente di una statua d’avorio della dea Afrodite, da desiderare di unirsi ad essa. Il mito ha, però, un esito liberatorio perché la dea fa vivere la statua, trasformandola in una donna che Pigmalione sposerà. Ben diverso è lo sbocco del cultore odierno di icone erotiche virtuali: egli in un certo senso si riduce ad aggrapparsi a una statua, a una cosa, in una forma maniacale di possesso. E’ ciò che è stato rappresentato, ad esempio, nel film Life size – Grandezza naturale, diretto nel 1974 da Luis Garcia Berlanga con Michel Piccoli nelle vesti di un dentista parigino che si fa pervenire dal Giappone una donna-bambola di gomma, anatomicamente completa e appunto di grandezza naturale, innamorandosene follemente e gelosamente.

La logica dell’eccesso
Un altro film, ancora con Michel Piccoli ma anche con Gérard Depardieu e Ornella Muti, ci introduce in un terzo aspetto della lussuria, quello che potremmo definire la logica dell’eccesso. Il film, diretto da Marco Ferreri nel 1976 s’intitolava L’ultima donna e vedeva come protagonista un giovane professionista violento che, abbandonato dalla moglie, passa di amante in amante sempre con la voluttà del dominio e alla fine si decide a compiere su se stesso un’emblematica evirazione. Sì, perché l’eccesso conduce a impotenza. Il possesso, a cui prima si accennava, ti permette certo di acquistare quanto vuoi, più o meno, come accade per le auto che di solito la pubblicità associa a fanciulle discinte e provocanti: possedere l’una è come avere l’altra, con una gratificazione sociale e sessuale. Il ricco può ostentare un parco-macchine e un harem di ragazze.
Questa dismisura incontinente ha come risultato paradossale la caduta della potenza sessuale e del desiderio, la saturazione e persino la paura. La donna, sempre più aggressiva ed eccessiva nella seduzione, spesso non attira ma allontana. E soprattutto questa esplosione pirotecnica di sessualità, che non è mai integrata da un tessuto di passione, di tenerezza, di vero eros e, naturalmente, di amore, alla fine ha come approdo la solitudine. Il grande mercato del sesso imbandito dalla pornografia virtuale o cartacea, esaltata da un’offerta esasperata ed estenuante, produce non la sazietà che colma lo spirito ma la nausea che genera anoressia comunicativa. L’uomo contemporaneo, libero da ogni vincolo, dopo aver percorso tutte le strade della trasgressione, si ritrova non pieno di esperienze ma colmo di vuoto e solitudine.
In una raccolta di saggi intitolata suggestivamente La terra desolata dei teenagers (1990) Raymond Jalbert rappresentava così quelli che definiva “i ragazzi nello scantinato”, sepolti appunto nell’incomunicabilità di un oscuro bassofondo: “Occhi incollati alla tv, orecchie sigillate dalle cuffie, lasciato a se stesso, un estraneo in casa sua. Ma un giorno dovrà unirsi al mondo di sopra e non ce la farà a sopravvivere”. E’ incredibile, ma proprio quell’assoluta moltiplicazione di contatti sessuali immediati, ha prodotto isolamento perché l’uomo e la donna non sono organi sessuali in azione ma persone che col corpo devono non solo consumare ma comunicare la loro umanità.

La logica della spudoratezza
C’è un quarto elemento che contribuisce a demolire l’armonia unitaria tra sesso, eros e amore: è la logica della spudoratezza. Si badi bene che non abbiamo parlato semplicemente di “impudicizia” che è il frutto scontato della lussuria, incapace di conoscere la delicatezza dello svelamento, dell’ammiccamento, della finezza. La spudoratezza è l’ostentazione non solo della nudità fisica ma anche di quella intima. Il filosofo Max Scheler giustamente osservava nell’opera dedicata al Pudore e sentimento del pudore (1933) che esso “consiste in un ritorno dell’individuo su se stesso, volto a proteggere il proprio sé profondo dalla sfera pubblica”. Ognuno calibra questa rivelazione secondo cerchi concentrici che vanno dall’intimità più intensa con chi ti ama e col quale sei in comunione di vita interiore fino alla chiusura più netta con chi ti è estraneo a cui riservi solo l’esteriorità che è, però, pur sempre un certo svelamento di sé (talora inconscio e incontrollabile).
Oggi, invece, in certi programmi televisivi, che sono “osceni” anche nel senso etimologico del termine perché mettono sulla ribalta della scena vergogne di ogni genere, si assiste alla caduta di ogni pudore, proprio perché non esiste più la comunicazione modulata e personale, ma solo l’apparire volgare. Si vomita spudoratamente tutto il contenuto dell’anima, dopo essersi denudati anche sessualmente nell’impudicizia. Alla base di tutto questo c’è un nuovo imperativo dell’odierna comunicazione di massa: per essere bisogna apparire. E così, dopo aver mostrato corpo e cose, pur di essere apparendo, si svuota il repertorio segreto dell’intimità, a partire proprio dalle cosiddette “storie d’amore” che in realtà sono solo storie di sesso. La precedente logica del mercato ha qui una sua variante, rendendo pubblico e di proprietà comune ciò che dovrebbe essere personale e privato, in un colossale emporio in cui si vende ancora e solo sesso.

La logica della riduttività
C’è una quinta e ultima forma di abbattimento del paradigma iniziale fatto di armonia tra sesso, eros e amore: è la logica della riduttività. È forte ai nostri giorni, in nome delle pur giuste autonomie delle scienze, la tentazione di procedere soltanto settorialmente, secondo statuti stabiliti e definiti, rendendo totalizzante ed esclusivo un solo approccio a una determinata realtà. Nel campo della sessualità un evento importante è stata l’introduzione della psicoanalisi. Il suo contributo è, al riguardo, di grande rilievo e non può certo essere marginalizzato. Basti solo evocare il nome di Sigmund Freud per riuscire a comprendere come, dopo di lui, non sia possibile anche al filosofo e al teologo moralista analizzare la sessualità senza tener conto delle interpretazioni e delle osservazioni dello studioso viennese.
Detto questo, però, non si può condividere quella sorta di integralismo psicoanalitico che Freud alla fine ha imposto nella sua concezione della sessualità e della stessa persona umana. La legittimità di altri approcci permane; anzi, è necessario che i criteri di verifica e di giudizio di una realtà così complessa com’è l’uomo e la donna rimangano ancora in funzione. A nostro avviso l’anima umana, la psychè, comunque la si intenda, è molto più ampia della “psiche” freudiana e rivela altri livelli di manifestazione. Gli approcci esclusivamente psicologici o neurologici della sessualità, pur indispensabili, non riescono a esaurire la ricchezza e la grandezza del fenomeno umano e della sua sostanza metafisica e esistenziale. La logica della riduttività impedisce un’analisi globale, rispettosa della diversità e della molteplicità. Essa non riuscirebbe mai a spiegare, ad esempio, il senso della castità che non è un “andare vestiti tutti d’acciaio”, come diceva John Milton, pur grande poeta inglese.
Un filosofo “laico” ma capace di evitare ogni riduzionismo come Salvatore Natoli nel citato Dizionario dei vizi e delle virtù (1996) scriveva acutamente: “Vi sono uomini di Chiesa che per primi sviano l’attenzione: proponendo una versione etico-moralistica della castità, ne impoveriscono il valore simbolico, impediscono l’insorgere di quello spaesamento che invita perfino gli estranei a domandarsi:… E se vi fosse dell’altro? Vi sono uomini che lo testimoniano nella loro carne secondo le antiche parole: Perché Tu hai già preso possesso delle mie viscere. E non sono folli, sono amanti. Amanti di Dio”.
Parole folgoranti che inducono anche nel libertino deluso il sospetto e che insediano una bandiera di libertà ben diversa da quella impugnata da chi si illude che essa sventoli solo nell’eccesso e non nell’ascesi. A proposito di quest’ultima, è riduttivo concepirla come “rinuncia” perché in greco àskesis è “esercizio” e, quindi, è abilità, creatività, padronanza di sé. Il corpo dell’acrobata e della danzatrice classica sfida la gravità, si fa lieve, è dominatore perché è dominato, si libra nello spazio in libertà assoluta perché è controllato. Tutto questo sboccia non dalla corrività bensì dall’esercizio, dalla fatica che diventa bellezza, dalla rinuncia a un piacere per aver un godimento ben più emozionante e sublime.

“A immagine di Dio, maschio e femmina li creò”
La lussuria tenta, dunque, brutalmente di tarpare le ali a un’ascensione verso il valore pieno e “simbolico” della sessualità umana, nella convinzione che sia l’agitarsi eccitato, frenetico e scomposto della libidine la grande possibilità di godimento, di felicità, di appagamento. Thomas Stearns Eliot nel Frammento di un agone (1922) sintetizzava in modo incisivo la brutalità riduttiva di una certa lettura della persona umana: “Nascita, copula e morte, / tutto qui, tutti qui, tutto qui, / nascita, e copula e morte. / E se tiri le somme, è tutto qui”. Ad andare oltre questo riduzionismo è in particolare la genuina teologia cristiana. Proviamo, allora, ad abbozzare un ritratto della persona secondo la Bibbia per intuire quale collocazione abbia la sessualità. Già si è visto – attraverso il Cantico dei Cantici – che la sua anima profonda è donazione, comunione totale, intimità personale.
C’è, però, un altro passo che è posto “in principio” alla Bibbia stessa, quasi come un’asserzione di principio. Si legge, infatti, nella Genesi: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (1, 27). L’elemento curioso di questa dichiarazione non è semplicemente nell’assegnazione alla creatura umana di una “immagine divina” attraverso l’anima, quanto piuttosto nell’identificare tale “immagine” proprio nella bipolarità sessuale e, quindi, nella coppia maschio-femmina. E’ ciò che risulta dallo stretto “parallelismo” semitico che regge la frase: a “immagine di Dio” corrisponde appunto “maschio e femmina”. Dio, allora, è forse sessuato e, accanto a lui, si asside una compagna divina, come l’Ishtar-Astarte babilonese o la Giunone latina? La risposta è ovviamente negativa, sapendo con quanta asprezza la Bibbia polemizzi contro nozze e coppie divine e contro i culti della fertilità diffusi in tutta l’area dell’antico Vicino Oriente.
Dio resta trascendente, ma la fecondità della coppia umana che ama e genera è parallela all’atto creativo divino, è un segno visibile del Dio creatore e salvatore. La vera effigie divina non è solo nell’uomo maschio, come vorrà una successiva tradizione giudaica, attestata da san Paolo che scriveva: “L’uomo è immagine e gloria di Dio, la donna è gloria dell’uomo” (1 Corinzi 11, 7). Il nostro legame “naturale” col Creatore è da cercare, al contrario, proprio nell’umanità in quanto comprende i due sessi, la capacità di unirsi e di generare, in ultima analisi di amare. Questa è l’antropologia teologica fondamentale che ha nel matrimonio e nella generazione la sua espressione capitale. Si comprende, allora, perché la morale cristiana abbia centrato nel matrimonio dell’uomo e della donna l’emblema della sessualità che si dona reciprocamente, in un’ideale pienezza di amore e di fedeltà. Si intuisce anche perché, a partire dai profeti (Osea è il primo, nell’VIII sec. a.C., sulla base di una personale esperienza matrimoniale travagliata) fino a Cristo stesso e a san Paolo (Efesini 5, 25-33), la teologia ha considerato l’unione nuziale come simbolo dell’alleanza tra Dio e l’umanità.
E’ proprio su questo valore “simbolico” (nel senso reale e non metaforico del termine, capace cioè di “tenere insieme” divino e umano) che si è sviluppata la dottrina cattolica del matrimonio come sacramento: nell’atto sessuale nuziale, segno reale di amore e di donazione, non è solo in azione il Dio della vita ma si ha anche un’epifania dell’amore divino per l’umanità. In questa luce si comprende quanto sia lontana dalla genuina spiritualità cristiana uno spiritualismo disincarnato, che disprezzi corporeità e sessualità. L’equilibrio da raggiungere è, certo, delicato, ma non si conquista attraverso un’eterea astrazione dalla realtà concreta dell’essere umano che è appunto sesso, eros, amore.
In sé la sessualità umana contiene un germe che può fiorire nel cielo della bellezza e dell’amore. Il vizio è limitazione, riduzione perché restringe e mortifica le potenzialità trascendenti che la persona umana ha in se stessa. Apparente celebrazione della libertà senza vincoli, la lussuria si ritrova incatenata alla bruta “consumazione”, alla reiterazione, all’isolamento possessivo. Ignora la creatività dell’eros autentico, i palpiti emozionanti del sentimento, il fascino della totalità insito all’amore. Il grande tragico greco Sofocle (V sec.a.C.). che pur conosceva i meandri oscuri e indecifrabili della sessualità, nell’Edipo a Colono concludeva: “Una parola ci libera da tutto il peso e il dolore di una vita: questa parola è amore”. E chi ha vissuto un amore pieno e genuino può comprendere senza esitazione ciò che un lussurioso non capirà e che lo scrittore francese François Mauriac così descriveva nel suo diario: “L’amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune”.
«Avvenire» del 7 luglio 2012

Ira: il volto ambivalente della collera

Vizi capitali (6)
di Enzo Bianchi
Collera? Ira? In realtà ci sono collere, ire al plurale, che non solo si manifestano in modi molto diversi tra loro, ma nascono da motivazioni molto diverse. Le accomuna il loro essere frutti di una passione che ci assale come un vento impetuoso, che emerge come un bollore improvviso dal nostro intimo e divampa come un fuoco divorante, avendo come bersaglio l’altro, gli altri. Si tratta del vizio visibile per eccellenza, capace di sfigurare chi ne è preda, producendo anche effetti psicosomatici: fa perdere il fiato, genera una sensazione di soffocamento, e non è dunque casuale che la Bibbia per indicarla si serva dell’espressione «brevità di respiro» (Pr 14, 17).
Ciò che è comune alle collere – insisto sul plurale – è dunque la focosità, la dinamica dell’impeto che porta chi vive questa passione «fuori di sé», l’epifania, la manifestazione che si impone alla vista degli altri, perché si mostra fisiologicamente nel volto e nei gesti di tutto il corpo: il viso diviene rosso, gli occhi si accendono e paiono fulminanti, i muscoli facciali diventano tirati, la bocca si apre facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri, il parlare è concitato, urlato, non originato dal respiro ma da una forza selvaggia e animalesca, le braccia si muovono con gesti minacciosi. Insomma, tutto il corpo sembra teso verso un’esplosione da cui occorre stare il più lontano possibile. Ecco perché si parla di «scoppi d’ira», di «sfoghi di collera», di «impeti», di «incendio divorante»... Il fatto che la collera sia palese fa sì che chi soffre di questa patologia, se proprio non è cieco, di essa si vergogni, perché gli altri conoscono e misurano questa sua deformazione. Forse è questo il motivo per cui l’ira è un vizio da cui ci si può correggere più facilmente: la sua evidenza «pubblica» induce a disciplinarsi, a correggersi, a pentirsi di essere stati trasportati da essa a compiere gesti inconsulti.
Ma va messo in evidenza anche un altro dato: al di là della dinamica che unisce tra loro le diverse forme di collera e ira, tra queste forme vi sono differenze tali che si può anche parlare di «santa» collera, di giusta collera e, al contrario, di ira funesta; di «collera di Dio» e, al contrario, di collera omicida degli uomini. Oggi restiamo perplessi o addirittura scandalizzati di fronte alle numerose affermazioni bibliche che ci parlano di un Dio in collera, ma dobbiamo cercare di comprendere il linguaggio di tre millenni fa: un linguaggio in cui, attraverso il ricorso alla collera di Dio, si cerca di dire che Dio ha un pathos, una passione, che non è insensibile, apatico, lontano dagli uomini e dalle loro sofferenze. Il grande male è l’indifferenza, e Dio non la conosce. La sua collera ci dice, in forma paradossale, che Dio è vicino all’uomo; egli non solo vede e conosce la sua sofferenza (cf. Es 2, 25), ma con-patisce, con-soffre con l’uomo attraverso la passione dell’amore.
Soffermiamo però a trattare dell’ira come vizio, di cui Paolo scrive: «Andate in collera, ma non peccate; il sole non tramonti sulla vostra ira» (Ef 4, 26; cf. Sal 4, 5). L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri; quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro in quanto tale; quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità; è la contraddizione per eccellenza alla comunicazione, al dialogo, all’incontro, all’alleanza; è il terreno su cui germina l’aggressività e si sviluppa la violenza verso l’altro. Essa corrisponde allora all’atteggiamento giudicato da Gesù alla stregua di un omicidio (cf. Mt 5, 21-22). Del resto, non è un caso che il primo peccato fraterno testimoniato dalla Bibbia sia l’ira di Caino – «Caino andò molto in collera (lett.: “s’infiammò, bruciò”) e il suo volto cadde a terra» (Gen 4, 5) –, che ebbe come esito l’omicidio di Abele suo fratello (cf. Gen 4, 3-8).
Per questo Giacomo dichiara che «la collera dell’uomo non realizza la giustizia di Dio» (Gc 1, 20), con parole che costituiscono un chiaro monito: chi nella collera offende il fratello, non pensi di sostituirsi in tal modo a Dio nel giudizio o nella riparazione della colpa, vera o presunta tale. La collera infatti può accendersi contro gli altri quando essi, soprattutto coloro che amiamo, deludono le nostre aspettative, non ci assecondano nell’immagine che abbiamo di loro o non ci considerano come noi vorremmo; oppure, più sottilmente, quando scopriamo in loro dei difetti che non sopportiamo in noi stessi. Quando si è preda di questi sentimenti, si reagisce fuggendo gli altri, e chiudendosi in sé, sdegnati con il mondo intero… In breve: se la collera diviene un habitus, essa genera il pensiero che «gli altri sono l’inferno» (Jean-Paul Sartre), e finisce per minare l’accoglienza dell’altro nella sua diversità e nella sua verità, fino a recidere ogni possibilità di comunione. Ed è in questo senso che l’ira talora è indirizzata anche all’Altro per eccellenza, Dio, fino alla bestemmia e al sacrilegio, quando egli pare resistere ai nostri desideri e alle immagini che nutriamo di lui.
Un vizio senza rimedio, allora? No di certo, anche se il cammino per sconfiggere la collera è lungo e impegnativo in quanto richiede la capacità di porsi una domanda radicale: chi è l’altro per me? È una persona con cui entrare in relazione, di cui essere custode (cf. Gen 4, 9), oppure è qualcuno da dominare a mio piacimento, fino a negare la sua stessa esistenza (cf. Gen 4, 8)? E i cristiani dovrebbero ricordare la risposta che viene dalla fede: l’altro è «un fratello per cui Cristo è morto» (1Cor 8, 11), e pertanto occorre porre il rapporto con lui davanti al Signore.
È proprio qui che si situa l’atteggiamento definito dal Nuovo Testamento col termine makrothymía, quella capacità di pazienza, di sentire in grande, che è un attributo di Dio e, per l’uomo, è l’arte di convivere con l’imperfezione e l’inadeguatezza presenti in lui, negli altri e nella realtà; pazienza che significa anche sopportare, cioè sup-portare e sostenere gli altri nelle loro debolezze, che prima o poi sono anche le nostre. Ciò può condurre fino alla sottomissione reciproca, nella fede che gli altri, nella loro diversità e alterità, sono per noi il grande dono del Signore.
«Avvenire» del 7 luglio 2012

Kamikaze per fede, la fobia del nemico

di Davide Gianluca Bianchi
​Vi è un paradosso tragico nella vicenda degli attentatori suicidi che la cronaca di questi ultimi anni ci ha regalato con insistente ricorrenza: questi giovani – quasi sempre fra i 25 e 30 anni – annientano se stessi e altri innocenti in nome di valori religiosi e ideali di giustizia, che sono destinati a rimanere una chimera nella loro esperienza personale. Non solo: proprio in conseguenza dei loro metodi di lotta, questi stessi valori rischiano di essere screditati agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, anche per gli aspetti più meritevoli d’attenzione.
Questo paradosso ci allontana, quasi ci respinge dalla loro realtà, e ci impedisce di studiarla. L’ansia di anteporre un giudizio di condanna fa premio sul desiderio di capire, che fatalmente rimane inappagato. Senza cedere a questa inerzia, Domenico Tosini, docente di Sociologia all’Università di Trento, in Martiri che uccidono. Il terrorismo suicida nelle nuove guerre (Il Mulino) ne ha studiato la fenomenologia seguendo il metodo delle scienze sociali: sono attentatori suicidi coloro che sanno – anzi scelgono – di morire nell’azione violenta di cui sono autori; per loro, la morte non è solo un rischio implicito, come sempre avviene nella lotta armata; è una certezza perché il corpo dell’attentatore è esso stesso un’arma d’offesa, è il veicolo essenziale dell’iniziativa assassina.
Professor Tosini, il terrorismo suicida è d’origine esclusivamente religiosa, o si conoscono altre matrici dello stesso fenomeno?
«La religione non è una condizione necessaria: Il PKK turco e le Tigri Tamil dello Sri Lanka, per esempio, applicano questi metodi pur avendo una cultura secolare. Ciò detto non si può non riconoscere che negli ultimi trent’anni – arco di tempo che prendo in analisi nel libro – la maggior parte dei terroristi suicidi erano ispirati da un credo. Erano quasi sempre islamisti estremisti, vale a dire jihadisti di confessione sunnita o sciita».

Perché nella sua analisi si è limitato agli ultimi trent’anni: in fondo si sarebbero potuti includere anche i kamikaze giapponesi della Seconda guerra mondiale. Non trova?
«Senza dubbio. E volendo si potrebbe arrivare fino all’età antica, citando due esempi famosi: in Giudea, ai tempi della dominazione romana, vi erano dei guerriglieri – come si direbbe nel linguaggio moderno – denominati “sicarii” che erano attentatori suicidi. In Persia nell’XI e XII secolo una setta sciita, nota con il nome di “assassini”, praticava questa forma di lotta armata, così come i guerriglieri vietnamiti del recente conflitto. Tuttavia, all’inizio degli anni ’80 è iniziata una stagione nuova con la lotta del partito sciita di Hezbollah, che nel Sud del Libano si opponeva all’invasione israeliana. Hezbollah è il frutto maturo di una radicalizzazione che negli ultimi decenni ha attraversato tutto l’Islam politico: per quanto riguarda i sunniti, in buona misura grazie alla riflessione di Sayyid Qutb (1906-1966), un autore egiziano degli anni ’60 che veniva dai “Fratelli musulmani” (a lui si ispirava al-Jihad, la formazione paramilitare che nel 1981 assassinò Sadat: in questa stessa organizzazione ha militato Ayman al-Zawahiri, che ha assunto la leadership di al-Qaeda dopo la morte di Bin Laden). In riferimento agli sciiti, l’estremismo ha tratto spinta naturalmente dalla rivoluzione vittoriosa dello ayatollah Khomeini in Iran».

Cos’ha di nuovo questa forma di terrorismo?
«Una complessa identificazione del fronte nemico: quest’ultimo viene ripartito in “nemico interno”, che coincide con i regimi corrotti e autocratici che l’Islam radicale cerca di spodestare (si pensi a Reza Pahlavi, lo Scia persiano al potere fino al 1979, oppure ai regimi sconfitti dalla “Primavera araba”) e “nemico esterno” che a questi regimi si appoggia. Quest’ultimo è rappresentato dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti che attraverso i loro addentellati politici ed economici tenterebbero di continuare una sorta di dominazione coloniale. Al-Qaeda ha condiviso questa analisi, aggiungendovi una tattica di lotta del tutto inedita: se prima il nemico veniva combattuto sul suolo arabo, per spingerlo ad abbandonarlo, al-Qaeda l’ha inseguito a casa propria raggiungendo un livello d’aggressività senza precedenti (si pensi non solo all’11 settembre ma anche alle bombe sui treni spagnoli del 2004 e agli attentati nella metropolitana di Londra nel 2005). È quello che nel libro chiamo “jihadismo pan-islamico globale”».

Cosa può fare l’Occidente per evitare l’insorgere del terrorismo suicida?
«È un quesito a cui ho cercato di rispondere nel mio libro, perché è evidente che il fenomeno, in ampia misura, è una risposta violenta alla pessima percezione che si ha di noi – e in particolare degli Americani – in quei Paesi: dal loro punto di vista è una lotta contro l’Occidente, per l’interferenza che questi esercita nelle loro comunità. In primis direi quindi che gli occidentali dovrebbero evitare di occupare militarmente i Paesi musulmani (solo in Afghanistan e Iraq, dopo l’invasione americana, si sono avuti il 68% del totale degli attentati suicidi verificatisi dagli anni ’80 fino ai giorni nostri). In aggiunta dovremmo togliere il nostro sostegno ai regimi autoritari e corrotti, favorendo l’autonoma democratizzazione delle popolazioni musulmane».
«Avvenire» del 12 luglio 2012

10 luglio 2012

Un Ego furioso sulla controversa scoperta del Caravaggio

di Pierluigi Battista
Sarà pure la prima estate senza gli appuntamenti di Cortina InConTra, ma è pur sempre la solita estate in cui da qualche parte si scopre, si svela, si dissotterra qualcosa che viene attribuito a Caravaggio: due anni fa le (presunte) ossa accreditate da uno scombiccherato esame del Dna e i (presunti) dipinti, oggi i (presunti) disegni. È anche la solita estate in cui Vittorio Sgarbi, dissertando del Caravaggio vero, di quello verosimile e di quello falso, non parla mai di se stesso, non esibisce nulla di sé, si tiene da parte, non vuole fare l'attore, non è preso dalla smania di un Ego furioso. Sul Giornale si tiene in penombra: «il tema è fondamentale l'ho ripreso io», «io ho voluto mostrare, in anteprima», «ho esposto anche alcuni disegni». Si nasconde quasi nell'anonimato: «da farmi pensare», «ciò che avevo visto e studiato». Comunque, il verdetto sulla controversia del defilato Sgarbi è la seguente: «divertente sberleffo al mondo accademico chiuso, masturbatorio, dei critici d'arte spiazzati dalla scoperta». Lo dice così, in modo da non farsi notare. Divertente sberleffo.

I ricordi di D'Alema
Nella prima estate senza gli appuntamenti di Cortina InConTra, Massimo D'Alema si abbandona ai ricordi nelle calde serate romane della Festa democratica di Caracalla. Spinto dalle domande di Chiara Gamberale, secondo la cronaca che ne fa Fabrizio D'Esposito sul Fatto quotidiano, D'Alema mostra un volto quasi umano: «c'è un bellissimo libro di due studiosi inglesi che nella traduzione italiana si chiama "La misura dell'anima". Quando aumenta il tasso di eguaglianza sale anche il tasso di felicità. Hanno riscoperto il socialismo». Ma poi torna quello di prima: «spira un nuovo vento progressista nel mondo, dall'America alla Cina». La Cina? «Sì, la Cina. Il Pcc non è una forza di destra anche se propone un cambiamento autoritario». Il Partito comunista cinese non è di destra, e va bene. Propone un cambiamento, non si sa. «Autoritario» certamente. Progressista? Fa caldo nelle calde serate romane.

Il priapismo architettonico
È la prima estate in cui Londra può sfoggiare il suo Shard Tower, il grattacielo progettato da Renzo Piano e che arriva all'altezza di 310 metri: «L'edificio più alto d'Europa» commenta sulla Stampa Francesco Bonami. Il quale, incontrando Piano, rivela che l'architetto nega recisamente che «la sua ultima creatura sia un atto di priapismo architettonico». E perché lo nega? Ecco perché: «Progettare un edificio è interessante solo in funzione di quello che rappresenta in futuro e se riflette la trasformazione del mondo in cui viviamo». Sì, d'accordo, ma il «priapismo architettonico»? Niente, non è dato sapere, non si sa se «riflette la trasformazione».
«Corriere della sera» del 9 luglio 2012

Guerra democratica, un'illusione che dura da vent'anni

Raccolti in volume gli articoli di Massimo Fini dal 1987 a oggi
di Paolo Rastelli
Il polemista contro l'idea dei diritti umani imposti con le armi: dalla Serbia alla Libia
Come sa bene chi abbia letto la sua biografia di Catilina, se c'è una cosa che Massimo Fini ammira è il coraggio. E, sia detto per inciso, c'è un po' da compatirlo, visto che di questi tempi si tratta di merce rara. Ebbene, di coraggio ne ha avuto lui stesso parecchio a dare il via libera alla pubblicazione de La guerra democratica, raccolta di suoi articoli scritti tra il 1987 e il 2012 su varie testate.
Con questo libro in un colpo solo il giornalista attacca due dei capisaldi del politically correct dei nostri anni: il mito della democrazia occidentale in quanto migliore dei sistemi politici possibili per tutti, quindi in qualche modo da esportare costi quel che costi per il bene dei popoli che non la conoscono e non la praticano e quello della protezione dei diritti umani imposta con le armi e quasi sempre coniugata con la «lotta al terrorismo» e le operazioni di «peacekeeping».
Per spiegare lo spirito dell'opera, conviene forse lasciare la parola all'autore che lo fa da par suo, cioè benissimo: «Dopo il collasso del contraltare sovietico le democrazie, Stati Uniti in testa, hanno inanellato, in vent'anni, otto guerre di aggressione. La "guerra democratica" non si dichiara ma si fa, con cattiva coscienza, chiamandola con altri nomi. Col grimaldello dei "diritti umani" si è scardinato il diritto internazionale sul presupposto che l'Occidente, in quanto cultura superiore (moderna declinazione del razzismo), portatore di valori universali, i suoi, ha il dovere morale di intervenire ovunque ritenga siano violati. Il nemico, allora, non è più, schmittianamente, uno "iustus hostis", ma solo e sempre un criminale. Essenzialmente tecnologica, sistemica, digitale, condotta con macchine e robot, la "guerra democratica" evita accuratamente il combattimento, che della guerra è l'essenza, perdendo così, oltre a ogni epica, ogni dignità, ogni legittimità, ogni etica e perfino ogni estetica».
Si può essere d'accordo oppure no con queste tesi, ma sono comunque parole da meditare in questi giorni in cui ciò che sta succedendo in Siria scuote le coscienze del mondo e si parla sempre più spesso di un intervento contro il regime di Bashar Assad. La lezione della Libia (anche se le elezioni di questi giorni fanno ben sperare) è ancora fresca: un intervento dell'Occidente in difesa dei diritti umani si è trasformato rapidamente in un sostegno a favore di una fazione impegnata in una guerra civile (gli insorti). E quello che si è ottenuto, dopo il rovesciamento di Gheddafi, è una società scossa da scontri tribali in cui i diritti umani, come hanno documentato gli articoli degli inviati del «Corriere», non sembrano molto più rispettati, con l'unica differenza che ora i perseguitati sono gli ex seguaci del dittatore ucciso.
Insomma, che si tratti di grandi temi su cui la riflessione è necessaria, è indubbio. Ciò vale soprattutto nel caso dell'Italia, dove un articolo della Costituzione, il numero 11, impedisce le guerre che non siano difensive e quindi aggiunge un ulteriore fattore di grande peso. Di fatto, se Fini ha ragione e quelle dell'Occidente sono guerre di aggressione mascherate, allora molto semplicemente noi italiani non possiamo dirci la verità senza mettere in discussione uno dei cardini del nostro diritto e siamo costretti, ancora più degli altri Paesi occidentali, a raccontarci che andiamo in armi in altri Paesi per il loro bene, anche se non è vero e almeno una parte delle loro popolazioni non ci vuole. Ma non dirsi la verità quando di mezzo ci sono questioni di vita e morte, è rischioso: morire senza sapere bene perché lo rende insopportabile soprattutto nelle democrazie, che con la possibilità di cadere in battaglia (in questo Fini ha ragione) vogliono sempre meno avere a che fare.
Il giudizio di Fini sulle guerre democratiche (Serbia, Kosovo, Kuwait, Afghanistan, Iraq) è sferzante e lui è un grande polemista: i suoi articoli sono quindi sempre godibili. Raccolti in un libro, però, rischiano la ripetitività, grande nemico delle antologie monotematiche.
«Corriere della sera» del 9 luglio 2012

La metrica del corpo: donne che scrivono in versi

di Giovanna Rosadini
Le donne e la poesia: oggi più che mai le donne sono protagoniste della scena letteraria, dopo esser state per secoli una presenza marginale all’interno di una tradizione prevalentemente maschile. Anche in questo campo, le donne hanno conquistato il loro spazio e si sono affermate, arricchendo con il loro contributo (soprattutto la loro esperienza in materia di corpo e sentimenti) un terreno storicamente caratterizzato da modalità espressive e da scelte tematiche a loro estranee… I lettori, è risaputo, sono prevalentemente donne, e le donne che scrivono, soprattutto le poetesse, come tutte le donne impegnate su più fronti e in più ruoli, si leggono vicendevolmente nei festival poetici, si citano l’una con l’altra nelle interviste e nei lavori critici, consapevoli, al di là delle differenze che pure esistono fra di loro, di un comune vissuto e di una comune sensibilità…
Ma esiste una specificità femminile in poesia?
In questi giorni è arrivata in libreria un’opera che può aiutarci a capirlo, il sesto volume della serie dei Nuovi poeti italiani Einaudi, dedicato interamente alle donne che scrivono versi. Si tratta di una novità, rispetto alle precedenti uscite che, nel proporre nomi di autori non ancora compiutamente affermati all’attenzione dei lettori di poesia, non facevano distinzione di genere.
La scelta di dedicare questa antologia alle poetesse (o poete, come qualcuno preferisce), in ogni caso alla poesia delle donne, nasce dalla consapevolezza di una tradizione tanto ricca e articolata quanto ancora ampiamente sommersa; la realtà della poesia femminile rimane, a tutt’oggi, una realtà poco visibile, a fronte della sua vivacità e diffusione.
Da tempo si parlava di questo, in casa editrice, all’Einaudi dove ho lavorato per anni come editor della Collana Bianca (dal colore della copertina, disegnata cinquant’anni fa da Bruno Munari e mai modificata, nella sua essenzialità e pulizia formale).
Con Mauro Bersani, il responsabile della Collezione di Poesia, abbiamo negli anni ‘90 aggiunto nuovi nomi di autrici oltre alle presenze femminili “storiche” della collana, come Alda Merini, Patrizia Cavalli, Gabriella Leto e Patrizia Valduga; alcune fra loro, per esempio Elisa Biagini e Mariangela Gualtieri, sono ormai figure affermate e protagoniste della realtà letteraria italiana (Biagini con la sua attività di traduzione e divulgazione, soprattutto della poesia americana, e in qualità di organizzatrice di eventi culturali come Firenzepoesia, e Gualtieri per l’intensa attività drammaturgica, in sodalizio col Teatro Valdoca).
Ciò nonostante, molti risultavano i nomi che la collana non riusciva ad accogliere, poetesse note a un pubblico specializzato, quello che segue festival e riviste, kermesse teatrali o letture… Autrici apprezzate dalla critica e presenti da protagoniste nei premi letterari, ma ancora poco, o nulla, nelle collane di poesia degli editori maggiori, e dunque non capillarmente distribuite in libreria… E, anche in ragione di ciò, non ancora prese in considerazione dalle antologie tendenzialmente canonizzanti uscite negli ultimi anni.
Pertanto sono stata lieta della proposta dell’editore, promossa e caldeggiata da quel vulcano d’iniziative che è l’amica Mariangela Gualtieri, di curare questo volume, cosa che mi ha permesso, da autrice quale oggi (dopo le vicende biografiche che racconto in Unità di risveglio), sono diventata, di ritrovare il mio lavoro d’un tempo, con immutata passione.
Dunque, è possibile parlare di una specificità femminile in poesia? La mia esperienza, di lettrice di lungo corso e per molti anni professionale, ma anche di autrice, e oggi di curatrice di questa ricognizione poetica, mi porta a ritenere di sì.
Nonostante la storica marginalità della presenza femminile all’interno del canone letterario italiano (e non solo), le autrici di poesia non sono mancate, nel secolo appena trascorso; precedute da personalità come Ada Negri e Amalia Guglielminetti, attive sulla scena culturale italiana fra Otto e Novecento, sono da ricordare Antonia Pozzi, Margherita Guidacci e Fernanda Romagnoli, oltre a Cristina Campo e Giovanna Bemporad, voce oggi purtroppo appartata e dolente, per quanto recentemente omaggiata dall’editore Sossella con una riedizione degli Esercizi vecchi e nuovi.
Proprio la precarietà della posizione femminile nella società letteraria (e non solo) ha reso però le scrittrici più libere rispetto a un canone fortemente condizionante per la creatività maschile; le autrici di poesia, nello specifico, testimoniano una fiducia nello strumento linguistico forse un po’ appannata per gli autori, più imbrigliati in un sistema di codici e regole che faticano a trasgredire, o, per contrasto, contestano violentemente…
Ciascuna in modo diverso, con una propria cifra stilistica, le poetesse incluse nel volume usano il linguaggio in maniera originale e non facilmente classificabile; per ognuna è un potente strumento di indagine e conoscenza, secondo l’insegnamento di Amelia Rosselli, indimenticata “maestra di tutte”, che affermava: “Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere”.
Un ulteriore elemento comune, per le autrici di poesia, è il legame fra scrittura e vita: c’è una sensibilità che si richiama ai dati dell’esperienza, e dunque spesso è una poesia che parla di affetti ed è ricca di riferimenti concreti, è una poesia che parla di corpo e natura, che ha bisogno, di corpo e natura, diventa, corpo e natura…
Quella femminile è una scrittura che ha, sempre, una temperatura maggiore rispetto a quella maschile… anche in virtù del grado di empaticità di cui è portatrice.
Infine, c’è sempre un tu nella poesia di queste autrici: l’io lirico, che pure esiste, non è mai centrale, ma si apre sempre a un dialogo, si allarga fino a diventare un “noi”… Come ha affermato recentemente una di loro: “La scrittura è una forma autistica di isolamento che però fa sentire in comunicazione con una parte profonda di tutti… Si potrebbe definire la condizione di chi scrive una solitudine corale”.
«Corriere della sera» del 9 luglio 2012

Il galateo (eccessivo) ai tempi dei social network

Tecnologia e buone maniere
di Maria Luisa Agnese
Dai consigli per l'uso di telefonini e computer durante le feste alle «app» su come è giusto comportarsi
È qui la festa? Un tempo si entrava e se non si conosceva nessuno ci si rassegnava a fare tappezzeria; ora c'è il cellulare, salvifico compagno di viaggio, quasi un'escort sociale che, se la conversazione langue, ci sottrae alla solitudine e alla tappezzeria e ci mette in contatto con il mondo. Ma trasforma anche e parecchio la dinamica del party contemporaneo, dove ognuno si aggira con un cellulare in mano, dando notizie in diretta a chi non c'è (alla festa) di quel che sta succedendo (alla festa), scattando foto di chi c'è (alla festa) da pubblicare subito su Facebook e su Twitter, in modo che chi non è (alla festa) possa avere la sensazione di esserci.
Ma obbligando la padrona di casa a slalom sociali e fisici impensabili fino a qualche tempo fa. Per non parlare dei problemi che possono sorgere quando avanzano i camerieri con le portate e non rimane un posto libero né sui tavoli né sui tavolini d'appoggio e neppure negli angoli delle librerie, tutti ormai occupati dai cellulari in libera uscita.
Nascono così, di fronte a questa irruzione della tecnologia nelle regole della buona società, tentativi di riequilibrare, si sente l'urgenza di fabbricare nuovi galatei a caccia di codici di comportamento che rimettano un po' in ordine le cose. E che arginino le maleducazioni insorgenti di chi ti fotografa a bruciapelo senza chiedere neppure il permesso. Così il Wall Street Journal ha tentato addirittura un decalogo per i party al tempo del cellulare, ben raccontato dal disegno di questa pagina: primo, vigilare perché le zone di servizio non siano intasate dai cellulari, poi appoggiare da qualche parte un cestino dove poterli raccogliere, cercare di far impilare i telefoni a centro tavola per non disturbare la conversazione, evitare Skype e così via.
Una necessità di reagire e di ricomporsi che però a volte diventa a sua volta eccessiva e, per paradosso, tocca punte di integralismo antimodernista. Due promessi sposi australiani, Jacqui Stewart, 28 anni e Andrew Turner, 27, entrambi impiegati in aziende tecnologiche, nel giorno del loro matrimonio hanno invitato gli amici a chiudere tassativamente i cellulari per tutta cerimonia e la festa che seguiva: «Siate carini, vogliamo goderci questo giorno». Anche il delirio di regolamentazione dunque può essere turbativo quanto l'uso eccessivo e deregolato della tecnologia, lo dimostra la continua offerta di «app» di buone maniere aggiornate ai tempi, per iPhone e iPad, ce ne è persino una che insegna il bon ton per Foursquare, il social network che si basa sulla condivisione della propria posizione geografica.
Per questo Bevy Smith, grande organizzatrice di party per aziende e celebrities, ha perfezionato un metodo infallibile, ma non scritto: l'occhiataccia con cui fulmina chi sta messaggiando e twittando oltremisura. E anche altri, piuttosto che inseguire una manualistica ingessata e un po' ridicola, preferiscono inventarsi le regole lì per lì, come ha fatto Brené Brown, docente a Houston, in occasione del pigiama party di sua figlia undicenne: avendo notato che le fanciulle si messaggiavano con chi alla festa non c'era, Brené è arrivata con bel cestino con su scritto «Solo telefonate con i genitori. Godetevi chi è alla festa: sono persone fantastiche!». E ha invitato tutte a mettere i cellulari là dentro e a dimenticarli. Come dire che, ormai, più che bon ton ci vuole buon senso.
«Corriere della sera» del 10 luglio 2012

09 luglio 2012

Non ci sono più maestri

Il declino della scuola italiana è colpa del disarmo degli educatori di fronte alle responsabilità
di Goffredo Fofi
La domanda che dovrebbero porsi gli educatori è sul peso che in questa crisi così vasta e profonda può avere l’educazione, o meglio una co-educazione comunitaria e collettiva, e che tipo di scuola potrebbe ancora avere utilità e senso. La crisi del sistema scolastico ha preceduto quella più geneerale dell’economia ed è andata di pari passo con la presunta sconfitta della miseria, con il coinvolgimento di tutti nella provvisoria salute del mercato, facendosi in tal modo corresponsabile del declino della società. A questo declino la scuola non ha saputo (e, anzitutto, non ha voluto) opporre nessun freno, né coloro che al suo interno teorizzavano impossessandosi del ruolo di «educatori degli educatori» si sono preoccupati di ragionare su cosa sarebbe potuto accadere, individuando i germi del male che andava minandola alle radici. Eppure i modi per poterlo fare c’erano, e c’erano tutte le avvisaglie per insospettirsi sull’esito dei modelli dominanti, quelli che i pedagogisti più ufficiali accettavano in blocco, mentre i più onesti e i meno sciocchi continuavano a ragionare sugli aspetti secondari dell’intervento pedagogico – molto rilevanti nel lavoro quotidiano! – non riuscendo però a vedere, come si dice, oltre il proprio naso, sopra la propria testa. Sotto le proprie scarpe. L’«educazione» è una cosa più vasta della «pedagogia». È un campo molto più grande, e riguarda una responsabilità che dovrebbe essere molto più comune e diffusa. È una cosa troppo importante e decisiva per lasciarne i destini nelle mani di una manciata di pedagogisti di mestiere (oggi una categoria di molto secondaria anche per sua stessa colpa), che deformano più che formare le intelligenze degli studenti di Scienze della formazione, che minano e disarmano, invece di renderle più forti, le convinzioni e le difese di coloro che si sentono portati al nobile e importante compito di insegnare agli altri - ai bambini, agli adolescenti, ai giovani.
Sono diplomato maestro e mi sono occupato a lungo di bambini, di adolescenti, d’intervento sociale e culturale fuori o ai margini delle istituzioni. A Palermo e a Napoli, in anni lontani, ho fatto parte di piccole ma significative esperienze di «lavoro con i bambini» in cui la pedagogia aveva un peso importante, non assoluto ma pur sempre centrale. Ho conosciuto e frequentato, ne sono stato allievo, amico e a volte in qualche modo collaboratore di Aldo Capitini e Lamberto Borghi, Ada Gobetti a Margherita Zoebeli, Aldo Pettini e Grazia Fresco, Lucio Lombardo Radice e Dina Bertoni Jovine e tanti altri, e ho conosciuto e frequentato gruppi che praticavano l’educazione degli adulti e il «lavoro di comunità», da Danilo Dolci ad Angela Zucconi, o di formazione o "recupero" dei giovani, dal Movimento di collaborazione civica ai Focolari di semilibertà per i ragazzi disadattati, o di formazione degli educatori, dal Movimento di cooperazione educativa ai Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva. Ho seguito a volte da molto vicino, nel corso del tempo, le iniziative di alcuni preti d’eccezione, da don Zeno a monsignor Di Liegro, dalla comunità di Capodarco al Progetto Sud calabrese.
Ma non per questo mi ritengo un pedagogista, né ho mai studiato seriamente il funzionamento della scuola italiana, le leggi che la riguardano. Dunque, sia chiaro: non sono un pedagogista, sono molto ignorante in fatto di scuola e le mie poche idee sulla pedagogia nascono soltanto dal rapporto amicale stabilito negli anni con insegnanti e studenti, e con i bambini. Non sempre i migliori educatori del passato si definivano pedagogisti, né i pedagogisti migliori erano laureati in pedagogia. Oggi i pedagogisti di professione sono stati aggrediti dalla crisi non meno di tante altre categorie e forse di più, poiché dall’alto delle loro cattedre non hanno trovato nulla da opporre alla mutazione che giungeva, che essi non hanno fatto alcuno sforzo per capire e ancora di meno per contrastare nella sua violenza, affrettandosi invece ad accettarne le conseguenze, cercando goffamente d’inserirsi nel flusso delle scelte decretate dal potere economico e facendosene nella stragrande maggioranza dei casi gli alfieri, con l'elaborazione di astruse e servili formule di ripiego, in primis dalle parti del fu Partito comunista nelle sue molte e vieppiù insipide trasformazioni. Al loro seguito si sono posti, con adesione superficiale e insensata, decine di migliaia di insegnanti. Preoccupati quasi soltanto delle proprie condizioni economiche e dei blandi privilegi di cui in passato godevano, gli «educatori autorizzati hanno faticosamente realizzato di contare sempre di meno e di risultare sempre più superflui, e si sono arroccati, dapprima, nell’accanita (e vana, per via dei meccanismi stessi che andavano accettando) difesa del proprio status economico e solo più tardi, cominciando a sospettare di non essere più utili al nuovo ordine, del proprio status sociale. Ne è conseguita una vastissima pubblicistica, fiorita presso i grandi come presso i piccoli editori, caratterizzata dal lamento ma mai o quasi mai dalla proposta.
Ma più che altro, a renderci insoddisfatti delle reazioni del "ceto pedagogico" alla crisi che attraversiamo – che è ben più che una crisi di un sistema pedagogico che ha retto per più di un secolo, che è una crisi di civiltà e un passaggio epocale paragonabili soltanto a quello che ci introdusse nella cosiddetta "età moderna" – è la scarsa assunzione di responsabilità verso i problemi che riguardano né più né meno che i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e la loro difesa, e perciò stesso il futuro. Per chi si dà ancora pena per il futuro dell’uomo, in un contesto di mutazione e manipolazione che nega o nasconde proprio il futuro, l’educazione dovrebbe tornare a prevalere sulla politica, e deve semmai essere il perno di una nuova politica, la sua prima preoccupazione, la sua ragion d’essere.
Ciò di cui si ha bisogno è una nuova o una riaffermata assunzione di responsabilità, profonda e radicale, da parte degli adulti chiamati istituzionalmente, o per privata vocazione e persuasione, a lavorare con e per i bambini, gli adolescenti, i giovani. Anche da parte dei genitori, come è ovvio. Anche da parte degli adulti tutti.
«Avvenire» del 4 luglio giugno 2012

Scuola: l'illusione della severità

Alunni di 6 anni bocciati, esami difficili. L'istruzione in Italia è davvero più inflessibile? Pare proprio di no. Anzi, l'insegnante è diventato un badante
di Mariapia Veladiano
Una piccola inquietudine da notizia può venire: i giornali raccontano che la scuola ricomincia a bocciare i bambini di prima elementare, che l'Invalsi propone prove difficili dì matematica in terza media, che all'esame di maturità arriva un Aristotele spiazzante.
Ci si chiede se sia l'effetto di una qualche maggiore severità, promessa o minacciata a seconda del proprio vedere.
Certo che no. Il ministero dell'Istruzione attraverso il suo rapporto annuale “La scuola in cifre" ci dice che negli ultimi due anni scolastici monitorati (2009 / 2010 e 2010 / 2011) sono aumentati sia gli studenti ammessi all'esame di terza media (dal 95,4 al 95,9 per cento) sia gli studenti poi diplomati (da 199,5 al 99,6 per cento). Un aumento si è verificato anche per la maturità (dal 94,1 al 94,4 per cento di ammessi e dal 98,1 a 198,3 di diplomati). In entrambi i casi poi sono aumentate considerevolmente le votazioni alte (+1,4 per cento sia i nove che i dieci) e l'esito finale con la lode (+0,8 per cento). Negli anni intermedi di entrambi i cicli sono diminuite le bocciature e diminuiti anche, per le superiori, i ragazzi con "giudizio sospeso", ovvero quelli che devono a fine estate superare una prova di recupero in alcune discipline. Poiché i dati delle medie riportano un'inversione di tendenza netta rispetto ai cinque anni precedenti, quando le ammissioni all'esame erano in costante calo (-2,2 per cento dal 2005), vien chiedersi cosa sia rimasto del più imponente tentativo di "ritornare alla scuola del merito" che ha occupato per mesi i giornali e le televisioni durante il precedente governo. I cambiamenti sono stati presentati come l'azione salvifica di fronte al baratro in cui la scuola era scivolata con un impatto demagogico contundente: il voto di condotta entrava a far parte della media complessiva dei voti dello studente, e l'accesso agli esami di Stato (medie e superiori) veniva consentito solo a chi avesse la sufficienza in tutte le discipline. La prima norma ha ottenuto il risultato, scontato, di alzare la media di gran parte degli studenti perché, grazie al cielo, in generale gli studenti corretti sono ben più di quelli indisciplinati e se un ragazzo non disturba, segue moderatamente le lezioni e un po' interviene, un otto o un nove in condotta lo prende.
La seconda, e anche questo era ben prevedibile, è diventata nei fatti una licenza a dichiarare per necessità il falso perché non si può far ripetere un ragazzo per due (forse anche tre) discipline, lo vietano il buonsenso e un'altra norma che chiede "insufficienze gravi e diffuse" per poter bocciare, e un qualsiasi TAR lo riconoscerebbe, e quindi con "voto di consiglio" si scrivono nelle pagelle dei "sei" che non dicono la verità sulla preparazione dello studente. E in più, alle superiori questi sei non veritieri contribuiscono a costruire il credito scolastico e il punteggio dell'esame finale. Doppiamente sbagliato e anche ingiusto. Solo in una scuola superiore che funzionasse, come accade per l'università, con un sistema perfetto di crediti, un meccanismo di questo tipo avrebbe senso. Ma non è così, perché nell'ordinamento italiano si ripete l'anno scolastico intero, con tutto il suo corredo di discipline, non solo la disciplina insufficiente. E infatti, dove si è potuto grazie all'autonomia non recepire queste norme, lo si è ha fatto: in Trentino il voto sulle "capacità relazionali", così viene chiamata la condotta, non fa media e agli esami di stato di medie e superiori si accede con la media complessivarnente sufficiente, e così le commissioni d'esame possono vedere nella trasparenza dei voti realmente dati quali sono le lacune vere di uno studente. Non è cosa da poco, perché si tratta di far vivere ai ragazzi proprio dentro la scuola quella giustizia che hanno assoluto bisogno di credere possibile nella vita.
La scuola non è oggi più severa. Quel che capita ci racconta qualcosa che va ascoltato. Ad esempio che non ce la può fare se non si decide bene quel che si vuole da lei. Nel tempo, un po' allavolta, alla scuola è stato chiesto di tutto. Dal patentino per il motociclo all'accesso alla Normale. In mezzo c'è la custodia lunga dei figli, prima e dopo l'orario scolastico (le scuole private fanno la loro fortuna in parte anche su questo), la sorveglianza psicologica, il pronto intervento pedagogico, le certificazioni linguistiche, il patentino per il computer, l'organizzazione degli stage nelle aziende, la certificazione delle competenze. Qualcosa di tutto questo ci sta, è assolutamente pertinente. Ma pensare che risorse di tempo e di personale siano impiegate nell'organizzarela preparazione per il patentino del motociclo è davvero bizzarro. E la legge fa obbligo alle scuole di offrire anche questo, al pomeriggio (20 ore fino allo scorso anno, 13 da quest'anno) e le famiglie lo chiedono, perché a scuola i corsi sono gratuiti, nelle autoscuole no.Allora capita che nell'inseguire il tutto di quel che è indistintamente dovuto, non sia possibile tener gli occhi ben fissi su quel che davvero conta.
Le prove lnvalsi hanno un'ambizione giusta (al di là poi delle scelte precise di testi e problemi). Sul modello delle indagini internazionali OCSE-PISA, vogliono verificare le competenze degli studenti in uscita dalla scuola media. Il lavorare sulle competenze cièrichiesto dall'Europa, dal mondo del lavoro e della ricerca, che vorticosamente frulla i saperi tradizionali, dalla vita di oggi. Le prove Invalsi sono un tentativo di riforma del modo di insegnare e programmare a partire alla fine, dalla verifica. Se le prove son così, qualcosa dell'insegnamento deve cambiare. Lo stesso meccanismo che nel 1999 è stato messo in atto per le nuove tipologie di scrittura richieste dall'esame di maturità. Una riforma che ha in-dotto gli insegnanti a lavorare diversamente.
Non suona bene, si può dire. Perché non lavorare diversamente grazie alla formazione degli insegnanti, all'aggiornamento? Ad esempio perché quest'anno per la formazione in servizio il Ministero ha stanziato 18,75 euro per insegnante.Per tutto l'anno. Poiperché in Italia la formazione in servizio non è un obbligo e di solito "la fa chi non ne ha bisogno ", ha detto poco fa a un incontro pubblico Giovanni Biondi, capo dipartimento del Ministero dell'istruzione nel mentre che forniva queste cifre.
Ma in Trentino è un obbligo, ad esempio, sta nel contratto collettivo provinciale, e quindi cambiare si può, vien da dire. E difficile immaginare un lavoro che richieda continuamente di ricrearsi come quel-lo dell'insegnante.In classe arriva il mondo, sempre nuovo perché è il mondo dei ragazzi. Se non si cambia non funziona nulla.
Certo, ci sono riforme che costano, e si dovrebbe avere abbastanza fiducia da credere che valga la pena di investire ancora nella scuola, perché vuol dire che un futuro c'è, riusciamo a rappresentarcelo. E allora, almeno, far davvero sparire le classi sovraffollate. Semplicemente perché, soprattutto nel primo ciclo, è impossibile seguire tutti i bambini se ne abbiamo trenta in classe, e chi resta indietro è di certo il povero: di cultura, di relazioni, di risorse economiche e sociali. Perché bocciare cinque bambini su cinquantanove in prima elementare non si può davvero. È una dichiarazione di impotenza della scuola pubblica che non ha saputo o potuto intervenire prima che tutto questo accadesse.
E ne devono essere capitate di cose durante l'anno. Vien da dire: rovesciamo il banco, prima di arrivare a questo. Condividiamo il problema: con i servizi, il comune, il ministero, i gruppi di volontariato. Inventiamo una rete. Alziamo la voce.
Ma ci sono anche riforme che non costano nulla. Tornare alla trasparenza del voto di ammissione agli esami eliminando il "sei necessario" non costa nulla, ad esempio. Alleggerire la scuola di richieste improprie può costare poco poco.
La domanda vera è:"che cosa vogliamo dalla scuola?" E la risposta non può essere la lista della spesa, deve essere un numero definito di priorità. Che offra un'opportunità a chi la frequenta di essere riconosciuto nel proprio valore. Che riconosca le diverse intelligenze. Che dia gli strumenti per guardare al futuro confidando nelle proprie forze. Che coltivi la convivenza civile. La convivenza non è un capriccio di pochi idealisti. È esattamente il futuro di tutti. Che, almeno, non funzioni da moltiplicatore di disuguaglianza sociale, come accade oggi, così ci dicono le ricerche. Che non confonda serietà e selettività. Le indagini Ocse-Pisa, e anche i dati del Ministero, ci dicono che hanno risultati migliori le scuole che bocciano meno.
È alzando il livello generale che si ottengono le eccellenze. La scuola del merito è la scuola del rigore morale irriducibile, che non si rassegna a perdere ragazzi lungo la strada. Che continua a lavorare per una nostra vita a lieto fine. Abbastanza lieto.
E niente più demagogia, davvero.
«la Repubblica» del 2 luglio 2012

08 luglio 2012

Carissimi sconosciuti: perché su Internet ci fidiamo degli estranei

Il caso Viaggi, libri, follower: il 70% si lascia orientare dal web per le scelte. Tra le ragioni, empatia, familiarità e reputazione
di Serena Danna
Su Kickstarter, la celebre piattaforma di crowdfunding (raccolta di fondi attraverso microfinanziamenti su Internet), due artisti di Los Angeles, Erin Faulk e Matt Sordello, hanno lanciato il progetto «Follow Friday». «Il venerdì delle persone da seguire», in gergo Twitter #FF, è la tradizione di indicare ogni venerdì ai propri follower le persone da cui ricevere aggiornamenti sul social network da 140 caratteri. Colpiti dal successo dell’iniziativa, Faulk e Sordello stanno lavorando a un documentario (cifra richiesta per realizzarlo: 15 mila dollari) che racconterà il loro viaggio negli Stati Uniti per conoscere 140 degli sconosciuti consigliati. «È un lavoro sugli estranei — scrive la film maker — a cui ogni giorno ci affidiamo online per le nostre decisioni. Cosa ci spinge a seguire le raccomandazioni di persone che non abbiamo mai incontrato?».
Ecco una delle conquiste più interessanti dell’epoca digitale: la fiducia negli sconosciuti. Scegliamo gli alberghi sul sito di viaggi Trip Advisor, i prodotti da comprare sul bazar online eBay, e per capire cosa leggere o guardare al cinema ci affidiamo sempre di più a forum, blog ed account social. In un’intervista a «la Lettura», il fondatore di Amazon Jeff Bezos ha raccontato che, prima di sbarcare in Giappone, diversi consulenti avevano giurato che i giapponesi non avrebbero mai scritto recensioni di libri. Si sbagliavano: a Tokyo, proprio come in tutti gli altri Paesi dove Amazon è presente, le persone adorano scrivere recensioni online.
L’ultimo rapporto Nielsen «Global Trust in Advertising», basato su interviste a 28 mila utenti in 56 Paesi, mostra che le opinioni sul web sono in cima ai metodi che influenzano le nostre scelte di consumo (il 70% degli utenti, con un aumento del 15% rispetto al 2008), seconde solo alle raccomandazioni di amici e parenti. Un punteggio che stacca del 12% le indicazioni dei giornali e del 23% quelle della tv (calate rispettivamente del 25% e del 24%).
I consigli sui social network sono credibili per il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, percentuale che — secondo un rapporto ICM/Guardian — si ferma al 50% per gli adulti. Una rivoluzione che nasce dal crollo di fiducia del marketing tradizionale: «I consumatori hanno perso fiducia nelle aziende —spiega Alessandro Mininno, social media strategist di Gummy Industries —. Dopo anni di marketing ingannevole, hanno trovato nel web un’alternativa credibile: se devono scegliere tra fidarsi della raccomandazione di un marchio o di quella di un estraneo, scelgono il secondo perché lo percepiscono come non interessato». Grazie ai social media abbiamo accesso a un’enorme quantità di informazioni: l’unico modo per orientarsi è la fiducia. «Gli utenti costruiscono la loro identità sul campo: se chiedi un consiglio su Twitter — continua Mininno — tenderanno a darti la migliore risposta possibile perché tengono alla reputazione, unica garanzia di successo sui social media».
Alex Giordano, ricercatore del Centro studi di etnografia digitale, puntualizza: «L’utente utilizza prodotti ed esperienze per mettere in scena una rappresentazione di sé: attraverso l’oggetto che critica sta raccontando se stesso». Il circuito semichiuso dei social media permette inoltre quello che la psicologia sociale chiama «sistema di controllo». Un controllo che funziona con meccanismi precisi, secondo Giuseppe Riva, docente di Psicologia dei nuovi media alla Cattolica di Milano: «La rete di contatti fa da garante per la persona: se voglio verificare la reputazione di un individuo su Facebook, Twitter, Google + un parametro è rappresentato dai suoi “amici”».
Ma cosa succede fuori dai social network e in quei siti dove viene meno il «garante» della Rete? «Si passa dall’analisi del singolo a quella dei gruppi», illustra Riva. La legge del conformismo sociale, che porta le persone «confuse» a seguire le scelte di massa, si ritrova anche online: «I gruppi non si limitano a descrivere i propri comportamenti — vado in questo hotel, leggo questo libro, compro questo pc — ma li motivano con argomentazioni credibili. Se mi identifico in quelle argomentazioni, l’empatia che ne deriva mi indurrà alla scelta», conclude Riva.
Come nella vita offline, anche in Rete esistono tribù. Prendiamo quella delle mamme 2.0, madri di età compresa tra i 14 e i 33 anni. Secondo un rapporto del Centro Studi Etnografia digitale, l’88% consulta Internet prima di effettuare un acquisto per il bambino e il 28% cita Facebook come fonte di informazione privilegiata. Succede perché online le giovani mamme trovano un senso di comunità, in cui possono ritrovare i loro dubbi e problemi, senza provare imbarazzo.
Secondo Hanson Hosein, direttore del master in digital media all’Università di Washington e autore del saggio Storyteller Uprising: Trust & Persuasion in the Digital Age, quella di voglia di condivisione è tipica degli utenti Internet: «Amano condividere le proprie esperienze. Lo fanno per esigenze creative oppure perché sono appassionati a un tema: online trovano la piattaforma ideale per esprimersi», dice. «Aiutare gli altri — continua — è simbolo di un valore che gli altri riconoscono e possono ricambiare. Ogni volta che commenti in maniera critica o fai una recensione apprezzabile, il tuo status sulla Rete aumenta. E questo è un grande incentivo per la vita digitale». Per Pamela Rutledge, direttrice del Media Psychology Research Center di Boston, i criteri su cui si basa la fiducia degli utenti sono «la prevedibilità — sapere che troverai risposte a quello che cerchi —, che aumenta sei hai familiarità con un gruppo di discussione, e la reciprocità, che si realizza quando ottieni la prova che la tua fiducia è stata ripagata da un’esperienza soddisfacente».
Le notizie che periodicamente mettono in discussione la credibilità di molti siti — dalle recensioni false su Trip Advisor al meccanismo del «likejacking» su Facebook (gli «I like» a link che portano l’utente su pagine fraudolente) — sembrano non minarne il successo. Osserva Keith Murningham, docente di psicologia sociale alla Northwestern University, che sonomolteplici gli strumenti a disposizione degli utenti per verificare la veridicità delle informazioni: «Se una recensione è scritta in maniera formale, troppo corretta, e contiene solo informazioni positive, la diffidenza sarà automatica».
La garanzia di affidabilità non viene solo dal controllo degli amministratori dei siti (che pure, come nel caso di eBay, può essere estremamente rigido): nella dinamica dei gruppi sociali online sono gli utenti stessi che tutelano la comunità di appartenenza. Aggiunge Giuseppe Riva: «Trovare un gruppo affidabile è un valore, i suoi membri faranno di tutto per salvaguardarlo. Quando si accorgono di violazioni o inganni, lo vivono come un tradimento». O come direbbe Oscar Wilde, «l’uomo può credere all’impossibile, non crederà mai all’improbabile».
«Corriere della sera» del luglio 2012