05 ottobre 2025

Manzoni ha un animo rivoluzionario

L’inquietudine fu il motore della sua scrittura. Non grigio e severo, ma controcorrente Due volumi usciti da Carocci e dal Centro studi dell’autore entrano nel suo laboratorio
di Paolo Di Stefano
«Manzoni nacque rivoluzionario. Andò sempre all’opposto della corrente di moda». Così scrisse lo scrittore scapigliato Carlo Dossi nelle sue Note azzurre. Suonerà strano a chi si porta dietro l’untuosa visione scolastica dell’autore dei Promessi sposi, ma è così. Dietro quell’aspetto grigio e severo, Manzoni è un rivoluzionario, e già lo stesso Dossi lamentava il paradosso che don Lisander passasse per il contrario: un reazionario. Introducendo Grammatica del buio (appena pubblicato dal Centro Nazionale Studi Manzoniani), la storica della lingua Mariarosa Bricchi lo spiega bene: Manzoni fu talmente inquieto e sperimentale da non accontentarsi mai di nulla, «sconfessando la legittimità dei suoi stessi scritti, indifferente al seguito che avevano generato, ma tormentato dalla loro inadeguatezza». Non fece altro che dissociarsi dalle sue proprie parole: «Chiosava, ritrattava, argomentava. Aggiungeva e correggeva. La sua intera opera è, anche, una negazione: percorsa dall’incompiutezza; dal silenzio; dal demone dell’autogiudizio». L’aspetto ancora più sorprendente è che questa scontentezza sia diventata il motore della sua scrittura, una scrittura che Bricchi definisce «di una specie ostile a se stessa». Guardata nelle specifiche e minime «strategie testuali», la sua prosa saggistica appare una lotta contro il buio — della storia, della morale, dell’ingiustizia, del disordine —, una battaglia combattuta con le armi logico-argomentative e dunque linguistiche, anzi più precisamente con le armi della grammatica, della sintassi e soprattutto della tessitura testuale. Bricchi infatti si concentra sugli snodi, sui giunti, sui passaggi (congiunzioni, pronomi, punteggiatura, ripetizioni, anafore, antitesi) posti in opera da uno scrittore che mira all’inclusione, all’assimilazione, alla connessione. A illustrare questa prospettiva, gli esempi sono numerosi: dal doppio gioco di separazione e di legame svolto in alcuni casi dal segno dei due punti agli effetti di pluridiscorsività presenti in saggi dimostrativi in cui Manzoni riesce a far convivere, dentro lo stesso noi polemico, posizioni ideologiche diverse. Il tutto allo scopo di aumentare al massimo grado l’efficacia della propria argomentazione.
Tra dialogo e assoluto riserbo oscilla il modo di procedere di Manzoni. È quanto si desume dal recente libro di Giulia Raboni (Come lavorava Manzoni, Carocci), prima proposta (con il volume di Paola Italia su Gadda) di una collana che intende entrare dentro i laboratori dei grandi scrittori con gli strumenti della filologia d’autore che studia il percorso delle varianti da redazione a redazione. Non solo il romanzo è già molto studiato da questo punto di vista, ma anche le altre opere manzoniane, poesie e tragedie comprese. Eppure parecchio rimane da fare, a cominciare dalla catalogazione (digitale?) delle carte il cui nucleo centrale giace alla Braidense, consegnato dagli eredi, ma che in parte si trovano disperse. Manzoni lavora in tensione tra l’obiettivo etico (orientato in senso evangelico dopo la conversione) e la ricerca sperimentale degli strumenti di stile e di forma con cui conseguire quell’obiettivo. Anche Giulia Raboni sottolinea come il tratto comune delle opere di Manzoni sia quella «retorica intimamente dialogica nella quale si può dire si placano e consumano nella conquista di una apparente semplicità le antitesi più profonde della sua psicologia e della sua formazione culturale». Niente più dell’ossessione del confronto, con se stesso e con gli altri (amici e autori vicini e lontani), produce insoddisfazione, correzioni, rifacimenti, scartafacci e varianti.
L’aspetto più affascinante (anche per il filologo), nel modo di lavorare di Manzoni, è il suo farsi nel momento stesso in cui la scrittura si compone: non esistono scalette, schemi, tracce di dialoghi o di spunti; esistono invece, oltre alle riflessioni teoriche preliminari o contemporanee consegnate anche alle lettere agli amici, le trascrizioni di documenti, dati, fonti. Un modo opposto rispetto a quello condotto da Leopardi, il quale, fa notare Raboni, si muove dalla sensazione all’astrazione «azzerando il più possibile il processo meditativo e razionale». Ne deriva, in Manzoni, un andamento a singhiozzo delle stesure, in cui gli approfondimenti e i ripensamenti, ricostruibili per lo più grazie agli epistolari, si intrecciano con la scrittura e ne determinano le svolte, i cambiamenti, gli abbandoni provvisori, le revisioni, le contraddizioni, i «punti di crisi», dando luogo a carte che sovrappongono magmaticamente momenti diversi di rielaborazione: percorsi accidentati che mettono a dura prova l’intelligenza dello studioso. Ciò vale non solo per le diverse fasi del romanzo, dal Fermo e Lucia agli Sposi promessi alla prima edizione (1827) e infine alla cosiddetta Quarantana seguita al famoso risciacquo in Arno: con ulteriori complicazioni dovute agli obblighi della censura, alla circolazione di manoscritti non sempre autorizzata, al lavoro imperfetto degli amanuensi, alle ostinate riletture d’autore sulle bozze, alla diffusione di stampe pirata. Senza dimenticare che il passaggio dall’una all’altra fase di elaborazione comporta un nuovo movimento del pensiero, dello stile, della lingua, come accade, per esempio, nei vari passaggi del Conte di Carmagnola, concepito in prospettiva «familiar-popolare» e riscritto in chiave militare.
I capitoli centrali del libro di Giulia Raboni affrontano gli aspetti materiali del lavoro. Se nel momento della progettazione lo scrittore si mostra disponibile alla discussione e allo scambio di vedute, i particolari sulla genesi delle opere rimangono materia di rimuginio intimo di cui poco si saprebbe se non si studiassero le carte. Qualcosa in più sappiamo dell’organizzazione quotidiana in via Morone, dove Alessandro si trasferì nel 1813: lavorava nello studio a pianterreno, di fronte al quale si trovavano le stanze in cui fino al 1837 alloggiò l’amico e sodale Tommaso Grossi. Lo studio guardava sul giardino interno; nei cassetti della scrivania Manzoni conservava i manoscritti delle opere in lavorazione; la scrivania era circondata da librerie e protetta da una nicchia nel muro; il camino, sempre acceso a fuoco alto, era il suo vanto. A Brusuglio, nella villa di campagna, Manzoni lavorava d’estate in un ambiente che riproduceva il più possibile quello cittadino. Difficilmente si recava di persona in biblioteca per le sue ricerche: i libri e i documenti rari che chiedeva in prestito gli venivano per lo più consegnati a casa. Negli ultimi anni di vita, svegliandosi tra le cinque e le sei e provvedendo personalmente a prepararsi la cioccolata per colazione, don Lisander riceveva generosamente (fin troppo?) gli ospiti in salotto anche a costo di rinunciare alla concentrazione del lavoro: che per lo più veniva dislocato nelle ore mattutine prima della passeggiata, cui si dedicava dalle due alle quattro del pomeriggio. La serata, dalle otto alle undici, veniva consacrata agli amici più intimi. Il tema degli eccessivi indugi e della lentezza del procedere è presente nell’epistolario manzoniano e in quello dei familiari: ma va precisato che la possibile pigrizia giovanile diventa con gli anni inattività dovuta a malesseri nervosi che impediscono allo scrittore di portare a termine i lavori intrapresi. All’amico francese Fauriel, Manzoni confessa che dopo quattro o cinque ore di lavoro mattutino passa «il resto della giornata in uno stato di spossatezza tale da impedirgli di pensare». Un’«inerzia totale» che probabilmente coincide con la progettazione e la gestazione silenziosa: nessun blocco della scrittura, che scorreva invece fluida, rapida e naturale, come mostrano gli autografi, forse favorita dalla presa di tabacco cui si allude nel Fermo e Lucia: «a quel modo che uno scrittore, nelle stesse angustie, ricorre alla scatola, piglia una presa in furia, la porta al naso, chiude la scatola, la riapre, e ricomincia lo stesso giuoco».
«Corriere della sera» del 1° ottobre 2017

03 ottobre 2025

Classici da tramandare in un’epoca complicata che ormai cancella

Un saggio di Braccini racconta come testi dell’antichità siano sopravvissuti a traversie di ogni tipo. Per arrivare a un oggi che ne mette in discussione l’attualità
di Roberto Righetto
Uno dei volti più preoccupanti della cosiddetta cultura della cancellazione riguarda i classici e si è manifestato soprattutto nelle università americane, con episodi sgradevoli che hanno riguardato i grandi autori dell’Antichità, da Omero a Ovidio, che molti docenti e studenti hanno chiesto di non insegnare e studiare più, o quantomeno di censurare in quei passi ritenuti offensivi per la sensibilità odierna. Chi scrive preferisce ricordare quanto scriveva il grande poeta francese Charles Péguy: «Omero è nuovo stamattina, e niente è forse tanto vecchio quanto il giornale di oggi». In altra occasione annotava: «I Greci non hanno avuto gli dèi che si meritavano». Basta prendersi in mano l’opera di Simone Weil I greci e le intuizioni precristiane per rendersi conto del valore straordinario dell’Iliade, che per la filosofa francese rappresenta il poema della forza e della sventura. I personaggi di Omero, sia vincitori che vinti, sono tutti vittime della violenza della sorte: «Il poeta dell’Iliade ha sufficientemente amato Dio per avere questa capacità. È questo il significato implicito del poema e l’unica fonte della sua bellezza. Ma non lo si è affatto capito». Il cantore cieco ci ha tramandato un’opera attualissima, quasi un commento alle nostre vicende anche secondo Sylvain Tesson, basti pensare al mondo di oggi dilaniato dai conflitti o alle catastrofi naturali che ci spaventano: «Ogni evento contemporaneo trova eco nei suoi versi». Ed è un peccato che lo studio del mondo greco e latino abbia subito una pesante battuta d’arresto negli ultimi decenni: «Un manipolo di ideologi – commenta il giornalista e scrittore – incaricato di riformare la scuola, è riuscito a dissanguare gli studi classici. Per loro le “lingue morte” sono un prodotto di nicchia». Dimenticando che dal mare nostrum è sgorgata una delle sorgenti della nostra Europa, figlia tanto di Atene quanto di Gerusalemme. Ma Omero è ancor più attuale perché ci parla dell’uomo, delle sue bramosie e lotte per il potere, così come della pietà e dell’ospitalità: si pensi all’incontro tra Achille e Priamo o allo sbarco di Ulisse tra i Feaci. Come dice Hannah Arendt, ciascuno degli eroi di Omero assurge a simbolo di una virtù particolare. Sarà poi il cristianesimo ad offrire una chance di consolazione dinanzi all’angoscia della morte, una speranza aperta anche ai deboli, alle vittime, ai non eroi.
Anche Tommaso Braccini nel suo recente volume Avventure e disavventure dei classici (Carocci, pagine 176, euro 17,00), se la prende nelle prime pagine contro la tendenza da parte di «censure e ideologie aberranti» di «imbavagliare alcuni autori». E aggiunge: «Proprio le vicende travagliate dei classici ci devono far riflettere sulla necessità di salvaguardarli, proteggerli e assicurarsi che anche chi verrà dopo di noi possa godere della straordinaria opportunità di confrontarsi con gli “antiqui huomini” (per dirla con Machiavelli) che hanno ancora tanto da dire. Non ci si deve nemmeno adagiare nella falsa sicurezza data dal digitale, dalle risorse della rete e dalla possibilità di stoccare su eteree nuvole milioni e milioni di byte: basta un blackout e tutte queste opere rischiano di diventare mute e inaccessibili. E lo saranno comunque, se nessuno le studia. L’unico modo per proteggere i classici è amarli, farli conoscere, farli circolare, far capire quanto sono belli e quanto hanno da dirci e da ispirarci, dando loro la parola e rendendoli sempre più accessibili».
Se è vero che habent sua fata libelli, e che moltissimi testi degli autori antichi sono andati perduti definitivamente, fortunatamente molti si sono salvati, spesso in modo rocambolesco, in tanti casi grazie all’opera dei monaci amanuensi del Medioevo. Uno dei casi più emblematici è la cosiddetta Ilias picta, una sorta di album di figurine realizzato nel XII secolo da un manipolo di bizantini nella Calabria normanna, stravolgendo ma preservando in qualche modo un codice alessandrino del 500 che conteneva tutto il poema di Omero ed era costellato da bellissime miniature. Il manoscritto giunse dall’Egitto prima in Sicilia e poi a Reggio: era in greco tutto maiuscolo, com’era usanza nel mondo antico, senza segni d’interpunzione, accenti o spiriti. Solo nel Medioevo questi testi venivano trascritti in minuscolo. Qualcuno pensò bene di ritagliare le miniature e di incollarle su un quaderno di carta aggiungendovi a fianco i riassunti dei canti omerici e delle storie mitologiche pertinenti. Un’operazione di collage che suscita un po’ di indignazione ma il cui scopo era evidentemente di salvare il salvabile della cultura greca. «Quello che ne venne fuori – spiega Braccini – fu una sorta di libretto molto simile ai coloratissimi volumi dedicati alla mitologia classica che ai nostri giorni si trovano tra gli scaffali delle librerie per ragazzi». L’Iliade dipinta subì ancora varie peripezie, fra cui un naufragio vicino ad Ancona, per finire miracolosamente a Napoli, nella biblioteca di Cosmo Pinelli, venendo alfine acquistata per oltre 3.000 scudi d’oro dal cardinale Federigo Borromeo nel ‘600. Tant’è vero che oggi è conservata alla Biblioteca Ambrosiana.
Il volume ripercorre poi le vicende di altri personaggi sensazionali come l’umanista Pletone o il metropolita Michele Coniata, raccontando come numerosi manoscritti del mondo greco-romano siano giunti fino a noi in maniera insperata: come l’Inno a Demetra, il cui manoscritto fu copiato agli inizi del ‘400 dall’ecclesiastico bizantino Giovanni Eugenico, arrivando a Mosca e oggi a Leida, in Olanda. O il frammento dei primi versi della prima Pitica di Pindaro, che Athanasius Kircher nel Seicento dichiarò di aver rinvenuto nella biblioteca del monastero di San Salvatore presso Messina e che trascrisse; fu definito «il più grande elogio della musica mai scritto», ma per molti studiosi non è autentico, anzi sarebbe opera proprio del gesuita tedesco. Poi si arriva attraverso Platone e Aristotele fino ad Archimede e ai suoi trattati di matematica, alcuni dei quali pervenuti al monastero di San Saba nel deserto di Giudea. Braccini si diverte nel ricostruire il percorso accidentato di opere come le commedie di Plauto, giunte alla famosa raccolta del monastero di San Colombano a Bobbio, nel Piacentino, o di Apuleio, il cui Asino d’oro – unico caso di conversione nel mondo antico secondo il patrologo Gustave Bardy - finì chissà come all’abbazia di Montecassino, annotando poi come i monaci medievali o gli umanisti non si siano fatti scrupolo di ricopiare testi il cui contenuto poteva essere ritenuto riprovevole dal punto di vista morale. Persino l’ultima opera presa in esame, il poema De reditu di Rutilio Namaziano, scritto dopo il sacco di Roma da parte di Alarico del 410 e non certamente favorevole alla nuova religione che si stava imponendo nell’impero romano, è stato messo in salvo a Bobbio!
«Avvenire» del 27 settembre 2025

02 ottobre 2025

Il 43% degli italiani non versa un euro di Irpef

Brambilla: è credibile che quasi la metà dei cittadini viva con 10 mila euro?
di Valentina Iorio
In Italia i cittadini che versano almeno un euro di Irpef sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara e di conseguenza vive a carico di qualcun altro. Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 milioni ne pagano solo il 23,13%. È quanto emerge dalla dodicesima edizione dell’osservatorio sulle entrate fiscali, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentata ieri pomeriggio alla Camera dei Deputati insieme a Cida – Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità.
Nel dettaglio, chi ha un reddito tra 0 e 7.500 euro lordi, vale a dire 7,2 milioni di italiani (il 12% della popolazione), paga in media 26 euro di Irpef l’anno ed è « a carico dell’intera collettività», evidenzia il rapporto. Nella fascia subito superiore, quella tra i 7.500 e i 15 mila euro lordi l’anno, in cui rientrano 7,6 milioni di persone, l’irpef media annua pagata per contribuente è di 296 euro. L’insieme di queste fasce versa solo 1,19% del totale Irpef. Sommando tutte le fasce di reddito fino a 29 mila euro, risulta che il 72,59% dei contribuenti italiani versa soltanto il 23,13% di tutta l’irpef.
A pagare gran parte dell’irpef complessiva sono quei poco più di 7 milioni di contribuenti con redditi superiori ai 35 mila euro. Le imposte pagate da un lavoratore dipendente con un reddito tra 35 e 55 mila euro, in media oltre 10 mila euro l’anno, sono 34 volte quelle di un reddito tra 7.500 e 15 mila euro. «È davvero credibile che quasi la metà degli italiani viva con circa di 10 mila euro lordi l’anno?», chiede il professor Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali. «Giusto aiutare chi ha bisogno, così come garantire a tutti diritti primari ma, al tempo stesso, non si può trascurare quanto queste cifre siano verosimilmente gonfiate da economia sommersa ed evasione fiscale», sottolinea. «Quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di Irpef, e così poco più di un quarto dei contribuenti si fa carico da solo di quasi l’80% dell’imposta. È come in una squadra di calcio: se solo tre giocatori corrono e gli altri otto guardano, non si vince nessuna partita», aggiunge il presidente di Cida Stefano Cuzzilla. Il viceministro dell’economia Maurizio Leo, intervenuto in videocollegamento, ha confermato l’intenzione del governo di ridurre dal 35% al 33% l’aliquota che oggi grava sui redditi compresi tra i 28 mila e i 50 mila euro, precisando subito: «Bisognerà vedere, se le risorse ce lo consentiranno». Non ha fatto invece riferimento alla possibilità di estendere la riduzione ai redditi fino a 60 mila euro. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ammesso che c’è un disequilibrio nella ripartizione del carico fiscale e ha aggiunto: «Vanno detassati gli straordinari, i premi di produzione e penso anche le tredicesime».
«Corriere della Sera» del 1° ottobre 2025

01 ottobre 2025

La guerra ibrida rimossa

Il problema della sicurezza informatica genera per i nostri sistemi di governo un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per limitare, almeno in parte, le libertà personali
di Angelo Panebianco
Guerra ibrida e libertà. La preoccupazione generale per i continui sconfinamenti russi nei cieli dei Paesi Nato ha distolto l’attenzione dell’opinione pubblica da quello che è stato sicuramente un atto di guerra contro l’europa, un atto di guerra che è anche una possibile anticipazione del futuro che ci aspetta: l’attacco informatico che ha gettato nella disorganizzazione e nella paralisi per due giorni gli aeroporti di Berlino, Bruxelles, Londra. Giustamente, abbiamo paura che ci arrivi addosso una guerra condotta con armi convenzionali (sullo sfondo c’è anche lo spettro della guerra nucleare). Ma gli attacchi agli aeroporti, la manifestazione fin qui più spettacolare e più grave della cyber war che viene ormai condotta contro i Paesi europei da anni (con una intensificazione dall’invasione dell’ucraina in poi) dovrebbero avere dimostrato a tutti che le guerre ora non si fanno solo con le armi da fuoco e i soldati sul terreno. Dovrebbero rendere l’opinione pubblica edotta del fatto che l’uno o l’altro Paese in un prossimo futuro potrebbe essere gettato nel caos e anche ridotto alla disperazione e alla fame senza bisogno di missili, droni e carri armati. E che pertanto occorre mettere in atto le contromisure per impedire che ciò un giorno avvenga.
Lo sviluppo tecnologico ha sempre avuto due facce, una luminosa e una oscura. Da un lato, migliora, e ha sempre migliorato, la condizione umana.
Dall’altro, mette a disposizione di chi vuole servirsene mezzi sempre più efficaci per distruggere comunità e per assoggettare le persone. Chi vorrebbe arrestarlo è un folle, non capisce quanti benefici esso generi (non ne vede la faccia luminosa). È però un imprudente chi non si preoccupi degli aspetti negativi (la faccia oscura). Tra gli aspetti negativi c’è quello di avere eroso il confine fra lo stato di guerra e lo stato di pace. È arrivato il tempo di una forma assai sofisticata di guerra ibrida. Le guerre convenzionali,come in Ucraina, continuano ad esserci. Ma adesso i mezzi di guerra che lo sviluppo tecnologico mette a disposizione di chi vuole servirsene consentono di attaccare anche in altri modi. Modi così subdoli che le persone possono credere di vivere in pace mentre invece sono i bersagli di una guerra non dichiarata e che non si manifesta attraverso la violenza fisica.
Le democrazie europee, sia pure con difficoltà e forse con troppe lentezze, stanno reagendo, cercano di approntare le necessarie contromisure. Certi Paesi scandinavi sembrano più avanti di altri. La Gran Bretagna ha adottato da qualche anno una nuova dottrina militare nella quale la sicurezza informatica ha, quanto meno sulla carta, un grande spazio. E anche gli altri Paesi, ivi compreso il nostro, cercano più o meno faticosamente, di attrezzarsi. Però può essere difficile per una democrazia approntare le misure adeguate a garantirsi la sicurezza se l’opinione pubblica non è sufficientemente consapevole della minaccia.
Peraltro, il problema della sicurezza informatica genera per le democrazie un dilemma: come garantirla senza che ciò, nel medio-lungo termine, finisca per contrarre, almeno in parte, le libertà personali?
Le democrazie occidentali, come tutti vedono, sono oggi in affanno. Minacciate dall’esterno e dall’interno. Quelle europee sono minacciate da potenze autoritarie mentre il loro storico protettore, gli Stati Uniti, non sembra più disposto a difenderle. Le democrazie sono inoltre minacciate da movimenti politici ostili alla libertà individuale (si pensi agli strappi costituzionali di Trump o a cosa sia Alternative für Deutschland che oggi, nei sondaggi, è il primo partito in Germania), fautori di una trasformazione in senso illiberale dei nostri regimi politici.
Tra le molte minacce c’è anche l’erosione, per effetto dello sviluppo tecnologico, dei confini fra stato di guerra e stato di pace. Fin quando quel confine era chiaro e netto era possibile mantenere separate sfera civile e sfera militare, l’organizzazione della vita di pace di ogni giorno e gli apparati preposti alla difesa in caso di guerra. Ma nel momento in cui entra in gioco la sicurezza informatica tutto cambia. Se imprese private, enti pubblici, sistema dei trasporti, sistema finanziario, sistema energetico, sistema della comunicazione, diventano potenziali target di attacchi, sorge l’esigenza di una difesa integrata (che è esattamente quanto oggi si tenta di predisporre). Ma una difesa integrata — indispensabile per la sicurezza — implica anche, o potrebbe implicare in futuro, una sorta di militarizzazione strisciante di ampi aspetti della vita civile. Con effetti, tutti ancora da valutare, sulla libertà di azione dei cittadini. Non c’è da fasciarsi la testa prima di essersela rotta. C’è però da riflettere su come le nuove condizioni di «non guerra/non pace» potranno essere conciliate con il mantenimento di regimi fondati sulla valorizzazione delle libertà individuali. Chi le apprezza ha sempre temuto le guerre non solo (come tutti) per le distruzioni e le sofferenze che provocano ma anche per i loro effetti negativi sulla libertà.
Sappiamo cosa comporti, da questo punto di vista, la guerra per una democrazia. La obbliga, per tutto il tempo che la guerra dura, a comprimere le libertà e a subordinare ogni aspetto della vita sociale all’esigenza della difesa. Ma solo finché dura la guerra. Possiamo facilmente prevedere che nello stesso momento in cui le armi finalmente taceranno in Ucraina (non sappiamo quando ma un giorno avverrà), riesploderanno subito in quel Paese i contrasti e i conflitti fra i partiti e le persone esigeranno — come è giusto che sia — una libertà che la guerra ha negato loro.
Ma che dire dell’erosione del confine fra guerra e pace per effetto degli sviluppi tecnologici in corso? Quali conseguenze può avere per le nostre libertà? È un terreno largamente inesplorato. Conviene occuparsene.
«Corriere della Sera» del 1° ottobre 2025

27 settembre 2025

La fatica non muore mai

Talvolta inutile, in realtà inevitabile: è la vita. Il racconto di Mario Calabresi
di Walter Veltroni
Mario Calabresi ha scelto un tema controverso, difficile da trattare, per il suo nuovo libro Alzarsi all’alba, edito da Mondadori. Attraverso quattordici storie e un’introduzione che ne contiene altre, Calabresi affronta la questione della fatica nel mondo contemporaneo. Tema contraddittorio, perché fin dalla rivolta di Spartaco l’uomo ha cercato, anche attraverso la rabbia sociale, di liberarsi dalle catene della fatica e, nel segno di questa emancipazione, si è definita buona parte del cammino umano.
La fatica è sempre stata dei più poveri, dei segregati, degli ultimi della terra. La fatica di «alzarsi all’alba» per governare i campi o le bestie, la fatica della catena di montaggio e del cottimo, la fatica degli schiavi sulle navi dei loro «padroni», la fatica delle donne nelle risaie. La fatica degli umani ha sempre consentito la creazione della ricchezza, ma non la rimozione della povertà. A quello avrebbe dovuto pensare non la macchina dell’accumulazione, ma la politica con le sue politiche redistributive, che sono mancate. La fatica proletaria è sudore, ore sottratte al sonno e alla famiglia, malattia, perdita del senso della vita.
Perché la fatica è socialmente mal distribuita. I poveri si alzano all’alba, i ricchi non sempre.
Dico non sempre perché la fatica, detto che ha un segno prevalentemente di classe, riguarda in fondo tutti. Gli studenti che si preparano a un esame, il chirurgo che opera per dieci ore consecutive, l’avvocato che studia faldoni per un’udienza importante, il commerciante che si alza all’alba, anche lui, per sollevare la saracinesca e sperare che quel luogo si riempia, perché ne va della sua vita.
Ma oggi il rifiuto diffuso della fatica non avviene tanto sotto il segno dell’emancipazione, sociale e culturale, da essa, quanto sembra appartenere al regno dei disvalori di questo tempo in cui tutto è semplice, veloce e gratuito. Ci siamo liberati da fatiche inutili, come ci ha consentito di fare la rete, portando non noi verso le cose, ma le cose verso di noi.
Tutto comodissimo, tutto rapido, ma il prezzo è stato la crescita della solitudine e un malessere sociale con indici di disagio e di inquietudine mai visti prima.
Il mondo digitale ha poi insegnato che basta poco per arricchirsi, talvolta l’intelligenza e la creatività, talaltra lo sfruttamento del proprio corpo, di quello di altri, o la manipolazione della verità. Si è teorizzato, veleno assoluto, che uno vale uno, che la competenza non serve più a nulla, che il mondo moderno è di chi se lo piglia, basta padroneggiare gli algoritmi.
La comodità, dice Calabresi, «è diventata un valore assoluto». Scrive: «Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata. Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo».
Forse, di nuovo, a liberarsi della fatica, stavolta grazie alle tecnologie, è chi può permetterselo. Calabresi racconta storie italiane di fatica, di perdita e di speranza: una ragazza che affronta una malattia invalidante con combattività e finisce col diventare un’atleta, chi lavora nel mercato ortofrutticolo, chi decide di darsi alla maratona per sentirsi più vicino alla figlia che non c’è più, chi ha studiato, venendo da lontano, per salvaguardare, restaurandolo, il patrimonio culturale e tante altre ancora. O chi, come la signora Marisa, 89 anni, si alza all’alba per il suo bar e per preparare torte pasqualine e focacce al formaggio. Una donna saggia che dice all’autore del libro: «I giovani hanno capito com’è la vita, è breve e poi finisce, e allora cercano di godersela un po’ di più. Di distinguere la vita dal lavoro. Io invece non l’ho capito. Io sono contenta quando lavoro. Qualche mese fa ho avuto un’infezione a un piede e sono rimasta bloccata a casa tre giorni, una cosa insopportabile».
Il segno di queste vicende personali è la fatica per il riscatto dal dolore o dalla povertà, è l’elogio del carattere, della determinazione, della consapevolezza che nessuno ti regala nulla e che, al tempo, stesso, nessuno ti ruba tutto per sempre.
Il tempo passato è stato segnato dalla fatica, anche da quelle inutili, dalle quali per fortuna ci siamo liberati. E non era un tempo migliore, come si tende a pensare, indulgendo al rimpianto della vita sfilata troppo rapidamente.
Però speravamo che la più grande rivoluzione della storia umana, quella digitale, ci avrebbe consentito di mettere in armonia la semplificazione con la coscienza della complessità delle cose, la velocità con la profondità, l’immagine e la ragione. Pensavamo, non dobbiamo smettere di farlo, che un uso delle tecnologie consapevole e ispirato da valori avrebbe migliorato la qualità della nostra vita. Per fare questo non basta rimuovere le fatiche inutili, ci vuole molto di più, ci vuole «l’intelligenza complessiva delle cose» cara al cardinale Carlo Maria Martini, che richiede, torniamo lì, sacrificio e pazienza. Altrimenti il rischio è di vivere senza fatiche superflue, ma infelici, con la convinzione che in fondo, a essere superflua, sia la vita.
Calabresi si muove con sapienza nel labirinto del valore della fatica come formazione e senso e, al tempo stesso, come coscienza della necessità di liberarsene per una vita migliore. Dice, come a guidare il percorso di questo viaggio: «Chiudo ogni incontro con i ragazzi con l’augurio di fare fatica, convinto che la fatica sia l’antidoto a un tempo in cui tutto è frammentato, in cui spesso è difficile trovare un senso e una direzione. Allora, sono convinto che la fatica, intesa non come sofferenza, di quella ne abbiamo già troppa, ma come determinazione, passione, costanza, sia un’ancora di salvezza. Ripenso a questo ogni volta che vedo un bambino piccolo incollato a un ipad o a un telefono per ore, durante un viaggio in treno, a tavola o perfino sul passeggino «così sta bravo e non disturba».
La verità è che in questo modo i genitori non devono fare la fatica di stare con lui, parlarci, inventarsi dei giochi, aiutarlo a disegnare, leggergli un libro. E lui non deve fare quella fatica preziosa di scoprire il mondo, guardarsi intorno, immaginare qualcosa per non annoiarsi».
In fondo era stato Leonardo da Vinci, nei suoi Pensieri, a scrivere: «Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica».
«Corriere della Sera» del 13 settembre 2025

20 settembre 2025

Senza un’emozione non c’è narrativa

Alessandra Sarchi ha chiesto a colleghe e colleghi scrittori che rapporto hanno con l’IA. Molti dubbi, prudenza e una certezza ...
di Alessandra Sarchi
Qualche anno fa mi ero appassionata a una serie televisiva intitolata Westworld. Dove tutto è concesso scritta e diretta da Jonathan Nolan e Lisa Joy a partire dall’omonimo film di Michael Crichton del 1973. Androidi sofisticatissimi e indistinguibili dagli umani interagiscono con questi in un parco a tema dove sesso e violenza regnano proprio perché agli androidi, non vivi né morti ma accesi o spenti, si può fare ciò che si vuole. L’automa lesionato può venire abbandonato o fatto risorgere, a discrezione di chi amministra il parco, salvo poi, come in ogni fantasticheria sugli automi, sviluppare una propria volontà e forse perfino una coscienza, a furia di esprimersi con citazioni da Shakespeare, da Hemingway o dalla Bibbia. Il fascino di questa narrazione estrema risiede nel fatto che ogni macchina, di qualunque tipo essa sia, ci consente di conoscere meglio ciò che siamo, ciò che definiamo come umano e la problematicità di nozioni come coscienza, anima, intelligenza.
Nel suo recente saggio, La pelle. Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale (il Mulino, 2025) Maurizio Ferraris liquida giustamente la competizione fra IA e intelligenza umana, poiché le macchine con la loro sterminata capacità di accumulo e manipolazione di segni e dati eccederanno presto le nostre limitate risorse, per contro il pensare umano è situato in un corpo perituro, dunque mosso da bisogni, desideri, proiezioni e volontà di cui le macchine sono del tutto prive. Una distinzione di base che diventa cruciale, a mio parere, quando si accosta l’IA alla scrittura creativa, perché questa è intrinsecamente legata all’unicità del corpo di chi la produce, alla sua storia e alla sua singolarità, non meno che alla sua mortalità. Se non incontrassimo la morte in ogni istante della nostra vita, scriveremmo romanzi, poesie, saggi? L’IA, che non muore e non vive, al limite si spegne o si accende, può scrivere a tema, può migliorare una traduzione, può lavorare un testo dal punto di vista redazionale in modo efficace, può sviluppare con altrettanta efficacia un argomento se interrogata dal prompt adeguato, ma è un mezzo che interessa e stimola scrittrici e scrittori? È ciò che ho chiesto a colleghe e colleghi, perché nel frattempo qualche libro scritto con l’ausilio dell’IA è apparso sul mercato editoriale.
Valeria Parrella ed Helena Janeczek hanno dichiarato di non averla mai usata se non per scopo ludico, per trasformare una foto ad esempio, perché anche le immagini si deformano in base a schemi preconcetti acquisiti dall’IA. Anche Nicola Lagioia ne apprezza l’aspetto di gioco intellettuale e ha fatto diversi esperimenti con l’IA: «Non per scrivere ma per interpretare testi letterari — gliene affido altrui e miei e le chiedo di trovare collegamenti e significati nascosti, per vedere cosa viene fuori. A volte emergono cose interessanti, è come avere a disposizione uno sparring partner molto particolare, sarà anche un “pappagallo stocastico”, ma giocare con il linguaggio e i concetti in modo probabilistico può risultare spesso molto stimolante. Oppure (ancora più di frequente) le chiedo di interpretare l’attualità con lenti costruite ad hoc, per esempio: “Mi dai un’interpretazione della situazione politica internazionale come farebbe un pensatore capace di fondere la visione del mondo del Robert Graves de La Dea Bianca, del James Frazer del Ramo d’oro e del René Girard de La violenza e il sacro?”. In certi casi le risposte sono sorprendenti. In altri un po’ deludenti. L’IA ha i suoi pregiudizi e bias, ma non è detto che coincidano con i nostri. Credo che per ottenere risultati migliori dovrei metterci più impegno, ma non ho tutto questo tempo, e dopo una fiammata iniziale (mesi fa, ero sorpreso dall’evoluzione del modello) ho ridimensionato l’uso. In più, mentre in passato usavo ChatGPT, adesso sto cercando di capire quale sia il modello più adatto a questo tipo di esperimenti, e credo di non averlo ancora capito».
Lagioia ribadisce di non aver mai scritto un rigo con l’IA: «Ritengo che non sia ancora capace di scrivere come gli umani, a livello letterario, e forse non lo sarà mai, dunque non mi ci affido neanche per le virgole; ma a livello interpretativo è un bel gioco. Non mi sembrano modelli abbastanza evoluti da ragionare e immaginare come faccio io o come vedo fare agli umani. Sarebbe impossibile, ad esempio, per un’IA immaginare la struttura di Mentre morivo di William Faulkner, dunque è inutile giocare al ribasso».
Teresa Ciabatti evidenzia invece proprio il fattore temporale e la mortalità come scarto incommensurabile e irriproducibile: «Di sicuro l’intelligenza artificiale potrà scrivere romanzi, creare trame, riprodurre lo stile di un certo scrittore, ma quello che non potrà mai fare è restituire la crescita dello scrittore di opera in opera. L’IA replica uno scrittore in un preciso istante. Gli nega cioè sviluppo, evoluzione, deperimento. ChatGPT non permette allo scrittore di invecchiare. Ora: senza lo scorrere del tempo, senza la prospettiva della morte, c’è letteratura? Senza il ricasco dell’esperienza sulla scrittura, senza il materiale umano, quello che Italo Calvino diceva dei libri di Cesare Pavese “portano dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro”... Ecco, l’IA non registra l’intervallo - e no, non è una mancanza piccola».
Anche Mauro Covacich non la trova un mezzo adeguato: «Io non ho ancora provato l’IA semplicemente perché non fa al caso mio. Non ho nulla contro l’intelligenza artificiale se può risolvere problemi di scrittura a qualcuno, ma io scrivo proprio per il gusto di affrontare quei problemi da solo. Il processo della scrittura mi rivela spesso qualcosa che non sospettavo nemmeno di pensare. In altri termini, scrivo per scoprire qualcosa di me che ancora non so. Non ho altra ragione per scrivere. Ma ci sono anche persone che pensano alla scrittura come a un puro e semplice strumento di comunicazione e non dubito che per loro l’IA possa essere un ottimo aiutante. Tutto dipende dalla ragione per cui scrivi. Un po’ come con i cruciverba: da qualche parte c’è sempre una pagina con le risposte e quindi, volendo, potresti prenderle direttamente da lì e riempire tutte le caselle, ma svanirebbe l’unica ragione per cui fai i cruciverba, che è proprio quella di lambiccarti per trovare, da solo, le risposte esatte a quelle domande».
Per Emanuele Trevi non c’è partita proprio perché l’unica possibile si gioca su qualcosa di non ancora definito una volta per tutte come la coscienza: «Io non ho mai nutrito il benché minimo interesse per l’intelligenza artificiale, uso un po’ quella di Meta che hanno messo su WhatsApp ma le mie ultime domande sono del tipo - l’aloe è veramente efficace con le punture di zanzare? Quanto deve stare in forno un’orata di un paio di chili? Non intendo abbonarmi a versioni più efficaci e complesse, per il semplice motivo che non me ne frega nulla, anche nel caso che in vent’anni arrivi a eliminare del tutto gli scrittori: tanto meglio, ci sono quelli del passato. Non è che non ammiriamo più i mosaici bizantini perché nessuno li fa più. Da un punto di vista più filosofico, posso porre a chi è più esperto una questione forse ingenua: da Aristotele ai neuroscienziati, nessun pensatore al mondo ha definito in maniera soddisfacente la coscienza - ma se non sappiamo cos’è, come possiamo produrne una versione tecnologica? Ecco, il giorno in cui avremo una coscienza artificiale la partita sarà davvero finita».
Caterina Bonvicini, sebbene disposta ad ammettere la possibilità che l’IA possa superarla, ricorda: «Ero in una scuola, un ragazzo ha alzato la mano: per quanto tempo pensa di poter fare ancora questo mestiere? Si riferiva ai social che prosciugano la concentrazione. E soprattutto all’intelligenza artificiale, che può sostituirci. Non era una domanda cattiva, era una domanda difficile. Anch’io non riesco più a leggere come prima, ho detto, me li sogno certi livelli di attenzione. Prendevo tempo. Poi mi sono ricordata che ero lì per parlare del Mediterraneo. Allora ho risposto: forse l’intelligenza artificiale può scrivere un libro più bello del mio, ma non può salvare la gente in mare. E non può sapere cosa si prova».
Vanni Santoni confida invece una certa delusione: «Quando sono comparse le IA generative mi sono divertito a sperimentare con quelle grafiche, tant’è che ho anche realizzato un fumetto che è uscito qui su “la Lettura”; finito l’effetto-novità mi sono venute a noia, anche prima che emergessero le loro criticità - consumo energetico e furto di opere altrui, per dire solo le principali. Per quanto riguarda invece ChatGPT, mi è sembrato da subito che scrivesse assai male, quindi non ha attirato il mio interesse. L’ho tuttavia usata per scrivere - dichiaratamente - una “stanza” del progetto poetico 999 rooms (da cui è stato tratto il libro Other rooms/Altre stanze), perché basandosi sull’intertestualità e sul mash-up di testi altrui, l’uso risultava lì appropriato. Il risultato è stato comunque molto sotto lo standard minimo che richiedo a me stesso. Da allora, mai più usata. Penso anzi che tra poco la bolla scoppierà: a conti fatti le IA non piacciono a nessuno, sono scarse e imprecise e vengono usate solo perché le ficcano ovunque».
Per Marcello Fois il problema è ancora a monte, nella definizione di ciò che chiamiamo intelligenza: «Non credo esista un’intelligenza, cioè una capacità di mettere in relazione informazioni, “naturale”. Quella di cui mi servo è artificiale da sempre, sono vocabolari, glossari, biblioteche, archivi, motori di ricerca. Invito a non confondere mai l’atto di elaborare un patrimonio con la capacità di archiviarlo. Abbiamo pensato diversi dispositivi perché non andassero disperse le sostanze, tecniche, scientifiche, artistiche, filosofiche, matematiche, figurative, che via via andavamo accumulando. La capacità di coordinare fra loro gli elementi di questo capitale farà sempre la differenza».
Un veterano dell’insegnamento della scrittura, nonché scrittore di lungo corso come Giulio Mozzi, dice: «Ho usato ChatGPT, come tutti, come strumento preliminare per ricerche (che ho poi sempre verificato per altre vie). La uso spesso per tradurre da lingue che non conosco: è nel complesso meno affidabile di altri strumenti, ma ha il pregio di spiegarti — su richiesta - perché ha tradotto in quel modo, parola per parola; e questo permette di vedere anche i suoi svarioni. Ho usato un paio di volte ChatGPT per gioco, per produrre due post in Facebook a proposito dell’utilità (il primo) e della pericolosità (il secondo) dell’uso delle LLM (Large Language Model) per la produzione di testi narrativi. La sto usando per analizzare testi: le propongo solo testi che ho già letto, perché il mio scopo per ora è capire le sue possibilità e i suoi limiti. L’analisi retorica è di solito discreta (benché sempre incompleta), quella stilistica insomma; nella ricostruzione di una trama la vedo spesso in difficoltà».
Fra qualche anno sarà interessante rileggere queste posizioni che non sono né apocalittiche né integrate, piuttosto: prudenti. Molto, se non tutto, di ciò che chiamiamo cultura e umanità è frutto del tentativo di dare senso al vivere terreno, sapendo che è limitato ed effimero. Sotto questa luce non ha ragione di esistere nessuna forma di competizione o di paura delle macchine e il giorno in cui potessimo pensarci al di là della morte probabilmente noi umani non avremmo più bisogno della letteratura. Ma anche questa lungi dall’essere una certezza è piuttosto una prudente ipotesi.
«Corriere della Sera» del 7 settembre 2025

16 settembre 2025

La prima pagina del mio romanzo storico sulla vita del poeta Giovan Battista Marino (1659-1625)
di Francesco Maria Toscano
Non so se oggi il nome del Cavaliere Giovan Battista Marino dica ancora qualcosa ai giovani che inseguono le mode, né se qualcuno, fra questi nuovi letterati dalla penna spuntata, abbia mai aperto il suo Adone, così come si apre un ventaglio dimenticato in un cassetto.

Ma io lo conobbi. Lo conobbi davvero. Lo vidi in carne e raso, con il colletto di pizzo e lo sguardo più tagliente della spada che non portava mai. L’ho visto essere acclamato e insultato, imprigionato e celebrato, ascoltato dai re e temuto dai poeti.

Non scrivo per difenderlo. Né per condannarlo. Scrivo perché nessuno ha raccontato ciò che stava dietro il suo sorriso, tra le righe delle sue lettere, sotto le maschere dorate del suo verso.

Mi chiamo Cesare C. Sebbene io abbia solo servito il cavaliere come copista, amico e qualche volta complice, ciò che so può bastare a ricostruire un uomo. O almeno la sua ombra.

Incomincerò da Napoli, naturalmente. Era l’anno del Signore 1596 e la città era un braciere: povera e sontuosa, musicale e violenta.

Ed è lì che il fuoco prese, e il ragazzo divenne fiamma.

Francesco Maria Toscano, Il Cavaliere e l'ombra, 2025, €10,99
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Postato il 16 settembre 2025

13 settembre 2025

Come rivalutare il petrarchismo

Cambi di paradigma. Una comunità di studiosi, intorno a progetti precisi, ha scardinato le viete consuetudini critiche sul tema. E, per una volta, non sembra solo una cosa accademica
di Stefano Jossa
Il petrarchismo è stato a lungo considerato, e lo è ancora in gran parte dei manuali di scuola e di università, il fenomeno più negativo della storia della letteratura italiana. «La posterità ha dimenticato i petrarchisti», scriveva Francesco De Sanctis, che in loro vedeva solo un fenomeno imitativo caratterizzato dal culto della bella forma, senza vitalità e vigore. Arturo Graf andava oltre, accusando il petrarchismo di essere «la malattia cronica della letteratura italiana», dovuta all’incapacità creativa, all’ingegno mediocre e alla cortigiania frivola della maggioranza dei letterati italiani.
Eppure i petrarchisti hanno segnato un percorso di storia culturale e poetica che non si può ridurre all’idolatria di Petrarca, come volevano i loro critici romantici: contrapponendo l’omologazione dei poeti classicisti, di cui i petrarchisti sono l’esempio supremo, all’emergere dell’individualità nella poesia moderna, questi critici tracciavano un confine tra un male, l’imitazione passiva e acritica, e un bene, l’invenzione geniale e appassionata.
È probabilmente arrivato il momento di capovolgere il paradigma, se molti studi recenti si sono rivolti a valorizzare l’aspetto comunitario della poesia petrarchista: non cambiano le coordinate storiografiche (i molti anonimi di contro ai pochi che si distinguono), ma cambia il sistema dei valori (poesia che crea legami rispetto alla poesia che isola eccellenze). Su questa linea si è mosso il gruppo di lavoro “Petrarchan Worlds”, coordinato da Bernhard Huss della Freie Universität di Berlino, all’interno del più largo progetto “Temporal Communities. Doing Literature in a global perspective”, che c’invita ora a rileggere il petrarchismo all’insegna dei conflitti fra sistemi culturali anziché secondo vecchie categorie ormai superate.
È uno dei pochi casi, va detto, in cui un progetto accademico non serve a creare isole di fittizia eccellenza, come accade regolarmente col sistema delle grants, che per lo più non generano cultura diffusa e restano esperienze separate, ma prova davvero a entrare in sintonia con il contenuto, realizzando una comunità di studiosi intorno all’oggetto comunitario di cui si occupano. Nonostante il rischio sempre presente di creare microesperti di minuzie, l’esplorazione a tutto campo (in Italia, Francia, Spagna, Olanda e Germania, a cui andranno aggiunti il Portogallo, la Gran Bretagna, i paesi scandinavi e la Russia) porta all’indispensabile presa di coscienza che le scelte letterarie rispondono a principi ideologici: concentrarsi su un modello unico consentiva di creare una grammatica poetica comune, che garantiva il dialogo e lo scambio, anziché chiudersi nello spazio egocentrato dell’esperienza individuale.
Il primato della forma sulla vita consentiva l’allargamento dell’orizzonte comunicativo, la possibilità di una partecipazione più diffusa e la costruzione di un codice di riferimento per la società letteraria. Altro che narcisisticamente ripiegato su sé stesso, come ancora a volte vuole la critica: Petrarca, dice Huss nell’introduzione, si è rivelato talmente aperto e complesso da generare fenomeni transnazionali e transtemporali come l’umanesimo e il Rinascimento, fino a diventare il padre di una lunga durata della poesia europea perché ha fornito, per generazioni, gli strumenti di un’elaborazione collettiva che ha attraversato le lingue, i generi, i mezzi e le arti. Fu il sistema-Petrarca, infatti, dal Canzoniere ai Trionfi alle opere storiche, morali e spirituali in latino, ad affermarsi, anziché il solo poeta lirico.
La questione, insomma, non è solo poetica, ma morale: dentro Petrarca c’è un’etica, fatta di consapevolezza storica, ricerca identitaria, collocazione sociale e competenza espressiva, che ne fa il vero modello, come diceva Amedeo Quondam, del gentiluomo europeo.
L’etica è a sua volta un’economia, perché non c’è dubbio che la società petrarchesca, con meno individualità di spicco e più senso della partecipazione, costituisce un’alternativa potente a quel modello culturale, romantico e capitalista, che spinge verso la creazione di eccellenze individuali in modo da generare rendite di posizione, inseguimenti e competizione: è così che l’aristocratico Pietro Bembo, fondatore, tanto in poesia quanto in grammatica, del petrarchismo, si sposta sempre di più, dal nostro punto di vista, sul versante di una democrazia partecipativa di cui oggi sentiamo drammaticamente la mancanza.
Community-building è un po’ un mantra dei progetti accademici del nostro tempo, come se l’accademia riuscisse a darsi senso solo attraverso una funzione riflessiva rispetto alla politica; ma quando la parola d’ordine si traduce in un’indagine sui meccanismi effettivi di condivisione e coinvolgimento la ricostruzione storica può uscire dalle aule e diventare ipotesi per un agire futuro.

Bernhard Huss (Ed.), Petrarchism: Competing Models for Early Modern Community Building (1400-1700), Universitätsverlag Winter Heidelberg, pagg. 172, €33
««Il Sole 24 ore – supplemento La domenica» del 31 agosto 2025

04 settembre 2025

Calo dei lettori? Meno calcoli e maggiore qualità

E se anche nella cultura fossimo nella stessa situazione che viviamo con il mondo della politica, di graduale disamoramento? Se ci fossero libri validi, tornerebbero a esserci anche i lettori?
di Eugenio Giannetta
Non nelle sedi opportune, ma davanti a un fresco e informale bicchiere di birra, sciatta variante contemporanea degli antichi salotti dove un tempo si discuteva animatamente dei destini cui andava incontro il mondo culturale, qualche sera fa con un amico si discuteva – appunto – delle (non) progettualità future in ambito culturale di una città, Torino, la cui vocazione artistica e musicale, in questi ultimi anni, ha perduto non poco di interesse. Dopo aver tracciato con agile faciloneria la parabola del percorso di decadimento di questa, ci siamo poi intrattenuti su alcuni temi che hanno acceso non poco il dibattito della bolla, nelle ultime settimane. Da una parte un post Facebook della scrittrice Grazia Verasani in cui «lamenta il fatto che le presentazioni di libri sono uno sforzo notevole per chi scrive e per chi le organizza ma forse servono sempre meno», dall’altra un post critico nei confronti della scuola Holden in cui un’ex allieva si chiede se la frequentazione della scuola sia stata davvero utile ad apprendere le tecniche di scrittura o serva «invece a conferire uno status e a favorire delle relazioni sociali».
Il virgolettato nasce dal fatto che con questo amico ne abbiamo parlato a partire da una riflessione uscita su “Il Tascabile” a firma Christian Raimo, intitolata La polemica si risolve con la politica. L’articolo di Raimo apre alcuni spunti, individuando un nervo scoperto che ha a che fare con la sostenibilità dell’editoria, la formazione degli autori e il declino della lettura in Italia. Raimo infatti riporta anche alcuni dati: «Nelle prime 24 settimane del 2025 sono stati comprati due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni: un dato che equivale al 5% di lettori persi, uno su venti. Le statistiche sul lettorato del 2024 ci davano già conto di una condizione rovinosa. L’Istat rilevava che solo il 40% legge almeno un libro l’anno. Altre statistiche – Eurostat – mostravano che l’Italia è il Paese in Europa dove si legge meno dopo Cipro e la Romania. La percentuale di chi legge almeno un libro l’anno, secondo Eurostat, è del 35%, a confronto di una media europea del 53%. Nel Nord Europa si arriva almeno al 70%, in Francia, Germania e Spagna siamo abbondantemente sopra il 50». Quello di Raimo è, in definitiva, anche un richiamo all’impegno civico ed educativo, ma per noi è pure motivo di frustrazione nel constatare una situazione così grigia, una diagnosi così nefasta. Capita poi che qualche settimana dopo questo pezzo di Raimo, sempre sul “Tascabile” ne esca un altro, in risposta, a firma di Stefano Jorio, intitolato Coscienza politica, letteratura e industria, come in un vero e proprio dibattito culturale a distanza d’altri tempi. Nella sua riflessione Jorio evidenzia con chiarezza ciò che considera una tensione nel ragionamento di Raimo: identificare troppo ciecamente la letteratura con l’industria editoriale, fino a parlare di filiera e crisi economica come se un calo nelle vendite fosse la misura ultima del valore culturale, quando invece «chi conosce le pratiche dell’industria editoriale – scrive Jorio – sa bene quanto poco abbiano a che fare con la letteratura: ci sono agenti che discutono preventivamente la trama con gli autori, redattori che premono per eliminare passi potenzialmente scoraggianti, amministratori delegati che approdando all’editoria dichiarano di voler mettere la propria esperienza al servizio della promozione del brand».
Il dibattito mette per cui in luce una sorta di inconciliabilità tra il mondo “aziendale” della scrittura, con storytelling pensati come prodotto («per un pubblico di massa»), e una visione più umanistica. Da qui la riflessione da bar con il mio amico: e se anche nel mondo della cultura fossimo nella stessa situazione che viviamo con il mondo della politica? Ovvero un graduale disamoramento che ha portato all’astensione dal voto perché “non ci sono valide alternative, mi turo il naso e voto Tizio, oppure Caio”? Quindi, il problema a questo punto sarebbe a monte, di «fiducia» nel prodotto: se ci fossero libri validi, tornerebbero a esserci anche i lettori? Domanda aperta. Non ci sono risposte giuste o sbagliate. Non c’è proprio possibilità di avere risposte, ma è importante sottolineare un aspetto, per non generalizzare con luoghi comuni. La verità è che i libri validi ci sarebbero anche, il problema semmai è che spesso forse tendono a perdersi nel marasma di titoli che escono ogni giorno, hanno vita breve, a volte brevissima, e qualche volta alle presentazioni di cui sopra magari arrivano già belli che trapassati. Insomma, che ci sia un calo di lettori in termini quantitativi (meno copie vendute, meno pubblico), e che questo calo si possa attribuire a una crisi multipla che comprende fattori vari quali il potere d’acquisto, il ruolo della scuola, i social, la concorrenza di un mondo altro in digitale, è un fatto. Che la qualità e la forza dell’offerta culturale vada rivista anche in termini di investimenti dall’alto è un altro fatto, perché se la cultura è assoggettata alla calcolatrice, allora sarà sempre prodotta al ribasso: «Il calo di vendite – scrive Jorio – indica una crisi di sovrapproduzione alla quale l’industria reagisce abbassando il prezzo della merce e contestualmente, se possibile, il costo della forza-lavoro necessaria a produrla». Nel dubbio continueremo a discuterne davanti a un bicchiere, che forse non risolverà la crisi in atto, ma aiuterà a mandar giù un po’ di amarezza.
«Avvenire» di martedì 2 settembre 2025
 

22 agosto 2025

Nuovo romanzo storico: Il Cavaliere e l'ombra (2025)

L'avvincente avventura dell'autore dell'Adone attraverso i chiaroscuri del '600
di Francesco Maria Toscano
Un romanzo storico che restituisce splendore ad un poeta quasi dimenticato
Questo romanzo racconta una vita. Anzi, molte. Quelle intrecciate intorno alla figura controversa, sfuggente e luminosa di Giovan Battista Marino: poeta cortigiano e libertino, inventore di meraviglie e provocatore, creatura inquieta del suo tempo.

Attraverso la voce di Cesare, fedele compagno e testimone, si ripercorre l’intero arco della vita di Marino - da Napoli a Roma, da Torino a Parigi - in un’Italia barocca attraversata da splendori e censure, mecenati e inquisitori, amori e tradimenti. È la storia di un uomo che ha sfidato la norma e la misura, che ha cantato l’amore e l’ambiguità, la gloria e la perdita, oscillando sempre sul filo sottile che separa il genio dalla rovina.

Ma questo non è solo il ritratto di un poeta. È anche un viaggio dentro le contraddizioni della parola, del potere, della fede e del desiderio. Nelle pagine si rifrange il confronto tra libertà espressiva e controllo ideologico, tra classicismo e sperimentalismo, tra la necessità di appartenere e l’urgenza di disobbedire.

Accanto a Marino, si muovono personaggi reali e immaginari: cardinali, principi, pittori, avversari, confidenti, amanti. Figure attraversate dalla stessa domanda che inquieta il protagonista: quanto costa essere sé stessi in un mondo che chiede conformità?

Il romanzo unisce rigore storico e invenzione narrativa. Restituisce i chiaroscuri di un’epoca affascinante, facendo rivivere salotti letterari e prigioni, duelli poetici e udienze papali, fughe e ritorni. E mette al centro la forza della lingua: barocca, eccessiva, musicale. Una lingua che osa, che incanta, che ferisce.

Marino non è soltanto il nome di un autore. È anche la metafora di ogni voce che cerca di farsi sentire, di ogni artista che si misura con il rischio dell’abbandono, con la dolcezza e la crudeltà del successo.

Questo romanzo è per chi crede che la letteratura non sia solo memoria, ma anche lotta. E che dietro ogni verso ci sia una domanda ancora viva: chi ha diritto di parlare, e a quale prezzo?

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Postato il 22 agosto 2025

11 luglio 2025

I giudici, la premeditazione di Impagnatiello e la crudeltà di Turetta: perché le sentenze a volte non rispecchiano l’opinione pubblica (ed è giusto così)

Gli assassini di Giulia Tramontano e Giulia Cecchettin sono stati entrambi condannati all’ergastolo: se nel verdetto vengono escluse alcune aggravanti è per precise ragioni giuridiche, non certo per ridurre il «peso» del delitto (e della pena). C’è chi vuole ridurre i tribunali a «jukebox» della volontà popolare
di Luigi Ferrarella
Scandalo se la sentenza non è di condanna, e se è di condanna allora scandalo se non è al massimo della pena, e se è al massimo della pena allora scandalo lo stesso se non ha pure il timbro di una circostanza di particolare stigma: le polemiche si alzano una volta perché in uno dei verdetti sull’uccisione di Carol Maltesi non viene riconosciuta l’aggravante dei motivi futili e abietti, un’altra volta perché la condanna dell’assassino di Giulia Cecchettin non ravvisa l’aggravante della crudeltà a dispetto delle decine di coltellate, e adesso perché l’ergastolo inflitto all’assassino di Giulia Tramontano non comprende anche l’aggravante della premeditazione.
In parte è sicuramente segno che lo strabordare delle cronache nere e giudiziarie su tutti i media non riesce evidentemente a trasformare la mole di informazioni in conoscenza reale per le persone: ancora in difficoltà a familiarizzare con l’idea che le parole del linguaggio quotidiano abbiano un senso diverso nel linguaggio del diritto; e refrattarie all’idea che i giudici nelle motivazioni debbano badare a che in Cassazione, alla fine di tutto, una sentenza non venga annullata e retroceda in appello-bis (con perdita di ulteriore tempo e riapertura delle ferite di tutte le persone coinvolte) magari solo proprio per una circostanza collaterale al reato giudicato già severamente. E di circostanze, nel mondo del diritto, ce ne sono a bizzeffe: attenuanti, aggravanti, generiche, a efficacia comune, a efficacia speciale, antecedenti, susseguenti, equivalenti.
Certo, toccherebbe in prima battuta proprio all’informazione aiutare le persone a comprendere ad esempio che la circostanza della crudeltà non attiene alle modalità tremende di un delitto, ma alla inflizione di un «di più» di sofferenze fisiche o psichiche non necessarie e sproporzionate al causare la morte, accompagnate dal compiacimento verso il dolore altrui. O che la preordinazione del delitto - intesa come ciò che attiene alla realizzazione del delitto, e alla predisposizione dei mezzi minimi necessari all’esecuzione nella fase a quest’ultima immediatamente precedente - non è sufficiente a integrare l’aggravante della premeditazione, che postula invece il radicamento e la persistenza costante, per un apprezzabile lasso di tempo, del proposito omicida nella psiche del reo, secondo indici tutti ricavabili o meno anche qui soltanto dall’esame specifico del caso concreto al vaglio dei giudici.
E qui, però, sta forse anche il nocciolo del perché queste polemiche, del tutto comprensibili se provenienti dalle persone che si sono viste portare via una persona cara, trovino terreno fertile in chi (anche nella politica) le rilancia e cavalca per motivi ben più prosaici. Al fondo vi si scorge infatti la tendenza a voler far decidere il processo al televoto di cittadini illusi di sapere ciò che il processo ha ricostruito, e dei parenti delle vittime, tanto più strumentalizzati nel loro dolore quanto meno aiutati a comprendere il significato di una sentenza. Tendenza che - proprio come in quella fetta di legislazione che procede a colpi di sempre maggiori dosi di automatismi e più stringenti presunzioni legali, incurante delle bocciature della Corte Costituzionale - punta a ridurre i margini di apprezzamento dei giudici.
In uno schema che dunque vede le toghe (e i giudici più dei pm) sotto pressione sia dal basso (dell’opinione pubblica) che dall’alto (del legislatore), avanza - e si fa oscenamente scudo delle vittime - il progetto di ridurre il giudice a jukebox di una spiccia istruttoria (presunta) popolare, alle cui rime obbligate le Corti debbano conformarsi in una sorta di obbligazione di risultato: pena apparire magistrati insensibili al grido di sicurezza dei cittadini, schierati dalla parte dei banditi, nemici del popolo in quanto nemici degli autoproclamati paladini della sicurezza del popolo. Dunque tollerati solo alla stregua di gestori di magazzino chiamati a consegnare una merce prefissata, e altrimenti «licenziabili», in questo caso non da un contratto collettivo ma dalla collettiva legittimazione popolare del loro pronunciare sentenze.
«Corriere della sera» del 26 giugno 2025

20 ottobre 2024

Angelica contesa da tanti uomini sceglie (e insegna) il vero amore

La straordinaria attualità della vicenda sentimentale raccontata nell’Orlando furioso: la protagonista femminile è una donna emancipata che non si fa possedere, ma fugge e si fa beffe dei maschi
di Marco Erba
Nell’Orlando furioso, capolavoro del poeta rinascimentale Ludovico Ariosto, la figura di Angelica si impone subito all’attenzione. Angelica, principessa del Catai (la Cina), giunge in Occidente insieme al paladino cristiano Orlando, uno dei guerrieri più valorosi dell’esercito di Carlo Magno. L’opera è infatti ambientata secoli prima, all’epoca degli sconti tra cristiani e saraceni spesso enfatizzati dalla letteratura. Ma si sa, la narrazione dello scontro di civiltà, sovente finalizzata a consolidare il potere politico, funziona in tutte le epoche.
Per Ariosto però questo scontro di civiltà è solo lo sfondo per narrare meravigliose avventure, con arguta ironia. Non c’è alcun realismo storico nel suo racconto: si parla, ad esempio, dei saraceni che assediano Parigi, un falso così clamoroso da essere divertente.
Angelica, dunque, giunge al campo cristiano. I suoi modi, la sua bellezza orientale, il suo fascino soggiogano moltissimi cavalieri, che dimenticano il re e la guerra santa e desiderano solo conquistare il cuore della principessa. Per Angelica nasce una contesa tra Orlando e suo cugino Rinaldo, altro guerriero valorosissimo. Re Carlo ne approfitta: toglie Angelica a Orlando, la assegna al vecchio e saggio Namo, duca di Baviera, e promette la donna a quello dei due cugini che meglio si comporterà nell’imminente battaglia con i saraceni.
Finora Angelica è solo un simulacro, un oggetto di desiderio. È una donna vista come un trofeo da possedere, di cui si guarda solo l’attraente involucro. Angelica è il desiderio inconfessabile di ciascuno: una bellezza irraggiungibile, e che per questo accende ancor di più di passione. Un seducente corpo senz’anima. La descrizione di Ariosto potrebbe anche oggi interrogarci su come vengono presentati i corpi, sia femminili che maschili, sui social, nella pubblicità, a livello mediatico. Persone o oggetti? Storie o icone? Sostanza o apparenza?
Ariosto vive in una società maschilista. L’uomo agisce, decide, governa. La donna gli appartiene: di essa può disporre.
Ma l’autore del Furioso è un genio e spariglia le carte. Angelica non si fa possedere, sfugge. Non solo, si fa beffe di ogni maschio alfa che pensa di poterla dominare.
I saraceni sconfiggono i cristiani. Angelica approfitta del caos, salta su un cavallo e si lancia al galoppo nel bosco. Parte così un infinito inseguimento, senza esito per i paladini.
Angelica a un certo punto si nasconde in un cespuglio, presso al quale giunge Sacripante, re di Circassia, saraceno. Anch’egli è innamorato di lei. Prorompe in un lamento d’amore, senza sapere che Angelica è proprio lì, al suo fianco, e lo ascolta. La principessa decide così di uscire allo scoperto per farsi aiutare. Sacripante, a questo punto, si rivela per ciò che è: uno smargiasso, che pensa di essere in grado di usare gli altri come vuole, grazie al suo potere e alla sua stazza. Sacripante paragona la verginità di Angelica a una rosa e si dice certo di poter cogliere questo fiore. Il guerriero usa parole che alla nostra sensibilità suonano brutali, violente, agghiaccianti:
Corrò la fresca e matutina rosa,
che, tardando, stagion perder potria.
So ben ch’a donna non si può far cosa
che più soave e più piacevol sia,
ancor che se ne mostri disdegnosa,
e talor mesta e flebil se ne stia:
non starò per repulsa o finto sdegno,
ch’io non adombri e incarni il mio disegno.
«Mi prenderò Angelica» dice Sacripante. «A lei piacerà; piace a tutte le donne, anche se a volte fingono di no. Ma io non mi fermerò di certo, neanche se mi respinge, tanto è per finta».
Parole atroci e, purtroppo, ancora attualissime: la volontà di Angelica non conta, in consenso non esiste: c’è solo il brutale desiderio maschile. Ariosto si fa beffe di Sacripante. Il rozzo re di Circassia ha appena finito di parlare ed ecco che spunta un cavaliere vestito di bianco. Il nuovo venuto sfida Sacripante a duello, lo sconfigge in un lampo e lo lascia a terra umiliato. Pochi versi dopo si scopre chi è il misterioso cavaliere: è Bradamante, una fortissima guerriera cristiana. Una donna!
Il maschilismo brutale di Sacripante viene dunque umiliato da una donna libera, controcorrente, che invece di restare nel ruolo sociale che la società dell’epoca le vorrebbe imporre, decide di combattere e di sfidare gli uomini alla pari, sconfiggendoli. Un’icona affascinante, che anticipa di secoli le lotte per l’emancipazione femminile.
Sacripante, ferito nell’orgoglio, vedrà sfuggirsi anche Angelica poco dopo, quando a lui si contrapporrà in un nuovo scontro lo stesso Rinaldo, in precedenza citato. Tutti si battono per possedere Angelica e lei fugge sempre, ricordandoci che l’amore è dono reciproco, non è mai cattura e conquista.
Dopo mille peripezie, anche Angelica troverà l’amore. E accadrà non con un guerriero oberato di trofei, non con un tronfio cavaliere pieno di sé, non con qualcuno che indossa una impenetrabile armatura. L’amore non tollera corazze, non può riguardare gli egolatrici incapaci di sentire e vedere l’altro.
L’amore è dono, appunto. L’amore è tenerezza, è compassione, è cura. Per questo i poeti spesso paragonano l’amore a una ferita: è un modo iperbolico per dire che amare significa sentire l’altro dentro, provare la sua gioia, ma anche essere disposti a condividere la sua sofferenza.
L’amore vero di Angelica nasce dalle ferite. Ferite che Medoro, un oscuro fante saraceno, ha subìto perché sorpreso dai cristiani mentre era impegnato nella nobile impresa di dare sepoltura al corpo del suo re Dardinello, caduto in battaglia e dimenticato. Medoro è una persona nobile d’animo e generosa: l’amore si radica nella parte più bella di noi e la risveglia. L’amore rifiuta le dinamiche di potere.
Angelica si imbatte in lui, quasi morto; lo cura, grazie alle tecniche mediche che ha imparato in Oriente. E lì accade un miracolo:
Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicino a morte,
che del suo re che giacea senza tetto,
più che del proprio mal si dolea forte; insolita pietade in mezzo al petto
si sentì entrar per disusate porte,
che le fe’ il duro cor tenero e molle,
e più, quando il suo caso egli narrolle.
Angelica, a poco a poco, si scopre innamorata di Medoro. Prendendosi cura di lui più che di sé stessa, donandogli ciò che ha, scopre un amore ben diverso da quello preteso dagli arroganti paladini. Un amore autentico: Assai più larga piaga e più profonda
nel cor sentì da non veduto strale,
che da’ begli occhi e da la testa bionda
di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e più cura l’altrui che ’l proprio male:
di sé non cura, e non è ad altro intenta,
ch’a risanar chi lei fere e tormenta.
Angelica «più cura l’altrui che il proprio male». Amare non è dimenticarsi di sé stessi, non è umiliarsi: amare è però mettere il bene dell’altro al primo posto. Se ciò avviene reciprocamente, il cammino può iniziare.
È Angelica a rivelare il suo amore a Medoro. Anche questo passaggio è contro ogni regola dell’epoca, che vuole che sia l’uomo a chiedere in sposa la donna. Angelica invece fa il primo passo, è contraccambiata: i due si sposano nell’umile casa del pastore che li ha accolti. Un matrimonio antitradizionale, senza riti né banchetti. Un matrimonio semplice, che punta all’essenza. L’amore rende liberi, non si fa rinchiudere in schemi. L’amore apre avventure nuove, non è una storia già scritta.
Angelica e Medoro partono insieme. Orlando, il grande paladino che in virtù del suo valore e della sua smisurata forza si credeva in diritto di possedere la principessa del Catai, giunge nei pressi della casa del pastore, nei luoghi in cui è sbocciato l’amore tra i due. Quando scopre cosa è accaduto, si dispera, si strappa la corazza, distrugge tutto ciò che incontra, ormai folle.
Rivedrà Angelica tempo dopo, emergendo nudo dalla sabbia della spiaggia di Tarragona: la principessa sta per caso passando di lì con Medoro. Orlando la insegue, cerca di catturarla; lei gli sfugge per l’ennesima volta. Ma la cosa terribile è che Orlando, ormai pazzo, non la riconosce nemmeno:
Come di lei s’accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levò di botto:
così gli piacque il delicato volto,
così ne venne immantinente giotto.
D’averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.
Il suo inseguimento è bestiale. Orlando vede un “delicato volto” e lo desidera. Non vede la persona, non la riconosce, perché la passione egoistica e il desiderio di possesso nulla hanno a che fare con l’amore. Lo stalker non vede l’altro, non lo riconosce. Vede solo il suo desiderio, vede solo sé stesso.
«Avvenire» di lunedì 14 ottobre 2024

17 ottobre 2024

La teoria del bellum iustum

di Elio Marinoni
È sorprendente lo sforzo speculativo prodotto dall’intellighenzia romana, soprattutto nell’ultimo secolo della repubblica e in età augustea, per giustificare il processo di espansione dello stato attraverso le guerre di conquista: ne nacquero la teoria della guerra giusta e quella della missione imperiale di Roma, che interpretava la conquista come dominio dei migliori, apportatore di prosperità e di pacificazione alle popolazioni sottomesse. Teorie tutt’altro che superate, se solo pensiamo quante operazioni militari vengano ancor oggi ammantate dal velo del peacekeeping.
L’inarrestabile espansione dello stato romano, dapprima da città stato a potenza italica e poi da questa a impero mondiale, trova una legittimazione nell’elaborazione di due teorie: quella del bellum iustum («guerra giusta») e quella della missione imperiale del popolo romano. La prima, espressa in modo particolarmente chiaro da Cicerone, tende a rappresentare la guerra come un’extrema ratio alla quale ricorrere solo in difesa della propria sicurezza e di quella dei propri alleati, e per porre le condizioni di una pace migliore (De republica, III, 34-35; De officiis, I, 35). Il ricorso alla guerra come mezzo per ristabilire una pace migliore vale anche per la conflittualità all’interno dello stato: «Se vogliamo godere della pace, dobbiamo fare la guerra», afferma Cicerone (Filippiche, VII, 16, 9) avendo di mira Antonio. È il principio espresso proverbialmente dal motto Si vis pacem, para bellum, un principio di cui è facile constatare la permanenza in molti stati moderni. La teoria del bellum iustum si estende anche alle modalità di conduzione della guerra: «C’è anche un diritto di guerra, così come in pace» fa dire lo storico augusteo Livio a Furio Camillo (Ab urbe condita, V 27, 6); e al comportamento del vincitore nei confronti dei vinti, che dev’essere ispirato a criteri di giustizia e di moderazione (Cicerone, De officiis, I 35).
L’idea che il popolo romano sia stato chiamato da un’entità superiore a governare i popoli trova una premessa teorica già in Cicerone: «la natura stessa ha assegnato il dominio assoluto ai migliori con grande vantaggio dei deboli» (De republica, III, 37); ma viene compiutamente elaborata dagli autori dell’età augustea. Virgilio fa predire a Giove «un impero senza fine» ai Romani, che saranno «signori del mondo» e con Augusto estenderanno l’impero fino all’Oceano, fino ad assicurare la pacificazione del mondo intero (Eneide, I, vv. 276-294). Il concetto è ribadito nei celeberrimi moniti che l’ombra di Anchise rivolge a Enea: «Tu, o Romano, ricorda di governare con l’impero i popoli. Queste saranno le tue arti: imporre l’abitudine alla pace, usare clemenza ai sottomessi e sterminare i superbi» (Eneide, VI, vv. 851-853). Alle virgiliane profezie di Giove e di Anchise fa da pendant in Livio la profezia di Romolo: «Va’, annunzia ai Romani che gli dei vogliono la mia Roma capo del mondo; curino pertanto l’arte militare, e sappiano […] che nessuna umana potenza potrà resistere ai Romani» (Storia di Roma dalla fondazione, I 16).
L’espansione territoriale avvenuta nel corso dei secoli è dunque interpretata come un’opera di pacificazione dei popoli sotto il dominio civilizzatore, giusto e clemente di Roma. Non lo affermano solo i poeti e gli scrittori ma l’imperatore stesso, sia attraverso i rilievi allegorici dell’Ara Pacis Augustae, che raffigurano un mondo prospero e felice pacificato dalle armi romane, sia nell’autobiografia ufficiale, da lui dettata e fatta esporre in pubblico (Res gestae divi Augusti).
Negli anni delle guerre civili succeduti all’assassinio di Cesare, Virgilio e Orazio si erano fatti interpreti dell’ansia di pace e di rinnovamento che attraversava il mondo romano, vagheggiando una nuova età dell’oro a Roma (Ecloga IV di Virgilio) o un’utopica isola dei beati (Epodo 7 di Orazio), ma successivamente questi poeti si fecero portavoce dell’ideologia augustea, che giustificava la guerra sia pure interpretandola come strumento di pacificazione. Un totale ripudio della guerra, soprattutto come scelta di vita individuale, si trova invece nei poeti elegiaci (Tibullo, Properzio, Ovidio), che a essa contrappongono la milizia d’amore (si vedano p. es. Tibullo, Elegie, I, 1, vv. 53-55; Properzio, Elegie, III, 5, 1-2; Ovidio, Gli amori, III, 2, vv. 49-50).
Il ripudio della guerra si esprime efficacemente nella maledizione all’inventore delle armi che apre l’Elegia I, 10 di Tibullo (e che sarà posta da Ermanno Olmi in epigrafe al suo film Il mestiere delle armi): «Di quale natura fu l’uomo, che per primo produsse le orribili spade? Quanto feroce e veramente di ferro egli fu! Allora sorsero stragi di uomini, sorsero allora battaglie; allora si schiuse una più rapida strada verso la morte funesta» (vv. 1-4). Alla maledizione subentra però, nei versi successivi (7-10), una riflessione sull’avidità come vera causa di tutte le guerre. L’avidità di ricchezza e di potere è additata altresì come l’esclusivo motore della politica romana di espansione nelle denunce dell’imperialismo romano da parte dei capi di popolazioni straniere, di cui la storiografia latina ha lasciato trapelare la voce: dal re del Ponto Mitridate (Sallustio, Storie, IV, 69) al capo gallico Critognato (Cesare, De bello Gallico, VII, 77, 15-16) al calèdone Calgàco, che parla dei Romani in questi termini: «Predatori del mondo intero, […] rubare, massacrare, rapinare, lo chiamano con falsi nomi impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace» (Tacito, Agricola, 30, 4-5). La condanna della guerra è integrata negli elegiaci dall’elogio della pace, associata all’idea di prosperità (p. es. Tibullo, Elegie, I, 10, vv. 45-50). La pace, invocata dai poeti e ufficialmente proclamata dalla stessa propaganda imperiale, non era però un’esigenza largamente condivisa, in particolare da coloro che della guerra campavano. Lo dimostra l’accoglienza riservata dalla truppa, nel 69 d. C., alla predicazione pacifista di Musonio Rufo, un cavaliere romano imbevuto di stoicismo, ritenuta intempestiva da Tacito: «costui, insinuandosi tra le truppe e mettendo in risalto i vantaggi della pace e i pericoli della guerra, andava facendo scuola in mezzo a quella gente d’arme. Fatto […] che ai più dava fastidio, non mancando poi chi avrebbe voluto toglierselo dai piedi e dargliene un sacco, se, piegandosi alle esortazioni dei meno scalmanati e alle minacce degli altri, non l’avesse smessa con quella poco opportuna cattedra di sapienza» (Storie, III 81). Era stato il greco Polibio (II sec. a. C.), a lungo vissuto a Roma, a capire che l’impero romano aveva ormai, nei 53 anni di conquiste territoriali dal 221 al 168 a. C., globalizzato il mondo: «Anteriormente […] le vicende delle varie parti del mondo erano per così dire isolate le une dalle altre […]. Dopo questi avvenimenti invece la storia viene a costituire quasi un corpo unitario […] e i fatti sembrano tutti coordinarsi a un unico fine» (Storie, I, 1, 1-3).
Allo stesso modo, toccherà a un greco profondamente integrato, l’intellettuale Elio Aristìde, celebrare, alla fine del II sec. d. C., la pax Romana, riconoscendo che «per essere tranquilli basta essere Romani o piuttosto sudditi di Roma» e che i Romani «misurando l’ecumene, aggiogando con ponti d’ogni sorta i fiumi, tagliando i monti per aprire la strada ai carri, riempiendo il deserto di rifornimenti» hanno «messo in tutto il mondo ordine e ricchezza» (Elogio a Roma, 100-101).

03 marzo 2024

Il complesso di Telemaco (M. Recalcati)

di Massimo Recalcati
Quello che qui nomino come “complesso di Telemaco” vuole essere un modo per accostare il nuovo disagio della giovinezza provando a dare una chiave di lettura inedita alla relazione tra genitori e figli in un tempo – quale è il nostro – in cui, come faceva già notare Eugenio Scalfari in un articolo di quindici anni fa intitolato significativamente Il padre che manca alla nostra società (su “la Repubblica” del 27 dicembre 1998), l’autorità simbolica del padre ha perso peso, si è eclissata, è irreversibilmente tramontata. La difficoltà dei padri a sostenere la propria funzione educativa e il conflitto tra le generazioni che ne deriva sono noti da tempo e non solo agli psicoanalisti. I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di giochi dei loro figli. Tuttavia, nuovi segnali, sempre più insistenti, giungono dalla società civile, dal mondo della politica e della cultura, a rilanciare una inedita e pressante domanda di padre. Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisoria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irreversibilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica, ma piuttosto quello di interrogare ciò che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione. È questo che mi interessa. In tale contesto la figura di Telemaco mi appare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli. Senza questo riconoscimento non si dà alcuna filiazione simbolica possibile.
Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell’umanità: uccidere il padre e possedere sessualmente la madre. L’ombra della colpa cadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra. Se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna quella dell’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’auto-accecamento – come marchio indelebile della colpa –, quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio che Telemaco si confonda con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per il padre-eroe è una malattia sempre in agguato. Il tempo del ritorno glorioso del padre è per sempre alle nostre spalle! Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, padri-papa, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.
Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo, il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria. Nel complesso di Telemaco in gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso.
Introduzione al volume «Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre», Feltrinelli, Milano 2013, pp. 1-6

01 febbraio 2024

Il cristianesimo tra cancel culture e apologetica. Ma una terza via c’è

Né glorificare, né ripudiare. O distinguere i buoni dai cattivi. Invece, come nei casi di Lutero contro gli ebrei e del “Sillabo”, si può creare uno spazio per storie diverse e per il dibattito
di Pierre Gisel
Anticipiamo alcuni stralci del dossier «La trappola del nuovo inizio», contenuto nel primo numero del 2024 del quindicinale “Il Regno-Attualità”. In esso il teologo Pierre Gisel, docente emerito della Facoltà di Teologia dell’Università di Losanna, mette in guardia dal desiderio di purificazione della storia e di “nuovo inizio” portato avanti da cancel culture e wokismo.
La cancel culture – «cultura dell’annullamento» o «della cancellazione» – ha invaso la scena pubblica. Si tratta di cancellare quel passato che non possiamo più riconoscere come nostro o che non vogliamo più che torni alla ribalta. Questo perché il passato è troppo pieno di colpe o di crimini, di violenza, schiavitù e repressione delle differenze, siano esse di genere, razza o cultura. Colpe e crimini che una storia costruita – quella dei vincitori – ha rimosso e ricoperto di una visione ideale, ma ingannevole e distorta. Questa cancel culture viene ora rafforzata dal woke, il «risveglio» che le minoranze hanno avuto nell’ultimo decennio, soprattutto negli Stati Uniti. Un movimento di base che mira a portare davanti ai nostri occhi e alle nostre responsabilità la realtà della schiavitù (e oltre a ciò, d’ogni oppressione e servitù), la realtà delle donne, tra seduttrici fatali e streghe (e oltre a ciò, d’ogni dominazione binaria), la realtà delle culture disprezzate (e oltre a ciò, di tutte le differenze nei modi di vivere lo spazio e il tempo, e le relazioni con il mondo e con gli altri esseri umani), la realtà degli eretici (e oltre a ciò, di tutti i dissidenti o semplici minoranze). Si chiede giustizia, giustamente, e uguaglianza, altrettanto giustamente, ma ciò può aprire la porta a un egualitarismo sul quale è bene interrogarsi.
Di conseguenza, sono state smantellate figure di riferimento, abbattute statue, bruciati libri, distrutti fumetti, cancellate storie, espulsi dallo spazio pubblico dipinti e altre opere d’arte, così come film e altro ancora. Le biblioteche universitarie sono state colpite (decine di migliaia di libri sono stati ridotti in cenere). Anche i programmi di formazione. È il momento della vendetta. E perché no!? Ma sui punti in questione, tale vendetta si dispiega e si impone al di fuori di ogni reale spazio di discussione, anche se necessariamente, o addirittura inevitabilmente, conflittuale. Cancelliamo, sostituiamo. In breve, annientiamo. O purifichiamo. E lo facciamo in direzione di uno spazio sociale omogeneizzato (quale tipo di resistenza potrebbe essere qui riconosciuta come anche solo parzialmente legittima?) e neutralizzato (quale diritto potrebbe essere concesso qui a una posizione diversa?), quello del politicamente corretto.
Tutto sommato, stiamo di fatto aprendo la porta al presentismo, all’indifferenziato, anche se alla base del movimento in corso l’intento era di ripristinare il diritto delle differenze escluse o non riconosciute. Ma forse questo è dovuto al fatto che, consapevolmente o meno, crediamo che ogni differenza non possa che portare alla discriminazione... Il quadro complessivo così delineato solleva in sottofondo domande insistenti: che tipo di rapporto possiamo avere con il passato, un rapporto che non sia una venerazione ingannevole o una cancellazione irriflessiva? Si possono ancora fare riferimenti alle cose antiche – positivi o negativi che siano – e se sì, come, a che titolo e per che cosa? (...)
La sfera religiosa è chiaramente colpita, o comunque è coinvolta nel tumulto. Il cristianesimo in particolare, non solo perché fa parte di questo tessuto sociale, ma anche perché è stato teatro della cristallizzazione delle memorie in questione, nonché delle narrazioni – o addirittura della «grande narrazione», come direbbe Jean-François Lyotard, (...)
Come controesempio di quello che la cancel culture comporta, prendo le mosse da due momenti storici. Prima Martin Lutero e gli ebrei, poi il Sillabo romano del 1864, uno protestante e uno cattolico. Per delineare che cosa si dovrebbe fare di fronte a questo o quel disastro storico, e con quali benefici. Partiamo da Lutero e dal suo testo De Judaeis et eorum mendaciis (Degli ebrei e delle loro menzogne) del 1543, in cui sostiene 8 misure contro gli ebrei. (...) In un discorso tenuto nel novembre 1938, al tempo della “Notte dei cristalli”, un vescovo protestante celebrò Lutero come «il più grande antisemita del suo tempo, colui che mise in guardia il suo popolo dagli ebrei». Il testo di Lutero è abominevole. Alcuni cercano di trovare delle giustificazioni inserendolo in un contesto, o storico o psicologico. Altri condannano Lutero, e non solo questo testo e pochi altri simili, ma tutto ciò che ha scritto e fatto.
Insomma, l’apologetica da una parte, la cancel culture dall’altra. Io sostengo una terza via. Né glorificare né ripudiare. Non si tratta nemmeno di distinguere i buoni dai cattivi, che è quello che facciamo la maggior parte delle volte. La cernita cancella le ambivalenze che attraversano sia ciò che intendiamo conservare sia ciò che rifiutiamo, e va inconsciamente di pari passo con l’idea che possiamo relazionarci con immediatezza con ciò che consideriamo buono, e che possiamo rifiutare senza ulteriori indugi ciò che consideriamo riprovevole o malvagio. Questa terza via presuppone, innanzitutto, che ci si allontani dalle espressioni di primo livello – affermazioni, cifre o altro – e si concentri l’attenzione sulle reali e diversificate collocazioni delle due parti in questione, quella ritenuta positiva e quella riconosciuta negativa. Più precisamente, propongo di considerarle ogni volta come parte di una costellazione di modi diversi di dare corpo a questioni umane e sociali più ampie. In questo modo, il passato sarà istruttivo, nella sua articolazione differenziata con un presente che ha le sue ambivalenze e tentazioni. Questa terza via mostrerà poi gli impulsi legati a un particolare motivo e la gamma di cose che ne possono emergere. Avremo quindi tagliato i ponti con ciò che ci porterebbe a pensare che tale forma da ripudiare sia solo un incidente da correggere o di cui sbarazzarsi, per mostrare come essa riveli questioni fondamentali e modi di rispondere. (...)
Il Sillabo tratta del nostro rapporto con il mondo, civile o non religioso, e dunque fa parte di una serie di posizioni, ognuna delle quali va riletta e considerata. Le troviamo in quel testo, ma possono sempre riproporsi: un’indifferenza che si tiene a distanza, una fede che proviene da un altro ordine e che può abitare qualsiasi tipo di città (come nella Lettera a Diogneto della fine del II secolo d.C,), un’apologia dell’Impero come compimento del disegno di salvezza di Dio (come nel caso di Eusebio di Cesarea, vescovo vicino a Costantino), una dialettica tra un momento di ultima istanza e il qui e ora (Agostino d’Ippona che pensa a una «città di Dio» diversa dalla «città terrena» e che a modo suo la attraversa), varie ricorrenze apocalittiche (Gioacchino da Fiore, ma anche, prima ancora, molti dissensi e proteste e, più tardi, movimenti utopici che intersecano tutto il tardo Medioevo e gli inizi dell’età moderna), vari modi di distinguere tra i due ordini (nelle sintesi medievali o tra i riformatori protestanti), l’opposizione tra «visione del mondo» e «umanesimo secolare» (in un filone dell’evangelicalismo del XX secolo che continua nel XXI, ma questa opposizione può assumere forme meno nette), la visione di un’analogia tra finalità ecclesiali e finalità sociali, sovradeterminate da un obiettivo comune (penso a un notevole testo di Karl Barth del 1946), le valorizzazioni della secolarizzazione (Friedrich Gogarten, Harvey Cox, Gianni Vattimo), una coesistenza pacifica che opera affinché il mondo incarni gradualmente i valori cristiani (posizioni liberali o certa teologia della liberazione). Ricostruendo questa costellazione di posizioni, non rimarrà una condanna, ma, come nel primo esempio riportato – Lutero e gli ebrei – avremo tematizzato un insieme problematico i cui termini sono ancora presenti. (...). All’inizio del mio testo ho accennato a una risposta diversa dalla cancellazione (ciò che è ritenuto riprovevole deve essere lasciato al suo posto, altrimenti non saremo nemmeno in grado di spiegare criticamente ciò che è stato fatto...), quella d’innalzare, a contrasto con i monumenti che commemorano figure screditate, testimoni di un’altra parte della storia, in modo che si apra uno spazio di dibattito su uno sfondo di differenze su cui riflettere.
È una pista che, almeno, riconosce e accetta che il sociale e l’umano richiedono una raffigurazione, consacrando lo spazio differito del culturale, del politico e del religioso. Riconosce che il passato può essere solo raccontato, in una narrazione che sovverte il dato per portarlo oltre e secondo una propria prospettiva. Questo gesto deve essere ripreso, sapendo che può testimoniare il meglio o essere l’occasione del peggio, e non deve essere soppresso o neutralizzato. Ma prima deve essere restituito e deve essere valutato ciò che ha generato, intenzionalmente o meno. Senza questo lavoro, da svolgere sulla base delle nostre differenze, saremo lasciati alle nostre soggettività e ai loro effetti, senza alcuna mediazione.
«Avvenire» di martedì 30 gennaio 2024