12 ottobre 2011

La Conquista delle Americhe

dal libro Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana
(Paoline, Milano 1992, p. 637-660)
di Vittorio Messori

La tutela dei nativi ci fu in america del sud e non al nord. I "conquistatori" liberarono i nativi dall'oppressione di regimi sanguinari aztechi e inca
Ben sette Oscar per «Dance with wolves», «Balla coi lupi», il film americano "dalla parte degli indiani". Fu attorno alla metà degli anni Sessanta che il western procedette alla svolta: fu messo in crisi lo schema "bianco buono - pellerossa cattivo", con i primi dubbi sulla bontà della causa dei pionieri anglosassoni. Da allora quella crisi è andata sempre aumentando, sino al rovesciamento completo: ora, le nuove categorie esigono di vedere nell'indiano sempre un puro eroe e nel pioniere sempre un brutale invasore.
Nauralmente, anche questo rischia di diventare una sorta di nuovo conformismo dell'uomo occidentale P.C., Political Correct, come si dice per indicare chi rispetta i canoni e i tabù della mentalità corrente.
Mentre prima era socialmente scomunicato chi non vedesse un martire della civiltà e un campione del patriottismo "bianco" nel colonnello George A. Custer, ora incappa nella stessa scomunica chi parlasse male di Toro Seduto e dei suoi Sioux che, quel mattino del 25 giugno 1876, a Little Big Horn, massacrarono il Custer stesso con gli yankees del 7° cavalleggeri.

La leggenda nera nasce dall'Olanda e dalla Gran Bretagna, potenze protestanti
Malgrado il rischio di nuovi slogan conformistici, non si può non accogliere con soddisfazione l'attuale scoprimento degli altarini dell’'altra" America, quella protestante, che diede (e dà) tante sdegnose lezioni di morale all'America cattolica. Già dal Cinquecento le potenze nordiche riformate - Gran Bretagna e Olanda in primis - diedero inizio alla guerra psicologica, inventando la "leggenda nera" della barbarie e dell'oppressione, nei suoi domini oltreoceano, di quella Spagna con cui erano in lotta per il predominio marittimo.
"Leggenda nera" che - come accade puntualmente per tutto ciò che è fuori moda nel mondo laico - viene ora scoperta golosamente da preti, frati e cattolici "adulti" in genere i quali, protestando con toni virulenti contro le celebrazioni del quinto centenario del «descubrimiento» non sanno di essere succubi, con qualche secolo di ritardo, di una fortunata campagna dei servizi di propaganda britannici e olandesi.
Ha scritto uno storico di oggi, insospettabile in quanto calvinista, Pierre Chaunu: «La leggenda antispanica, nella sua versione americana (in quella europea punta soprattutto sull'Inquisizione) ha giocato un ruolo salutare di valvola di sfogo. Il preteso massacro degli indios da parte degli spagnoli nel XVI secolo ha coperto il massacro americano sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo. L'America protestante ha così potuto liberarsi del suo crimine rigettandolo sull'America cattolica».

Prima degli europei c'erano ben altri usurpatori: Inca e Aztechi
Intendiamoci: prima di occuparsi di simili temi occorrerebbe liberarsi da certi attuali moralismi irreali che non vogliono riconoscere che la storia è una inquietante, spesso terribile signora. Nella prospettiva realistica da ritrovare, bisognerebbe condannare, ovviamente, errori ed atrocità (da qualunque parte vengano) senza però maledire, quasi fosse stato cosa mostruosa, il fatto in sé dell'arrivo degli europei nelle Americhe e del loro installarsi in quelle terre, organizzandovi un nuovo habitat.
Nella storia non è praticabile l'edificante esortazione a "restare ciascuno nella sua terra, senza invadere quella di altri". Non è praticabile non soltanto perché così si negherebbe ogni dinamismo alla vicenda umana; ma soprattutto perché ogni civiltà è frutto di un rimescolamento che mai fu pacifico. Senza scomodare la Storia Sacra stessa (la terra che fu promessa agli ebrei da Dio non era loro, ma fu da essi strappata a forza agli abitatori precedenti), le anime belle che inveiscono contro i malvagi usurpatori nelle Americhe dimenticano (tra l'altro) che, al loro arrivo, quegli europei trovarono ben altri usurpatori. L'impero azteco e quello inca erano stati creati con la violenza ed erano mantenuti con sanguinaria oppressione da popoli invasori che avevano ridotto in schiavitù i nativi.

I popoli oppressi appoggiarono i conquistatori perché erano dei liberatori
E si fa spesso finta di ignorare che le sbalorditive vittorie di poche decine di spagnoli contro migliaia di guerrieri non furono determinate né dagli archibugi né dai pochissimi cannoni (tra l'altro, spesso inutilizzabili, in quei climi, perché l'umidità neutralizzava le polveri) né dai cavalli (che non potevano essere lanciati alla carica nella foresta).
Quei trionfi furono dovuti innanzitutto all'appoggio degli indigeni oppressi dagli incas e dagli aztechi. Dunque, più che come "usurpatori", gli iberici furono salutati in molti luoghi come liberatori. E aspettiamo ancora che gli storici "illuminati" ci spieghino come mai non ci furono, negli oltre tre secoli ispanici, rivolte contro i nuovi dominatori, pur ridottissimi di numero ed esposti, quindi, al pericolo di essere spazzati via al minimo moto. L'immagine dell'invasione dell'America del Sud svanisce subito a contatto con le cifre: nei cinquant'anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 (ma sì: cinquecento!) l'anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo.

La storia moralista è fantastoria
Per tornare ai rimescolamenti di popoli con i quali bisogna fare realisticamente i conti, non va dimenticato ad esempio - che i colonizzatori del Nord America venivano da un'isola che a noi sembra naturale definire "anglo-sassone". In realtà, era dei Britanni, che prima furono assoggettati dai Romani e poi da barbari germanici - gli Angli e i Sassoni, appunto - che massacrarono buona parte degli indigeni e l'altra parte la fecero fuggire sulle coste della Gallia dove, cacciati a loro volta gli abitanti originari, crearono quella che fu detta Bretagna. Del resto, nessuna delle grandi civiltà (né quella egizia, né quella romana, né quella greca, senza mai dimenticare quella ebraica) fu creata senza invasioni e relative cacciate dei primi abitatori.
Dunque, nel giudicare la conquista europea delle Americhe, occorrerà guardarsi dall'utopismo moralistico che vorrebbe una storia fatta tutta di inchini, di buone maniere, e di "prego, prima Lei".

La conquista "cattolica" è stata migliore della protestante
Chiarito questo, andrà pur anche detto che c'è "conquista" e "conquista": è certo (e anche film come il premiatissimo Balla coi lupi cominciano a farlo capire) che quella "cattolica" è stata ampiamente preferibile a quella "protestante".
Come ha scritto un altro storico contemporaneo, Jean Dumont: "Se, per disgrazia, la Spagna (con il Portogallo) fosse passata alla Riforma, fosse divenuta puritana e avesse dunque applicato gli stessi principi del Nord America ("lo dice la Bibbia: l'indiano è un essere inferiore, anzi è un figlio di Satana"), un immenso genocidio avrebbe spazzato via dal Sud America la totalità dei popoli indigeni. Oggi, i turisti, visitando poche "riserve" dal Messico alla Terra del Fuoco, scatterebbero fotografie di sopravvissuti, testimoni del massacro razziale, compiuto per giunta in base a motivazioni «bibliche»".

In nord america sono rimasti 1 milione e mezzo di indiani
In effetti, le cifre parlano: mentre i "pellerossa" superstiti nel Nord America si contano a poche migliaia, nell'America ex-spagnola ed ex-portoghese la maggioranza della popolazione o è ancora di origine india o è il frutto di incroci di precolombiani con europei e (soprattutto in Brasile) con africani.
Il discorso sulle diverse colonizzazioni (iberica e anglosassone) delle Americhe è talmente vasto - e tanti sono i pregiudizi accumulatisi - che non possiamo che allineare qualche appunto. Per restare alla popolazione indigena, questa (lo ricordammo) è quasi scomparsa negli attuali Stati Uniti, dove sono registrati come "membri di tribù indiana" circa un milione e mezzo di persone. In realtà, la cifra, già assai esigua, si riduce di molto se si considera che, per quella registrazione, basta un quarto di sangue indiano.

In sud america il 90% della popolazione è india
Situazione rovesciata a Sud, dove - nella zona messicana, in quella andina, in molti territori brasiliani - quasi il 90 per cento della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati. Inoltre, mentre la cultura degli Stati Uniti non deve a quella indiana che qualche parola, essendosi sviluppata dalle sue origini europee senza quasi scambi con le popolazioni autoctone, non così nell'America ispanoportoghese, dove l'incrocio non è stato certo solo demografico, ma ha creato una cultura e una società nuove, dalle caratteristiche inconfondibili.

Portoghesi e spagnoli non disdegnavano di sposare indigeni
Certo: questo è dovuto anche al diverso stadio di sviluppo dei popoli che anglosassoni e iberici trovarono in quei continenti; ma è dovuto anche, se non soprattutto, alla diversa impostazione religiosa. A differenza di spagnoli e portoghesi cattolici che non esitavano a sposare indigene, nelle quali vedevano persone umane alla pari di loro, i protestanti (seguendo la logica di cui già parlammo e che tende a far tornare indietro, verso l'Antico Testamento, il cristianesimo riformato) erano animati da quella sorta di "razzismo" o, almeno, di senso di superiorità da "stirpe eletta", che aveva contrassegnato Israele. Questo, unito alla teologia della predestinazione (l'indiano è arretrato perché "predestinato" alla dannazione, il bianco è progredito come segno di elezione divina), portava a considerare come una violazione del piano provvidenziale divino il rimescolamento etnico o anche solo culturale.

Tutte le terre conquistate dal protestantesimo hanno vissuto la piaga del razzismo e dell'apartheid
Così è avvenuto non solo in America e con gli inglesi, ma in tutte le altre zone del mondo dove giunsero europei di tradizione protestante: l'apartheid sudafricano, per fare l'esempio più clamoroso, è tipica creazione - e teologicamente del tutto coerente - del calvinismo olandese. (Sorprende, dunque, quella sorta di masochismo che ha spinto di recente la Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani a unirsi, senza alcuna precisazione o distinguo, alla "Dichiarazione di pentimento" dei cristiani bianchi verso i neri di quel Paese. Sorprende perché, se qualche comportamento condannabile può esserci stato anche da parte cattolica, questo - al contrario di quanto verificatosi da parte protestante - è avvenuto in pieno contrasto sia con la teoria sia con la prassi cattoliche. Ma tant'è: sembra che, oggi, ci siano non pochi clericali ben lieti di addossare alla loro Chiesa anche colpe che non ha).

La Spagna non fece colonie ma "province"
E' proprio dalle diverse teologie che traggono origine i diversi modi di "conquista" delle Americhe: gli spagnoli non considerarono la popolazione dei loro territori come una sorta di spazzatura da eliminare per installarvisi da soli padroni. Si riflette poco sul fatto che la Spagna (a differenza della Gran Bretagna) non organizzò mai il suo impero americano in "colonie" ma in "province". E che il re di Spagna non assunse mai la corona di "Imperatore delle Indie", anche qui a differenza di quanto farà, e ormai alle soglie del XX secolo, la monarchia inglese. Sin dall'inizio (e poi, con costanza implacabile, per tutta la storia seguente) i coloni protestanti considerarono loro diritto fondato sulla Bibbia stessa – il possedere senza problemi né limiti tutta la terra che riuscivano ad occupare, cacciandone o sterminandone gli abitanti. I quali, in quanto non facenti parte del "nuovo Israele" e in quanto marchiati dai segni di una predestinazione negativa, erano in completa balia dei nuovi padroni.

Anche nei confronti della terra una diversa impostazione "teologica"
Il regime dei suoli instaurato nelle diverse parti americane conferma queste diverse prospettive e spiega i diversi esiti: al Sud si ricorse al sistema della «encomienda» che era un istituto di derivazione feudale, era la concessione fatta dal sovrano a un privato di una porzione di territorio tenendo conto della popolazione già presente, i cui diritti erano tutelati dalla Corona, che restava la vera proprietaria. Non così al Nord, dove prima gli inglesi e poi il governo federale degli Stati Uniti dichiareranno la loro proprietà assoluta sui territori occupati e da occupare: tutta la terra è ceduta a chi lo desideri al prezzo che verrà poi fissato, in media, in un dollaro ad acro. Quanto agli indigeni eventualmente presenti su quelle terre sarà cura dei coloni (se necessario con l'aiuto dell'esercito) di allontanarli o, meglio, di sterminarli.

La caccia all'indiano rendeva: 12 sterline per uno scalpo
Il termine sterminio non è esagerato e rispetta la realtà concreta. Molti, ad esempio, non sanno che la tecnica della scotennatura era conosciuta dagli indiani del Nord come del Sud. Ma tra questi ultimi scomparve subito, vietata dagli spagnoli. Non così al Nord. Per citare, ad esempio, la voce relativa su una enciclopedia insospettabile come la Larousse: «La pratica dello scotennamento sì diffuse nel territorio degli attuali Stati Uniti a partire dal XVII secolo, quando i coloni bianchi presero ad offrire grosse ricompense a chi portava la capigliatura (o scalpo) di un indiano: uomo, donna o bambino che fosse».
Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all'indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio. Il motto «il miglior indiano è l'indiano morto», sempre messo in pratica negli Stati Uniti, nasce non solo dal fatto che ogni indiano soppresso era un fastidio in meno per i nuovi proprietari, ma pure dal fatto che il suo scalpo era ben pagato dalle autorità. Usanza che nell'America "cattolica" non era solo sconosciuta ma che avrebbe suscitato - se qualcuno, abusivamente, avesse cercato di introdurla - non soltanto lo sdegno dei religiosi, sempre presenti accanto ai colonizzatori, ma anche le severe pene stabilite dai re a tutela del diritto alla vita degli indigeni.

Nel sud si moriva di malattie e non di spada
Ma questi, si dice, morirono a milioni anche nel Centro e Sud America. Certo, morirono: ma non al punto di quasi scomparire come nel Nord. Il loro sterminio non fu determinato soprattutto dalle spade d'acciaio dì Toledo e dalle armi da fuoco (che, come vedemmo, tra l'altro facevano quasi sempre cilecca), bensì dagli invisibili quanto micidiali virus portati dal Vecchio Mondo.
Lo choc microbico e virale che causò in pochi anni il dimezzamento delle popolazioni nell'America iberica è stato studiato dal "Gruppo di Berkeley", formato da studiosi di quella università. Fu qualcosa di paragonabile alla peste nera che, nel Trecento, aveva desolato l'Europa provenendo dall'India e dalla Cina. Tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo: mali che, nella loro isolata nicchia ecologica, gli indios non conoscevano, per i quali non avevano dunque difese immunitarie e che furono portati dagli europei. I quali non possono, evidentemente, essere considerati responsabili per questo: anzi, furono falcidiati a loro volta da malattie tropicali alle quali gli indigeni resistevano assai meglio. Giustizia vuole che si ricordi (cosa che si fa assai di rado), che l'espansione dell'uomo bianco al di fuori dell'Europa assunse spesso l'aspetto tragico di un'ecatombe, con una mortalità che - con certe navi, incerti climi, con certi autoctoni - raggiunse percentuali impressionanti.

Quel contagio appariva misterioso agli occhi di alcuni commentatori del tempo
Ignorando i meccanismi del contagio (Pasteur era ancora ben lontano...) anche uomini come Bartolomé de Las Casas - figura controversa della quale bisognerà parlare al di là degli schemi semplificatori - caddero nell'equivoco: vedendo quei popoli diminuire drasticamente, gettarono il sospetto sulle armi dei connazionali, mentre non erano, spesso, che i virus di costoro. E' un fenomeno di contagio micidiale osservato anche molto di recente tra tribù restate isolate nella Guyana francese e nell'Amazzonia brasiliana.
L'usanza spagnola di un «Jesùs!» detto come augurio a chi starnutisce nasce dal fatto che anche un semplice raffreddore (di cui lo starnuto è segnale) era spesso mortale per gli indigeni che non lo avevano mai conosciuto e per il quale, dunque, non avevano difese biologiche. (...)

Colombo fece schiavi ma fu punito dalla regina Isabella e fu vietata la schiavitù
Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».

Il testamento di Isabella: difendete i nativi
E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».
E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

Sono attendibili le cronache di Bartolomeo de Las Casas?
Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: «Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias». Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?
E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.

Gli storici concordano: le denuncie di Las Casas non sono attendibili
Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.
E', questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».

Suo padre fu uno schiavista di Colombo e lui stesso ne colse l'eredità prima di convertirsi
Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".
Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.

I nativi erano talmente tutelati che era meglio usare gli schiavi neri
Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.
La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.

Las Casas non si accorse dei neri. Le autorità spagnole per fortuna sì
Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.

Las Casas dimostra che c'era libertà di parola
Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.
Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».

Le denuncie furono sempre prese sul serio e spesso diventarono leggi
Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.
Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.
Le denunce di Bartolomé de Las Casas, dunque, sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l'hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l'encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.

All'università di Salamanca nasce il diritto internazionale moderno basato sull'"eguaglianza di tutti gli uomini"
Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani. Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce - pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l'importante provvedimento delle "Leggi Nuove". Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».
L'imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. E anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all'università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell"'eguaglianza naturale di tutti i popoli" e dell'aiuto reciproco tra le genti.

I numeri dei sacrifici umani degli Aztechi: 80.000 giovani alla volta
Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno; come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell'America Centrale erano caduti sotto l'orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.
Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo "choc virale". In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l'ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L'intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.

C'è chi vorrebbe ripristinare quelle mattanze ...
Di recente, l'attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come "politicamente impegnata" schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i "culti" aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane», la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani».
Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch'egli americano, ricordando all'attrice (e magari ai cattolici che piangono il "crimine culturale" della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.

Liturgia Azteca:
Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dèi. Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c'erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che lo portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».
Mentre così erano sacrificati i giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantilàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i "fanatici" spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero "il cristianesimo è peggio".

Il "regime" Inca
Solo un po' meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano praticati dagli incas per allontanare un pericolo, una carestia, un'epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca».
Tra l'altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del "socialismo reale" alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente. Come nell'Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l'iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico "moderno", precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare "contaminazioni razziali" e assicurare un razionale "allevamento umano".

Non c'era la ruota, il ferro, l'uso del cavallo e delle bestie da soma. Ci pensavano gli schiavi
A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell'America precolombiana, conosceva l'uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all'arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che - aggiungendovi la mancanza delle ruote - tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.
E' su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della "eguaglianza naturale di tutti i popoli", riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d'aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza dì quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli "alieni" che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

Non una situazione idilliaca ma un sistema in cui riaffiorava continuamente la coscienza cristiana
Sulla colonizzazione spagnola nelle Americhe e su denunce come quelle di Las Casas (continuiamo il nostro discorso), è significativo quanto scrive il protestante Pierre Chaunu: «Ciò che deve stupirci non sono gli abusi iniziali, è semmai il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva, a tutti i livelli - quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato - da una profonda coscienza cristiana».
Così, opere come la «Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie» di fra Bartolomè furono utilizzate senza scrupoli dalla propaganda protestante e poi illuminista, mentre sono - per dirla ancora con Chaunu - «il più bel titolo di gloria della Spagna». Testimoniano, in effetti, della sensibilità al problema dell'incontro con un mondo del tutto nuovo e inatteso, sensibilità che sarà a lungo assente nel colonialismo prima protestante e poi "laico", gestito dalla brutale borghesia europea dell'Ottocento, ormai secolarizzata.

Las Casas fu sempre preso sul serio... forse troppo
Abbiamo visto come, dalla Corona in giù, non solo non si prendano provvedimenti contro una contestazione come quella di Las Casas, ma si tenti di correre ai ripari con leggi che tutelino quegli indios dei quali il "contestatore" stesso sarà proclamato Protector General. Per dodici volte il frate varcherà l'Oceano per perorare presso il governo della Madrepatria la causa dei suoi protetti: e, sempre, sarà onorato e ascoltato e i suoi cahiers de doléances saranno passati a commissioni che ne trarranno leggi, oltre che a professori che daranno vita al moderno "diritto delle genti".
Siamo di fronte a un fatto inedito, che non ha esempi nella storia dell'Occidente: ed è tanto più sorprendente se si aggiunge che Las Casas non fu solo preso sul serio ma - probabilmente - fu persino preso troppo sul serio.

Anche perché 20 milioni di indios massacrati sono un po' troppi (lo ha scritto Las Casas)
Dicemmo già, in effetti, di un sospetto - avanzato da chi ne ha indagato la psicologia - addirittura di uno "stato di allucinazione", di una "esaltazione mistica" in questo convertito. Per dirla con l'insospettabile americano William S. Maltby, «le esagerazioni di Las Casas lo espongono a un giusto e indignato ridicolo». O, per citare Jean Dumont: «Nessuno studioso che si rispetti può prendere sul serio le sue denunce estreme». Scegliendo ancora, ecco qui, tra i mille, il laicissimo Celestino Capasso: «Trascinato dalla sua tesi, il domenicano non esita a inventare notizie, precisando persino a 20 milioni il numero degli indios massacrati, o accogliendo per fondate notizie fantastiche, come l'uso dei conquistatori di farsi accompagnare da schiavi per il pasto dei cani da combattimento...».
Come dice Luciano Perena, dell'Università di Salamanca: «Las Casas si perde sempre in cose vaghe e imprecise. Non dice mai quando né dove si consumarono gli orrori che denuncia, né si cura di stabilire se costituiscano l'eccezione. Al contrario: contro ogni verità, lascia intendere che le atrocità sarebbero state il modo unico e abituale della Conquista». Per lui, personalità pessimista e ossessiva, il mondo è in bianco e nero. Da una parte i suoi malvagi connazionali, quasi belve scatenate; dall'altra parte gli indigeni, visti, testualmente, come «gente che non conosce sedizioni o tumulti», che è «del tutto sprovvista di rancore, di odio, di desiderio di vendetta». In questo senso, è tra i predecessori del mito del "buon selvaggio", caro agli illuministi del Settecento come Rousseau, e che continua ad agire in certo attuale, ingenuo terzomondismo secondo il quale tutti gli uomini sono santi, purché non siano europei o nordamericani: i soli, ovviamente, che nascano marchiati da una colpa imperdonabile.

Un utopista con buone intenzioni ma poca presa sulla realtà
Stupisce, in un frate, questa negazione del peccato originale, questa mancanza di realismo e anche di giustizia: da una parte starebbero degli angeli indifesi e dall'altra dei demoni spietati. Tra l'altro, quell'Hernán Cortés che mise fine al grande impero degli aztechi e che è presentato da Las Casas a tinte fosche (che pare non meritasse del tutto) era anche colui che dalle piramidi vide scendere il fiume di sangue umano delle vittime sacrificate. Mai un'impresa come quella di simili Conquistadores avrebbe potuto realizzarsi con le buone maniere: qui, poi, la durezza era considerata sacrosanta dagli spagnoli perché di quelle popolazioni "mitissime", secondo Las Casas, facevano pur parte gli aztechi - e poi gli incas, di cui si occuperà Francisco Pizarro - con quel loro "vizietto" di strappare il cuore a decine di migliaia di giovani.
Come tutti gli utopisti, Las Casas non superò la prova della realtà: tra i molti altri privilegi, il governo gli concesse di provare a mettere in pratica, in appositi territori messigli a disposizione, il suo progetto di evangelizzazione tutto "dialogo" e scuse. Ogni volta, finì col massacro dei missionari o nella loro fuga, incalzati dai cosiddetti "buoni selvaggi" muniti di temibili frecce avvelenate. Come sempre, i sogni, messi in pratica, si rovesciano in incubi.
Così, per dirla con il suo più recente biografo, Pedro Borgés, docente alla Complutense di Madrid, Bartolomé si rifugiò di nuovo nell'irrealismo, «predicando sempre non ciò che si poteva, ma ciò che si sarebbe dovuto fare». E comunque lo stesso Borgés che mette in guardia dal pensare che Las Casas sia il precursore di certa marxisteggiante "teologia della liberazione": da buon convertito, ciò che gli interessava era la salvezza eterna. La sua ossessione per gli indios non era per mettere al riparo i loro corpi, bensì per salvare le loro anime. Solo se presi nel verso giusto avrebbero accettato il battesimo, senza il quale sarebbero andati all'inferno sia essi che gli spagnoli. Siamo, dunque, all'opposto di chi oggi non vede che la dimensione orizzontale e che, quindi, nulla ha a che fare con il mistico Las Casas.

Una cristianità dalla vivace fede "meticcia" incarnata nell'incontro tra diverse culture
Comunque, come riconosce Maltby, «quali che fossero i difetti del suo governo, nessuna nazione della storia eguagliò la Spagna nella preoccupazione per la salvezza delle anime dei suoi nuovi sudditi». Fino a quando la corte di Madrid non fu inquinata da massoni e "illuminati", non si badò né a spese né a difficoltà per onorare gli accordi con il Papa, che aveva concesso i diritti del Patronato contro precisi doveri di evangelizzazione. I risultati parlano: grazie al sacrificio e al martirio di generazioni di religiosi mantenuti con larghezza dalla Corona, nelle Americhe si creò una cristianità che è ora la più numerosa della Chiesa cattolica e che, malgrado i limiti di ogni cosa umana, ha dato vita a una vivace fede "meticcia", incarnata nell'incontro vitale di diverse culture. Lo straordinario barocco del cattolicesimo latino-americano è il segno più evidente di come (malgrado gli errori e gli orrori) sia felicemente riuscita una delle più grandi avventure religiose e culturali. A differenza che nel Nord America, qui cristianesimo e culture precolombiane hanno dato vita a un uomo e a una società davvero nuovi rispetto alla situazione precolombiana.

L'opera di Las Casas fu usata dalla guerra psicologica anticattolica
Pur nelle sue esagerazioni, generalizzazioni illecite, invenzioni e diffamazioni, Las Casas è testimone importante di un Occidente non dimentico dei moniti evangelici. Abusivo fu isolarlo dal dibattito in corso allora nella penisola iberica, per strumentalizzarlo come arma da guerra contro il "papismo". Fingendo oltretutto di ignorare che, contro la Spagna, si utilizzava la voce di uno spagnolo (membro, tra l'altro, di un ordine nato in Spagna), ascoltato e protetto dal governo e dalla Corona di quella Spagna stessa.
«Arma cinica di una guerra psicologica», così Pierre Chaunu definisce l'uso che le potenze protestanti fecero dell'opera di Las Casas. Le redini dell'operazione antispagnola furono prese innanzitutto dall'Inghilterra; per ragioni politiche ma anche religiose, poiché in quell'isola il distacco da Roma di Enrico VIII aveva creato una Chiesa di Stato abbastanza potente e strutturata da porsi come capofila delle altre comunità riformate in Europa. La lotta inglese contro la Spagna fu vista così come la lotta del "puro Evangelo" contro "la superstizione papista".

Quelle immagini disegnate da un olandese antipapaista
Una parte importante in questa operazione di "guerra psicologica" fu giocata anche dai Paesi Bassi e dalle Fiandre, impegnati contro gli spagnoli. Fu proprio un fiammingo, Theodor De Bry, che disegnò le incisioni per accompagnare una delle tante edizioni fatte in terra protestante della «Brevissima Relazione»: disegni truculenti, dove gli iberici sono rappresentati mentre si danno a ogni sorta di sadiche efferatezze contro i poveri indigeni. Poiché queste del De Bry (il quale, naturalmente, lavorò di fantasia) sono praticamente le sole immagini antiche della Conquista, esse furono continuamente riprodotte e ancora adesso stanno, ad esempio, su molti manuali scolastici. Inutile dire quanto abbiano contribuito al formarsi della "Leggenda nera".

E dopo: Napoleone che però non durò
A proposito della quale - tanto per dare qualche altro elemento ai molti già elencati - va anche osservato che sempre si dimentica di riflettere su ciò che avvenne dopo il dominio spagnolo. Il Paese iberico, si sa, fu invaso da Napoleone e (malgrado quella tenace, invincibile resistenza popolare che fu il primo segno della fine per l'impero francese), dovette abbandonare a se stessi gli immensi territori americani.

Quando si ristabilì l'autorità spagnola c'erano i borghesi che non avevano intenzione di ricominciare a tutelare i nativi
Quando la stella napoleonica si eclissò e la Spagna riebbe il suo governo, era ormai troppo tardi per ristabilire oltre Oceano lo statu quo: furono inutili i tentativi di domare la rivolta dei "creoli", cioè della borghesia bianca ormai radicata in quei luoghi. Quei borghesi benestanti erano coloro che da sempre avevano relazioni tese con la Corona e il governo della Madrepatria, accusati di "difendere troppo" gli indigeni e di impedirne lo sfruttamento. Soprattutto, l'ostilità creola si dirigeva contro la Chiesa e in particolare contro gli ordini religiosi perché non solo vegliavano affinché fossero rispettate le leggi di Madrid a tutela degli indios ma anche perché (a partire da subito, prima ancora di Las Casas: la prima denuncia contro i Conquistadores risuonò nell'Avvento del 1511 in una chiesa dal tetto di paglia a Santo Domingo e la pronunciò padre Antonio de Montesinos) sempre si erano battuti affinché quella legislazione fosse continuamente migliorata. Si è forse dimenticato che le spedizioni armate per distruggere le reducciones dei gesuiti erano state organizzate dai proprietari spagnoli e portoghesi, quegli stessi che fecero pesanti pressioni sulle rispettive Corti e governi perché la Compagnia di Gesù fosse definitivamente soppressa?

La borghesia massonica non ne voleva sapere della Chiesa e della tutela degli indios
Anche a causa di questa opposizione alla Chiesa, vista come alleata degli indigeni, l'élite creola che guidò la rivolta contro la Madrepatria era inquinata in profondità dal Credo massonico che diede ai moti di indipendenza il carattere di duro anticlericalismo - se non di anticristianesimo - che è continuato sino ai giorni nostri. Sino - ad esempio - al martirio dei cattolici nel Messico della prima metà del nostro secolo. I «Libertadores», i capi della insurrezione contro la Spagna, furono tutti alti esponenti delle Logge: del resto, proprio da quelle parti si formò alla ideologia liberomuratoria Giuseppe Garibaldi, destinato a diventare Gran Maestro di tutte le massonerie. Un'occhiata alle bandiere e ai simboli statali dell'America Latina rivela l'abbondanza di stelle a cinque punte, triangoli, piramidi, squadre e di tutto l'armamentario del simbolismo dei "fratelli".
Sta di fatto che, proprio in nome dei principi di fratellanza universale massonica e dei "diritti dell'uomo" di giacobina memoria, i creoli, non appena liberati dall'impaccio delle autorità spagnole e della Chiesa, poterono disfarsi anche dell'impaccio delle leggi di tutela per gli indios. Quasi nessuno dice l'amara verità: dopo il primissimo periodo (fatalmente duro per l'incontro-scontro di culture tanto diverse) della colonizzazione iberica, nessun altro periodo fu tanto disastroso per gli autoctoni sudamericani come quello che inizia agli albori del XIX secolo, con l'assunzione del potere da parte della borghesia sedicente "illuminata".

Escono di scena Chiesa e Spagna: si sopprimono le lingue locali, si distruggono le culture indigene...
Al contrario di quanto vuol far credere la "leggenda nera" protestante e illuminista, l'oppressione senza limiti, il tentativo di distruzione delle culture indigene inizia con l'uscita di scena della Corona e della Chiesa. E' da allora, ad esempio, che si inizia un'opera sistematica di distruzione delle lingue locali, per sostituirle con il castigliano, idioma dei nuovi dominatori che pur proclamavano di avere assunto il potere "in nome del popolo". Ma era un "popolo" costituito in realtà solo dalla esigua classe dei proprietari terrieri di origine europea.

...si prendono provvedimenti per impedire la mescolanza razziale...
Fu da allora che spuntarono quei provvedimenti, che mai erano stati presi durante il periodo "coloniale", per impedire il "meticciamento", la mescolanza razziale e culturale. Mentre la Chiesa approvava e incoraggiava i matrimoni misti, i governi "liberali" li contrastarono e spesso li vietarono del tutto. Si cominciò, cioè, a seguire l'esempio così poco evangelico delle colonie anglosassoni al Nord: anche qui, non a caso, era stata la massoneria a guidare la lotta per l'indipendenza. Si crea allora un fronte comune tra Logge dell'America Settentrionale e di quella Meridionale, prima per battere la Corona di Spagna e poi la Chiesa cattolica. Nasce anche così la dipendenza - che contrassegnerà tutta la storia che continua sino ad ora - del Sud nei riguardi del Nord. E' curioso: quei "progressisti" che inveiscono contro le colpe della colonizzazione cattolica spagnola e denunciano al contempo la sudditanza dell'America latina verso quella yankee, non sono evidentemente consapevoli che questa loro duplice protesta è contraddittoria: re di Spagna e papi furono, finché poterono, i grandi difensori dell'identità religiosa, sociale, economica delle zone "cattoliche". Il "protettorato" nordamericano è stato determinato anche dai criollos, i creoli, «i ricchi coloni che vollero scrollarsi di dosso autorità spagnole e religiosi per poter far meglio i loro comodi e i loro affari». Così Franco Cardini, il quale, a proposito dei nordamericani chiamati a soccorso (spesso occulto) dei "fratelli" in lotta contro Corona e Chiesa, aggiunge: «Si pensi alle porcherie che hanno accompagnato l'egemonizzazione dell'area panamense e la guerra di Cuba alla fine del XIX secolo; si pensi al costante appoggio americano offerto al governo laicista messicano, che da decenni mantiene una Costituzione che, nel suo dettato più che anticlericale, anticattolico, umilia e offende i sentimenti della maggior parte del popolo del Messico: e gli Usa hanno appoggiato banditi come Venustiano Carranza quando si è profilata la possibilità che qualcosa potesse cambiare. E non hanno mosso un dito durante la sanguinosa persecuzione anticattolica degli anni Venti». Oggi, si sa, il governo americano favorisce e finanzia il proselitismo di sette protestanti che, sradicando il popolo dalle sue tradizioni di quasi mezzo millennio, costituisce una grave violenza anche culturale.

Fine del "barocco meticcio" l'architettura è "puramente" europea
Gli sforzi "razzisti" del dopo Spagna sono tragicamente simboleggiati dall'arte: mentre le due culture, prima, si erano meravigliosamente intrecciate, dando vita al capolavoro del barroco mestizo, il "barocco meticcio", si divisero di nuovo con l'arrivo al potere degli illuministi. Alla architettura straordinaria delle città coloniali e delle missioni si sostituì l'architettura solo di imitazione europea delle nuove città borghesi, dove per i poveri indios non c'era più alcun posto.
Postato il 12 ottobre 2011

07 ottobre 2011

Sessi separati a scuola?

Secondo alcuni, migliori insegnamento e rendimento. Ma molti lo bocciano: si alimentano gli stereotipi
di Margherita Fronte

MILANO - L’intenzione è buona. Chi propone che a scuola le classi siano divise per sesso – i maschietti da una parte e le femminucce dall’altra – ritiene che in questo modo l’insegnamento sia più efficace, che la personalità si sviluppi in modo più armonico e che il rendimento scolastico sia migliore, e lo sarà anche in futuro. Ma un articolo pubblicato su Scienceboccia senza appello questa idea, bollando come pseudoscientifiche le ricerche che la supportano e accusando il separatismo scolastico di alimentare, negli studenti, stereotipi sull’altro sesso.

IL DIBATTITO - L’articolo si inserisce in un dibattito che negli Stati Uniti è infervorato, da quando, nel 2006, il Dipartimento per l’educazione ha stabilito che anche le scuole pubbliche possono adottare la politica della separazione dei sessi. E a firmarlo non è esattamente un gruppo di ricerca neutrale, ma i fondatori dell’American Council for CoEducational Schooling, associazione no profit che si batte per mantenere il sistema misto. Gli autori sono però anche psicologi ed esperti in materia, che afferiscono a importanti università (la prima firmataria è Diane Halpern, già presidentessa dell’American Psicological Association) e la loro posizione è supportata da numerose ricerche, che scardinano i capisaldi degli “avversari”.

APPROCCIO DIFFERENZIATO? - Primo fra tutti, quello sulla presunta diversità fra il cervello dei bambini e quello delle bambine, che determinando un diverso “stile di apprendimento” giustificherebbe un approccio educativo differenziato. In realtà, spiegano Halpern e colleghi, «i neuroscienziati hanno trovato poche differenze fra bambini e bambine, se si esclude un volume un po’ maggiore del cervello maschile, e una maturazione più precoce di quello femminile, ma nessuna delle due caratteristiche è legata alla capacità di apprendere. Alcune differenze sessuali sono state riportate negli adulti, ma anche in questo caso non sono tali da legittimare un diverso approccio nei metodi educativi».

IMPORTANTE È IL CONTESTO «In effetti – conferma Antonella Costantino, responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile al Policlinico di Milano – i geni (maschili o femminili) concorrono a determinare differenze, che però sono molto influenzate dal contesto in cui si cresce. Questo però non è sufficiente a giustificare la separazione fra i sessi a scuola, anche perché sono ormai numerose le ricerche che dimostrano che qualsiasi sistema educativo che tende a escludere e separare gli studenti – per sesso, per razza o per altre caratteristiche – è meno efficace di quelli che, invece, si basano sull’inclusione, che favoriscono la flessibilità, danno maggiori strumenti per affrontare situazioni diversificate e, sul lungo periodo, rendono meglio anche sotto il profilo più strettamente scolastico». Cade così il secondo caposaldo, in base al quale chi proviene da una scuola a sessi separati avrebbe poi voti migliori all’università e più successo nella vita.

RAMPOLLI E TEST -L’articolo di Science sottolinea, al contrario, che le numerose ricerche che sembrano dimostrare la superiorità del metodo educativo basato sulla separazione dei sessi trascurano due aspetti importanti, che di fatto le invalidano. Il primo è che nella maggior parte dei casi, si tratta di scuole private, frequentate dai rampolli delle upper class, il cui successo dipende molto dalla posizione sociale, oltre che dai bei voti. Il secondo fattore è che spesso per accedere a queste scuole bisogna superare un test di ingresso che esclude a priori gli studenti meno dotati.

STEREOTIPI SESSISTI - Fra gli studi che hanno esaminato gli effetti del separatismo scolastico, sarebbero invece molto più convincenti quello che lo bocciano. «È provato che la separazione dei sessi aumenta gli stereotipi sull’altro sesso, legittimando gli atteggiamenti sessisti» si legge su Science. «In un mondo in cui i ruoli maschile e femminile tendono a confondersi, estremizzare la separazione non può che essere controproducente» conferma Antonella Costantino. «La collaborazione fra i sessi andrebbe invece incentivata e favorita, fin dall’infanzia». Negli Stati Uniti le scuole pubbliche con classi omogenee per sesso sono circa 500; in Gran Bretagna sono in tutto un migliaio (di cui circa 400 pubbliche), mentre in Italia soltanto pochi istituti privati hanno finora adottato la separazione dei sessi.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2011

21 settembre 2011

Tutti i figli di Norimberga

di Roberto I. Zanini
Chiudere i conti col passato a conclusione di difficili percorsi politico-sociali, come dittature e guerre civili, col contorno di genocidi, fosse comuni e via elencando dal vocabolario delle umane turpitudini. Si tratta di uno dei temi più controversi della storia dell’umanità, sul quale forse troppo poco ci si è interrogati in modo da avere una visione globale, tale da garantire risposte adeguate alle singole situazioni. Problema al quale tenta di sopperire un libro di Pier Paolo Portinaro, dal titolo esplicativo: I conti col passato. Vendetta, amnistia, giustizia, da domani in libreria per i tipi della Feltrinelli. «L’intento che guida questo lavoro – spiega Portinaro, che è docente di Filosofia politica all’Università di Torino – al di fuori di ideologie e revisionismi, è per un verso accademico, in quanto viene dato conto degli studi internazionali più recenti; per l’altro verso si vuole fornire un contributo di analisi e di elaborazione pratica tale da far comprendere che processi morali, storici e politici di questo tipo che coinvolgono singoli Stati e la comunità internazionale, devono essere esaminati nella loro complessità di intrecci e interdipendenze».

Ma quali sono le principali modalità messe in atto nei secoli per uscire da dittature e guerre civili?
«Diciamo che essenzialmente sono state percorse tre vie: quella della vendetta, quella dell’amnistia e quella della giustizia. Recentemente se ne è aggiunta una quarta, quella delle cosiddette Commissioni per la verità e la riconciliazione, che ha avuto interessanti applicazioni e che senza dubbio porta a risultati più completi dal punto di vista umano e della democrazia».

Il metodo della vendetta, sempre usato, è ancora efficace?
«Solitamente alla fine di un regime autoritario si registra una fase di vendetta violenta. Non ci dobbiamo stupire. La storia ci dice che più pesante è stata la repressione, più tragica è la vendetta. La durata dipende dalla capacità del governo che segue e, soprattutto oggi, dalla volontà e dall’autorevolezza degli organismi internazionali. Senza contare che nel novero della vendetta si può inserire anche l’epurazione sistematica da tutti gli incarichi burocratici, privati e pubblici della fazione perdente, senza giungere alla soppressione fisica».

L’utilizzo dell’amnistia ha un senso in quanto ferma la vendetta?
«È la strada che viene percorsa quando la massa dei crimini è così grande e la possibilità di far luce così ridotta che si decide di metterci una pietra sopra. Una risposta antichissima e assai frequente nella storia: prima saltano le teste, poi si decide di dimenticare affinché si apra una pagina nuova».

Antichissima?
«Senofonte definisce "uomo giusto" l’ateniese Trasibulo che con l’amnistia, a cavallo fra 400 e 300 a.C., fornisce un fondamentale contributo per la pacificazione a chiusura della Guerra del Peloponneso. Tucidide, nel raccontare questo episodio, gli attribuisce l’espressione: "Non si deve rovistare nel passato", che è proprio il senso dell’amnistia. Che nei fatti è una forma di real politik, ma anche di negazione dei diritti umani».

Ci sono stati anticamente anche casi di soluzione giudiziale?
«Diciamo che nel passato i processi applicati a queste vicende producono sempre una forma di giustizia politica. Servono a punire i nemici. I casi della rivoluzione inglese e della rivoluzione francese sono esempi chiari: entrambi culminano con la condanna del re. Una deriva che culmina nel XX secolo, per esempio con i processi farsa staliniani».

Quand’è che da queste vendette per via processuale si avvicina a forme più autentiche di giustizia?
«Ci si è provato alla fine della Prima Guerra Mondiale, ma il diritto internazionale non era ancora così condiviso e si sono celebrati solo dei processi limitati. Il primi veri tribunali internazionali efficaci sono quelli di Norimberga e di Tokyo. Anche se si è parlato di giustizia dei vincitori, non c’è dubbio che sia stato fatto un grande sforzo per rispettare i principi dello Stato di diritto. Nei fatti sono i due capisaldi della transizione dalla giustizia politica alla giustizia penale internazionale che è la novità della fine del XX secolo».

Parla di ex Jugoslavia, Ruanda ...
Istituita nel 1998 la Corte penale internazionale è entrata in funzione nel 2002. Ex Jugoslavia e Ruanda sono i casi più famosi. Oggi si occupa di Congo, Sudan, Uganda vedremo cosa accadrà per la Libia...».

Non sempre ne sono usciti ottimi risultati ...
«Il problema della Corte internazionale è che non può agire con la stessa efficacia che si è avuta, per esempio, a Norimberga, dove la Germania era un Paese occupato e le forze occupanti gestivano il territorio, garantendo la cattura dei criminali. Nella ex Jugoslavia, lo abbiamo visto, Mladic è stato catturato solo qualche mese fa... La Corte ha bisogno del pieno sostegno degli Stati e della comunità internazionale e non sempre capita».

La quarta via?
«Visto che, come in Ruanda, i criminali sono decine di migliaia e non si possono processare tutti, visto che i processi pongono a centro il criminale e finiscono spesso per non tutelare le vittime, ecco che si è iniziato a pensare a una giustizia capace di partire proprio dalla pacificazione. Tentativi che si sono codificati nelle Commissioni per la verità e la riconciliazione, utilizzate in Sudafrica, Cile, Argentina con buoni risultati, certamente più rispettosi dei principi democratici».

Tutto questo serve a capire perché in Italia, dopo 60 anni non si riesce ad arrivare a una verità condivisa su Fascismo e Resistenza?
«Il caso dell’Italia è emblematico di una resa dei conti che non è mai maturata. Prima c’è stata la violenza della guerra civile, poi l’amnistia togliattiana per fermare le vendette. Molti dicono che sarebbe servita una Norimberga italiana, ma non ci fu, un po’ per il trasformismo italico, un po’ perché sarebbero emersi anche i crimini della Resistenza. Solo negli anni ’90 la storiografia ha cominciato a pensare che non si doveva tematizzare soltanto il fascismo. Nello stesso periodo sono nati partiti che non avevano radici in quegli anni e il passato è stato strumentalizzato in chiave anticomunista. Il risultato è che non riusciamo ancora a vederci chiaro».
«Avvenire» del 20 settembre 2011

16 settembre 2011

Se la sinistra partigiana diventa nazionalista. Le radici antiche e liberali dell’amor di Patria


L'Italia non è cosa vostra. La gauche che adesso ama il Tricolore è un controsenso. Ma anche certa destra deve ripensare la sua idea di italianità. Da decenni certi intellettuali studiano solo la Resistenza. Comuni, signorie, ducati: prima dell'Unità non c'era il deserto dei tartari
di Dino Cofrancesco

Marcello Veneziani ha ragione nel dire ai “cari neopatrioti di sinistra”: «l’Italia non è cosa vostra». Da sessant’anni la storiografia progressista è vissuta di «processi al moto unitario», di «Risorgimento interrotto» (o tradito), di «conquista regia», di «estraneità delle masse alla costruzione dello Stato nazionale», di «mancata riforma agraria», di «colonizzazione del Sud» eccetera.
Quello di sinistra era un versante politico «convinto che la storia d'Italia cominciasse dalla Resistenza e dalla Costituzione e il resto fosse solo foresta nera». Mi chiedo, però, se la minoritaria destra nazionale, sempre pronta a sbandierare il tricolore davanti agli antinazionali, avesse davvero le carte in regola per fare del patriottismo una cosa sua. Per un ventennio ho letto le pagine culturali del Secolo d’Italia (raccolte poi in pesanti volumi) e, a parte le celebrazioni retoriche dei martiri del Risorgimento e delle guerre mondiali, vi ho respirato un’aria che non era certo né cavouriana, né mazziniana. Il progetto politico-culturale sembrava quello di una grande federazione di tutte le correnti di pensiero antimoderne-italiane e tedesche, soprattutto-mobilitate per contrastare l’irresistibile ascesa dell’illuminismo. Cattolici tradizionalisti e lefevriani si alternavano a evoliani nostalgici dell’Impero: non c’era critico di destra di Giovanni Gentile che non venisse ricordato e “rivalutato” e se si parlava dei liberali conservatori, come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, era per metterne in luce la demistificazione della democrazia e l’ispirazione elitistica, interpretata in senso autoritario.
Sono da condividere le parole di Veneziani: «Chi si sente davvero italiano abbraccia la sua storia, si riconosce nel suo carattere, ama la sua civiltà e rispetta le sue tradizioni. Non sono le leggi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo e la percezione di sentirsi, pur nella diversità un popolo. Le norme sono astratte, neutre, a-nazionali, possono trasferirsi da Paese a Paese; invece la vita, le opere, le città, le parole e le memoria di un popolo no». Tali parole fanno a pezzi non solo il «patriottismo costituzionale» alla Habermas ma, altresì, le tesi dei vari Rusconi che non dubitano che un regime politico - democratico, liberale o altro - sia cosa ben diversa dalla “comunità politica” ma poi vorrebbero cancellare da quest’ultima i protagonisti dei periodi «nefasti», come il fascismo.
L’Italia, certamente, è la sua storia: storia di comuni, di signorie, di province soggette al dominio straniero: prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari. Le produzioni culturali, artistiche, scientifiche, religiose, letterarie del «Paese calpesto e diviso» rappresentano una tradizione che sarebbe stolto rinnegare. Va detto, però, che la ricchezza e la varietà delle creazioni dell’«itala gente dalle molte vite» riacquistarono senso e significato alla luce dell’evento epocale - e tale apparve all’opinione pubblica occidentale - costituito dal Risorgimento. Gli anni delle guerre di indipendenza non furono segnati solo da contrasti politici e istituzionali talora profondi ma videro il nostro ricongiungimento all’«Europa vivente», con il trionfo di una versione nazionale del liberalismo, alla quale concorsero laici e cattolici, Cavour e Minghetti, Mamiani e Lambruschini, Manzoni e De Sanctis, Silvio Spaventa e Carlo Cattaneo. Risorgimento e «liberalismo italiano» sono la stessa cosa: se viene meno il secondo, il primo diventa un fantasma non innocuo, incapace di dare alla nazione un fondamento di legittimità.
Le rivoluzioni atlantiche - inglese, francese, americana - non rinnegarono il passato ma fondarono una legittimità politica in cui la comunità si riconosceva pienamente nelle sue istituzioni e queste si modellavano su concreti diritti liberali e democratici. La “rivoluzione italiana” non riuscì a darsi un «mito di fondazione» condiviso giacché se ne contestò ben presto l’anima liberale col risultato che, nella sua dottrina dello Stato, a fondamento del sistema giuridico-politico, non furono posti i «diritti soggettivi», le «libertà dei moderni», ma un «interesse generale» che le varie famiglie ideologiche (cattolici ultramontani, democratici radicali, socialisti, nazionalisti etc.) interpretavano a modo loro.
«Il Giornale» del 16 settembre 2011

I progressisti? Diventano tutti dei conservatori

Gli ex rivoluzionari ora difendono il passato...
di Luigi Mascheroni
Gli uomini si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che stanno per diventarlo. I rivoluzionari di una volta sono gli stessi che oggi difendono più strenuamente ambiente, lavoro, scuola e tutto ciò che è il passato
Gli uomini, come anche le donne, si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che si apprestano a diventarlo.
Una boutade? Non proprio. È la constatazione (liberatoria) cui giunge il lettore alla fine del nuovo pamphlet di Armando Torno Il paradosso dei conservatori (Bompiani), dove attraverso esempi concreti tratti dall’attualità e citazioni filosofiche che spaziano da Filone di Alessandria a György Lukács, si tentano due operazioni. La prima: capire cosa si intenda oggi con la parola «conservatore», ancora fino a poco tempo fa un vero insulto, un’etichetta appiccicata come marchio d’infamia al «fascista» e spesso appositamente confusa con il termine «reazionario». La seconda: far notare che anche il più insospettabile dei progressisti col tempo si trasforma, magari senza accorgersene, in conservatore. Il vecchio detto popolare «si nasce incendiari, si muore pompieri», alla prova della storia, sembra avere una propria giustificazione filosofica.
I conservatori veri, almeno in Italia, sono pochissimi. Oggi l’unico «reo confesso» è Sergio Romano. Ieri c’erano - ad esempio - Panfilo Gentile, Augusto del Noce, soprattutto Indro Montanelli. Intellettuali che, secondo l’imperitura definizione di Giuseppe Prezzolini, «preferiscono alle rivoluzioni gli adattamenti, le modificazioni, le evoluzioni, gli assaggi, i ritocchi, almeno nei punti essenziali della coesistenza sociale. Il rispetto delle consuetudini non nasce nella mente del conservatore dal pensare che esse siano perfette; tutt’altro: nasce dal fatto che le considera come meno imperfette, poiché esistono, di quelle che ancora non esistono; per far esistere le quali ci vorrebbe uno sforzo che sarebbe più opportuno applicare a far funzionare meglio quelle esistenti». Un Manifesto dei conservatori uscito da Rusconi (vera casa editrice conservatrice) nel 1972. Qualche anno dopo, come nota Torno, quelle parole diventeranno il programma riformista dei socialisti. A dimostrazione di come si possa diventare conservatori senza accorgersene, cominciando dalle piccole situazioni della vita quotidiana e arrivando ai grandi temi sociali.
Dalle idee alle ideologie. È, in fondo, il percorso tracciato da Armano Torno, il quale si diverte a scovare il «paradosso» di vecchi progressisti che si scoprono conservatori, nei campi più diversi. Cioè gli «ambiti d’azione» che scandiscono i capitoli del libro: conservare la bellezza, conservare la terra, conservare il lavoro, conservare la cultura... Ci avete fatto caso? Le donne che più si accaniscono a «conservare» la propria bellezza a forza di lifting e impianti sono le più impegnate attrici radical-chic. I più combattivi «conservatori» dell’ambiente naturale, in guerra contro il progresso e lo sviluppo tecnologico del pianeta, sono gli ecologisti «di sinistra». I più accessi «conservatori» dei vantaggi acquisiti dalle battaglie sociali degli ultimi decenni nel mondo del lavoro, in opposizione a ogni riforma del sistema dettata dal nuovo corso dell’economia, sono i rivoluzionari degli anni caldi della contestazione. E più inflessibili «protettori» della scuola, sordi alle necessità di cambiamento imposte da un mondo in continua evoluzione, escono proprio dalle file degli ex Sessantottini. È curioso - o paradossale? - ma oggi i più strenui difensori del passato sono coloro che si proclamano progressisti.
E i conservatori? Apparentemente, spariti. A meno che siano semplicemente camuffati. Come intuì Oscar Wilde quando ammoniva: «Pensa come un conservatore e parla come un radicale: questo è così importante al giorno d’oggi». Che non è (solo) una boutade.
«Il Giornale» del 16 settembre 2011

12 settembre 2011

La comunicazione? Avviene a «ondate»

Analizzate in undici mesi 9 milioni di telefonate
di Elisabetta Curzel
Come si propagano opinioni, idee politiche e commerciali O capire come si è sviluppata la «primavera araba»
Quiete e tempesta: quando comunichiamo, i due stati si alternano. E con le «tempeste» le informazioni viaggiano più veloci. È quanto emerge da uno studio compiuto dall’Università Carlos III di in collaborazione con Telefónica, un’indagine i cui risultati potrebbero rivelarsi utili per comprendere il modo nel quale si propagano opinioni, idee politiche, pettegolezzi e informazioni commerciali. Per un periodo di undici mesi, i ricercatori hanno analizzato 9 milioni di chiamate, un volume di traffico telefonico svolto da 20 milioni di persone (circa il 30% della popolazione spagnola). La scoperta? Che la gente comunica a cascate o raffiche (bursts in inglese).

ONDATE - «Chiamiamo tanto e in poco tempo», spiega la ricercatrice Giovanna Miritello, coautrice dello studio, «poi passiamo periodi di inattività, poi torniamo a chiamare. E così via». La comunicazione, insomma, avviene nel tempo in maniera discontinua. L’alternarsi di ondate e silenzi vale per qualsiasi tipo di relazione. «Non sappiamo niente della vita personale degli autori delle chiamate», continua Miritello, «perché ovviamente erano anonime. Sappiamo però che questo carattere di discontinuità si ripresenta con tutti i contatti, siano essi familiari, amici, colleghi o conoscenti. Certo, chiamerò più spesso il mio fidanzato e meno l’amica con cui faccio allenamento; ma in entrambi i casi il ritmo della comunicazione sarà incostante».

RITMI - I ritmi circadiani (ossia il ritmo veglia–sonno) quelli lavorativi, com’è intuibile, sono imprescindibili. «Lunedì e martedì mattina si chiama di più, soprattutto fino all’ora di pranzo, perché il telefono viene usato anche a fini professionali», continua la ricercatrice. «All’ora di pranzo si registra una diminuzione; si ricomincia il pomeriggio e poi la notte, quando si dorme, ovviamente non si telefona. In certe fasce orarie quindi la comunicazione non c’è. Ma se elimino le considerazioni legate ai ritmi circadiani, scopro una cosa importante: che tra le telefonate esistono correlazioni. Se ricevo una chiamata, probabilmente ne faccio una subito dopo; se per esempio mi sto organizzando per uscire con un gruppo di amici, è probabile che chiami e venga chiamata tanto in un breve periodo di intensa comunicazione».

INFORMAZIONE - Lo studio potrebbe servire anche per tracciare il percorso di un’informazione. «Se vengo a conoscenza di una notizia in un periodo di forte attività, è più probabile che la propaghi perché sto chiamando tanto», aggiunge Miritello. «Lei, ora, mi sta intervistando; se oggi parlo con tanta gente è probabile che menzioni questo fatto, ma se non parlo con nessuno l’informazione non passa». Possibile che la discontinuità dipenda dal livello di attenzione e tolleranza? «Questo i dati non ce lo dicono. Ma da un’altro studio che stiamo conducendo, incentrato sulla cosiddetta economia dell’attenzione, sappiamo che esistono per chi chiama limiti sia fisici che di costo, temporale e monetario».

«ESPLOSIONE» - Per Andrea Salvini, docente di sociologia presso l’Università di Pisa ed esperto nell’analisi di reti sociali, «la scoperta che nella comunicazione si alternano effervescenza e silenzio prolungato è molto interessante. Dallo studio si ricava inoltre l’idea che questa “esplosione” sia condivisa, e che la sollecitazione lanciata da uno venga raccolta da tutti gli altri interlocutori. Una volta esaurito l'interesse, si passa al silenzio. Ci sono momenti in cui ce ne stiamo ritirati nelle nostre reti più intime, e momenti più ampi con una valenza collettiva. Questo è molto importante anche per capire le forme della partecipazione civile e sociale. Movimenti come quello che ha attraversato l'Africa del nord funzionano forse seguendo questi meccanismi».
«Corriere della Sera» del 12 settembre 2011

11 settembre 2011

Il primo giorno che vorrei

Scuola al debutto
di Alessandro D'Avenia
Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo, quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io?
E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce.
E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo.
Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri. Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano.
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate solo l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite. Per questo, un giorno, vi ricorderò.
«Avvenire» del 9 settembre 2011

08 settembre 2011

Un tour tra le scuole digitali

Youtube, tablet e prof bionici
di Giulia Belardelli
A pochi giorni dal "drin" della prima campanella, sono molte le novità telematiche che verranno sperimentate nei vari paesi. Dai libri di nuova generazione agli esami corretti con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, ecco le promesse di questa stagione
Quaderni, libri, astucci e fogli protocollo. Al massimo, una calcolatrice "non programmabile" a cui appellarsi senza posa durante il compito di matematica, come a un oracolo che tanto non parlerà. Fino a poco tempo fa era questa, più o meno, la lista dello stretto necessario per arrivare preparati al primo giorno di scuola. Oggi lo scenario sta cambiando radicalmente: da un lato, infatti, internet, i tablet e le tante applicazioni di intelligenza artificiale promettono di rivoluzionare il modo di stare tra i banchi di scuola; dall'altro, studenti tecnologicamente sempre più "saggi" impongono ai docenti di stare al passo con i tempi e diventare digitali anche loro. In alcuni Paesi molte di queste innovazioni sono già realtà e toccano ogni momento della formazione dello studente, dai test d'ingresso all'esame di fine anno. E sebbene non tutti si dicano entusiasti di questa "invasione tecnologica" nella formazione, sono in molti a vedere nel web e nei suoi alleati il futuro dell'educazione dei più giovani. Dagli Stati Uniti alla Corea del Sud, ecco una panoramica sulle novità telematiche più interessanti dell'anno scolastico che sta per iniziare.
La domanda di ingresso su Youtube. Se già da qualche anno iscriversi a corsi ed esami via web è pratica abbastanza comune, pressoché ovunque le prove di ammissione sono rimaste fedeli al "vecchio stile", vale a dire rigorosamente di persona e a base di test e quesiti. Come fare, però, a valutare i talenti digitali più nascosti delle future matricole? Con questa idea in testa, la George Mason University di Washington D.C. 1 e la Tufts University di Boston 2 hanno iniziato da quest'anno a selezionare i propri candidati anche sulla base di portfolio video caricati su Youtube, così da farli sentire più a loro agio al riparo dallo sguardo severo di una commissione. "Lo scopo non è quello di valutare le abilità di produzione di uno studente", ha spiegato Lee Coffin, direttore delle ammissioni alla Tufts University. "Crediamo che in questo modo il ragazzo abbia la possibilità di mostrarsi per quello che è, usando strumenti a lui familiari". Alla fine, su oltre quindicimila domande presentate alla scuola di Boston, oltre settecento aspiranti hanno proposto un video: "Alcuni, va detto, erano decisamente poco convincenti - ha continuato Coffin - ma nella maggior parte dei casi sono stati decisivi per l'ammissione, una sorta di biglietto d'ingresso".
La scuola al rovescio: lezioni a casa e compiti in aula. A rivoluzionare il concetto di e-learning, invece, ci stanno pensando diversi enti, società e accademie con l'obiettivo di integrare studio a distanza e tempo trascorso in aula. In cima all'elenco dei pionieri è la Khan Academy 3, una piccola organizzazione non profit che ha appena ricevuto un premio di 2 milioni di dollari da Google in quanto autrice di una delle tecnologia "più utili al mondo" (parola di Montain View) perché "capace di invertire le modalità di fruizione scolastica". L'organizzazione, infatti, ha costruito un'enorme collezione video di lezioni su Youtube per le scuole medie inferiori e superiori: oltre 2.400 lezioni dalla matematica alla letteratura che gli studenti possono tranquillamente seguire da casa. "Oltre ai corsi abbiamo anche una piattaforma web per svolgere un numero illimitato di esercizi", ha spiegato Salman Khan, fondatore e direttore dell'Academy. "In questo modo gli insegnanti possono dedicare la maggior parte del tempo passato in aula a comprendere le difficoltà degli alunni e aiutarli individualmente". Anche se l'organizzazione non ha una vera e propria "scuola", sono numerosi gli studenti e i professori americani e non solo che hanno deciso di provare la nuova tecnologia: "Basti pensare che finora abbiamo tenuto oltre 75 milioni di lezioni", ha concluso Khan.
"Con i tablet, un nuovo concetto di libro". Sul fronte dei gadget, i protagonisti indiscussi sono senza dubbio loro, tablet e libri elettronici. Mentre, infatti, la Corea del Sud ha annunciato che entro il 2015 tutti i suoi studenti utilizzeranno unicamente ebook reader 4, Vladimir Putin ha recentemente presentato un progetto che prevede l'introduzione dei dispositivi iTablet della Plastic Logic sui banchi delle scuole russe 5. Intanto, però, è l'iPad ad aver conquistato per primo le università mondiali: la London School of Business and Management, l'Illinois Institute of Technology e altri college regalano già adesso il gioiellino targato Apple a tutti i nuovi iscritti. "I tablet hanno enormi potenzialità sul mercato dei testi scolastici", ha spiegato Matt MacInnis, presidente di una start-up di ebook. "Per ora i libri digitali sono semplicemente una versione scannerizzata del testo cartaceo", ha continuato l'esperto. "Molte società editrici stanno lavorando a testi che forniscono un'integrazione audio e video, per un'esperienza di studio completamente nuova e capace di essere personalizzata a seconda delle necessità di ogni singolo studente".
L'esame a distanza, giudicato dal robot. L'esperimento più futuristico e intrigante per vedere se la tecnologia sia realmente pronta a caricarsi sulle spalle il peso della formazione avrà inizio fra pochi giorni. Il 10 ottobre partirà, infatti, il primo corso completamente gratuito e online della Stanford University: "Introduzione all'intelligenza artificiale 6". Con docenti del calibro di Sebastian Thrun, considerato dal Telegraph uno dei cento geni viventi, e Peter Norvig, ex scienziato della NASA e adesso direttore di ricerca a Google, il corso ha registrato oltre 125 mila iscrizioni - una bella sfida, considerando la montagna di domande che verranno poste durante le lezioni e le verifiche da correggere in tempo reale. A dar manforte ai due docenti ci penseranno, non a caso, le intelligenze artificiali: il corso, infatti, poggia su tecnologie sviluppate dalla Know Labs 7, una start-up californiana di cui fanno parte anche i due professori, nata con la missione di "digitalizzare la formazione". Gli esami di fine anno saranno giudicati da un software che sfrutta proprio le regole e i fondamenti che verranno insegnati tra una lezione e l'altra. "Il nostro obiettivo - spiegano i due docenti dal sito del programma - è capire se sia possibile o meno invitare a un corso il mondo intero".
«La Repubblica» dell'8 settembre 2011

05 settembre 2011

Violenza e terrorismo nascono nelle moschee

Il 99 per cento delle notizie che riguarda attentati terroristici e azioni violente si verificano nelle moschee in tutti i paesi del mondo
di Magdi Cristiano Allam
Appello fraterno da italiano che ama l'Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l'annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.
Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l'imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all'interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l'imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.
Il 30 agosto a Copenaghen, all'uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell'Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall'imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.
Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all'interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l'artiglieria dell'esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto. Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell'ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese.
Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all'interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.
La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all'ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.
Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.
«Il Giornale» del 5 settembre 2011

04 settembre 2011

Gli allocutivi di cortesia

di Luca Serianni

"Il signor Guido Iazzetta (Milano) chiede informazioni sull’uso del pronome allocutivo voi invece di lei: il voi è andato in disuso con la caduta del Fascismo o mantiene tuttora qualche vitalità? Se si scrivesse un romanzo ambientato nel Sette o nell’Ottocento sarebbe più opportuno usare il voi o il lei?

Un po’ di storia. Nel Medioevo l’italiano, come altre lingue romanze, disponeva di un sistema bipartito, imperniato sull’asse tu/voi. Nella Commedia Dante si rivolge di norma col tu ai personaggi con cui scambia battute di dialogo, riservando il voi a interlocutori particolarmente autorevoli (“Siete voi qui, ser Brunetto?”). Il lei si è diffuso nelle cancellerie e nelle corti del Rinascimento ed è stato rafforzato, in séguito, dal modello spagnolo. Per alcuni secoli – diciamo dal Cinquecento al pieno Novecento – la nostra lingua disponeva dunque di un sistema tripartito: tu/voi/lei. Potremmo affermare, schematizzando un po’, che l’italiano letterario dei secoli scorsi era avviato a condividere la situazione dell’inglese attuale: il pronome allocutivo non marcato era voi (come you), lei e tu si adoperavano rispettivamente come variante altamente formale e altamente informale, ma tu poteva rappresentare un allocutivo non connotato socialmente, e quindi usato in riferimento a Dio o a un ente astratto personificato (come l’ingl. thou; “Tu – dice il Manzoni, rivolgendosi alla Fede nel Cinque maggio – dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola”).
Ma le differenze non sono soltanto queste. Oggi la distribuzione degli allocutivi è rigida dal punto di vista sociale: 1) ci si dà del tu o del lei reciprocamente, senza tener conto (per fortuna!) di eventuali differenze di condizione o di cultura; 2) se si decide di comune accordo di variare il sistema allocutivo la variazione può consistere solo nel passaggio dal lei al tu; 3) un rapporto dissimmetrico è ammesso solo tra un adulto e un ragazzo (un quindicenne darà del lei a un adulto sconosciuto, ma si sentirebbe a disagio se questi lo ricambiasse con un altro lei e non col tu; anche in questo caso la variazione potrà consistere solo nell’estensione bidirezionale del tu). Per il passato bisogna tener conto soprattutto di due fatti: 1) erano forti gli squilibri dipendenti dalle diverse posizioni sociali degl’interlocutori (padrone-servitore, ecc.) e il fattore età poteva condizionare persino il rapporto genitori-figli (ancora nella borghesia ottocentesca un figlio poteva dare del lei al padre e alla madre, ricevendone ovviamente il tu): 2) nelle relazioni tra pari l’uso degli allocutivi era meno stabile di quanto sia oggi, e si poteva passare dal tu al lei o al voi – e viceversa – senza particolari implicazioni affettive (qualche esempio in epistolari ottocenteschi nei miei Saggi di storia linguistica italiana, Napoli, Morano, 1989, pp. 20-23).
Passando ora agli specifici quesiti posti dal signor Iazzetta, si può affermare che: 1) la disposizione fascista in favore del voi ebbe scarsa efficacia, non solo perché fu varata solo nel 1938 ed ebbe poco tempo per affermarsi, ma anche perché il lei era assai diffuso e più o meno adoperato o compreso in tutt’Italia, mentre il voi era concentrato nel Mezzogiorno, ciò che ne comprometteva le possibilità d’affermazione nazionale; 2) oggi l’uso del voi non è certo scomparso, ma è sempre più limitato sia regionalmente (Italia meridionale), sia come registro (familiare), sia generazionalmente (è in forte declino presso i giovani); 3) in un romanzo ambientato nei secoli scorsi, bisognerebbe certamente rappresentare tutti e tre i pronomi allocutivi, prendendo esempio dal Manzoni, che nei Promessi Sposi – ambientati come tutti sanno in Lombardia tra il 1628 e il 1630 – riproduce con estrema cura, tra gli altri, anche questo aspetto d’epoca."

Postato il 4 settembre 2011

03 settembre 2011

Grass è ambiguo, ma la Shoah non è unica

di Giorgio Israel
Alain Finkielkraut aveva previsto già una trentina di anni fa le conseguenze dell’introduzione del termine «genocidio», coniato nel 1944 per distinguere lo sterminio degli ebrei dagli altri crimini contro l’umanità: il formarsi di un codazzo di aspiranti allo stesso privilegio; il dilagare dei «confronti» tesi a dimostrare il diritto a ottenerlo e quindi tesi a sminuire la gravità del genocidio degli ebrei. Come osservò Finkielkraut, «dalle donne agli occitani, ogni minoranza oppressa proclamò il suo genocidio. Come se, senza di ciò, cessasse di essere interessante». E l’elenco continua ad allungarsi: non si è visto, a Roma l’anno scorso, un corteo di insegnanti sfilare con la stella gialla appuntata sul petto, proponendo il proprio genocidio? A seguito del celebre film di Claude Lanzmann - Shoah, uscito nel 1985 - i termini olocausto e genocidio (degli ebrei) furono sostituiti nell’uso con la parola ebraica «Shoah» (catastrofe). Una scelta del tutto normale: non è altrettanto accettabile denominare sinteticamente Gulag lo sterminio di milioni di cittadini sovietici da parte del regime comunista? Il problema è che il termine Shoah è stato associato al rafforzamento dell’idea già contenuta nel termine «genocidio»: l’assoluta unicità di questo evento, la sua incomparabilità con qualsiasi altro crimine della storia, fino a farne un evento metastorico e a suscitare persino una metafisica e una teologia della Shoah. Chi scrive ha ripetutamente criticato come infondata e rischiosa la collocazione della Shoah al di fuori della storia. Per esempio, il rifiuto di stabilire qualsiasi relazione tra Lager e Gulag è assurdo. La relazione è stata evidenziata in modo magistrale sul piano romanzesco da Vasilij Grossman. Sul piano storico essa risale alla folle ambizione di entrambe le dittature di rigenerare la società dalle fondamenta: l’una mediante l’igiene sociale, l’altra mediante l’igiene razziale, come osservò Victor Zaslavski. Paradossalmente, il mito dell’unicità della Shoah è servito ai postcomunisti per derubricare i crimini di Stalin a qualcosa di non tanto grave. Naturalmente questo è frutto di cattiva coscienza. Così come è la cattiva coscienza che spinge ogni giorno qualcuno a sminuire la gravità della Shoah stabilendo confronti deliranti anziché relazioni magari discutibili ma ragionevoli, mescolandola con gli eventi più disparati. È la cattiva coscienza di un’Europa che non ha mai fatto davvero i conti con i propri totalitarismi. Leggo l’intervista di Günther Grass rilasciata due giorni fa a un giornale israeliano in cui «rilegge» la Shoah e la paragona alle sofferenze inflitte dai russi ai militari tedeschi, e trovo che molte delle sue affermazioni sono discutibili sul piano storico e qualcuna anche sul piano morale. Ma non mi sento di fare scandalo sulla frase che, invece, più ha destato scandalo: «Non dico questo per diminuire la gravità del crimine contro gli ebrei, ma l’Olocausto non è stato l’unico crimine». Non mi sento di fare scandalo perché questa frase esprime un concetto persino ovvio. È una frase di cui non vi sarebbe stato bisogno se non si fosse avuta l’idea avventata di collocare la Shoah sul piedistallo metastorico e metafisico dell’unicità. Per il resto, Grass si è espresso in modo discutibile ma aperto e onesto. Efferato e losco è invece l’atto di quel funzionario francese che ha interdetto mediante una circolare l’uso della parola «Shoah» nelle scuole. Mi ha colpito il riferimento di Grass al fatto che metà della Germania sia stata abbandonata al comunismo. Di questo oggi non si parla. Così, la Spagna zapaterista mette alla gogna i crimini del franchismo mentre stende una cortina su quelli non meno atroci compiuti dai comunisti spagnoli delle varie tendenze. L’Europa che non ha fatto i conti con tutti i totalitarismi del ’900 è la stessa che genera il nuovo antisemitismo, sotto forma di antisionismo e di odio per Israele e che, allo scopo, non si fa scrupolo di usare il negazionismo. Per contrastarla, il mito dell’unicità della Shoah non serve. Al contrario. Al posto della circolare francese, occorrerebbe una circolare europea che prescriva in tutte le scuole la lettura di Vita e destino di Vasilij Grossman.
«Il Giornale» del 2 settembre 2011