12 luglio 2015

L'evoluzione dell'uomo

Vignetta apparsa sul «Corriere della sera» di qualche mese fa
(non conosco l'autore)
Postato il 12 luglio 2015

01 luglio 2015

Chi ha paura delle app

Il neoluddismo di tassisti, catene di hotel o cantanti. Ma le proteste sono sterili di fronte a servizi migliori
di Pierluigi Battista
Le autorità francesi che hanno arrestato due responsabili di Uber stanno ripetendo lo stesso gesto disperato di chi, all’alba della rivoluzione industriale, spaccava i nuovi telai meccanici per salvare l’integrità di un mondo che stava sparendo. Persero allora e perderanno adesso. La modernità industriale non si arrestò per i gesti dei luddisti. Oggi arrestano chi sfida monopoli e corporazioni. Ma la sentenza è già scritta. Tutto va avanti a velocità impetuosa, ma Uber, negli Stati Uniti, è già considerato un dinosauro da nuove e più spregiudicate «app» che saranno i nuovi dinosauri di dopodomani. È come se i costruttori di carrozze avessero chiesto l’intervento della polizia per bloccare la nascente industria automobilistica.
Battaglie romantiche, come quelle degli spazzacamini travolti dalla nascita dei nuovi impianti di riscaldamento e dalle nuove cucine. Oggi il fronte dei conservatori che detestano la folla di nuove imprese da attivare digitando uno smartphone o un tablet è ampio, variegato. Mica solo i soliti tassisti. Protestano i grandi hotel perché con il cellulare sempre più persone cercano e trovano stanze senza intermediazioni e in pochi secondi. Boccheggiano le agenzie di viaggio perché basta una app per fare biglietti, costruire itinerari, prenotare aerei, organizzare spostamenti. La cantante Taylor Swift è diventata la beniamina di tutti gli addetti alle case discografiche terrorizzati dalla Apple che come Spotify permetterà con un abbonamento risibile di acquistare tutta la musica del mondo. Già l’irruzione di iTunes aveva destabilizzato quel mondo. Chissà se staranno meditando l’assalto a Cupertino.
Le case automobilistiche guardano con apprensione al fenomeno del car sharing che oramai, nelle grandi città e per quelli che hanno meno di trent’anni, è diventato il modo più veloce e meno dispendioso per muoversi. Cominciano a protestare negli Stati Uniti le grandi compagnie dei pullman perché con una semplice app si sale su mezzi comodi e affidabili per ogni tratto di strada anche non contemplata dagli itinerari tracciati dai monopolisti del trasporto su ruota. Protestano gli scrittori che si ribellano contro Amazon che pratica politiche di sconti molto aggressive, che i consumatori amano perché rende più facile ed economica la strada verso un libro, ma che gli autori considerano un deplorevole cedimento alle ragioni del mercato e una minaccia alle belle librerie di una volta (che chiudono).
Protestano le grandi tv perché con l’irruzione di Netflix, la televisione verrà consumata con modalità completamente diverse da quelle tradizionali. Protestano gli editori e i giornalisti perché i loro articoli, benché protetti dalla «riproduzione riservata», circolano gratuitamente per la Rete e ci sono applicazioni che già oggi permettono di sfogliare «il meglio di» senza passare per l’acquisto del giornale. Tra un po’ protesteranno anche gli autostoppisti che, grazie a quella geniale invenzione che è BlaBlaCar, rimpiangeranno il romanticismo del pollice perduto sul ciglio della strada: ah com’era bello l’autostop di una volta. Magari fossero solo i tassisti, eterni simboli della corporazione aggressiva che oggi fanno la guerra santa, aiutati dai tribunali, contro Uber. Si lamentano e dicono che questo non è progresso, ma sottrazione di lavoro a gente perbene che resterà presto disoccupata. Però è anche occupazione nuova, giovane, intraprendente che arriva.
Nuovi lavori, nuove invenzioni, nuove idee, nuova occupazione. Si contano a milioni in America (ne ha scritto Massimo Gaggi per «La Lettura») i nuovi lavoratori che, senza fissa dimora a tempo indeterminato, mordono l’immobilismo di ristoranti e lavanderie, poliambulatori e fiorai. Dando una mano ai consumatori, facilitando la vita, rispondendo a un bisogno sociale. Il mercato è anche questo: sovranità del consumatore che può avere migliori servizi a buon prezzo. Ecco perché i due dirigenti di Uber arrestati in Francia danno un sapore di arcaico, di ferocemente retrivo nella battaglia che le corporazioni e i monopoli stanno ingaggiando contro le piccole app che stanno sconvolgendo il mondo. Potranno alzare i ponti levatoi, distruggere i telai meccanici come facevano i luddisti, potranno sacrificare i consumatori sull’altare dello status quo e della conservazione. Ma alla fine il destino è segnato. Questione di anni, o forse di mesi. Ed è anche giusto che sia così.
«A» del marzo 2015

11 giugno 2015

Baudelaire, gli abissi dei «senza Dio»

di Carlo Ossola
«Quand’anche Dio non esistesse, la Religione sarebbe ancora Santa e Divina. // Dio è il solo essere che, per regnare, non ha neppur bisogno d’esistere». Sono questi i primi due aforismi delle Fusées di Baudelaire [Parigi 1821 -1867], che inaugurano i suoi Journaux intimes. La mirabile versione delle Fleurs du mal [1857] meditata da Giorgio Caproni restituisce infine, dopo un secolo e mezzo, l’impressionante sfida di Baudelaire: parlare del Divino sotto un cielo vuoto di Dio: "Sul fondo dell’Ignoto".
Non esito a dire che questa traduzione ricapitoli due secoli, l’Ottocento in Baudelaire, il Novecento in Caproni, allo stesso modo che Kant e Nietzsche hanno ricapitolato i loro secoli di pensiero, e sotto la stessa istanza: se anche Dio non esistesse, il suo Vuoto è tremendo, altrettanto impronunciabile e fatale che la sua Presenza: «ces malédictions, ces blasphèmes, ces plaintes, / ces extases, ces cris, ces pleurs, ces Te Deum…»; e Caproni: «queste maledizioni, queste bestemmie, questi lamenti, / queste estasi, questi urli, questi pianti, questi Te Deum, / sono un’eco ripetuta da mille labirinti; sono pei cuori / mortali, un oppio divino! // […] // Ché davvero, o Signore, la miglior prova di dignità a noi / concessa è proprio tale singhiozzo che, rotolando d’era in / era, viene a morir sulle rive della tua eternità». (I fari).
Una fedeltà a questo vuoto, scavato da Baudelaire, che guiderà Caproni sino al fondo di Res amissa: «Uno dei tanti, anch’io. / Un albero fulminato / dalla fuga di Dio» (Anch’io).
Baudelaire rompe con l’ottimismo nomenclatorio di Victor Hugo: «Questi immagina che basti adoprare parole più numerose – osserva Yves Bonnefoy – perché si rafforzi il rapporto con il mondo. Vuole articolare la rappresentazione, ma è perché dimentica, almeno a tratti, che è la presenza che conta». La presenza improvvisa, nei Tableaux parisiens, d’Una passante: «Un lampo… poi la notte! - Bellezza fuggitiva / d’uno sguardo che m’ha fatto all’istante rinascere / non più ti rivedrò che nell’eternità?»; o la lotta senza posa con il Demone che incalza: «Eccolo che getta nei miei occhi smarriti / vesti sudice, ferite aperte, / il corredo sanguinante della Distruzione» (La Destruction).
E Bonnefoy mette in rilievo, proprio su tale tema, le affinità con Delacroix, che Baudelaire stesso riconosce: «Delacroix, lago di sangue, morso da angeli crudeli» (Les Phares). Più tardi verranno, sulla sua scia, Rimbaud e la sua Saison en enfer, Mallarmé e Valéry. Ungaretti stesso – seguendo Baudelaire e passando per Dostoevskij – osserverà che infine, e grazie a lui, «gli abissi umani sono perlustrabili» (Ragioni di una poesia). È la foresta spessa del notturno che ci avvolge e dalla quale non emergono che suoni inarticolati, gridi, o «bave e ringhi», come evoca Andrea Zanzotto. «Luoghi di cenere e di calce» son rimasti (Baudelaire, La Béatrice), «pianure della Noia, profonde e deserte» (La Destruction), e «cadaveri verniciati» (Danse macabre).
Baudelaire ha inghiottito i suoi posteri: Freud e Artaud, e il Surrealismo: poeta d’un’Apocalisse sciancata, poiché altro non vediamo: «Il gregge dei mortali salta e gode, senza vedere / in un buco del soffitto la tromba dell’Angelo, / sinistra e spalancata come uno schioppo annerito» (ivi).
C’è da domandarsi perché l’Ottocento italiano sia senza un Baudelaire, perché manchino i Fiori del Male: a quelle tumide fragranze si sporse, un po’ prima, il Manzoni del Fermo e Lucia e si ritrasse; impossibile dimorare in una colpa che non chiedesse espiazione e redenzione, che fosse sempre, e ancora, «insaziabile aspide» (Baudelaire). Leopardi ebbe il cosmo per misura, il suo Male era terso e nudo e universale, e non doveva «annegare il rancore e cullare l’indolenza» del Vin des chiffonniers o del Vin de l’assassin. Nessuno dei due, guardando in alto, vide «Cieli squarciati come pietre di greto» (Horreur sympathique). Vediamo, attraverso Baudelaire, il debole spegnersi della poesia italiana nel secondo Ottocento, incapace di guardare e di dire: «ogni giorno verso l’Inferno scendiamo di un passo, / senza orrore, attraverso tenebre nauseanti» (Baudelaire, Al Lettore). Mancò la Grazia e misero fu il Male, nessuno seppe inoltrarsi in sé «più profondamente che mai sia sceso il filo di piombo» (Tortures de l’opium).
«Baudelaire è il poeta dell’interiorità dell’essere, della verità profonda, delle sofferenze dell’uomo nella natura. Il suo stile mira a descrivere l’interiorità, le aspirazioni, i deliri, i ricordi, in uno stile che sia congruo all’esteriorità». Questa osservazione di Benveniste, insigne linguista del XX secolo [Aleppo, 1902 - Parigi, 1976], risale a un dossier manoscritto di appunti inediti su Baudelaire, del 1967, ed è un contributo di acuta lucidità su ciò che differenzia poesia e linguaggio ordinario; e insieme un’interpretazione tra le più profonde che si possano oggi leggere sulla poesia di Baudelaire. Egli arriva subito all’essenziale: «La poesia è una lingua interiore alla lingua»; «a differenza del linguaggio ordinario, il linguaggio poetico fa vedere le cose, facendosi vedere esso stesso»; Baudelaire deve dunque esibire «una interiorità che si faccia vedere da sola», in un processo ove verità (interna) e realtà (esterna) vengano di necessità a coincidere: «Il poeta ci insegna la verità e ci disvela la realtà». Affinché le due istanze possano convergere, occorre ritrovare, nell’una e nell’altra, l’istante di eternità che brilla in esse: «Non è tanto un ritorno indietro, quanto un’eternità ritrovata nel sovvenire [gli esempi di siffatto ricordare sono essenziali]: "mère des souvenirs…"».
Perciò, chiosa Benveniste, «Baudelaire non riconosce che l’eternità, un’immobilità fuori del tempo, condizione della Bellezza, delle statue, della materia». Ed è così in L’Ideale: «O anche tu, grande Notte, figlia di Michelangelo, / che quieta snodi in una posa strana / le tue forme foggiate per le bocche dei Titani». Il fascino della lettura di Benveniste è proprio in questa coscienza della sfida ultima che Baudelaire pone al linguaggio: egli lo vuole capace d’interiorità e d’eternità, di visioni e di deliri, di tutto ciò che liberi solitudini: «La "solitudine profonda" è il retaggio di tutti gli "spiriti liberi". Ed è per questo che la morte soltanto consente il compimento integrale e giubilatorio dell’unione (cfr. La mort des Amants), ove una strofa tutta intera suggerisce ch’essi sono […] gemelli fusi nella morte in un bagliore unico». Così, biblicamente apocalittico, il Baudelaire della Morte dei Poveri: "[La Morte] è la gloria degli Dei, il granaio mistico, / la borsa del povero e la sua patria antica, / è il portico che s’apre sui Cieli sconosciuti!».
«Avvenire» dell'8 giugno 2015

08 marzo 2015

La scuola cattiva è questa

Vacue riforme
di Ernesto Galli della Loggia
La buona scuola non è solo quella degli edifici che non cascano a pezzi, degli insegnanti assunti e progredenti nella carriera per merito, o delle decine di migliaia di precari (tutti bravi? Siamo certi?) immessi finalmente nei ruoli: obiettivi ovviamente giusti, e sempre ammesso che il governo Renzi riesca a centrarli, visto che specie sui mezzi e i modi per conseguire gli ultimi due è lecito avere molti dubbi. Ma la buona scuola non è questo. La buona scuola non sono le lavagne interattive e non è neppure l’introduzione del coding, la formazione dei programmi telematici; non sono le attrezzature, e al limite - esagero - neppure gli insegnanti. La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino - e vorrei dire di più, di persona - che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire.
In questo senso, lungi dal poter essere affidata a un manipolo sia pur eccellente di specialisti di qualche disciplina o di burocrati, ogni decisione non di routine in merito alla scuola è la decisione più politica che ci sia. È il cuore della politica. Né è il caso di avere paura delle parole: fatta salva l’inviolabilità delle coscienze negli ambiti in cui è materia di coscienza, la collettività ha ben il diritto di rivendicare per il tramite della politica una funzione educativa.
La scuola - è giunto il momento di ribadirlo - o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o non è. Solo a questa condizione essa è ciò che deve essere: non solo un luogo in cui si apprendono nozioni, bensì dove intorno ad alcuni orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo, che attraverso il prisma di una miriade di soggettività costituirà poi il volto futuro della società.
La scuola, infatti, è ciò che dopo un paio di decenni sarà il Paese: non il suo Prodotto interno lordo, il suo mercato del lavoro: o meglio, anche queste cose ma soprattutto i suoi valori, la sua antropologia, il suo ordito morale, la sua tenuta.
Che cosa è diventata negli anni la scuola italiana lo si capisce dunque guardando all’Italia di oggi. Un Paese che non legge un libro ma ha il record dei cellulari, con troppi parlamentari semianalfabeti e perfino incapaci di parlare la lingua nazionale, dove prosperano illegalità e corruzione, dove sono prassi abituale tutti i comportamenti che denotano mancanza di spirito civico (dal non pagare sui mezzi pubblici a lordare qualunque ambiente in comune). Un Paese di cui vedi i giovani dediti solo a compulsare ossessivamente i loro smartphone come membri di fantomatiche gang di «amici» e di follower; le cui energie, allorché si trovano in pubblico, sono perlopiù impiegate in un gridio ininterrotto, nel turpiloquio, nel fumo, nella guida omicida-suicida di motorini e macchinette varie; di cui uno su mille, se vede un novantenne barcollante su un autobus, gli cede il posto. Essendo tutti, come si capisce, adeguatamente e regolarmente scolarizzati. È così o no?
Si illude chi crede - come almeno una decina di ministri dell’Istruzione hanno fin qui beatamente creduto - che a tutto ciò si rimedi con «l’educazione civica», «l’educazione alla Costituzione», «l’educazione alla legalità» o cose simili. A ciò si rimedia con la cultura, con un progetto educativo articolato in contenuti culturali mirati a valori etico-politici di cui l’intero ciclo scolastico sappia farsi carico. Un progetto educativo che perciò, a differenza di quanto fa da tempo il ministero dell’Istruzione, non idoleggi ciecamente i «valori dell’impresa» e il «rapporto scuola-lavoro», non consideri l’inglese la pietra filosofale dell’insegnamento, non si faccia sedurre, come invece avviene da anni, da qualunque materia abbia il sapore della modernità, inzeppandone i curriculum scolastici a continuo discapito di materie fondamentali come la letteratura, le scienze, la storia, la matematica. Con il bel risultato finale, lo può testimoniare chiunque, che oggi giungono in gran numero all’Università (all’università!) studenti incapaci di scrivere in italiano senza errori di ortografia o di riassumere correttamente la pagina di un testo: lo sanno il ministro e il suo entourage?
All’imbarbarimento che incombe sulle giovani generazioni si rimedia altresì creando nelle scuole un’atmosfera diversa da quella che vi regna ormai da anni. In troppe scuole italiane infatti - complici quasi sempre le famiglie e nel vagheggiamento di un impossibile rapporto paritario tra chi insegna e chi apprende - domina un permissivismo sciatto, un’indulgenza rassegnata. Troppo spesso è consentito fare il comodo proprio o quasi, si può tranquillamente uscire ed entrare dall’aula praticamente quando si vuole, usare a proprio piacere il cellulare, interloquire da pari a pari con l’insegnante. Ogni obbligo disciplinare è divenuto opzionale o quanto meno negoziabile, e l’autorità di chi si siede dietro la cattedra un puro orpello. Mentre su ogni scrutinio pende sempre la minaccia di un ricorso al Tar.
Quando ho sentito il presidente Renzi e il ministro Giannini annunciare una svolta, parlare di riforma, di «buona scuola», ho pensato che in qualche modo si sarebbe trattato di questi argomenti, si sarebbe affrontato almeno in parte questi problemi. E finalmente, magari, con uno spirito nuovo di concretezza, con una visione spregiudicata. In fondo il primo ha una moglie insegnante, mi sono detto, la seconda ha passato la sua vita nell’Università: qualcosa dovrebbero saperne. Invece niente. Prima di tutto e soprattutto i soldi e le assunzioni (bene), ma poi per il resto il solito chiudere gli occhi di fronte alla realtà, i soliti miraggi illusori per cui tutto è compatibile con tutto, per cui l’«autonomia» degli istituti invece di essere quella catastrofe che si è rivelata viene ancora creduta la panacea universale, la solita melassa di frasi fatte e mai verificate. E naturalmente mai uno scatto di coraggio intellettuale e politico, mai una vera volontà di cambiare, mai quell’idea alta e forte del Paese e della sua vicenda di cui la scuola dovrebbe rappresentare una parte decisiva, invece della disperata cenerentola che essa è, e che - ci si può scommettere - continuerà a essere.
«Corriere della sera» dell'8 marzo 2015

17 febbraio 2015

I piccoli interventi che possono migliorare la libertà di stampa

Al di là del giudizio sui dati di Reporters sans frontières, resta il fatto che in Italia c’è un eccesso di minacce e pressioni contro i giornalisti. Sarebbero necessari alcuni emendamenti al testo in discussione alla Camera
di Caterina Malavenda *
Caro direttore, nell’ultimo anno, l’Italia è scivolata dal 49°al 73° posto nella graduatoria sulla libertà di stampa in 180 Paesi, stilata da Reporters sans frontières e, quale che sia l’opinione sulla sua attendibilità, non è comunque una bella notizia. Fa, però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. Duole dire che i giornalisti sarebbero meno esposti alle minacce se l’opinione pubblica li avvertisse davvero come un tassello indispensabile di una democrazia matura e non li considerasse, come sovente accade, una presenza scontata, a volte inutile e persino fastidiosa; e se cortei e manifestazioni di solidarietà venissero organizzati ogni volta che serve e non solo quando accade l’irreparabile.
Certo, contro le minacce si può fare poco: protezioni, scorte e buoni consigli fanno perdere al giornalista la libertà di muoversi, incontrare fonti, trovare notizie; sicché una minaccia seria e attendibile finisce per risultare il miglior modo di toglierlo di mezzo, se davvero dà fastidio.
Molto di più si potrebbe fare per eliminare, invece, il secondo fattore che limita la libertà di informazione, in modo per fortuna meno cruento ma assai più diffuso e capillare: la lite temeraria e la querela pretestuosa.
Purtroppo, non sembra essere questa la priorità, con buona pace di graduatorie e declassamenti. Da anni il Parlamento tenta di eliminare il carcere per i giornalisti imputati di diffamazione, e non ci è ancora riuscito non certo per scarsa volontà politica.
L’ostacolo maggiore è stato, infatti, la forte opposizione di coloro che dovrebbero beneficiare di questa decisione e che non sono disposti ad accettare le altre novità che con la legge, ora in seconda lettura alla Camera, si pretende di introdurre.
Sembra incredibile, ma non è masochismo: perché, diciamolo, in Italia nessun giornalista è mai andato in prigione per diffamazione; mentre è una prospettiva assai poco allettante quella di dover pubblicare una rettifica senza replica, anche quando sarebbe indispensabile, o di cancellare dall’archivio interi articoli, a semplice richiesta del potente di turno che vuole rifarsi l’immagine.
Ed è proprio così che si dovrebbe fare, se la legge venisse approvata così com’è.
Sebbene il rapporto di Reporters sans frontières consiglierebbe di ripensarci, e nonostante si stia lavorando proprio sulla diffamazione e siano anche stati presentati emendamenti che vanno in tal senso, pare che nessuna modifica sarà introdotta per rendere almeno poco remunerativo agire senza ragione, anche nei confronti dei giornalisti (ma non solo).
Per un professionista a tutela decrescente, qual è oggi il giornalista - spesso un freelance pagato a pezzo, con pochi euro - è affrontare un processo il vero incubo, non certo la remota prospettiva di passare qualche giorno in cella.
Subire una causa, sia essa civile o penale, comporta infatti spese e preoccupazioni, ma subirla ingiustamente è insopportabile, specie se la prospettiva è quella di non recuperare comunque un euro di quel che si è speso e di rischiare che intanto l’editore si rivolga ad altri.
Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa - il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo.
Basterebbe, ad esempio, imporre al querelante che perde di pagare le spese processuali sostenute dall’imputato assolto con qualunque formula e di risarcire adeguatamente il danno arrecatogli, per averlo fatto processare ingiustamente; rendere obbligatoria la condanna al risarcimento, in sede civile, nei confronti di chi ha agito con colpa grave o, peggio, con dolo; porre a carico di chi inizia una causa civile una sorta di cauzione, una somma di denaro, proporzionata al danno richiesto, che garantisca il pagamento delle spese all’avversario se vince e che adesso si tenta spesso inutilmente di recuperare. Pochi e calibrati interventi su norme già esistenti, dunque: e l’effetto deflattivo, anche quando la «vittima» è un giornalista, sarebbe immediato.
I deputati, però, sono ostili a introdurre qualunque emendamento per evitare che la legge debba tornare al Senato e lì possa subire ulteriori modifiche o addirittura arenarsi.
Ci ripensino, perché questa sarebbe una buona occasione, forse l’ultima, per risalire in una classifica nella quale dovremmo primeggiare e che, invece, oggi ci umilia.

* Avvocato, esperto in Diritto dell’informazione
«Corriere della sera» del 17 febbraio 2015

18 gennaio 2015

I frutti del web sono di tutti, "ma ci vogliono nuove regole"

"La rete non deve essere selvaggia. Abbiamo bisogno di leggi. Basta che siano ragionevoli. Intervista al Lawrence Lessig, il padre dei Creative Commons: indica la via democratica a Internet
di Francesca De Benedetti
Sul caminetto di casa Internet c'è una fotografia. Con un uomo, Tim Berners-Lee, che di internet è il padre. E accanto a lui, in cammino tra le strade innevate del New Hampshire, Lawrence Lessig. Accademico di spicco, Lessig insegna legge all'università di Harvard, dove dirige l'Edmond J. Safra Center for Ethics, mentre a Stanford ha creato il Center for Internet and Society. Ma, per il mondo, Lawrence Lessig è innanzitutto il fondatore delle licenze Creative Commons, l'intellettuale della "Free culture" (da cui il titolo di uno dei suoi libri più famosi), l'avvocato che si è speso perché la Rete realizzasse un'opportunità di democratizzazione della conoscenza e di produzione creativa. Nella foto di famiglia non si vede, ma è come se ci fosse, Aaron Swartz, il "genio" della Rete, l'attivista per la conoscenza libera, morto suicida proprio due anni fa, l'11 gennaio 2013. Collaborò con Lessig ai Creative Commons quando era appena adolescente, e il professore non ha dubbi: è anche per la combattività che gli ha trasmesso quel ragazzo che lui, a cinquantatré anni, con un passato da giovane repubblicano alle spalle, si è messo in testa che il mondo bisogna provare a cambiarlo alla radice. Gli ha dedicato la sua "marcia ribelle" contro la corruzione, la "NHRebellion". Già, perché negli ultimi anni il professore sta concentrando la sua battaglia soprattutto contro il sistema dei "Pac" (Political action committee), finanziamenti privati che condizionano la politica americana.

Professor Lessig, da quel 2001 in cui lei fondò Creative Commons la cultura digitale è diventata più aperta e democratica oppure no?
"Devo dire che il movimento a difesa della conoscenza aperta è maturato molto, raggiungendo vittorie impensabili prima. Un esempio? Proprio Grazie a Aaron Swartz siamo riusciti a fermare Sopa (Stop Online Piracy Act: la proposta di legge per irrigidire la normativa sul copyright, ndr). Ma la politica subisce ancora troppe pressioni, ed è per questo motivo che vedo come prioritaria in questo momento la lotta contro la corruzione. Semmai la cultura politica, quella sì, è sicuramente cambiata e i progressi nella direzione di una cultura più libera sono evidenti. I giovani hanno raccolto l'opportunità dirompente che la tecnologia offriva loro. Opportunità di creare, di essere coinvolti, di partecipare".

Intanto però è la tecnologia che non smette di cambiare noi e il nostro modo di vivere. L'"internet delle cose", l'iperconnessione, la raccolta e l'analisi massiccia di dati: nuove sfide non richiedono nuove regole?
"La sfida è trasformare un mondo con regole folli in uno con leggi ragionevoli. Perché la soluzione non è una Rete sregolata, ma regolata da leggi che tengano conto dell'impatto di una tecnologia in continua evoluzione sulla società. Il mercato va mantenuto aperto e competitivo. Solo così possiamo assicurarci che la tecnologia non diventi uno strumento per mettere a rischio e minare i fondamenti sociali e democratici che le leggi stesse dovrebbero tutelare".

Ai tempi dei Creative Commons lei denunciò che l'accesso alla cultura era condizionato da poteri privati e leggi inadeguate. La difesa a oltranza della proprietà intellettuale avrebbe impedito di cogliere appieno le opportunità della Rete. Ma ora sul copyright si gioca anche uno scontro tra industrie culturali di vecchia e nuova generazione, come nel caso di Google News. La Silicon Valley di Google e di Facebook è amica, nemica oppure falsa amica della cultura libera?
"Finché cerca di garantire ampio accesso alla conoscenza, possiamo anche definirla amica. Ma Google e Facebook sono pur sempre aziende. Se fare soldi li porterà altrove, non avranno alcun interesse a garantire la cultura libera. Per tutelare la libertà dobbiamo rimanere vigili. L'ombra del monopolio c'è ed è significativa, in termini economici ma anche politici: i monopoli influenzano le decisioni politiche. Un mercato competitivo è fondamentale ".

Le corporation da una parte, i governi con la sorveglianza di massa dall'altra: da entrambi i fronti la nostra privacy sembra minacciata. Lei crede che i valori democratici siano a rischio per un eccessivo controllo della Rete, oppure no?
"Uno degli sviluppi più preoccupanti degli ultimi dieci anni è proprio questo. Guardiamo cosa è successo in America: col terrorismo e il diffondersi del panico il governo ha compromesso e indebolito le strutture portanti della Rete e il risultato paradossale è che così facendo l'ha fatta diventare meno sicura. In altre parole ciò che consente al governo di sorvegliare massicciamente ha anche reso più facili gli attacchi cinesi e nordcoreani. Con la giustificazione della lotta al terrore, il governo ha imbastito un sistema di sorveglianza impensabile prima, facilitando un controllo estremo. Difficile tornare indietro, ma necessario: la sicurezza non può compromettere la privacy e i diritti fondamentali".

Obama ha preso posizione per la " net neutrality ", cioè perché internet rimanga uguale per tutti e non diventi una Rete a due velocità che discrimina tra ricchi e meno ricchi. Fa bene il governo a intervenire?
"Sì, deve intervenire. Quella della "libertà selvaggia" è un'illusione. Perché internet rimanga davvero aperto e consenta la concorrenza è necessaria un'azione di governo. La scelta di Obama è incoraggiante, vedremo cosa succederà a febbraio quando anche la Fcc (la Commissione governativa sulle comunicazioni, ndr ) voterà, ma i segnali sono positivi".

L'europarlamentare del Partito Pirata, Julia Reda, incaricata di elaborare il testo della futura riforma europea del copyright, proprio dopodomani presenterà la sua bozza. Su questo tema, secondo lei, la direzione che sta prendendo il Vecchio continente è quella giusta?
"Il dibattito europeo è molto incoraggiante. Il Partito Pirata e il parlamento Ue stanno svolgendo un ruolo importantissimo nell'aprire e nello strutturare la discussione sul copyright, oltre che nell'arginare i monopoli. In America questo non è avvenuto, mancano nelle istituzioni gruppi così strutturati che cerchino di limitare il potere dei colossi. Avete una grande opportunità. Allo stesso tempo però anche l'industria culturale in Europa, e in particolare in Francia, è estremamente potente: condiziona il modo in cui la legge si evolverà, tende a difendere rigidamente princìpi pensati nel secolo scorso. La vera sfida invece è pensare alle regole del futuro in termini evolutivi, proiettandosi nel mondo che sarà. Sono speranzoso che in Europa coglierete questa sfida".
«la Repubblica» del 18 gennaio 2015

18 novembre 2014

In difesa del liceo classico dove si capisce la storia

di Luciano Canfora
«Il Liceo classico ci ha corrotti» disse Luigi Berlinguer, neoministro quasi vent'anni fa. A quali sue esperienze attingesse quando così sentenziò, non sappiamo. Nel suo solco si è collocato da ultimo un più giovane studioso, Andrea Ichino, il cui pensiero pedagogico è ormai stabilmente legato all'aforismo «più mitocondri, meno aoristo». Ignari entrambi dell'allarme lanciato da Tocqueville: «Gli studi classici producono cittadini pericolosi» (Democrazia in America , parte II). Allarme voltato in prosa e reso più icastico dalla Enciclopedia del Boccardo (1878) che, alla voce Comunismo avverte: «In nome delle leggi graccane» i giovani imbevuti di studi classici preparano la rivoluzione sociale!
Questo grido non si è udito ieri nel Teatro Carignano a Torino, nel corso del «Processo al Liceo classico». Si è però levata, vibrante, la voce di Ichino, che ha sporto denuncia contro il Liceo classico tacciato di «ingannevole», «iniquo» e «causa del ritardo italiano nella mobilità sociale». Accuse cui Umberto Eco ha risposto con la necessaria ironia. Presieduto con sapiente ed equanime maestria da Armando Spataro, procuratore della Repubblica a Torino, il processo si è risolto con la assoluzione piena dell'imputato: i reati addebitati non sussistono.
Partita chiusa? No. Il Liceo - tutto il Liceo, anche lo Scientifico - deve rinnovarsi. Questo è certo. E deve saper offrire in modo più concreto e con migliori risultati proprio quelle lingue «morte» che, per alcuni, ne sono l'emblema. Ma c'è un convitato di pietra. La posta in gioco infatti non è la coppia, per gli sprovveduti malfamata, delle lingue greca e latina, bensì il sapere storico come tale. Mentre si fa chiasso intorno al bersaglio più comodo (le lingue antiche) si mira invece all'insegnamento della storia. Un sapere che già un nefando imperatore della Cina nel II secolo a.C. considerava «pericoloso per il governo in carica». Quasi come Tocqueville. Ah, questi liberali!
«Corriere della sera» del 16 novembre 2014

Lode allo scientifico. Ma anche a Cicerone. Basta licei a menù fisso

Se ci culliamo troppo nella «Grande Bellezza» delle nostre tradizioni, alla fine ci mancheranno i soldi per comprarci gli antibiotici, gli smartphone, le macchine non inquinanti. Agli studenti serve un mix di conoscenze
di Andrea Ichino
Nel processo di venerdì scorso al Carignano di Torino, il liceo classico è stato assolto da tre capi d’accusa: non preparare adeguatamente i giovani per studi universitari scientifici; non prepararli per le sfide che dovranno affrontare nella società del futuro; aver contribuito a frenare la mobilità sociale nel nostro Paese.
Sotto processo, tuttavia, non era solo questo tipo di liceo, ma una caratteristica ben più profonda della società italiana: l’idea che le conoscenze storico-umanistiche, il latino e il greco siano essenziali, mentre le conoscenze tecnico-scientifiche e le lingue vive possano considerarsi un optional.
I testimoni della difesa, guidati da Umberto Eco nel ruolo di avvocato, hanno convinto la Corte argomentando che quello di cui i giovani hanno bisogno è, prima di tutto, conoscere la storia, l’arte e le lingue della loro civiltà. Luciano Canfora, uno di essi, lo ha ben spiegato sul Corriere di ieri. Queste materie sono un requisito indispensabile per dare ai giovani quella formazione mentale, quel metodo e quei valori senza i quali non potranno essere buoni cittadini e nemmeno dedicarsi, in seguito, a studi scientifici e alle lingue vive se proprio vorranno farlo. Con le conoscenze storico-umanistiche si può fare tutto, ma non è vero il converso per quelle scientifiche.
Adriano Olivetti è stato citato ad esempio perché cercava solo ingegneri che avessero studiato a fondo le materie classiche. A nulla è valso far notare che l’azienda Olivetti non esiste più, dopo aver trascinato nel baratro l’intero settore hi-tech nel nostro Paese, mentre Apple e Microsoft sono ancora lì, sebbene Steve Jobs e Bill Gates non abbiano, credo, frequentato il liceo classico. Oppure suggerire che per tradurre i linguaggi cifrati dei nazisti, i servizi britannici abbiano assunto il matematico Turing, non un latinista.
Neppure hanno convinto le prove portate dall’accusa, riguardo alla peggiore performance degli studenti del classico che tentano il test di medicina a Bologna e nei primi due anni di questo corso di laurea. Oppure il dato che gli studenti del classico che fanno domanda per la classe di scienze della Scuola Normale passino l’esame con frequenza molto inferiore a quella dei candidati dello scientifico. E questo nonostante l’Istat mostri che i primi hanno famiglie più avvantaggiate economicamente e culturalmente. La Corte ha ritenuto che l’evidenza statistica e i numeri non siano fatti rilevanti per il giudizio.
In realtà, l’accusa, da me rappresentata come Pm, non aveva nessuna intenzione di negare importanza alle conoscenze storico-umanistiche, ma solo di suggerire che quelle tecnico-scientifiche non siano meno importanti e che non basti aver studiato la storia e la lingua dei greci e dei latini per poter scoprire la struttura elicoidale del dna. I due mondi non sono in una contrapposizione intrinseca.
Se il tempo fosse dilatabile (come per Hermione nella saga di Harry Potter) potremmo senza problemi imparare a leggere l’Odissea in lingua originale per conoscere la culla della nostra civiltà, così come studiare i mitocondri per conoscere l’origine della vita su questo pianeta.
Il tempo, però, non è dilatabile: le ore in una giornata sono limitate. Così come limitate sono le risorse in termini di spazi e di docenti, anche se potessimo, come dovremmo, pagarli tanto per averne di davvero bravi. L’economia è la «scienza triste» perché una delle sue missioni è ricordare al mondo che ci sono dei vincoli di bilancio: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Per questo siamo costretti a fare delle scelte, a equilibrare esigenze opposte. Ragion per cui l’accusa ha proposto di offrire ai giovani scuole à la carte, non a menù fisso, che consentano a ciascun studente di costruire gradualmente il proprio mix ideale di conoscenze umanistiche, scientifiche e tecniche. Così accade in Germania, Paese che da anni ha abbandonato il suo rigido liceo classico.
La Corte, tuttavia, ha accolto la tesi contraria della difesa secondo cui avere tutto è perfettamente possibile (una visione «et-et» in contrapposizione allo «aut-aut» dell’accusa) e quindi non siamo condannati ad alcuna scelta imposta da limiti di tempo e spazio.
Rispetto, come doveroso, le decisioni motivate della Corte. Temo però che se continueremo a cullarci nella «Grande Bellezza» delle nostre tradizioni, alla fine ci mancheranno i soldi per comprarci gli antibiotici, gli antidolorifici, le macchine non inquinanti, gli smartphone e anche la tecnologia per la tutela del nostro meraviglioso patrimonio artistico. Beni che altri Paesi avranno prodotto, come meschine formiche, ma che saranno disposti a vendere a noi, cicale erudite, solo se saremo in grado di pagarle.
Per non parlare del debito pubblico che già abbiamo e che sarà difficile restituire solo con le orazioni di Cicerone. Il quale, però, credo ci ricorderebbe che onorare quel debito è in primo luogo un dovere morale.
«Corriere della Sera» del 17 novembre 2014

12 ottobre 2014

Colpa delle stelle: affrontare la morte per fregarla, da Omero a oggi

di Alessandro D'Avenia
In prima superiore ho chiesto di portare i libri letti durante l’estate. Sul banco di una studentessa c’era “Colpa delle stelle”, uno dei libri che ha infuocato le classifiche di libri e i cuori di molti ragazzi, anche grazie al film adesso nelle sale: una storia in cui due sedicenni per vivere il loro amore devono chiedere permesso alla morte. Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei: è la scorciatoia per iniziare a leggere la segnaletica dell’inedito che ogni ragazzo è e che, a 14 anni, non si manifesta scopertamente, ma attraverso scelte (musica, libri, film, serie tv…) che troppo spesso bolliamo come “adolescenziali”, come se da adolescenti si potesse essere altro che adolescenti o l’adolescenza fosse una colpa e non una tappa necessaria a far fiorire la vita.
Ma perché per sentirsi raccontare l’amore i ragazzi scelgono di passare per il crogiolo del dolore? Vivono immersi in una cultura che nasconde il dolore e la morte (se non come spettacolo che è un modo di occultarli). Esaurite le grandi narrazioni religiose e politiche, si trovano privi di codici simbolici capaci di dar senso alla realtà limite. L’uomo è un essere narrativo e simbolico, interpretiamo e stiamo nella realtà attraverso le storie: qualunque azione umana cerchiamo di comprenderla alla luce di una narrazione (Chi è? Da dove viene? Dove va?). Alla Musa si chiedeva di raccontare dell’uomo multiforme, perché quell’uomo era narrativamente la sintesi di ciò che ad un uomo accade nella vita, persino di dare un’occhiata all’aldilà per farsi raccontare come finisce la storia nell’aldiqua. Per poter vivere la vita in anticipo l’uomo si è arrangiato con le storie: gli scrittori sanno che i loro personaggi sono io sperimentali per saggiare la realtà. La società di Omero aveva inventato un modo per superare la morte (il grande tema su cui ogni cultura è costretta a fondare se stessa): socializzarla attraverso la tomba e i racconti epici. La pietra e l’esametro epico (il verso dell’Iliade e dell’Odissea) garantiscono immortalità a un effimero che precipiterebbe nell’oblio, che è peggio della morte.
Le cose non sono cambiate. Ieri come oggi abbiamo bisogno di segni che codifichino e decodifichino la morte, permettendoci di guardarla senza rimanerne pietrificati: abbiamo bisogno, come Perseo, dello specchio dei racconti, dei simboli, per affrontare Medusa. Non si può guardare Medusa direttamente, va affrontata con lo scudo-specchio dell’invenzione culturale. Oggi la Musa canta in serie televisive, musica, libri ... narrazioni che con coerenza gravitano attorno a temi evanescenti nell’educazione simbolica della nuova generazione. A differenza della società omerica che scongiurava la morte con la memoria perenne, oggi è l’amore che sembra avere le credenziali per sconfiggerla. Ma come può se non è per sempre? Gli adolescenti sanno che non si dichiara il proprio amore specificando la data di scadenza come lo yogurt, ma dicendo “ti amerò per sempre”. Per questo cercano storie che (as-)saggino la verità di questa formula: “per sempre” è un’illusione linguistica o la necessaria conseguenza dell’essenza amorosa? Quando lavoravo al film tratto da Bianca come il latte rossa come il sangue, uno sponsor propose di cambiare il titolo, perché la parola sangue poteva spaventare il pubblico. Mi feci una risata: proprio quella parola doveva rimanere, era come togliere il lupo dalla fiaba di Cappuccetto Rosso. I ragazzi di oggi leggono sui volti, ora stanchi ora cinici, della generazione che li cresce la caduta di ogni sogno, sostituito dal morbido o liquido pragmatismo consumistico, e temono che la vita sia una promessa non mantenuta. Ma sentono nel cuore e nella carne che la vita può essere grande e non è fatta per essere riempita di oggetti e botox, ma per essere spesa fino al sangue. Ma per chi o cosa? E come?
Così mi spiego il successo di saghe come quelle di Tolkien, Lewis, Rowling, Martin… L’epica, scacciata dalla porta del nostro cuore rimpicciolito, rientra dalla finestra dei desideri trasfigurati dalla fantasia. Le ragazze (soprattutto) leggono e guardano Colpa delle stelle (mentre i maschi ammirano gli eroi post-omerici del calcio) perché vogliono sapere come si fa ad amare ed essere amate con il coraggio che sfida la morte. Vogliono mettere la testa dove il cuore ha già intuito la verità, e la morte rimane narrativamente (cioè esistenzialmente) il modo più vero per chiamare le cose alla vita. Raymond Carver, scrittore e poeta minacciato – come i protagonisti del libro – dal cancro, volle che sulla sua lapide fossero scolpiti i suoi ultimi versi: “E hai ottenuto quello che/volevi da questa vita, nonostante tutto?/Sì./E cos’è che volevi?/Potermi dire amato, sentirmi/amato sulla terra”. Quando morì aveva solo 50 anni e le parole che un adolescente spesso non riesce a trovare. Ma sa cercare.
«La Stampa» del 18 settembre 2014

La lezione francese sull'utero in affitto

Bioetica, l’Italia rifletta sulla svolta della Gauche
di Francesco D'Agostino
I francesi ci stanno dando una lezione: le grandi tematiche della bioetica attuale (la procreazione eterologa, l’utero in affitto, l’omoparentalità per via artificiale o adottiva, la trascrizione automatica di atti di nascita eterologa avvenuta all’estero) sono da diversi mesi oggetto di un vigoroso dibattito pubblico, attivato da diversi movimenti, ma al quale – archiviata la fase supponente e dirigista anche in queste materie che così cara è costata al Partito socialista e al presidente Hollande – sta contribuendo non poco lo stesso Governo della Gauche, sia nominando commissioni di studio particolarmente qualificate (prive della timidezza che ormai contrassegna il nostro Comitato nazionale di Bioetica), sia attraverso interventi espliciti da parte di uomini politici di primo livello. Come quello dello stesso primo ministro Manuel Valls. In un’intervista a 'La Croix' (di cui 'Avvenire', in solitudine qui in Italia, ha dato ampia notizia sabato 4 ottobre), Valls ha affermato che il no alla maternità surrogata è una «scelta inflessibile» non solo del governo, ma dello stesso presidente Hollande e che la Francia pensa di contrastare la maternità surrogata anche a livello internazionale, attraverso opportune azioni diplomatiche, per indurre i Paesi dove l’utero in affitto è legale a vietarne il ricorso a cittadini stranieri, per stroncare in tal modo ogni tentazione di «turismo procreativo». Non c’è male, se consideriamo che in Italia il governo ha evitato di pronunciarsi su questioni bioetiche assai serie, ma purtroppo ora meno scottanti (come la regolamentazione dei centri di procreazione assistita pronti, dopo l’infausta sentenza della Corte costituzionale, a praticare l’eterologa), e ha rimandato ogni decisione in merito direttamente al Parlamento.
Come andranno le cose Oltralpe è difficile a prevedersi: non a caso il coordinatore della Manif pour tous, cioè del movimento che ha tenuto instancabilmente viva la polemica contro ogni manipolazione della vita, è tutt’altro che tranquillo. Non ha affatto torto, se si considera con quanta arroganza i fautori di una bioetica 'liberale' (come Irène Théry), invece di entrare nel merito delle questioni, continuano a smussarle, insistendo nel dire che il riconoscimento legale di nuove forme di famiglia e di procreazione sarebbe solo questione di tempo e di «maturazione» della pubblica opinione: come se il dibattito (per esempio in merito al diritto alla procreazione artificiale a carico di una coppia di donne) fosse riducibile al contrasto tra 'conservatori' e 'progressisti' (e quindi tra 'cattolici' e 'laici') o, per usare vecchie, ma efficaci espressioni di Umberto Eco, tra 'apocalittici' (terrorizzati dalle nuove tecnologie) e 'integrati' (coloro che invece ne sarebbero entusiasti). Non è così, come dimostra la petizione contro l’utero in affitto, nuova forma di servaggio femminile, pubblicata da 'Libération' (e di cui, ancora una volta, solo 'Avvenire' si è per ora incaricato di informare i lettori italiani) e firmata da numerose personalità di area laico-socialista. Dovrebbe essere chiaro, per chi riesca a togliersi gli occhiali dell’ideologia, che la questione non ha in prima battuta uno spessore religioso, ma antropologico e che la lotta contro la mercificazione del corpo femminile e delle nascite dovrebbe essere percepita come dovere di tutti e non solo dei credenti.
Eppure, incredibilmente, molti continuano a non capirlo, a partire dallo stesso presidente della nostra Corte Costituzionale, che in un’infelice intervista volta a giustificare la nota sentenza con cui la stessa Corte ha fatto cadere il divieto della procreazione eterologa, ha voluto sottolineare (da, ha detto, «cattolico»!) come egli abbia ritenuto un diritto umano fondamentale quello di poter aver comunque un figlio, quindi anche attraverso gameti 'donati'. Che purtroppo tali 'donazioni' siano assai spesso un rozzo trucco, che nasconde cospicue remunerazioni, che il diritto all’identità del nascituro da eterologa venga in tal modo pesantemente leso, che attraverso questi artifici si apra la porta a pratiche indirette, ma non perciò meno gravi, di eugenetica, che con la liberalizzazione della procreazione eterologa si stia creando, anzi già si sia creato, un mercato procreativo, tanto più sconcio quanto più nasconde profitti, interessi e svariate forme di sfruttamento, manipolando perfino le espressioni linguistiche più elementari (la più clamorosa delle quali è quella di «donatore/donatrice di gameti a pagamento»!), di tutto questo il governo socialista francese sembra che cominci ad accorgersene, manifestando una forte intenzione di reagire. In Italia è arrivato il momento di riconoscere, per onestà intellettuale, quanto anche la Francia laica e socialista – dopo la lacerazione al suo stesso interno a causa della introduzione di forza del matrimonio gay – stia facendo i conti con le grandi questioni di bioetica e ci stia sopravanzando su temi cruciali. Dovrebbe essere occasione per noi tutti, e soprattutto per politici e intellettuali, di severi esami di coscienza.
«Avvenire» del 7 ottobre 2014

Benson, apologia da romanzo

Cento anni fa moriva l'autore del «Padrone del mondo». Figlio del primate anglicano, divenne cattolico e prete
di Lorenzo Fazzini
Negli
Pochi anni di vita (solo 43: nato nel 1871, morì un secolo fa, il 19 ottobre 1914), ancor meno quelli da scrittore (10, dal 1904 alla prematura scomparsa), 15 romanzi; un vero, grande capolavoro, Il padrone del mondo (disponibile in due edizioni italiane, quella 'storica' di Jaca Book e quella di Fede & Cultura, che ne sta riproponendo diversi titoli).
Robert Hugh Benson oggi non è in cima alle classifiche, ma a suo tempo furoreggiava come autore di bestseller: «I miei libri stanno vendendo bene, gli editori mi stanno offrendo termini sempre più vantaggiosi» confidava a un amico sul finire della vita. Qualche cifra? La luce invisibile, scritto sulla soglia del passaggio al cattolicesimo, aveva già venduto 5 mila copie (siamo agli inizi del Novecento) quando Con quale autorità?, romanzo storico sullo scontro tra cattolici e anglicani nel ’500, raggiunse la IV edizione e Vieni ruota! Vieni forca! la settima, come certifica il suo (primo) biografo in italiano, il giovane anglista Luca Fumagalli.
Una biografia molto documentata, che inserisce la vicenda esistenziale e culturale di Benson nel quadro più ampio del Regno Unito del tempo, ovvero gli spinosi ma anche fecondi rapporti tra anglicani e cattolici. Fumagalli si sofferma sulla genesi e il retroterra di quei libri apologetici, tutti romanzi storici, che Benson vergava sulla spinta dell’adesione alla fede cattolica, lui ultimo figlio dell’arcivescovo di Canterbury, primate anglicano.
Sono numerose le scoperte sull’autore amato dagli ultimi due pontefici: sia Ratzinger (da cardinale) che Bergoglio (da arcivescovo e pure da papa) hanno dichiarato di aver letto in maniera appassionata Il padrone del mondo. Un libro – molto lodato per il suo tratto profetico anche dal filosofo Augusto Del Noce – che fece esplodere la notorietà dell’autore: Benson fu protagonista di 3 viaggi negli Stati Uniti per conferenze dove brillava come sagace oratore. In Italia i suoi testi, tradotti in almeno 10 lingue, arrivarono già negli anni Venti. «Quasi ogni famiglia cattolica in Inghilterra aveva almeno un libro di Benson» annota Fumagalli.
Nel saggio vengono messi in evidenza diversi legami culturali di Benson, che per un certo tempo fu amico e collaboratore letterario dello scrittore Frederick Rolfe, famoso per il suo Adriano VII (di recente ristampato da Neri Pozza). Benson collaborò con Rolfe per un libro su Tommaso Becket, progetto che però fece venire a galla la diversità incolmabile tra i due: tanto rigoroso e ricco di dirittura morale Benson, soprattutto dopo il sacerdozio ricevuto a Roma nel 1903 (il suo ingresso nel cattolicesimo risaliva al 1902), quanto bohémien e polemico Rolfe.
Ma sono numerosi gli incontri intellettuali di prestigio che Benson intesse nella sua breve vita. Il suo cammino verso il cattolicesimo riceve un impulso decisivo dagli scambi epistolari con padre Vincent McNabb, domenicano irlandese che predicava ogni domenica nei giardini londinesi di Hyde Park (Chesterton lo definì «il più grande uomo in assoluto nell’Inghilterra del nostro tempo»); McNabb aiutò Benson a chiarire il valore dell’infallibilità papale, principale scoglio di incomprensione tra cattolici e anglicani. Anche uno scrittore come Hilaire Belloc spese parole di estrema stima per Benson: «Mi è incredibilmente piaciuto. Ho trovato il suo lavoro di storico davvero unico».
Nel 1904 a Roma ecco poi due incontri quanto mai diversi: il 24 giugno l’udienza privata con Pio X, con un aneddoto curioso: «Il Papa si tolse lo zucchetto, prese quello di Hugh, e li scambiò. Hugh si abbassò per la benedizione, il copricapo cadde, entrambi tentarono di raccoglierlo e sbatterono le teste»... Sempre nella Capitale Benson ebbe un faccia a faccia pure con Romolo Murri, il sacerdote-politico marchigiano che sarà poi sospeso a divinis; i due si incontrano «a tarda notte, nascosti da grandi cappelli e lunghi mantelli, per non dare nell’occhio e non suscitare eccessivi mormorii nel mondo dell’intransigentismo romano».
«Avvenire» del 10 ottobre 2014

Zamagni: Alle radici del pensiero unico

Intervista
di Edoardo Castagna
Da formula di cortesia – o d’amore, o di piaggeria – quel «ogni tuo desiderio è un ordine» è diventato principio giuridico. Non c’è gruppo di attivisti che non reclami il riconoscimento per legge dei propri desiderata, elevati a “diritti”. E guai a contestare queste pretese, magari nel nome di valori che guardano appena un po’ più in là dei gusti personali: scatta immediatamente il “politicamente corretto”, che censura chiunque osi porre un argine tra desiderio e diritto. Una reazione da “totalitarismo culturale”, da “pensiero unico”: «Un’espressione – illustra l’economista Stefano Zamagni – relativamente recente e collegata al concetto sviluppato dal politologo inglese Irving Janis fin dal titolo del suo saggio del 1972 Victims of groupthink (“Vittime del pensiero di gruppo”). Nel pensiero di gruppo, gli individui che lo compongono credono, senza alcuna costrizione, alla verità di quanto elaborato da loro stessi o da chi riconoscono come autorità di riferimento».

Come ci si arriva?
«L’idea, nata studiando le sette religiose, si è poi estesa anche ad altri ambiti. Oggi per esempio i jihadisti sono espressione di un pensiero di gruppo: sono veramente convinti di combattere per la giusta causa, e lo fanno non perché minacciati o retribuiti, ma per seguire l’indicazione del califfo. Ebbene, tra gli anni ’80 e i ’90 questo concetto ha trovato spazio anche in economia, con l’affermazione del modello teorico neoliberista. Inizialmente le cose andavano talmente bene che c’erano economisti (anche premi Nobel) che ritenevano concluso il loro compito, giacché ormai avevano trovato un modello capace di diffondere ovunque il benessere e la stabilità dei mercati».

Erano gli anni in cui Francis Fukuyama teorizzava la «fine della storia» dopo il trionfo dell’Occidente capitalista sul comunismo...
«Sì, ma non solo: il pensiero unico neoliberista aveva dalla sua anche altre due armi di seduzione. La prima era l’eleganza dello strumento matematico. La matematica ha un forte potere persuasivo: quando un teorema “è dimostrato”, l’uomo della strada finisce per crederci, dimenticando che – come ricordano i matematici seri – ogni teorema è valido solo sotto determinate assunzioni di partenza. In ambito finanziario il “modello di Black-Scholes-Merton” è raffinatissimo dal punto di vista matematico e “dimostrava” come i mercati fossero in grado di auto-correggersi tendendo alla stabilità».

E l’altra “arma”?
«Il successo immediato: grazie a quel modello fino al 2007 si sono fatti soldi a palate. La supposta solidità teorica sembrava confermata dai fatti, e la conferma dei fatti contribuiva a diffondere il modello. Naturalmente oggi sappiamo che conteneva errori».

Quali?
«Il principale fu assumere che il rischio finanziario sia sempre esogeno, che cioè provenga sempre dal fattori esterni al sistema: lo rendo tanto più piccolo, quanto più aumento il volume delle transazioni finanziarie. È così che è nata la bolla speculativa dei derivati, sulla quale siamo franati perché invece il rischio era endogeno e quindi aumentava via via che aumentava lo spazio della finanza. I derivati sono stati creati in obbedienza al pensiero unico: per aumentare il numero delle transazioni».

E adesso a che punto siamo?
«Il re è nudo: quella teoria non è più in grado di suggerire linee d’azione. Ci troviamo in un limbo, ma io sono ottimista: la storia del pensiero economico insegna che dall’incertezza entro poco nasce un nuovo pensiero. Fu così nel ’700, quando dopo il mercantilismo si affermarono l’economia civile in Italia (Genovesi, Filangieri, Dragonetti) e l’economia politica in Scozia (Smith); fu così dopo la crisi del 1929, quando emerse Keynes. Oggi anche ex difensori del pensiero unico – come i Nobel Stiglitz, Phelps e Krugman – hanno cambiato direzione, per non parlare di Amartya Sen, che ha cominciato a criticarlo fin dagli anni ’70... Si sta preparando una nuova rivoluzione scientifica».

Ma se il politico continua a delegare al tecnico le proprie decisioni, non c’è il rischio di cadere subito negli stessi errori?
«L’economia deve essere autonoma, ma non separata dall’etica e dalla politica. Occorre ribaltare il principio del “Noma” (Non-overlapping magisteria) teorizzato fin dal 1829 da Richard Whateley, che sostiene che “i magisteri non si sovrappongono”, che per essere scienza l’economia non deve mescolarsi all’etica e alla politica. Business is business. Per evitare di riprodurre il pensiero unico bisogna garantire il pluralismo, invece negli ultimi decenni i fondi di ricerca, le cattedre universitarie, gli spazi di pubblicazione andavano solo agli “allineati”. Questa è dittatura del pensiero».

Una dittatura che non si limita al campo economico...
«Vale per l’economia come per le scienze sociali, il diritto, la bioetica. L’individualismo libertario tende a far credere che le preferenze degli individui abbiano lo stesso statuto dei loro diritti: se preferisco diventare donna e generare un figlio devo poterlo fare, se preferisco scegliere come dev’essere fatto il mio bambino devo poterlo fare... Eppure non c’è solo il “diritto” dell’adulto che decide: c’è anche, per esempio, quello del nascituro. Che non viene mai riconosciuto, perché non c’è nessuno che possa “negoziare” in vece di chi non ha voce».

Ma questa è la teoria liberale classica: mediazione tra diritti che confliggono…
«I vecchi liberali erano persone serie... John Stuart Mill diceva che le preferenze devono avere sfogo fino a quando compatibili con i diritti di tutti. Era lo spirito della prima rivoluzione dell’individualismo, quella illuminista di fine ’700. A fine ’900 invece la seconda rivoluzione ha imposto il pensiero unico di un individualismo non più liberale ma libertario – per il quale le preferenze dell’individuo hanno lo stesso statuto dei diritti. Ed è reso ancor più pericoloso dal fatto che oggi la tecnologia consente di ottenere quello che un tempo non si poteva nemmeno immaginare».
«Avvenire» dell'8 ottobre 2014

08 ottobre 2014

È confermato: la vita va oltre la morte

Studio inglese
di Emanuela Di Pasqua
L’Università di Southampton ha condotto una ricerca su 2mila pazienti colpiti da arresto cardiaco per indagare il livello di consapevolezza delle persone clinicamente decedute
La possibilità che la vita si estenda oltre l’ultimo respiro è una materia che è stata trattata ampiamente, spesso giudicata con aperto scetticismo. Le esperienze riportate dalle persone così fortunate da poterle raccontare sono state generalmente spiegate come allucinazioni dovute alla grave condizione psicofisica. È di questi giorni però la pubblicazione di un interessante studio inglese che comproverebbe il mantenimento di un certo grado di coscienza da parte di persone in arresto cardiaco.

Esperienze coscienti a cuore fermo
Per quattro anni i ricercatori della Southampton University hanno esaminato i casi di 2.060 persone, tutte vittime di arresto cardiaco, in 15 ospedali sparsi tra la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Austria. Secondo i dati in possesso degli studiosi inglesi, circa il 40 per cento dei sopravvissuti ha descritto esperienze coscienti provate mentre il loro cuore aveva smesso di battere. In cifre, dei 330 scampati alla morte 140 hanno raccontato di essere rimasti parzialmente coscienti durante la rianimazione.

Uscire dal corpo e guardarsi
Singolare il caso di un assistente sociale cinquantasettenne di Southampton che ha raccontato di avere lasciato il proprio corpo e di avere assistito alle procedure di rianimazione dello staff medico da un angolo della stanza nella quale era ricoverato. L’uomo, benché il suo cuore si fosse fermato per tre minuti, ha raccontato nei dettagli le azioni dei medici e degli infermieri e ha ricordato anche i suoni delle apparecchiature mediche. Il particolare che ha attirato l’attenzione dei ricercatori è stato che l’uomo ricordava i beep emessi da un particolare apparecchio, programmato per emettere segnali sonori ogni tre minuti. «Quell’uomo ha descritto tutto quello che è avvenuto in quella stanza - ha dichiarato Sam Parnia, direttore della ricerca -, ma la cosa più importante è che si è ricordato di aver udito due beep. Questo ci permette di comprendere quanto è durata la sua esperienza».

Senso di pace e luce abbagliante
Le altre testimonianze tendono a essere piuttosto uniformi nel loro contenuto. Un paziente su cinque ha sperimentato un inusuale senso di pace e circa un terzo dei 330 sopravvissuti ha assistito a un rallentamento o a una accelerazione del tempo. Alcuni hanno rammentato una forte luce simile a un flash o a un sole splendente, mentre altri hanno raccontato di una sensazione di paura di affogare e venire trascinati in acque profonde. Infine, il 13 per cento di coloro che sono stati rianimati ha ricordato delle esperienze extracorporee e un aumento delle percezioni sensoriali.

Ai confini della morte
Sam Parnia è uno specialista in anestesia e rianimazione, attualmente primario del reparto di Terapia intensiva e direttore del dipartimento di ricerca sulla Rianimazione presso la Scuola di Medicina della Stony Brook University di New York. È considerato uno dei massimi esperti mondiali nel campo della morte, del rapporto mente-cervello e delle esperienze ai confini della morte. Dal 2008 Parnia fa parte del progetto AWARE, uno studio internazionale promosso da Human Consciousness Project al quale hanno aderito venticinque ospedali tra Europa e Nord America. Lo scopo del progetto è quello di verificare se le percezioni riportate da pazienti che hanno superato un arresto cardiaco possono essere provate.
«Corriere della sera» dell'8 ottobre 2014

28 settembre 2014

Némirovsky sulla conoscenza dell'umanità

Un brano tratto da Suite francese (Adelphi, p. 341)
di Irène Némirovsky
Lucile pensò che l'idea di quella nuova guerra li riempiva, visibilmente, di tristezza, ma proibì a se stessa di approfondire troppo i loro sentimenti: non voleva cogliere sull'onda dell'emozione qualche sprazzo di ciò che si sarebbe potuto chiamare «il morale del combattente». Era quasi un lavoro da spia, e lei si sarebbe vergognata di compierlo. Del resto, adesso li conosceva abbastanza per sapere che si sarebbero comunque battuti bene! ... Insomma, disse fra sé, c'è un abisso fra il giovane che vedo qui e il guerriero di domani. E' risaputo che l'essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo. E lo spettacolo più appassionante e più terribile, pensò ancora; il più terribile perché è il più vero: non ci si può illudere di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella bonaccia. Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in un periodo come questo può dire di conoscerli - e di conoscere se stesso.
Postato il 28 settembre 2014

12 settembre 2014

Scuola: il rischio noia se si perde la meraviglia

di Alessandro D’Avenia
​L’alternativa a una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire coinvolgimento con tutto l’essere (corpo, cuore, testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato (dal corpo, cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente compatibile con l’impegno e la fatica, cosa che la noia non potrà mai ottenere, e neanche il divertimento che si esaurisce nella consumazione dell’esperienza.
Ma che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i suoi strati? Quale presenza riesce a muovere la persona nella sua completezza chiedendole di andare oltre?
Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice:
«Ho 15 anni, ho fatto il primo anno al classico e più l’inizio della scuola si avvicina più vado in crisi. Non mi fraintenda: io ho una sete di apprendere smisurata, la mia curiosità più viene alimentata e più cresce. Io ho veramente voglia di studiare. Ma se da una parte i miei occhi ardono di scoperta, dall’altra i miei professori, con occhi di ghiaccio assolutamente inespressivi, parlano con disinteresse alla materia, senza amore verso ciò che fanno. Come facciamo a mantenere vivo l’interesse e a realizzare noi stessi in una scuola che insegna senza amore? In una scuola che pensa solo a classificarci tutti tramite voti, voti e ancora voti? Ho avuto la fortuna di assistere a una lezione di un poeta, mentre parlava di Leopardi e parafrasava alcuni suoi versi, non si poteva che rimanere lì, incantati dal suo sapere, meravigliati da come la faceva diventare parole per noi, stupiti da come "un’altra poesia da studiare" si trasformasse in "questa poesia parla di me, la voglio approfondire!" Questo è ciò che io chiamo imparare».
Occhi ardenti (movimento) contro occhi di ghiaccio (immobilità). Interesse (esserci in pienezza) contro disinteresse (esserci se non in parte). Che cosa ha di diverso quell’uomo che parla di Leopardi: incanta, meraviglia, porge la poesia come un pane buono, spinge l’eros di sapere ad andare oltre, a lanciarsi nell’alto (altum in latino è l’aperto e il profondo al tempo stesso) dell’Ulisse dantesco, per dissetare la sete dei sensi in veglia.
L’alternativa ad una scuola noiosa è una scuola "meravigliosa", cioè capace di destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva così questo sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere». Sorprende la somiglianza tra la descrizione di Aristotele e le parole della quindicenne: questa cosa mi interessa, cioè riguarda tutto il mio essere da dentro, non posso perdermela, devo andare oltre.
Ma dobbiamo capire meglio cosa sia questa meraviglia, per poterla recuperare e suscitare. La definisco un sentimento misto: sorpresa unita a pace. Qualcosa di nuovo si impone alla nostra attenzione e spiazza la nostra intelligenza, ma non basta. Siamo chiamati a fermarci, sostare, osservare, andare alle fonti di quello stupore che ci ha afferrato, per attingerne la causa. Veniamo trasformati da passanti distratti in spettatori curiosi e attenti, per questo prima parlavo di (rap-)presentazione del sapere (il professore agisce il sapere).
La generica sete di sapere che caratterizza ogni essere umano attraverso la meraviglia diventa interesse specifico: dal bambino affascinato dal gioco nuovo che cerca di aprire per capire come faccia a muoversi, al ricercatore che osserva al microscopio un grumo di cellule.
La realtà è una promessa di sapere che aggancia attraverso la meraviglia, capace di generare una ricerca (un girare attorno all’oggetto: ri-circa) di tipo sapienziale o scientifico, come dice Aristotele.
Il compito di ogni insegnante è proprio quello di presentare nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi occhi, la meraviglia verso l’oggetto in esame. Non esistono aspetti della realtà poco interessanti, esistono casomai persone poco interessate.
Quest’estate ho ascoltato da un amico appassionato di pesca il racconto di una notte passata a prendere i pesci-lama. Alla fine del racconto volevo sapere come erano fatti questi pesci, volevo capire il tipo di esca e di amo che aveva usato, volevo andare a pesca, che non è stata mai al centro dei miei interessi, ma la meraviglia del suo racconto mi aveva cambiato in pochi minuti.
L’insegnante è un narratore-attore della meraviglia verso ciò che insegna, provoca eros manifestando il suo eros. L’attenzione dell’allievo agganciata si porta verso la cosa e non verso l’insegnante, altrimenti non si tratterebbe di meraviglia ma di seduzione. Il sapere somiglierà ad un regalo impacchettato: un pacchetto ben fatto segnala qualcosa che è per me e solo per me, una sorpresa. Nessuno però si accontenta del pacchetto: va oltre, apre, riceve, ringrazia.
Questo non vuol dire che avrò una classe di occhi ardenti e assetati, ma semplicemente che darò a coloro che saranno pronti la possibilità di accendersi. Solo al fuoco della meraviglia cuore e mente vengono unificati e lanciati oltre. Solo chi coltiva questo fuoco in sé riesce a insegnare, altrimenti con il tempo si riduce ad assegnare.
«Avvenire» dell'11 settembre 2014

11 settembre 2014

Giovanni Raboni, l’ultimo dei maestri

Dieci anni fa moriva lo scrittore milanese, che fu anche critico letterario e teatrale del «Corriere della Sera». Impegno, passione civile e senso di appartenenza
di Paolo Di Stefano
Non è nostalgia affermare che Giovanni Raboni rappresenta un mondo letterario definitivamente tramontato: quello di un impegno totale e irrinunciabile, a 360 gradi, nella poesia, nella saggistica, nella critica militante in primis letteraria, ma anche teatrale e cinematografica (per «Avvenire»), nella traduzione di classici pressoché «impossibili» da tradurre (Baudelaire, Proust); senza dimenticare l’instancabile attività editoriale, la redazione, la promozione e la direzione di riviste e collane. La sua è una presenza che sin dagli anni Cinquanta, subito dopo la laurea in Storia del diritto romano (1955) — e ben prima di lasciare definitivamente le consulenze legali che hanno occupato Raboni professionalmente fino al 1964 — copre un arco di interessi pressoché illimitato, tenuto sempre ai massimi livelli di originalità e di rigore, sia pure sempre con quell’understatement che caratterizzava il suo «abito mentale e morale» (Mengaldo).
Nessuno, persino nella sua generazione, è riuscito a fare altrettanto. Basta un semplice elenco, anche parziale, delle date, delle funzioni, degli impegni per rimanere sbalorditi (e lasciando da parte i titoli delle sue opere): le collaborazioni alla «Fiera letteraria», a «Letteratura», ad «aut aut», al «Verri», la fondazione nel ’62 di «Questo e altro», il periodico letterario diretto da Dante Isella, Vittorio Sereni e Niccolò Gallo (ma il factotum era Giovanni), il contributo attivo a «Paragone» e ai «Quaderni piacentini» dei suoi amici Grazia Cherchi, Piergiorgio Bellocchio, Goffredo Fofi. E poi ancora: «Nuovi Argomenti» e la rubrica televisiva Tuttilibri; la consulenza, la redazione e infine la dirigenza nella Garzanti; per oltre un decennio l’attività recensoria per «Tuttolibri», il supplemento della «Stampa», e poi per il «Messaggero» e per il settimanale «L’Europeo» per un altro decennio. E ancora nuove consulenze: Mondadori e Guanda, per cui sarà chiamato a dirigere le collane «Poeti della Fenice» e «Quaderni della Fenice», e l’organizzazione con Antonio Porta del festival Milanopoesia, dall’85 al ’92. E non è tutto, ci vorrebbero due o tre vite ad altri per eguagliare, anche solo numericamente, la bio-bibliografia di Raboni.
Con quell’aria vagamente pigra, di apparente nonchalance, ha abitato il suo tempo con un’energia impressionante, fino alla collaborazione al «Corriere» dal 1988, al Consiglio d’amministrazione del Piccolo dal 1998, dopo un decennio di assidua militanza nella critica teatrale. Energia alimentata da una spinta civile che era il suo solo modo di intendere la letteratura, se si pensa che anche la sua produzione poetica, pur sembrandone a volte lontana, conserva sempre intenzioni «politiche» (non di rado anche senza virgolette). Erano le sue «devozioni perverse» (titolo di un suo libro), che andavano dalla rivendicazione dei valori letterari contro ogni luogo comune ereditato stancamente alle utopie politiche: ostinazioni che sentiva irresistibili e che sollecitavano l’editorialista su tutti i fronti a coniugare l’esperienza di studi tecnici di diritto, di economia politica e di scienze delle finanze con lo sguardo fermo (etico) sulla realtà, tratto saliente del poeta Raboni. Del resto, Raboni sembra aver preso molto sul serio il primo suggerimento rivoltogli, giovanissimo da Ungaretti, in una letterina del 1955: «Lavori», gli scrisse il vecchio poeta dopo aver ricevuto uno dei suoi componimenti d’esordio. Raboni aveva 23 anni e da allora il suo percorso sarebbe stato molto lungo, e pieno di soddisfazioni umane oltre che intellettuali, grazie agli incontri con critici-poeti-maestri diventati nel tempo suoi amici fedelmente ammirati. Tra questi Carlo Betocchi, che già nel 1953, premiandolo come giurato in un concorso poetico, vide molto lontano parlando di «ispirazione, vera e profonda» e consigliandogli di custodire i suoi indubbi «doni» «con la virtù, con lo studio, e con l’amore intenso che Lei ha per la verità». Mettiamo pure nel conto il cattolicesimo pastorale del poeta fiorentino, ma davvero è nostalgia segnalare come allora le relazioni tra giovani e vecchi erano alimentate da un rispetto reciproco, nell’ammirazione da una parte e nella generosità e fiducia dall’altra?
Raboni è stato forse l’esempio più illuminante di una generazione (l’ultima?) di maestri che hanno saputo coltivare i maestri ricevendone in cambio non effimeri attestati di stima, ma riconoscenza vera e insieme nutrimento diretto. Lo dicono molte lettere inedite che segnalano quanto quella rete di scambi, quella conversazione familiare e continua, cui Raboni non è mai venuto meno, fosse «nobilissima ed entusiasmante», come scrive Massimo Onofri chiudendo l’introduzione a una raccolta di recensioni raboniane per il «Corriere». Un’epoca davvero finita, aggiunge Onofri. Si direbbe che è finita la sua «pesantezza» e la sua serietà, lasciando spazio alla leggerezza e alla condivisione istantanea. Se nel ’62 Elio Vittorini si scomoda a scrivere al trentenne Raboni che il suo saggio su Rebora è un «intervento coi fiocchi», «ottimo sia come impostazione, sia come argomenti», si capisce oggi che non si tratta di complimenti rituali, essendo rimasto, quel contributo inizialmente consegnato a «Questo e altro», una pietra miliare per comprendere i versi del poeta-presbitero milanese. Altro che balletti in maschera da Prima Repubblica delle lettere. No, no. È tutta sostanza: materia viva, di confronto umano e intellettuale, da cui si evince la centralità conquistata da Raboni nel dibattito letterario e nella critica. Già nell’ottobre 1968, un tipo difficile come Andrea Zanzotto gli scrive che il saggio di «Paragone» sull’«antimateria» de La beltà traccia «le coordinate più attendibili per un discorso che, qui accennato soltanto, resta tuttavia il più definitivo». E nel ’71 il sessantenne Attilio Bertolucci, in stato di eccitazione dopo la lettura, si esprime così a proposito di un superlativo intervento raboniano in cui spiccavano la straordinaria inventività metaforica del critico e insieme il suo acume analitico: «immaginavo una cosa bella e profonda, ma quanto ha saputo scrivere sul “dissanguamento”, sulla metrica, è arrivato anche più in là di Pasolini, di Lavagetto, pure molto belli. È più in là di tutti».
L’entusiasmo suggerisce inoltre allo stesso Bertolucci una bellissima autocritica esistenziale: «La mia riluttanza a pubblicare (in volume), per anni, adesso, mi pare un po’ stupida. Voglio dire che il mio timore di non venire inteso, pur fondato in un certo senso, non teneva conto della vita, che va avanti, che a un certo momento ti fa trovare vicino, vicinissimo chi ha saputo, potuto, intendere tutto. E con una chiarezza che tu, implicato e inerme, non avevi né hai». E poi: Caproni, Sereni, Penna, Luzi, Giudici, Fortini, scambi che parlano di poesia come fosse vita e viceversa. Lunghe e lunghissime fedeltà radicate nella parola, nel rispetto del lavoro degli altri, nella cura della poesia (propria e altrui) intesa come totalità esistenziale e dunque senza risparmio di energie. Gira la testa a pensare all’abisso che si è aperto tra il tempo di Raboni, pur cronologicamente così vicino, e il nostro. Ha detto Giovanni, in un’intervista radiofonica del 2003: «in una poesia ho scritto che “cerco” a volte “di immaginare la felicità dei morti” e penso che anche per i morti la felicità sia la vita». Glielo auguriamo (a lui, ma anche a noi).
«Corriere della sera» del 9 settembre 2014

10 settembre 2014

Nel vivere e invecchiare abbiamo lo stesso eroismo che ebbe Achille

Soltanto la normalità della vita quotidiana ci rende eroici ed esemplari
di Javier Gomá
L’Antichità ha visto nel sublime una forma del bello e quindi si è potuto parlare propriamente di una «bellezza sublime». Solo più tardi, durante l’Illuminismo (Burke e Kant), è stato istituito un antagonismo radicale tra il bello e il sublime [...] da cui è risultato un concetto di sublime non solo senza forma (informe, deforme, brutto) ma anche senza luce, privo cioè di claritase pertanto tendente all’oscuro, al sinistro, al morboso e persino al demoniaco. L’etimologia latina di «sublime» (sublimis) designa ciò che è molto alto e «sublimare» ha significato dapprima l’atto di sollevare o elevare: sublime, insomma, si riferisce a ciò che è grande per altezza morale ed estetica. La modernità ha ignorato il concetto originario di grandezza come elevatezza e lo ha sostituito con un altro che lo assimila all’intensità del sentimento o al gigantismo dei grandi numeri (spettacolari opere di architettura, impensabile numero di stelle e galassie nell’universo). Questo cambiamento da una grandiosità qualitativa ad un’altra puramente quantitativa ha tralasciato quell’esemplarità che, per il suo carattere straordinario, è soprattutto degna di essere generalizzata socialmente mediante l’imitazione e di permanere nel tempo
Tuttavia, una modernità senza grandezza esemplare è una modernità senza gloria. Possiamo sentire, pensare e rappresentare il sublime nella cultura attuale? Molti direbbero no. La sola menzione del sublime suscita un cenno di scetticismo se non un’espressione di sarcasmo. Il cinismo imperante avrebbe sradicato dal mondo contemporaneo la possibilità stessa del grandioso; l’egualitarismo democratico avrebbe imposto un livellamento generale che lo esclude. [...] È proprio vero? Longino già si chiedeva perché nella sua epoca scarseggiassero i poeti sublimi e trovava due ragioni. La prima: l’assenza di libertà democratiche durante l’Impero romano: «La democrazia è un’eccellente nutrice di geni e solo al suo interno fioriscono i grandi uomini di lettere». La seconda: la brama smodata di ricchezza e di piaceri dei suoi contemporanei, i quali, dominati dall’indifferenza, non guardavano verso l’alto e non intraprendevano mai nulla degno di emulazione e di onore. Cosa dovremmo dire del nostro tempo? In questo inizio di XXI secolo la democrazia si è fermamente stabilizzata in Occidente, ma ovunque regna l’indifferenza verso il sublime. Perché?
Solo per brama di ricchezza e di piaceri? Senza un anelito di elevazione verso l’eccellenza, le culture si impoveriscono irrimediabilmente. Ogni epoca propone un ideale — greco, romano, medievale, rinascimentale, illuministico, romantico — che, come espressione suprema dell’essere umano, attrae per la sua perfezione, illumina l’esperienza individuale e mobilita l’entusiasmo latente facendo avanzare il gruppo verso una meta. Una società senza ideali — e il sublime è una forma di ideale — è condannata fatalmente a non progredire, a ripetersi e infine a decadere. [...] Il mio libro Esemplarità pubblica (del 2009; tradotto in italiano nel 2011 da Armando Editore) propone una teoria dell’esemplarità egualitaria, alternativa all’esemplarità aristocratica che, in modo implicito, è stata egemone per millenni. Di questo libro interessa qui evidenziare solo uno dei suoi corollari antropologici. Nella concezione dell’individuo moderno l’ideale dell’esemplarità è stato sradicato perché la modernità si immagina un io autonomo, libero dall’imitazione e dalla guida di altri. Secondo questa concezione inoltre ciascun io è consapevole della propria irripetibile unicità e manca perciò assolutamente di quegli elementi comuni tra le persone che stanno a fondamento dell’imitazione di un modello esemplare. In effetti, a partire da Herder ci siamo abituati a trovare il carattere dell’individualità umana solo in ciò che è differente, speciale, peculiare di ciascuno di noi: essere un individuo consiste nell’essere distinto, unico nel proprio genere; fare esperienza significa sperimentare la propria irripetibile singolarità. La rappresentazione moderna della soggettività prende in prestito le proprietà che Kant attribuiva esclusivamente al genio artistico: collocarsi al di sopra delle regole comuni, essere creatore e legislatore di se stesso.
La medesima avversione per ciò che è comune si trova anche nel Saggio sulla libertà di Stuart Mill, che presenta l’originalità del singolo come il «sale della terra». Loda la ricchezza, la varietà e pluralità delle forme dell’io e disprezza quanti operano secondo i costumi collettivi, per i quali sarebbe richiesta unicamente «la facoltà di imitazione delle scimmie». Per lui, i costumi — questo elemento imprescindibile di socializzazione e civilizzazione — sono il patrimonio della massa, della «mediocrità collettiva», rispetto alla quale raccomanda all’individuo di praticare l’«eccentricità». L’ideale dell’esemplarità richiede una rappresentazione della soggettività che, anziché mettere l’accento sulla eccentricità che ci distingue, assuma invece positivamente ciò che è comune e che tutti condividiamo in quanto uomini. [...]
Tutti partecipiamo di un’esperienza comune, generale, oggettiva che si riassume nell’universale «vivere e invecchiare» degli uomini; un’esperienza fondamentale che, pur essendo la mia esperienza, è però anche un’esperienza generale. Siamo tutti ugualmente mortali e questo essere mortali ci è essenziale. Tutti noi che sulla terra viviamo e invecchiamo facciamo ugualmente parte dei «comuni mortali» e di fronte a questa esperienza decisiva qualunque differenza si mostra irrilevante o secondaria. La condizione egualitaria e universale di essere dei «comuni mortali» crea i presupposti antropologici dell’esemplarità. Solo se vi è un sostrato comune che lega gli uomini tra loro diventa possibile l’imitazione di un modello, e questo accade perché l’esemplarità contiene per sua natura una chiamata alla ripetizione e può essere ripetuto solo l’esempio di qualcuno con cui si ha o si può avere qualcosa in comune. È quanto accade anche ad Achille, l’eroe del mito [...]. La sua esperienza fondamentale (quella di apprendere ad essere mortale) è anche la nostra. Achille non solo è il protagonista di un bel mito antico, [...] ma racchiude il paradigma permanente dell’umano. La sua gloria è anche la nostra. Tutti noi, uomini e donne, [...] abbandoniamo come Achille il gineceo della nostra adolescenza e ci imbarchiamo sulle navi greche con gli altri eroi in direzione di Troia, dove moriremo nella lotta per guadagnarci un nome, quello della nostra individualità personale plasmata nell’elemento della mortalità condivisa. Questa traversata di mare simboleggia l’impresa, comune a tutti gli uomini in tutti i tempi e luoghi del mondo — impresa permanente e mai del tutto compiuta — di apprendere la nostra condizione mortale.  
La sublime grandezza di Achille si ripete poi in tono più quotidiano ma altrettanto eroico nella vita di ciascuno di noi. Quell’io che avanza nel cammino e passa dal gineceo a Troia è il nuovo Achille, l’attualizzazione contemporanea dell’eroe esemplare, la reiterazione del migliore fra gli uomini. Lo stadio etico oltrepassa l’universo della fase precedente, ma ne conserva un momento estetico che, coniugato con l’eticità, illumina l’individualità umana. Questa, l’individualità, capolavoro dello stadio etico, costituisce l’esperienza comune, generale e normale dell’uomo in quanto uomo. Montaigne replica anticipatamente a Mill e alla sua dottrina dell’io eccentrico quando, nell’ultima pagina dei suoi lunghi Saggi annota una delle sue convinzioni più profonde: «Le vite più belle sono, a mio parere, quelle che si adattano al modello comune e umano con ordine ma senza miracoli, senza stravaganza». In realtà, ogni uomo che nasce, lavora, si fa una casa e muore, partecipa dell’intensità e della drammaticità del dilemma di Achille. Contempliamo questo io quotidiano — capofamiglia responsabile e professionista competente — che invecchia compiendo il suo dovere senza stravaganza e torna a casa ogni giorno dopo una giornata monotona e prevedibile, sì, ma utile per la comunità: in questo io della medietà, di un’esemplarità senza rilievo, risplende la gloria dell’antico eroe. Perché in questo io si deve giustamente ammirare l’atto eroico di assumere la propria mortalità, anche se questo eroismo per lo più è velato dal sereno compimento del proprio dovere e dall’assenza di manierismo propria dello stadio etico. Anche se il romanticismo, facendo del genio artistico il modello dell’individualità moderna, ci ha resi incapaci di cogliere la nobile semplicità e la serena grandezza dell’etica normale, la più alta missione dell’uomo consiste nel meritare questa normalità. Lungi dal non essere all’altezza dell’uomo, non ne esiste al mondo una più grande e degna di lui, e costituisce un compito così vasto da richiedere un’intera vita.

Testo della Lezione magistrale che Javier Gomá terrà a Modena, domenica 14 settembre alle ore 11.30 (traduzione dallo spagnolo a cura di Michelina Borsari)
«Corriere della sera» del 9 settembre 2014

09 settembre 2014

Usa: tramonta la tutela sul web, così la Rete rischia la deriva illiberale

L'allarme
di Massimo Gaggi
Arriva la svolta sui domini internet: più libertà o più potere alle dittature?
Molti pensano che l’evidente ritrosia di Barack Obama a continuare a svolgere, da presidente e comandante militare della maggiore potenza planetaria, il ruolo di gendarme del mondo ha contribuito a farci scivolare tutti in una situazione caotica, con la moltiplicazione di conflitti, violenze, atti barbarici. Ribelli, terroristi e regimi dittatoriali approfittano del vuoto di potere, della assenza di un credibile guardiano dell’ordine internazionale, per cercare di modificare gli equilibri a loro favore.
Analisi solo in parte fondata (Obama è comunque costretto a operare in un contesto molto più complesso di quello che avevano davanti i suoi predecessori «imperiali», da Eisenhower a Reagan, e ha alle spalle un’America economicamente più debole e stanca di guerre), ma di certo il presidente ha peccato per eccesso di prudenza. E adesso molti cominciano a chiedersi se lo stesso errore non lo stia facendo anche nella gestione del sistema di distribuzione dei domini di Internet, la linfa vitale dell’era digitale. L’amministrazione del Web fin qui è stata affidata all’Icann, una società privata non profit di diritto americano basata in California con un «board» di 16 membri scelti tra esperti e le altre associazioni del settore. Un sistema certamente anomalo ma che ha funzionato e ha garantito, fin qui, la libertà della Rete dalle interferenze governative. Salvo quella del governo Usa: Icann opera sulla base di un contratto con il dipartimento del Commercio Usa che però, fin qui, si è limitato a esercitare un discreto ruolo di sorveglianza. Dopo molte pressioni internazionali, anche in sede Onu, nel marzo scorso però Obama ha deciso di rinunciare a questo privilegio: contratto e sorveglianza Usa cesseranno dall’autunno 2015.
L’organismo tecnico dovrebbe difendersi da solo dalle interferenze dei governi espresse da un comitato intergovernativo che ha un ruolo solo propositivo. Ma un mese fa alcune regole sono state silenziosamente cambiate e ora per l’Icann diventa più difficile ignorare le richieste dei vari regimi mentre nel comitato intergovernativo, spesso riunito all’improvviso e con molte assenza, sono già emerse proposte liberticide. Il rischio che Paesi come Cina, Russia e Iran mettano in piedi maggioranze per avallare censure della Rete nei loro Paesi o addirittura per oscurare vicini «scomodi» (Hong Kong o l’Ucraina) sta diventando consistente. Ora sono le stesse imprese del Web, la Internet Commerce Association, a lanciare l’allarme.
«Il corriere della sera» del 9 settembre 2014

02 settembre 2014

Sette europei su 10 vedono film senza pagare

di Alessandro Longo
La pirateria non è un'anomalia di sistema, un cancro da estirpare: è diventata una prassi consolidata, seguita dalla maggior parte degli utenti internet, e rischia di essere persino funzionale allo sviluppo della creatività e dell'industria cinematografica. Emerge questa realtà - che contrasta le tesi dagli alfieri del copyright - se mettiamo assieme una serie di studi fatti negli ultimi anni da diversi istituti di ricerca, università e dalla Commissione europea.
Cominciamo da quest'ultima: un suo studio di quest'anno (http://bookshop. europa. eu/it/a-profile-of-current-and-future-audiovisual-audience-pbNC0414085) rivela che il 68 per cento degli utenti europei vede film gratis su internet (streaming o download). Non solo: il 50 per cento di loro dice di non pagare i film perché non può permetterselo per tutti quelli che intende vedere. Questa affermazione suggerisce che i film visti gratis non sono davvero una perdita di introiti per l'industria, visto che quelle persone non potrebbero mai pagarli (semmai, rinuncerebbero a vederli se non potessero farlo gratis). Ne deriva anche che la disponibilità di film gratis aiuta a diffondere la cultura cinematografica tra i ceti meno abbienti, che non avrebbero alternative alla pirateria. Sempre secondo lo studio europeo, infatti, la maggioranza degli utenti che vede gratis i film ha un reddito inferiore ai mille euro al mese e sono tipicamente giovani e con un alto livello di istruzione. E' l'identikit di una generazione che nonostante la laurea è sotto occupata e può soddisfare i propri interessi culturali anche (o solo) grazie alla pirateria.
Ci sono poi studi secondo cui la pirateria fa da volano alla visione legale dei film (al cinema e in dvd), a mo' di veicolo pubblicitario non convenzionale. Il primo che va in questa direzione è stato di Gfk, commissionato dall'industria cinematografica tedesca per certificare la crescita delle vendite nelle sale dopo la chiusura del portale pirata Kino.to. Studio mai pubblicato ufficialmente perché aveva scoperto una verità opposta; ma è finito comunque su internet per vie traverse e quindi ormai è di dominio pubblico (http://www. repubblica. it/tecnologia/2011/07/29/news/pirateria_cinema-19494246/). In seguito, uno studio dell'università del Minnesota ha aggiunto che non è possibile provare un rapporto causa-effetto tra pirateria e calo degli incassi cinematografici (http://papers. ssrn. com/sol3/papers. cfm?abstract_id=1986299).
Più di recente, una ricerca congiunta tra la ISM (International School of Management Campus München) e l'università di Copenhagen ha analizzato l'effetto della chiusura di Megaupload (celeberrimo sito pirata) e ha trovato evidenze interessanti. Ha rilevato l'aumento del business solo per i maggiori film blockbuster e nessun vantaggio per la maggioranza dei film. Per quelli di nicchia, non commerciali, ha scoperto che anzi l'impatto è stato negativo, perché secondo i ricercatori la pirateria fa in questo caso da cassa di risonanza per le opere di qualità poco pubblicizzate, "diffondendo l'informazione dai consumatori che hanno poco interesse a pagare a quelli che invece ne hanno molto", si legge nella ricerca. Inoltre, sempre nell'ottica del rapporto tra pirateria e diffusione della cultura, uno studio dell'Authority inglese Ofcom (http://stakeholders. ofcom. org. uk/market-data-research/other/research-publications/user-generated-content/) dice che una normativa copyright troppo rigida soffoca le nuove forme di creatività su internet, che spesso usano e reinventano opere protette da diritto d'autore.
Forse anche tra l'industria cinematografica sta cominciando ad attecchire l'idea- fino a ieri eretica- che la pirateria non sia una pratica del tutto avulsa dal normale business: nell'apprendere che il suo Il Trono di Spade è stato la serie tv più piratata dell'anno, il Ceo di Time Warner Jeff Bewkes, gran guru della televisione americana, l'ha definita "un'ottima notizia", "meglio che vincere un Emmy", arrivando ad aggiungere che la pirateria ha fatto da "passa parola"; ha concordato con lui il registra della serie, David Petrarca.
Qualcuno che potrebbe avere buoni motivi per attaccare la pirateria è anche Netflix, la principale piattaforma online di film (legali) al mondo. La pirateria gioca infatti sullo stesso terreno di Netflix (internet), ma è gratis e quindi potrebbe essere il peggiore avversario sleale che si possa immaginare per una piattaforma legale. Ebbene, il chief technology officer di Netflix Jon Nicolini ha detto che la pirateria è la minaccia numero uno per il business; ma invece di invocare leggi draconiane ha suggerito che per combatterla bisogna sforzarsi di migliorare l'offerta legale di film. "Il modo migliore di combattere la pirateria non è sul piano legale o giudiziario, ma dando buone opzioni legali, ai consumatori". Ragguardevole posizione da parte di una piattaforma che è nota per la sua ampia offerta di film e serie tv, ben più generosa di quella disponibile su analoghi servizi in Italia. Dove, per altro, Netflix ha appena dichiarato che arriverà solo nel prossimo anno, più tardi rispetto ad altri Paesi europei, in primo luogo perché da noi sono poco diffuse le connessioni internet veloci. Siamo il Paese con la peggiore copertura in fibra ottica e le connessioni più lente (in media, tra gli utenti), secondo la Commissione europea.
Insomma, tutti questi elementi suggeriscono un rapporto complesso e non scontato tra il cinema e la pirateria. E che le soluzioni possono essere trovate in azioni diverse dalla guerra ai pirati. "Fa fede l'esempio del mercato musicale, dove grazie alla maturità dell'offerta legale e dello streaming, la pirateria si è ridotta a una nicchia. E dove il mercato è tornato a crescere, dopo dieci anni di crisi, anche in Italia, come riportano i dati di Fimi", dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d'autore e storico promotore di campagne contro la normativa copyright dell'Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), poi in effetti approvata e in vigore dal 31 marzo (http://www. repubblica. it/tecnologia/2013/12/12/news/regolamento_copyright_scheda-73437061/). "Di conseguenza si può prevedere che anche per il cinema la pirateria diverrà sempre più un fenomeno di nicchia. E questo, senza adottare sistemi maldestri e invasivi come quelli della delibera Agcom", conclude Sarzana.
«la Repubblica» del 18 agosto 2014