26 ottobre 2011

Supercittà, energia, povertà ecco le sfide per il pianeta

È già partito il conto alla rovescia per il neonato numero sette miliardi
di Gianni Riotta
L'Europa che invecchia e la Cina senza donne saranno le nuove emergenze
Nelle locandine degli spettacoli, temendo gelosie, si elencano le star «in ordine di apparizione». Per calcolare il vostro ordine di apparizione sul pianeta Terra, nel cast di 7 miliardi di esseri umani che le Nazioni Unite prevedono in arrivo per il 31 ottobre 2011, cliccate sul sito bit.ly nbwTkb, inserite la data di nascita e saprete il vostro posto nello show umano. Un nato l’1 gennaio 1920 ha il numero 1.859.068.335, una nata l’1 gennaio 1960 il 3.036.562.402 e due gemellini venuti alla luce nel Capodanno 2000 rispettivamente il 6.087.198.811 e 812.
Per secoli l’homo sapiens è cresciuto pochissimo, la curva della popolazione da Gesù alla fine del mondo narrata dal monaco Rodolfo il Glabro nell’anno 1000, è stabile. Per arrivare a un miliardo, nel 1800, abbiamo impiegato 250 mila anni. La vera crescita comincia con la rivoluzione industriale, nel 1913 l’Europa aveva più abitanti della Cina e, con gli Stati Uniti, ospitava un umano su tre. Il cittadino “6 miliardi” si chiama Adnan Nevic, ha 12 anni, nato il 12 ottobre 1999 a Sarajevo, nella Bosnia insanguinata: e vedremo che scelta simbolica sarà fatta stavolta dall’Onu. Per rispettare la realtà, Sorella 7 miliardi (nascono più donne che uomini) dovrebbe atterrare con la cicogna in una grande città dell’Africa, Lagos, il Cairo: là il mondo continua a crescere.
Vi annunceranno nei prossimi giorni l’Apocalisse sovraffollamento. Non fate attenzione, la crescita rallenta e il problema non è «Siamo troppi», né la subdola affermazione che questa fobia nasconde, cioè «Sono troppi questi poveri!». Il pianeta ha risorse e spazio, i guai non vengono dalla popolazione ma dalla sua distribuzione ed età. Fosco, il filosofo Malthus calcolava che dalla fine del 700 non avremmo avuto più di che sfamarci. Ha sbagliato per pessimismo, come il Club di Roma di Aurelio Peccei nel 1972 e l’economista Paul Ehrlich con il libro-allarme «The Population Bomb», 1980. Aumento della produttività nei campi, nuove tecniche sanitarie e sociali ci hanno permesso, secondo l’auspicio biblico, di «crescere e moltiplicarci» e ora nel mondo si fanno meno figli, forse troppo pochi.
Nel 2050 Europa, Usa e Canada non avranno che 12 abitanti su cento, la metà del 1800. Ma chi pensa alla Cina come alla Grande Fabbrica Esseri Umani, sbaglia. La tragica politica «un figlio per famiglia» fa sì che la popolazione cinese declini senza rimedi. Nel 2025 ci saranno 96,5 milioni di cinesi maschi tra 20 e 30 anni, con solo 80,3 milioni di donne della stessa età: troppe famiglie hanno abortito bambine sognando l’erede maschio. Nel 2050 l’America, cui gli ispanici garantiscono buona natalità, avrà più lavoratori della Cina: la corsa di Pechino è «Arricchiamoci prima di invecchiare». Dati, purtroppo, su cui pochi meditano. La fertilità del mondo scende.
Saremo 8 miliardi nel 2025 e ci saranno voluti 14 anni per arrivarci. È la prima volta nella storia che l’intervallo tra un miliardo e l’altro di umani aumenta, non diminuisce. Nel 1970 la fertilità media delle donne era 4,45 bambini a testa, oggi è dimezzata a 2,45. Nel 2050 - ha calcolato il demografo Jack Goldstone per la Fondazione Nardini - saremo 9 miliardi e 150 milioni, cifra che non crescerà. Fanno meno figli le donne occidentali, lievi aumenti in Francia e Svezia per ottime politiche familiari che però costeranno troppo nella crisi.
A ridurre le nascite non è tanto la pianificazione, i cui risultati non sono sempre coerenti con le intenzioni. Sono scuola, sanità, benessere: donne che sanno leggere, lavorano e fanno una vita decente, come è capitato a miliardi tra Cina, India e America Latina dal 1980, scelgono meno gravidanze. I problemi della Generazione 7 miliardi non sono quindi di numero. Sono sociali, energetici, militari. Saranno i poveri a fare più bambini, l’intera crescita dell’umanità da qui al 2050 sarà nei 24 Paesi più arretrati (fonte World Bank). Nel Sud del Sahara c’è una fertilità «antica», 4,64 bambini a donna. Nei prossimi 40 anni cresceremo di «soli» 2.300 milioni, la metà in Africa.
A Capodanno 2050, stima Fondazione Nardini, per 720 milioni di europei ci saranno 2 miliardi di africani. In certe aree dell’Italia del Nord ospiteremo un emigrante ogni tre persone. Il Giappone sarà il paese più vecchio della storia, l’Italia seguirà da vicino, l’Europa diventerà un continente di capelli bianchi con pochi lavoratori, e pagare le spese mediche della generazione baby-boom (1946-1964) preoccuperà i prossimi quattro presidenti Usa. Come nutrire, istruire e far lavorare i poveri resta il dilemma. Ma anche qui non seguite gli slogan. Il mondo che inquina non fa figli, e i 24 Paesi non sviluppati che affollano le culle producono solo il 7% di gas serra. Il caos possibile viene dal luogo in cui gli umani si stabiliranno. Per la prima volta dai tempi delle «Bucoliche» di Virgilio viviamo più in città che in campagna.
Le periferie delle megalopoli, tetti di lamiera ondulata, poche fognature, scuole, servizi, raccoglieranno le nascite. Tre miliardi di persone emigreranno verso i ghetti urbani nei prossimi 40 anni, e già la Cina soffre nel controllare l’ondata. Terrorismo, criminalità, disagi saranno comuni nelle Supercittà, Mumbai, Mexico City, New Delhi, Shangai, Calcutta, Karachi, Cairo, Manila, Lagos, Giacarta. Se rilanciamo la ricerca in agricoltura (il Center for Food and Nutrition creato da Guido Barilla sta lavorando in questo senso), se non smettiamo di lavorare a nuove fonti energetiche, se regoliamo le emissioni con raziocinio, se Cina, India e Usa evitano la guerra, se l’Europa non si lascia andare all’inerzia e la crisi economica si attenua, non ci sarà la tragedia nascite. I pericoli, avrebbe detto la saggia Agatha Christie «vengono dalla natura umana», non dalla sua diffusione. E per ora, quindi, che Dio benedica anche te, bebé 7.000.000.000.
«La Stampa del 26 ottobre 2011

18 ottobre 2011

Andrea Zanzotto (1921 - 2011)

Ho sentito la poesia crescere come il corpo, diventava qualcosa di intimamente attivo. Cominciai a 7 anni
di Paolo Di Stefano
Sorprende trovare Andrea Zanzotto seduto al tavolo della cucina con un pennello in mano e un foglio colorato ad acquerello. Ha un sorriso degli occhi, dolce e stanco. Per raggiungere il divano, a piccoli passi, deve farsi aiutare da suo figlio Fabio, che abita qui con lui, nella vecchia casa di Pieve di Soligo, a Nord di Treviso, il paese in cui il maggior poeta italiano della generazione post-Montale è nato nel 1921 e da cui si è allontanato solo per brevi periodi. Ci sono ricordi che allontanano la tristezza e altri che la rendono più aspra. «Dipende anche dal tempo atmosferico. Per esempio, oggi c'è un bel sole... e ricordare è più piacere che dolore. Ci sono stati periodi terribili, ma la memoria volentieri ti porta a momenti non dirò belli ma almeno sopportabili».
Non è sopportabile il ricordo di papà Giovanni, decoratore e pittore il cui nome è diventato una via di Pieve, socialista e cattolico, costretto ad allontanarsi per le continue minacce squadriste dopo aver lodato pubblicamente Matteotti: «I miei genitori hanno patito a lungo, perché mio padre era perseguitato politico, qui gli negavano l'impiego e dovette trascorrere lunghi periodi in Francia.
Poi trovò lavoro a Santo Stefano di Cadore, grazie a una tradizione di libertà che non teneva conto dei divieti. Papà affrontava i nemici, ma aveva una moglie malata e cinque figli». Il ricordo più fastidioso, oltre all'allergia e all'asma rivelatesi prestissimo, è vicino a quegli anni: «Non aver potuto prender parte con maggiore peso alla resistenza locale». Zanzotto partecipò alla stesura di manifesti e fogli informativi della resistenza e nell'agosto del '44 dovette rifugiarsi in montagna mentre Pieve bruciava. Tra i ricordi non sopportabili c'è anche il dolore e la solitudine di mamma Carmela: «È sempre stata occupata da eventi luttuosi». Tra i ricordi insopportabili ci sono i lutti precoci: la morte a sei anni della sorella Marina (gemella di Angela) nel terribile inverno del '29 e poi nel '37 la morte per tifo di Angela: «Deve esserci una vecchia fotografia con le due sorelline a Santo Stefano...». Zanzotto racconta di aver scritto un biglietto alla Madonna perché resuscitasse Marina: «Cercavo appoggio... Avere vissuto cose dolorosissime da piccolo ha influito sul resto della mia vita, rimane una traccia profonda. Io ero il primogenito e cominciai a esercitare sulle due gemelline una specie di protettorato. Un giorno ci hanno portati da certi parenti di Montebelluna per fare conoscenza, anche loro avevano due gemelle. Io avrò avuto 3 o 4 anni e mi esortarono a lodare le due bambine degli ospiti, io invece dissi che erano brutte, avevano gli occhi bigi, a differenza delle mie sorelline che avevano dei begli occhi neri».
Si avvicina una signora straniera: «La pastiglia, Professore...». Zanzotto ingoia una pastiglia con mezzo bicchiere d'acqua, mentre accarezza Utto2, un gattone nero che dal divano con un salto si è spostato sulle sue gambe. «Utto viene da farabutto. Ho conservato la tradizione del gatto, da piccolo avevo dei gattini, ma morivano anche quelli... Ne ho perso uno di recente, collegato ad altri tempi. Stento anche a ricordare i particolari del passato, perché ho come dei vuoti di memoria, ma c'è un fondo cupo sull'infanzia. Con la morte delle mie sorelle restava un sottofondo triste, anche quando non avevo proprio quel pensiero lì. La poesia mi ha aiutato sempre più, l'ho sentita crescere come il corpo, diventava qualcosa di intimamente attivo, anche perché riuscii abbastanza presto a scrivere delle cose decenti». Aveva più o meno 7 anni, Zanzotto, quando cominciò a scrivere versi: «La ricerca letteraria è come una sorgente che viene avanti e si impone sopra tutto il resto, e con la famiglia non posso dire che sia stata proprio una frizione... Non sono stato un padre distratto, ma nemmeno assorbito. I miei due figli sono cresciuti bravi e indipendenti». Tra i ricordi «sopportabili» c'è, nel '50, il premio San Babila per gli inediti, 100 mila lire. In giuria Montale, Ungaretti Quasimodo. «Ho comprato una Lambretta, che costava 115 mila lire. Quando mi videro arrivare a casa, nella Cal Santa, dove c'erano tutti i vecchi, è stato un momento importante, proprio. Una mia vicina di 80 anni mi pregò di farle fare un giro in lambretta». La voce flebile di Zanzotto, che sembra masticare le lunghe pause tra una frase e l'altra, si inarca in un sorriso. «La soddisfeci».
Più che sopportabile è il ricordo di tre figure femminili dell'infanzia. La nonna paterna: «Pregavo perché potessi morire prima e non dopo la morte di lei. Sono divagazioni lugubri e comiche nello stesso tempo. Le perdite convivevano con l'affetto che la nonna mi dimostrava, e appena potevo mi rifugiavo da lei che mi accontentava in tutto». Zia Maria, che avvia il piccolo Andrea alla lettura di settimanali e giornaletti: «Aveva un estro letterario e artistico, scriveva poesiole, fumava col bocchino e siccome mamma era molto timorata e ne pensava molto male. Era impiegata da un notaio, aveva un'istruzione di scuola inferiore, la sera andava in giro per scrivere lettere e le offrivano da bere. "Signora Maria, un goto?". Purtroppo finì per prendere l'abitudine del bicchiere». Terza presenza femminile è una direttrice didattica veneziana fiera di quello scolaro fuori dalla norma: «Mi aveva preso sotto la sua protezione e mi indicava a esempio di fronte agli altri, specialmente in geografia. Il colpo mancino che annullava tutti era l'enumerazione degli Stati Uniti, che allora erano 48».
Quel «titanismo esistenziale e cosmico» che Franco Fortini intravide subito nella poesia di Zanzotto ha sempre avuto qualcosa di religioso o di sacro: «Non ho mai avuto un distacco dalla religione infantile... Anzi, pian piano quella dimensione veniva sentita come necessaria, soprattutto per vincere i dolori della vita». E ci riusciva? «Sì». Forse anche per questo Zanzotto ha conservato l'abitudine di recitare il Requiem prima di dormire: «Un modo per rivolgere un pensiero ai miei morti». La morte è un pensiero più forte a quest'età? «In passato ho avuto parecchi momenti di angosce, però a un certo punto ci si rassegna. Diciamo che c'è un avvicinamento naturale all'idea. Ormai ho un'età in cui non c'è giornata che non porti la notizia della morte di un amico, e quindi... L'altra mattina Timoteo. Ogni giorno si può dire che qualcuno manca all'appello». All'appello mancano anche i grandi maestri del passato: Montale («quando venne a Pieve, vide mia moglie, che era preside e disse: ai miei tempi i presidi non erano così carini...»), Ungaretti («un uomo di straordinaria generosità»), Fellini, che gli chiese di scrivere per diversi suoi film, a partire da Casanova («è morto troppo presto, direi che aveva quell'ossessione della morte...»).
Utto è tornato ad accucciarsi sul divano. Sono passati tanti anni da quando nelle campagne si sentiva recitare il «filò», a cui il poeta ha dedicato un omonimo, memorabile, poemetto dialettale: «Il filò era un rito importante totalmente scomparso: nelle stalle si riunivano i contadini, e ognuno raccontava una storiella che conosceva. Era un insieme di conoscenze che sono state perdute e che invano qualcuno tenta di restaurare. Mi ricordo, non sono tanti anni, che mi meravigliavo di come potessero creare un partito rivendicando la forza del parlato dialettale senza nessuna base teorica. Per esempio, il rito di Bossi che va alle sorgenti del Piave... Si cominciava a degenerare. Sono equivoci storici. Per esempio, tutto il periodo del Medioevo avanzato in cui cresceva la nuova lingua italiana insieme con i vari dialetti non è stato capito. Ho scritto in dialetto molto presto, ma ho criticato la Lega perché non conosceva la realtà complessa dei dialetti, come nascano, fioriscano e sfioriscano».
Si sa, per Zanzotto è angoscioso anche il mutamento radicale del suo paesaggio. Angoscia e rabbia fotografate nel titolo di un magnifico libro-conversazione con Marzio Breda, In questo progresso scorsoio, uscito un paio d'anni fa da Garzanti. «Il paesaggio qua era qualcosa di compatto, quella stradina che si partiva dalle vicinanze della chiesa e andava al cimitero era un luogo molto rispettato... Mio padre, come pittore, ha decorato di immagini sacre quel porticato. Ora è un disastro, c'è stato uno snaturamento, hanno dato perfino il benestare a creare un deposito di gas che proviene dalla Russia». Marisa, sua moglie, si agita, va e viene, non sta nella pelle: «Parlano delle cattiverie di Zanzotto, perché ha difeso l'unico pezzo verde nell'ansa del Soligo. Andrea dovrebbe pubblicare gli insulti che ha ricevuto dal suo paese». Zanzotto alza gli occhi al cielo: «È diventato tutto incontrollabile, d'altra parte se si pensa agli allagamenti recenti in Veneto... che spavento, proprio!». Espressione di ribrezzo. «Pieve ormai è una piccola Los Angeles. Ci sono limiti realmente invalicabili, ma finché uno non è dentro il caos non se ne rende conto. Il rinsavimento, se avverrà, sarà formato di singulti. D'altra parte, l'altra sera in Tv parlavano degli antichi Maja che prevedevano nel 2012 la fine del mondo: se è così, vale la pena accettare quel che succede». Dall'ultima lunga pausa, sgorga un motivetto allegro, quasi cantato come una filastrocca infantile: «Comunque, se oggi seren non è doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà».
«Corriere della Sera» del 28 marzo 2011

16 ottobre 2011

Ripensare l'umanenismo. È giusto che legioni di studenti si iscrivano a Lettere?

di Claudio Giunta
Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi. Questo è più o meno tutto ciò che c'è da dire sull'argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell'antilingua della burocrazia si chiama "processo formativo".
Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti. Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c'è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall'altro, nonostante la riforma, in Italia l'università resta in sostanza l'unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c'è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d'ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate. Che s'iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d'assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
Secondo soggetto, i docenti. Dato che la quota di finanziamento per ateneo è proporzionale al numero degli studenti, è difficile che le facoltà si mettano a lottare per averne di meno. Più studenti s'iscrivono più soldi arrivano, più insegnamenti si attivano. Perciò anche il famoso "orientamento universitario" finisce per essere, in sostanza, pubblicità che le facoltà (tutte) fanno a loro stesse in nome del proprio interesse, proprio interesse che non necessariamente coincide con l'interesse dello studente: «No, tu sei negato, fai qualcos'altro» non è una formula che sia contemplata nella retorica dell'orientamento universitario. Per questa ragione è un pio desiderio immaginare che le facoltà umanistiche decidano motu proprio una politica di assoluto rigore, bocciando agli esami tutti quelli che meriterebbero di essere bocciati: è difficile che una corporazione (qualsiasi corporazione) scelga di suicidarsi.
Terzo soggetto, gli studenti. Alcuni studenti s'iscrivono alle facoltà umanistiche perché non sanno che altro fare, e scelgono la via che a loro sembra più facile e che spesso è, di fatto, più facile. Benché molti pensino il contrario, questi studenti depistati e svogliati sono una minoranza. I più, sono studenti seri e motivati. Alcuni tra questi hanno fatto un buon liceo e sono pronti ad approfondire le materie che già al liceo preferivano. Non sono moltissimi, e non sono necessariamente i migliori. A volte sanno molto a paragone dei loro coetanei ma hanno intelligenze pigre e poco originali, e non hanno e – quel che è peggio – non vogliono avere nessuna esperienza del mondo che sta al di fuori delle aule scolastiche.
La maggior parte degli studenti seri e motivati non ha fatto "un buon liceo" ma proviene da scuole nelle quali l'istruzione umanistica è più carente: i professionali, i tecnici, l'arcipelago di scuole sperimentali che le varie riforme hanno prodotto. Che fare con questi studenti? Sono la prova dell'esistenza di un diffuso desiderio di istruzione. È un desiderio sacrosanto, preziosissimo per la società, e su cui è possibile costruire. Sembra non risentire del dumbing down indotto dai media; anzi, sembra crescere a mano a mano che il dumbing down dei media si fa più sfacciato. Sono spesso studenti molto diligenti, e persone anche umanamente eccezionali, disposte a fare veri sacrifici per imparare cose che, lo sanno benissimo, non li aiuteranno molto quando si tratterà di trovare un lavoro.
Ma il bagaglio di nozioni che posseggono quando entrano all'università è molto leggero. E non è solo questione di quanto poco sanno, ma – soprattutto – di un atteggiamento, di una forma mentis che è inadeguata allo studio. Questi studenti cambiano, maturano, crescono di mese in mese, ma non riescono veramente a recuperare il ritardo. Al termine dei loro studi pochi di loro troveranno un lavoro e – questa è la cosa più grave – pochi di loro meriteranno di trovarlo. Perché partivano da un punto troppo basso (purtroppo non tutto, sempre, è possibile, e ci sono muri che a una certa età vanno semplicemente accettati); o perché, e vengo al punto che mi sta più a cuore, nessuno ha mai chiesto loro di fare uno sforzo, nessuno ha mai chiesto loro di darsi veramente da fare per superare una soglia.
Un esame d'ingresso alle facoltà umanistiche potrebbe essere questa soglia. Un esame selettivo, non un test orientativo. Per esempio, un esame sul programma scolastico svolto negli ultimi tre anni in determinate materie; o su un certo numero di libri fondamentali (sì, quei libri che «bisognerebbe aver letto al liceo»). A chi ha fatto (bene) il liceo basterebbe, per prepararsi, un pezzo dell'estate. A chi ha fatto una scuola professionale servirebbe di più: un recupero durante l'ultimo anno scolastico, forse un anno in più di studio per conto proprio. Fatti suoi. Sarebbe un investimento ragionevole, utile anche per chi lo fa, per capire se è davvero quella la strada che vuole intraprendere o se è soltanto un'infatuazione, un equivoco. Una soglia. E chi non la supera rimane fuori. Rimanere fuori a 18 anni non è una tragedia. Le alternative, a quell'età, esistono. E non passare un esame, trovare sulla propria strada qualcuno che dice «No, tu non puoi fare questi studi», può essere una fortuna. Se invece la soglia la si trova, insuperabile, a 24 o 25 anni, le cose sono infinitamente più difficili.
Una soluzione come quella che ho appena proposto dovrebbe anche aiutarci, in progresso di tempo, a diminuire il numero dei laureati in discipline umanistiche. Il che mi porta alla seconda questione che vorrei sollevare. Il dibattito in corso sul ruolo del sapere umanistico oggi non mi sembra bene impostato. Che cosa dobbiamo volere? Che cosa non dobbiamo volere?
Dobbiamo volere l'incremento della cultura diffusa. Vogliamo che le persone leggano più libri, e libri migliori, che vedano film decenti, che s'interessino al lavoro scientifico che sta dietro ai microchip dei loro cellulari; vogliamo che, quando vedono Voyager su Rai 2, sghignazzino. Ora, per quanto possa dispiacere, la cultura diffusa non si accresce, in primo luogo, attraverso iniezioni di cultura diffusa. Una retrospettiva di Kubrick in lingua originale, una lussuosa stagione concertistica, un tour gratuito dell'osservatorio astronomico, sono tutte cose benedette, ma non cambiano molto la situazione. Si chiama: preaching for the saved, predicare a quelli già salvati. Oppure si chiama: predicare a quelli che fanno solo finta di ascoltare, perché il Mondo li ha convinti che bisogna fare così.
Per migliorare la cultura diffusa bisogna procedere per gradi, e questo vuol dire che gran parte dello sforzo va fatto non nel settore della cultura genericamente intesa ma nel settore dell'istruzione. Ma anche qui bisogna intendersi.
Nel suo saggio Non per profitto, Martha Nussbaum lamenta un deficit di cultura umanistica: per affrontare la crisi presente e le sfide future occorrerebbero più letterati, più filosofi, e insomma più persone versate nella cultura umanistica, perché è questa la cultura davvero vitale per una società che si voglia civile. Il favore con cui questo libro pieno di retorica e buoni sentimenti è stato accolto da molti non mi pare un buon segno. Può darsi che una ricetta del genere possa avere un senso negli Stati Uniti, o in certe parti degli Stati Uniti, dove il disprezzo per la cultura disinteressata è più forte che da noi. Ma in Italia? In questo paese di avvocaticchi con le loro plaquettes di poesie pubblicate in proprio? In questo paese dove ogni villaggio ha un assessore alla cultura, e ogni assessore si porta dietro uno stuolo di geniali pittori, scultori, esegeti di Dante, filosofi da pubblica concione?
A me non pare che la strada indicata dalla Nussbaum sia quella giusta. Se proprio vogliamo parlare della miscela che dovrebbe formare la cultura degli italiani, e ammesso e non concesso che abbia senso dosare le percentuali di "umanesimo" e quelle di "scienza", mi pare chiaro che è nell'istruzione tecnico-scientifica che il nostro paese è particolarmente carente.
Questo non significa che l'istruzione umanistica non sia fondamentale. Lo è, ma bisogna intenderla in un modo sensato. Intanto, per tornare a quanto ho già accennato, è precisamente istruzione, e non genericamente cultura: sono le lezioni che si fanno a scuola e all'università, non sono le conferenze, le mostre e i concerti con cui i cittadini riempiono il loro tempo libero. Ben vengano questi loisirs ma, per cominciare, io non sono così convinto che il loro costo debba gravare sui bilanci delle amministrazioni pubbliche. Mi pare che i soldi che spendiamo per questo genere di cultura non siano pochi ma troppi. Invece è chiaro che l'istruzione umanistica ha un ruolo cruciale a scuola, anche e soprattutto nelle scuole tecniche e professionali. In questo modo, migliorando l'istruzione di base, è possibile formare dei cittadini migliori, che all'idea di cultura – di cultura personale, di applicazione e studio – resteranno affezionati anche una volta usciti dalla scuola secondaria.
Ma, una volta usciti dalla scuola secondaria, non ha senso che s'iscrivano in massa alle facoltà umanistiche. È questo che non dobbiamo volere. L'acculturazione di massa è un giusto proposito ma non può essere il proposito dell'università. L'acculturazione di base deve avvenire prima. L'Italia non ha bisogno di legioni di laureati in filosofia. Ha bisogno, lo ripeto, di una buona cultura diffusa, di una coscienza civica diffusa. Ma questo è tutt'altro discorso: e l'aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare ottimi insegnanti e intellettuali che riescano a innalzare il tono delle professioni pubbliche (giornalismo, politica), non consiste nel laureare in Lettere l'intera nazione.
Possiamo dire che l'università stia adempiendo questo compito? Difficile generalizzare. Ma la mia impressione è che l'università ratifichi l'esistente, dando poco a tutti: poco agli studenti bravi, che restano bravi senza però sviluppare del tutto le loro qualità, perché le qualità si sviluppano soprattutto quando ci sono degli ostacoli da superare, e di ostacoli in questa università ce ne sono troppo pochi; e poco agli studenti mediocri, che restano mediocri ma superano lo stesso gli esami, e si laureano lo stesso, perché a tutti fa comodo così. Ma a lungo andare, in realtà, questa situazione non fa comodo a nessuno, e meno che meno alla società, che ci mette i soldi.
«Il Sole 24 Ore» del 16 ottobre 2011

Le Maldive affondano? Una bufala, ma la prova dell’inganno sparisce

Un albero dimostrava che il mare in 50 anni non si era alzato di un centimetro.
Un gruppo di ambientalisti australiani lo sega
di Rino Camilleri
Piatto ricco, mi ci ficco. Deve aver pensato questo il presidente delle Maldive quando, il 17 ottobre 2009, ha tenuto - in mondovisione - una riunione di governo sott’acqua, con tanto di maschera da sub e bombole, per richiamare l'attenzione planetaria (e soprattutto gli aiuti della comunità internazionale) sulla fine prossima ventura, come Atlantide, delle sue isole.
Già: dice che si inabisseranno per via dell'ineluttabile innalzamento degli oceani.
Il quale è colpa del famoso riscaldamento globale.
Il quale è responsabile (così dicono gli «esperti») della glaciazione che non ha ancora finito di mettere in ginocchio Europa e Usa.
Com'è noto, qualunque cosa succeda, caldo, freddo, terremoti, tsunami, è colpa del Global Warming (qui in Italia del governo Berlusconi).
Certe bufale (ricordate l'influenza suina?) hanno le gambe corte, ma certe altre le hanno così lunghe da meritare Oscar e Nobel. Come questa del disastro climatico imminente.
Per fortuna esistono, qua e là, molte filiali del celebre e antico club degli «apoti» (coloro che non la bevono).
In Italia a guardia delle bufale climatiche abbiamo - oltre alla nostra firma Fancesco Battaglia - la benemerita agenzia SviPop.org (Sviluppo & Popolazione), diretta da Riccardo Cascioli.
Nel suo numero 120 (16 gennaio u.s.), a firma di Luigi Mariani, riporta una lettera aperta inviata (vanamente) da un fior di scienziato al citato presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, nella quale si prega il destinatario di smetterla di terrorizzare il suo popolo a scopi elettorali e/o finanziari.
Lo scienziato è lo svedese Nils-Axel Mörner, già a capo dell'Istituto di Geofisica e Geodinamica all'Università di Stoccolma, già presidente della Commissione Inqua sulle variazioni del livello del mare e l'evoluzione costiera, già leader della Maldive Sea Level Project e già presidente del progetto Intas su Geomagnetismo e Clima.
Lo scienziato ricorda di essere stato nelle Maldive per un decennio e di avervi studiato proprio i livelli del mare.
Nel 2001 il suo gruppo di ricerca trovò «prove schiaccianti» del non aumento del livello del mare; anzi, una stabilità almeno trentennale.
Il Mörner annunciò la rassicurante notizia in un'intervista a una televisione locale ma il predecessore di Nasheed ne impedì la diffusione.
Salito al potere Nasheed, il Mörner scrisse per due volte a quest'ultimo, senza mai ricevere risposta.
Il fatto più sconfortante è però legato a un albero.
Già.
Nel 2007, alla tivù svedese, il Mörner denunciò lo scandalo: nel 2003 certi attivisti ambientalisti australiani segarono quell'albero e lo fecero sparire.
Perché?
Perché era la prova provata che il livello del mare alle Maldive non si era mosso di una virgola almeno dagli anni '50.
Poiché quelle isole erano state una colonia penale, le testimonianze su tale albero che svettava vicinissimo alla costa abbondavano.
Il Mörner lo aveva tenuto d'occhio negli anni, proprio perché il mare non l'aveva mai neanche sfiorato.
Stando agli allarmismi, sarebbe dovuto rimanere sommerso già da quel dì.
Invece no, sempre là, sempre all'asciutto.
Lo scienziato svedese riferiva nella sua lettera di ben cinque incontri internazionali sulla stima dei livelli marini.
Risultato: i cambiamenti di livello attesi per il 2100 variano da più 5 cm. a circa 15 cm., «un valore che comporterebbe effetti di entità assai ridotta se non trascurabile per gli abitanti delle aree costiere di tutto il pianeta».
Il professor Mörner prega dunque sentitamente il presidente maldiviano di smetterla di terrorizzare la sua gente con bufale che non sono altro che «frutto di simulazioni avventate svolte al computer e costantemente smentite dalla meticolosa osservazione del mondo reale».
Vale la pena di riportare per intero la piccata chiusura della lettera: «La sua riunione di Gabinetto sott'acqua non è dunque nient'altro che un espediente e una trovata pubblicitaria del tipo di quelle di cui è maestro Al Gore e configura un comportamento disonesto, del tutto inefficace e certamente non scientifico».
Non vorremmo essere cattivi profeti ma temiamo che il presidente della Repubblica delle isole Maldive non risponderà nemmeno a questa terza missiva.
«Il Giornale» del 20 gennaio 2011

Mastrocola: studiare non serve?

di Roberto I. Zanini

«Theodor Wiesengrund Adorno. Qualcuno, per caso, ancora se lo ricorda? Criticava la condiscen­denza per gli uomini come sono, vista come falsa virtù... 'Il bor­ghese – diceva – è tollerante. Il suo amore per la gente così com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere'». È una delle provocazioni contenute nel libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda), che af­fronta il drammatico problema di una scuola che ha smesso di inse­gnare. Il problema, spiega abil­mente l’autrice, che oltre a essere una nota scrittrice è anche do­cente di Lettere al liceo, è il frutto di una società essenzialmente e­donista, che non intende impe­gnarsi a far crescere i propri figli.

La frase di Adorno fotografa con i­nusitata efficacia questo stato di cose e ha il grande pregio di ob­bligare alla discussione.
«Lui so­steneva che il consumismo di massa ci avrebbe ridotto a restare quello che eravamo, cioè massa amorfa. Il sospetto è che abbia a­vuto ragione. E la scuola ne è una diretta conseguenza. Oggi un ra­gazzo può agevolmente chiedersi se lo studio serva ancora. Il dram­ma è che noi adulti abbiamo ri­sposto di no. Così i giovani non studiano. Al liceo ho molti stu­denti che si interessano alle lezio­ni, bravi ragazzi, che però a casa non aprono libro. E non c’è nes­suno che faccia loro comprendere l’importanza dello studio».

Non lo fa la scuola, non lo fa la famiglia, non lo fa la società. Ne consegue, pare di capire, una sorta di grande inganno i cui i nostri ragazzi sono le vere vittime.
«Un inganno dai tanti volti. La scuola fa lavorare in gruppo quando sappiamo benis­simo che si tratta di un modo per non studiare. Insegna a lavorare sfruttando il web e questo è vera­mente il massimo che si potesse fare per fre­gare i giovani: dire lo­ro che tanto c’è il computer, che si può sempre mettere la pa­rola giusta sul motore di ricerca e poi si sca­rica, si copia e incolla e il compito del gior­no è fatto. Non c’è nemmeno bi­sogno di leggere quello che si è scaricato».

Sono i professori, per­sino i libri di testo che chiedono agli studenti di studiare in questo modo con internet.
«E così si a­valla la logica che per studiare non serve fatica. Anzi, non serve proprio studiare. Servono solo le nuove abilità: utilizzare i nuovi programmi, navigare in rete, chattare, collegarsi a facebook».

Se si avanzano critiche su questi ar­gomenti c’è sempre il professore che con tono di compatimento ti fa notare che forse sei retrogrado, antiquato, reazionario.
«Ma è una falsità. Siamo noi i più moderni. Noi che usiamo tranquillamente tutte le nuove tecnologie cono­scendo Dante e Petrarca, avendo letto Tasso, Leopardi e Montale, sapendo di latino e di sintassi. Insomma, vogliamo o no che i nostri ragazzi abitino anche una sfera mentale, spirituale, del­le idee e non siano interamente calati nel più puro materialismo? Vogliamo che la scuola serva an­cora a qualcosa? Cosa vogliamo che facciano i nostri figli?».

Biso­gnerebbe chiederlo alle famiglie, che oltre a non far studiare i figli a casa se la prendono con maestri e professori quando danno troppi compiti o pretendono qualcosa di più dagli studenti.
«È quella che nel libro ho definito l’inversione delle responsabilità. Se le famiglie remano contro gli insegnanti che vogliono lavorare la scuola non serve più. Meglio che tolga il di­sturbo, appunto. I genitori sem­pre schierati dalla parte dei figli sono il fenomeno più deva­stante del mondo scolastico. Del resto la scuola e il modo di approcciarsi alla scuola sono il rifles­so della società».

Viene da chiedersi come sia potuto ac­cadere tutto questo.
«Le rispondo con una provocazio­ne: forse siamo un Paese troppo progredito per credere ancora nella scuola».

Un’affermazione drammatica.
«Drammatica, ma realista. La nostra società, cioè tutti noi, è troppo concentrata sul suo ombelico, è troppo rivolta al piacere. La famiglia media pensa a come impiegare il tempo libero nei divertimenti, nello sport, pen­sa ad avere due auto, due telefo­nini, la tv dell’ultima generazio­ne... in tutto questo la scuola è un disturbo. Ci sono i compiti da fa­re, c’è da impegnarsi a seguire i fi­gli, a spronarli... Molto più facile affidarli alle badanti tecnologiche, come la tv, internet, le play sta­tion. Si sono perduti i valori peda­gogici della fatica, dell’umiltà. Studiare è un impegno e le fami­glie non vogliono più che i figli studino. Pensano alla scuola co­me a un contenitore».

Detta così sembra una delle pessime conse­guenze del ’68?
«Questa situazio­ne è certamente figlia anche delle ideologie, delle letture cattive e distorte degli scritti di don Milani, quello che nel libro chiamo il donmilanismo, che ha portato a una scuola appiattita verso il bas­so. Della lettura di comodo dei li­bri di Gianni Rodari, che defini­sco rodarismo e che ha portato al­l’inganno criminale della scuola creativa, che lascia spazio alla fantasia, ma non insegna la gram­matica, la struttura del pensiero e del discorso. Ma per per diventare grandi bisogna prima aver molto letto, molto pensato e molto stu­diato, poi ci si può aprire alla creatività vera».

«Avvenire» del 17 febbraio 2011

12 ottobre 2011

"Apocalypto": nel film di Gibson la verità sul popolo maya

di Paolo Petrilli
“Una grande civiltà non è conquistata dall’esterno, finchè non ha distrutto se stessa dall’interno.”(W. Durrant).
La frase compare sullo schermo prima che il film inizi ed è subito chiaro che Gibson ne farà l’intento programmatico di tutta la pellicola, o almeno avrebbe dovuto esserlo, valutata la miopia della stragrande maggioranza dei critici che volutamente o ingenuamente (a voi il giudizio) ne hanno ristretto gli orizzonti costringendoli in quelli di un mero film di avventura, un po’ troppo violento per il genere.
Al centro della vicenda c’è l’indigeno Zampa di Giaguaro che vive con la sua tribù nella foresta intorno al XV secolo. Vivono di caccia, scherzano tra di loro, qualcuno ha dei problemi con la suocera. Ma sanno capire anche quali sono i valori veri da trasmettere ai loro figli.
Nel frattempo il popolo maya, per alimentare i propri sacrifici umani, compie delle spedizioni nella foresta per catturare questi indigeni che forse saranno bravi nella caccia ma sicuramente non sono così abili nella guerra.
Zampa di Giaguaro riesce a mettere in salvo la moglie incinta e il figlioletto in un pozzo, ma preso anche lui viene portato con un lungo cammino attraverso la foresta nel centro della civiltà maya, fin sopra una gigantesca piramide dove vengono compiuti sacrifici umani.
Una improvvisa eclisse lo salva dalla morte, ma per conquistare il diritto a tornare dai suoi deve superare un altro esame, ancora più violento, che lo porta ad uccidere il figlio di un capo e quindi a ritrovarsi dietro un gruppo di guerrieri, guidati da questo padre furente, che vogliono fargli la pelle.
Lasciamo il finale alla sorpresa dello spettatore.
Gibson applica al tema delle popolazioni centroamericane precolonizzazione la stessa operazione culturale di The Passion. Un’operazione culturale di verità. Se nella passione di Cristo rappresentò in maniera storicamente accurata la flagellazione romana (che aveva delle regole strutturate), in Apocalypto tema dell’indagine è la descrizione della civiltà maya e dei suoi rituali religiosi. In entrambi i casi il risultato sfiora picchi di violenza a tratti insostenibili, ma necessari a rappresentare la realtà dei fatti.
Dopo la visione del film l'idea che si aveva della civiltà maya non è più la stessa, non vi si riconosce il mito del buon selvaggio sposato da quasi tutti i libri di testo scolastici. Non un Eden violato dai conquistadores, ma un mondo semiprimitivo, legato ancora alla mitologia del sangue. Un mondo senza speranza, in cui una dipartita prematura viene spesso letta come un sollievo (“Dormi, non ci sarà più dolore” dice il padre guerriero chiudendo gli occhi al figlio ferito a morte).
Ma Gibson a questo punto va oltre. Non si ferma ad annotazioni di ordine antropologico, ma sposta le ambizioni del film su un piano ulteriore, proponendo una lettura soprannaturale della vicenda umana. Non accorgersene, o - peggio - non tenerne conto, significa leggere il film solo a metà.
Non si spiega in altro modo la profezia della bambina percossa.
Ecco alcune delle frasi che pronuncia: “Il momento sacro è vicino”; “Colui che vi prenderà cancellerà il cielo e la terra. Vi cancellerà e terminerà il vostro mondo”; e ancora “E’ con noi adesso”, il tutto seguito da riferimenti a Zampa di Giaguaro che sarà lo strumento propiziatorio del primo contatto con la civiltà occidentale.
Come dire che Dio, stanco della crudeltà crescente dei Maya, ritiene i tempi maturi perché il Verbo, tramite gli Spagnoli, entri e modifichi per sempre quel mondo semiprimitivo e sanguinario.
L’astuzia del regista sta nel chiarire, con la vicenda della tribù di Zampa di Giaguaro, quali furono le dinamiche che nella realtà portarono le popolazioni presenti sul territorio centroamericano e vessate dai Maya ad unirsi agli Spagnoli, per porre fine al clima di terrore in cui vivevano.
A margine va annotato un certo compiacimento manieristico nella infernale rappresentazione della città delle piramidi, popolata da una umanità corrotta e anche visivamente sgradevole; una sguardo "apocalittico", per l’appunto, che sembra a tratti prediligere le viscere per veicolare i messaggi forti di cui la pellicola è portatrice. Ma è un peccato veniale, anche perché strumentale a Gibson per confezionare un prodotto impeccabile anche cinematograficamente, coraggioso nel ridurre a una manciata di minuti i momenti parlati e nel lasciarli in maya-yucateco, una lingua morta.
E’ un grandioso affresco di un mondo un istante prima del suo collasso, che inchioda alla poltrona per più di due ore e che conferma il talento di un autore, Gibson, davvero ispirato.

Scaricato dal sito www.europaoggi.it il 12 ottobre 2011
Fonte: http://www.europaoggi.it/content/view/831/0/

La Conquista delle Americhe

dal libro Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana
(Paoline, Milano 1992, p. 637-660)
di Vittorio Messori

La tutela dei nativi ci fu in america del sud e non al nord. I "conquistatori" liberarono i nativi dall'oppressione di regimi sanguinari aztechi e inca
Ben sette Oscar per «Dance with wolves», «Balla coi lupi», il film americano "dalla parte degli indiani". Fu attorno alla metà degli anni Sessanta che il western procedette alla svolta: fu messo in crisi lo schema "bianco buono - pellerossa cattivo", con i primi dubbi sulla bontà della causa dei pionieri anglosassoni. Da allora quella crisi è andata sempre aumentando, sino al rovesciamento completo: ora, le nuove categorie esigono di vedere nell'indiano sempre un puro eroe e nel pioniere sempre un brutale invasore.
Nauralmente, anche questo rischia di diventare una sorta di nuovo conformismo dell'uomo occidentale P.C., Political Correct, come si dice per indicare chi rispetta i canoni e i tabù della mentalità corrente.
Mentre prima era socialmente scomunicato chi non vedesse un martire della civiltà e un campione del patriottismo "bianco" nel colonnello George A. Custer, ora incappa nella stessa scomunica chi parlasse male di Toro Seduto e dei suoi Sioux che, quel mattino del 25 giugno 1876, a Little Big Horn, massacrarono il Custer stesso con gli yankees del 7° cavalleggeri.

La leggenda nera nasce dall'Olanda e dalla Gran Bretagna, potenze protestanti
Malgrado il rischio di nuovi slogan conformistici, non si può non accogliere con soddisfazione l'attuale scoprimento degli altarini dell’'altra" America, quella protestante, che diede (e dà) tante sdegnose lezioni di morale all'America cattolica. Già dal Cinquecento le potenze nordiche riformate - Gran Bretagna e Olanda in primis - diedero inizio alla guerra psicologica, inventando la "leggenda nera" della barbarie e dell'oppressione, nei suoi domini oltreoceano, di quella Spagna con cui erano in lotta per il predominio marittimo.
"Leggenda nera" che - come accade puntualmente per tutto ciò che è fuori moda nel mondo laico - viene ora scoperta golosamente da preti, frati e cattolici "adulti" in genere i quali, protestando con toni virulenti contro le celebrazioni del quinto centenario del «descubrimiento» non sanno di essere succubi, con qualche secolo di ritardo, di una fortunata campagna dei servizi di propaganda britannici e olandesi.
Ha scritto uno storico di oggi, insospettabile in quanto calvinista, Pierre Chaunu: «La leggenda antispanica, nella sua versione americana (in quella europea punta soprattutto sull'Inquisizione) ha giocato un ruolo salutare di valvola di sfogo. Il preteso massacro degli indios da parte degli spagnoli nel XVI secolo ha coperto il massacro americano sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo. L'America protestante ha così potuto liberarsi del suo crimine rigettandolo sull'America cattolica».

Prima degli europei c'erano ben altri usurpatori: Inca e Aztechi
Intendiamoci: prima di occuparsi di simili temi occorrerebbe liberarsi da certi attuali moralismi irreali che non vogliono riconoscere che la storia è una inquietante, spesso terribile signora. Nella prospettiva realistica da ritrovare, bisognerebbe condannare, ovviamente, errori ed atrocità (da qualunque parte vengano) senza però maledire, quasi fosse stato cosa mostruosa, il fatto in sé dell'arrivo degli europei nelle Americhe e del loro installarsi in quelle terre, organizzandovi un nuovo habitat.
Nella storia non è praticabile l'edificante esortazione a "restare ciascuno nella sua terra, senza invadere quella di altri". Non è praticabile non soltanto perché così si negherebbe ogni dinamismo alla vicenda umana; ma soprattutto perché ogni civiltà è frutto di un rimescolamento che mai fu pacifico. Senza scomodare la Storia Sacra stessa (la terra che fu promessa agli ebrei da Dio non era loro, ma fu da essi strappata a forza agli abitatori precedenti), le anime belle che inveiscono contro i malvagi usurpatori nelle Americhe dimenticano (tra l'altro) che, al loro arrivo, quegli europei trovarono ben altri usurpatori. L'impero azteco e quello inca erano stati creati con la violenza ed erano mantenuti con sanguinaria oppressione da popoli invasori che avevano ridotto in schiavitù i nativi.

I popoli oppressi appoggiarono i conquistatori perché erano dei liberatori
E si fa spesso finta di ignorare che le sbalorditive vittorie di poche decine di spagnoli contro migliaia di guerrieri non furono determinate né dagli archibugi né dai pochissimi cannoni (tra l'altro, spesso inutilizzabili, in quei climi, perché l'umidità neutralizzava le polveri) né dai cavalli (che non potevano essere lanciati alla carica nella foresta).
Quei trionfi furono dovuti innanzitutto all'appoggio degli indigeni oppressi dagli incas e dagli aztechi. Dunque, più che come "usurpatori", gli iberici furono salutati in molti luoghi come liberatori. E aspettiamo ancora che gli storici "illuminati" ci spieghino come mai non ci furono, negli oltre tre secoli ispanici, rivolte contro i nuovi dominatori, pur ridottissimi di numero ed esposti, quindi, al pericolo di essere spazzati via al minimo moto. L'immagine dell'invasione dell'America del Sud svanisce subito a contatto con le cifre: nei cinquant'anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 (ma sì: cinquecento!) l'anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo.

La storia moralista è fantastoria
Per tornare ai rimescolamenti di popoli con i quali bisogna fare realisticamente i conti, non va dimenticato ad esempio - che i colonizzatori del Nord America venivano da un'isola che a noi sembra naturale definire "anglo-sassone". In realtà, era dei Britanni, che prima furono assoggettati dai Romani e poi da barbari germanici - gli Angli e i Sassoni, appunto - che massacrarono buona parte degli indigeni e l'altra parte la fecero fuggire sulle coste della Gallia dove, cacciati a loro volta gli abitanti originari, crearono quella che fu detta Bretagna. Del resto, nessuna delle grandi civiltà (né quella egizia, né quella romana, né quella greca, senza mai dimenticare quella ebraica) fu creata senza invasioni e relative cacciate dei primi abitatori.
Dunque, nel giudicare la conquista europea delle Americhe, occorrerà guardarsi dall'utopismo moralistico che vorrebbe una storia fatta tutta di inchini, di buone maniere, e di "prego, prima Lei".

La conquista "cattolica" è stata migliore della protestante
Chiarito questo, andrà pur anche detto che c'è "conquista" e "conquista": è certo (e anche film come il premiatissimo Balla coi lupi cominciano a farlo capire) che quella "cattolica" è stata ampiamente preferibile a quella "protestante".
Come ha scritto un altro storico contemporaneo, Jean Dumont: "Se, per disgrazia, la Spagna (con il Portogallo) fosse passata alla Riforma, fosse divenuta puritana e avesse dunque applicato gli stessi principi del Nord America ("lo dice la Bibbia: l'indiano è un essere inferiore, anzi è un figlio di Satana"), un immenso genocidio avrebbe spazzato via dal Sud America la totalità dei popoli indigeni. Oggi, i turisti, visitando poche "riserve" dal Messico alla Terra del Fuoco, scatterebbero fotografie di sopravvissuti, testimoni del massacro razziale, compiuto per giunta in base a motivazioni «bibliche»".

In nord america sono rimasti 1 milione e mezzo di indiani
In effetti, le cifre parlano: mentre i "pellerossa" superstiti nel Nord America si contano a poche migliaia, nell'America ex-spagnola ed ex-portoghese la maggioranza della popolazione o è ancora di origine india o è il frutto di incroci di precolombiani con europei e (soprattutto in Brasile) con africani.
Il discorso sulle diverse colonizzazioni (iberica e anglosassone) delle Americhe è talmente vasto - e tanti sono i pregiudizi accumulatisi - che non possiamo che allineare qualche appunto. Per restare alla popolazione indigena, questa (lo ricordammo) è quasi scomparsa negli attuali Stati Uniti, dove sono registrati come "membri di tribù indiana" circa un milione e mezzo di persone. In realtà, la cifra, già assai esigua, si riduce di molto se si considera che, per quella registrazione, basta un quarto di sangue indiano.

In sud america il 90% della popolazione è india
Situazione rovesciata a Sud, dove - nella zona messicana, in quella andina, in molti territori brasiliani - quasi il 90 per cento della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati. Inoltre, mentre la cultura degli Stati Uniti non deve a quella indiana che qualche parola, essendosi sviluppata dalle sue origini europee senza quasi scambi con le popolazioni autoctone, non così nell'America ispanoportoghese, dove l'incrocio non è stato certo solo demografico, ma ha creato una cultura e una società nuove, dalle caratteristiche inconfondibili.

Portoghesi e spagnoli non disdegnavano di sposare indigeni
Certo: questo è dovuto anche al diverso stadio di sviluppo dei popoli che anglosassoni e iberici trovarono in quei continenti; ma è dovuto anche, se non soprattutto, alla diversa impostazione religiosa. A differenza di spagnoli e portoghesi cattolici che non esitavano a sposare indigene, nelle quali vedevano persone umane alla pari di loro, i protestanti (seguendo la logica di cui già parlammo e che tende a far tornare indietro, verso l'Antico Testamento, il cristianesimo riformato) erano animati da quella sorta di "razzismo" o, almeno, di senso di superiorità da "stirpe eletta", che aveva contrassegnato Israele. Questo, unito alla teologia della predestinazione (l'indiano è arretrato perché "predestinato" alla dannazione, il bianco è progredito come segno di elezione divina), portava a considerare come una violazione del piano provvidenziale divino il rimescolamento etnico o anche solo culturale.

Tutte le terre conquistate dal protestantesimo hanno vissuto la piaga del razzismo e dell'apartheid
Così è avvenuto non solo in America e con gli inglesi, ma in tutte le altre zone del mondo dove giunsero europei di tradizione protestante: l'apartheid sudafricano, per fare l'esempio più clamoroso, è tipica creazione - e teologicamente del tutto coerente - del calvinismo olandese. (Sorprende, dunque, quella sorta di masochismo che ha spinto di recente la Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani a unirsi, senza alcuna precisazione o distinguo, alla "Dichiarazione di pentimento" dei cristiani bianchi verso i neri di quel Paese. Sorprende perché, se qualche comportamento condannabile può esserci stato anche da parte cattolica, questo - al contrario di quanto verificatosi da parte protestante - è avvenuto in pieno contrasto sia con la teoria sia con la prassi cattoliche. Ma tant'è: sembra che, oggi, ci siano non pochi clericali ben lieti di addossare alla loro Chiesa anche colpe che non ha).

La Spagna non fece colonie ma "province"
E' proprio dalle diverse teologie che traggono origine i diversi modi di "conquista" delle Americhe: gli spagnoli non considerarono la popolazione dei loro territori come una sorta di spazzatura da eliminare per installarvisi da soli padroni. Si riflette poco sul fatto che la Spagna (a differenza della Gran Bretagna) non organizzò mai il suo impero americano in "colonie" ma in "province". E che il re di Spagna non assunse mai la corona di "Imperatore delle Indie", anche qui a differenza di quanto farà, e ormai alle soglie del XX secolo, la monarchia inglese. Sin dall'inizio (e poi, con costanza implacabile, per tutta la storia seguente) i coloni protestanti considerarono loro diritto fondato sulla Bibbia stessa – il possedere senza problemi né limiti tutta la terra che riuscivano ad occupare, cacciandone o sterminandone gli abitanti. I quali, in quanto non facenti parte del "nuovo Israele" e in quanto marchiati dai segni di una predestinazione negativa, erano in completa balia dei nuovi padroni.

Anche nei confronti della terra una diversa impostazione "teologica"
Il regime dei suoli instaurato nelle diverse parti americane conferma queste diverse prospettive e spiega i diversi esiti: al Sud si ricorse al sistema della «encomienda» che era un istituto di derivazione feudale, era la concessione fatta dal sovrano a un privato di una porzione di territorio tenendo conto della popolazione già presente, i cui diritti erano tutelati dalla Corona, che restava la vera proprietaria. Non così al Nord, dove prima gli inglesi e poi il governo federale degli Stati Uniti dichiareranno la loro proprietà assoluta sui territori occupati e da occupare: tutta la terra è ceduta a chi lo desideri al prezzo che verrà poi fissato, in media, in un dollaro ad acro. Quanto agli indigeni eventualmente presenti su quelle terre sarà cura dei coloni (se necessario con l'aiuto dell'esercito) di allontanarli o, meglio, di sterminarli.

La caccia all'indiano rendeva: 12 sterline per uno scalpo
Il termine sterminio non è esagerato e rispetta la realtà concreta. Molti, ad esempio, non sanno che la tecnica della scotennatura era conosciuta dagli indiani del Nord come del Sud. Ma tra questi ultimi scomparve subito, vietata dagli spagnoli. Non così al Nord. Per citare, ad esempio, la voce relativa su una enciclopedia insospettabile come la Larousse: «La pratica dello scotennamento sì diffuse nel territorio degli attuali Stati Uniti a partire dal XVII secolo, quando i coloni bianchi presero ad offrire grosse ricompense a chi portava la capigliatura (o scalpo) di un indiano: uomo, donna o bambino che fosse».
Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all'indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio. Il motto «il miglior indiano è l'indiano morto», sempre messo in pratica negli Stati Uniti, nasce non solo dal fatto che ogni indiano soppresso era un fastidio in meno per i nuovi proprietari, ma pure dal fatto che il suo scalpo era ben pagato dalle autorità. Usanza che nell'America "cattolica" non era solo sconosciuta ma che avrebbe suscitato - se qualcuno, abusivamente, avesse cercato di introdurla - non soltanto lo sdegno dei religiosi, sempre presenti accanto ai colonizzatori, ma anche le severe pene stabilite dai re a tutela del diritto alla vita degli indigeni.

Nel sud si moriva di malattie e non di spada
Ma questi, si dice, morirono a milioni anche nel Centro e Sud America. Certo, morirono: ma non al punto di quasi scomparire come nel Nord. Il loro sterminio non fu determinato soprattutto dalle spade d'acciaio dì Toledo e dalle armi da fuoco (che, come vedemmo, tra l'altro facevano quasi sempre cilecca), bensì dagli invisibili quanto micidiali virus portati dal Vecchio Mondo.
Lo choc microbico e virale che causò in pochi anni il dimezzamento delle popolazioni nell'America iberica è stato studiato dal "Gruppo di Berkeley", formato da studiosi di quella università. Fu qualcosa di paragonabile alla peste nera che, nel Trecento, aveva desolato l'Europa provenendo dall'India e dalla Cina. Tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo: mali che, nella loro isolata nicchia ecologica, gli indios non conoscevano, per i quali non avevano dunque difese immunitarie e che furono portati dagli europei. I quali non possono, evidentemente, essere considerati responsabili per questo: anzi, furono falcidiati a loro volta da malattie tropicali alle quali gli indigeni resistevano assai meglio. Giustizia vuole che si ricordi (cosa che si fa assai di rado), che l'espansione dell'uomo bianco al di fuori dell'Europa assunse spesso l'aspetto tragico di un'ecatombe, con una mortalità che - con certe navi, incerti climi, con certi autoctoni - raggiunse percentuali impressionanti.

Quel contagio appariva misterioso agli occhi di alcuni commentatori del tempo
Ignorando i meccanismi del contagio (Pasteur era ancora ben lontano...) anche uomini come Bartolomé de Las Casas - figura controversa della quale bisognerà parlare al di là degli schemi semplificatori - caddero nell'equivoco: vedendo quei popoli diminuire drasticamente, gettarono il sospetto sulle armi dei connazionali, mentre non erano, spesso, che i virus di costoro. E' un fenomeno di contagio micidiale osservato anche molto di recente tra tribù restate isolate nella Guyana francese e nell'Amazzonia brasiliana.
L'usanza spagnola di un «Jesùs!» detto come augurio a chi starnutisce nasce dal fatto che anche un semplice raffreddore (di cui lo starnuto è segnale) era spesso mortale per gli indigeni che non lo avevano mai conosciuto e per il quale, dunque, non avevano difese biologiche. (...)

Colombo fece schiavi ma fu punito dalla regina Isabella e fu vietata la schiavitù
Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».

Il testamento di Isabella: difendete i nativi
E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».
E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

Sono attendibili le cronache di Bartolomeo de Las Casas?
Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: «Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias». Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?
E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.

Gli storici concordano: le denuncie di Las Casas non sono attendibili
Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.
E', questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».

Suo padre fu uno schiavista di Colombo e lui stesso ne colse l'eredità prima di convertirsi
Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".
Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.

I nativi erano talmente tutelati che era meglio usare gli schiavi neri
Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.
La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.

Las Casas non si accorse dei neri. Le autorità spagnole per fortuna sì
Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.

Las Casas dimostra che c'era libertà di parola
Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.
Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».

Le denuncie furono sempre prese sul serio e spesso diventarono leggi
Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.
Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.
Le denunce di Bartolomé de Las Casas, dunque, sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l'hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l'encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.

All'università di Salamanca nasce il diritto internazionale moderno basato sull'"eguaglianza di tutti gli uomini"
Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani. Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce - pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l'importante provvedimento delle "Leggi Nuove". Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».
L'imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. E anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all'università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell"'eguaglianza naturale di tutti i popoli" e dell'aiuto reciproco tra le genti.

I numeri dei sacrifici umani degli Aztechi: 80.000 giovani alla volta
Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno; come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell'America Centrale erano caduti sotto l'orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.
Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo "choc virale". In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l'ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L'intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.

C'è chi vorrebbe ripristinare quelle mattanze ...
Di recente, l'attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come "politicamente impegnata" schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i "culti" aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane», la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani».
Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch'egli americano, ricordando all'attrice (e magari ai cattolici che piangono il "crimine culturale" della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.

Liturgia Azteca:
Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dèi. Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c'erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che lo portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».
Mentre così erano sacrificati i giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantilàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i "fanatici" spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero "il cristianesimo è peggio".

Il "regime" Inca
Solo un po' meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano praticati dagli incas per allontanare un pericolo, una carestia, un'epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca».
Tra l'altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del "socialismo reale" alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente. Come nell'Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l'iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico "moderno", precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare "contaminazioni razziali" e assicurare un razionale "allevamento umano".

Non c'era la ruota, il ferro, l'uso del cavallo e delle bestie da soma. Ci pensavano gli schiavi
A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell'America precolombiana, conosceva l'uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all'arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che - aggiungendovi la mancanza delle ruote - tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.
E' su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della "eguaglianza naturale di tutti i popoli", riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d'aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza dì quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli "alieni" che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

Non una situazione idilliaca ma un sistema in cui riaffiorava continuamente la coscienza cristiana
Sulla colonizzazione spagnola nelle Americhe e su denunce come quelle di Las Casas (continuiamo il nostro discorso), è significativo quanto scrive il protestante Pierre Chaunu: «Ciò che deve stupirci non sono gli abusi iniziali, è semmai il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva, a tutti i livelli - quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato - da una profonda coscienza cristiana».
Così, opere come la «Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie» di fra Bartolomè furono utilizzate senza scrupoli dalla propaganda protestante e poi illuminista, mentre sono - per dirla ancora con Chaunu - «il più bel titolo di gloria della Spagna». Testimoniano, in effetti, della sensibilità al problema dell'incontro con un mondo del tutto nuovo e inatteso, sensibilità che sarà a lungo assente nel colonialismo prima protestante e poi "laico", gestito dalla brutale borghesia europea dell'Ottocento, ormai secolarizzata.

Las Casas fu sempre preso sul serio... forse troppo
Abbiamo visto come, dalla Corona in giù, non solo non si prendano provvedimenti contro una contestazione come quella di Las Casas, ma si tenti di correre ai ripari con leggi che tutelino quegli indios dei quali il "contestatore" stesso sarà proclamato Protector General. Per dodici volte il frate varcherà l'Oceano per perorare presso il governo della Madrepatria la causa dei suoi protetti: e, sempre, sarà onorato e ascoltato e i suoi cahiers de doléances saranno passati a commissioni che ne trarranno leggi, oltre che a professori che daranno vita al moderno "diritto delle genti".
Siamo di fronte a un fatto inedito, che non ha esempi nella storia dell'Occidente: ed è tanto più sorprendente se si aggiunge che Las Casas non fu solo preso sul serio ma - probabilmente - fu persino preso troppo sul serio.

Anche perché 20 milioni di indios massacrati sono un po' troppi (lo ha scritto Las Casas)
Dicemmo già, in effetti, di un sospetto - avanzato da chi ne ha indagato la psicologia - addirittura di uno "stato di allucinazione", di una "esaltazione mistica" in questo convertito. Per dirla con l'insospettabile americano William S. Maltby, «le esagerazioni di Las Casas lo espongono a un giusto e indignato ridicolo». O, per citare Jean Dumont: «Nessuno studioso che si rispetti può prendere sul serio le sue denunce estreme». Scegliendo ancora, ecco qui, tra i mille, il laicissimo Celestino Capasso: «Trascinato dalla sua tesi, il domenicano non esita a inventare notizie, precisando persino a 20 milioni il numero degli indios massacrati, o accogliendo per fondate notizie fantastiche, come l'uso dei conquistatori di farsi accompagnare da schiavi per il pasto dei cani da combattimento...».
Come dice Luciano Perena, dell'Università di Salamanca: «Las Casas si perde sempre in cose vaghe e imprecise. Non dice mai quando né dove si consumarono gli orrori che denuncia, né si cura di stabilire se costituiscano l'eccezione. Al contrario: contro ogni verità, lascia intendere che le atrocità sarebbero state il modo unico e abituale della Conquista». Per lui, personalità pessimista e ossessiva, il mondo è in bianco e nero. Da una parte i suoi malvagi connazionali, quasi belve scatenate; dall'altra parte gli indigeni, visti, testualmente, come «gente che non conosce sedizioni o tumulti», che è «del tutto sprovvista di rancore, di odio, di desiderio di vendetta». In questo senso, è tra i predecessori del mito del "buon selvaggio", caro agli illuministi del Settecento come Rousseau, e che continua ad agire in certo attuale, ingenuo terzomondismo secondo il quale tutti gli uomini sono santi, purché non siano europei o nordamericani: i soli, ovviamente, che nascano marchiati da una colpa imperdonabile.

Un utopista con buone intenzioni ma poca presa sulla realtà
Stupisce, in un frate, questa negazione del peccato originale, questa mancanza di realismo e anche di giustizia: da una parte starebbero degli angeli indifesi e dall'altra dei demoni spietati. Tra l'altro, quell'Hernán Cortés che mise fine al grande impero degli aztechi e che è presentato da Las Casas a tinte fosche (che pare non meritasse del tutto) era anche colui che dalle piramidi vide scendere il fiume di sangue umano delle vittime sacrificate. Mai un'impresa come quella di simili Conquistadores avrebbe potuto realizzarsi con le buone maniere: qui, poi, la durezza era considerata sacrosanta dagli spagnoli perché di quelle popolazioni "mitissime", secondo Las Casas, facevano pur parte gli aztechi - e poi gli incas, di cui si occuperà Francisco Pizarro - con quel loro "vizietto" di strappare il cuore a decine di migliaia di giovani.
Come tutti gli utopisti, Las Casas non superò la prova della realtà: tra i molti altri privilegi, il governo gli concesse di provare a mettere in pratica, in appositi territori messigli a disposizione, il suo progetto di evangelizzazione tutto "dialogo" e scuse. Ogni volta, finì col massacro dei missionari o nella loro fuga, incalzati dai cosiddetti "buoni selvaggi" muniti di temibili frecce avvelenate. Come sempre, i sogni, messi in pratica, si rovesciano in incubi.
Così, per dirla con il suo più recente biografo, Pedro Borgés, docente alla Complutense di Madrid, Bartolomé si rifugiò di nuovo nell'irrealismo, «predicando sempre non ciò che si poteva, ma ciò che si sarebbe dovuto fare». E comunque lo stesso Borgés che mette in guardia dal pensare che Las Casas sia il precursore di certa marxisteggiante "teologia della liberazione": da buon convertito, ciò che gli interessava era la salvezza eterna. La sua ossessione per gli indios non era per mettere al riparo i loro corpi, bensì per salvare le loro anime. Solo se presi nel verso giusto avrebbero accettato il battesimo, senza il quale sarebbero andati all'inferno sia essi che gli spagnoli. Siamo, dunque, all'opposto di chi oggi non vede che la dimensione orizzontale e che, quindi, nulla ha a che fare con il mistico Las Casas.

Una cristianità dalla vivace fede "meticcia" incarnata nell'incontro tra diverse culture
Comunque, come riconosce Maltby, «quali che fossero i difetti del suo governo, nessuna nazione della storia eguagliò la Spagna nella preoccupazione per la salvezza delle anime dei suoi nuovi sudditi». Fino a quando la corte di Madrid non fu inquinata da massoni e "illuminati", non si badò né a spese né a difficoltà per onorare gli accordi con il Papa, che aveva concesso i diritti del Patronato contro precisi doveri di evangelizzazione. I risultati parlano: grazie al sacrificio e al martirio di generazioni di religiosi mantenuti con larghezza dalla Corona, nelle Americhe si creò una cristianità che è ora la più numerosa della Chiesa cattolica e che, malgrado i limiti di ogni cosa umana, ha dato vita a una vivace fede "meticcia", incarnata nell'incontro vitale di diverse culture. Lo straordinario barocco del cattolicesimo latino-americano è il segno più evidente di come (malgrado gli errori e gli orrori) sia felicemente riuscita una delle più grandi avventure religiose e culturali. A differenza che nel Nord America, qui cristianesimo e culture precolombiane hanno dato vita a un uomo e a una società davvero nuovi rispetto alla situazione precolombiana.

L'opera di Las Casas fu usata dalla guerra psicologica anticattolica
Pur nelle sue esagerazioni, generalizzazioni illecite, invenzioni e diffamazioni, Las Casas è testimone importante di un Occidente non dimentico dei moniti evangelici. Abusivo fu isolarlo dal dibattito in corso allora nella penisola iberica, per strumentalizzarlo come arma da guerra contro il "papismo". Fingendo oltretutto di ignorare che, contro la Spagna, si utilizzava la voce di uno spagnolo (membro, tra l'altro, di un ordine nato in Spagna), ascoltato e protetto dal governo e dalla Corona di quella Spagna stessa.
«Arma cinica di una guerra psicologica», così Pierre Chaunu definisce l'uso che le potenze protestanti fecero dell'opera di Las Casas. Le redini dell'operazione antispagnola furono prese innanzitutto dall'Inghilterra; per ragioni politiche ma anche religiose, poiché in quell'isola il distacco da Roma di Enrico VIII aveva creato una Chiesa di Stato abbastanza potente e strutturata da porsi come capofila delle altre comunità riformate in Europa. La lotta inglese contro la Spagna fu vista così come la lotta del "puro Evangelo" contro "la superstizione papista".

Quelle immagini disegnate da un olandese antipapaista
Una parte importante in questa operazione di "guerra psicologica" fu giocata anche dai Paesi Bassi e dalle Fiandre, impegnati contro gli spagnoli. Fu proprio un fiammingo, Theodor De Bry, che disegnò le incisioni per accompagnare una delle tante edizioni fatte in terra protestante della «Brevissima Relazione»: disegni truculenti, dove gli iberici sono rappresentati mentre si danno a ogni sorta di sadiche efferatezze contro i poveri indigeni. Poiché queste del De Bry (il quale, naturalmente, lavorò di fantasia) sono praticamente le sole immagini antiche della Conquista, esse furono continuamente riprodotte e ancora adesso stanno, ad esempio, su molti manuali scolastici. Inutile dire quanto abbiano contribuito al formarsi della "Leggenda nera".

E dopo: Napoleone che però non durò
A proposito della quale - tanto per dare qualche altro elemento ai molti già elencati - va anche osservato che sempre si dimentica di riflettere su ciò che avvenne dopo il dominio spagnolo. Il Paese iberico, si sa, fu invaso da Napoleone e (malgrado quella tenace, invincibile resistenza popolare che fu il primo segno della fine per l'impero francese), dovette abbandonare a se stessi gli immensi territori americani.

Quando si ristabilì l'autorità spagnola c'erano i borghesi che non avevano intenzione di ricominciare a tutelare i nativi
Quando la stella napoleonica si eclissò e la Spagna riebbe il suo governo, era ormai troppo tardi per ristabilire oltre Oceano lo statu quo: furono inutili i tentativi di domare la rivolta dei "creoli", cioè della borghesia bianca ormai radicata in quei luoghi. Quei borghesi benestanti erano coloro che da sempre avevano relazioni tese con la Corona e il governo della Madrepatria, accusati di "difendere troppo" gli indigeni e di impedirne lo sfruttamento. Soprattutto, l'ostilità creola si dirigeva contro la Chiesa e in particolare contro gli ordini religiosi perché non solo vegliavano affinché fossero rispettate le leggi di Madrid a tutela degli indios ma anche perché (a partire da subito, prima ancora di Las Casas: la prima denuncia contro i Conquistadores risuonò nell'Avvento del 1511 in una chiesa dal tetto di paglia a Santo Domingo e la pronunciò padre Antonio de Montesinos) sempre si erano battuti affinché quella legislazione fosse continuamente migliorata. Si è forse dimenticato che le spedizioni armate per distruggere le reducciones dei gesuiti erano state organizzate dai proprietari spagnoli e portoghesi, quegli stessi che fecero pesanti pressioni sulle rispettive Corti e governi perché la Compagnia di Gesù fosse definitivamente soppressa?

La borghesia massonica non ne voleva sapere della Chiesa e della tutela degli indios
Anche a causa di questa opposizione alla Chiesa, vista come alleata degli indigeni, l'élite creola che guidò la rivolta contro la Madrepatria era inquinata in profondità dal Credo massonico che diede ai moti di indipendenza il carattere di duro anticlericalismo - se non di anticristianesimo - che è continuato sino ai giorni nostri. Sino - ad esempio - al martirio dei cattolici nel Messico della prima metà del nostro secolo. I «Libertadores», i capi della insurrezione contro la Spagna, furono tutti alti esponenti delle Logge: del resto, proprio da quelle parti si formò alla ideologia liberomuratoria Giuseppe Garibaldi, destinato a diventare Gran Maestro di tutte le massonerie. Un'occhiata alle bandiere e ai simboli statali dell'America Latina rivela l'abbondanza di stelle a cinque punte, triangoli, piramidi, squadre e di tutto l'armamentario del simbolismo dei "fratelli".
Sta di fatto che, proprio in nome dei principi di fratellanza universale massonica e dei "diritti dell'uomo" di giacobina memoria, i creoli, non appena liberati dall'impaccio delle autorità spagnole e della Chiesa, poterono disfarsi anche dell'impaccio delle leggi di tutela per gli indios. Quasi nessuno dice l'amara verità: dopo il primissimo periodo (fatalmente duro per l'incontro-scontro di culture tanto diverse) della colonizzazione iberica, nessun altro periodo fu tanto disastroso per gli autoctoni sudamericani come quello che inizia agli albori del XIX secolo, con l'assunzione del potere da parte della borghesia sedicente "illuminata".

Escono di scena Chiesa e Spagna: si sopprimono le lingue locali, si distruggono le culture indigene...
Al contrario di quanto vuol far credere la "leggenda nera" protestante e illuminista, l'oppressione senza limiti, il tentativo di distruzione delle culture indigene inizia con l'uscita di scena della Corona e della Chiesa. E' da allora, ad esempio, che si inizia un'opera sistematica di distruzione delle lingue locali, per sostituirle con il castigliano, idioma dei nuovi dominatori che pur proclamavano di avere assunto il potere "in nome del popolo". Ma era un "popolo" costituito in realtà solo dalla esigua classe dei proprietari terrieri di origine europea.

...si prendono provvedimenti per impedire la mescolanza razziale...
Fu da allora che spuntarono quei provvedimenti, che mai erano stati presi durante il periodo "coloniale", per impedire il "meticciamento", la mescolanza razziale e culturale. Mentre la Chiesa approvava e incoraggiava i matrimoni misti, i governi "liberali" li contrastarono e spesso li vietarono del tutto. Si cominciò, cioè, a seguire l'esempio così poco evangelico delle colonie anglosassoni al Nord: anche qui, non a caso, era stata la massoneria a guidare la lotta per l'indipendenza. Si crea allora un fronte comune tra Logge dell'America Settentrionale e di quella Meridionale, prima per battere la Corona di Spagna e poi la Chiesa cattolica. Nasce anche così la dipendenza - che contrassegnerà tutta la storia che continua sino ad ora - del Sud nei riguardi del Nord. E' curioso: quei "progressisti" che inveiscono contro le colpe della colonizzazione cattolica spagnola e denunciano al contempo la sudditanza dell'America latina verso quella yankee, non sono evidentemente consapevoli che questa loro duplice protesta è contraddittoria: re di Spagna e papi furono, finché poterono, i grandi difensori dell'identità religiosa, sociale, economica delle zone "cattoliche". Il "protettorato" nordamericano è stato determinato anche dai criollos, i creoli, «i ricchi coloni che vollero scrollarsi di dosso autorità spagnole e religiosi per poter far meglio i loro comodi e i loro affari». Così Franco Cardini, il quale, a proposito dei nordamericani chiamati a soccorso (spesso occulto) dei "fratelli" in lotta contro Corona e Chiesa, aggiunge: «Si pensi alle porcherie che hanno accompagnato l'egemonizzazione dell'area panamense e la guerra di Cuba alla fine del XIX secolo; si pensi al costante appoggio americano offerto al governo laicista messicano, che da decenni mantiene una Costituzione che, nel suo dettato più che anticlericale, anticattolico, umilia e offende i sentimenti della maggior parte del popolo del Messico: e gli Usa hanno appoggiato banditi come Venustiano Carranza quando si è profilata la possibilità che qualcosa potesse cambiare. E non hanno mosso un dito durante la sanguinosa persecuzione anticattolica degli anni Venti». Oggi, si sa, il governo americano favorisce e finanzia il proselitismo di sette protestanti che, sradicando il popolo dalle sue tradizioni di quasi mezzo millennio, costituisce una grave violenza anche culturale.

Fine del "barocco meticcio" l'architettura è "puramente" europea
Gli sforzi "razzisti" del dopo Spagna sono tragicamente simboleggiati dall'arte: mentre le due culture, prima, si erano meravigliosamente intrecciate, dando vita al capolavoro del barroco mestizo, il "barocco meticcio", si divisero di nuovo con l'arrivo al potere degli illuministi. Alla architettura straordinaria delle città coloniali e delle missioni si sostituì l'architettura solo di imitazione europea delle nuove città borghesi, dove per i poveri indios non c'era più alcun posto.
Postato il 12 ottobre 2011

07 ottobre 2011

Sessi separati a scuola?

Secondo alcuni, migliori insegnamento e rendimento. Ma molti lo bocciano: si alimentano gli stereotipi
di Margherita Fronte

MILANO - L’intenzione è buona. Chi propone che a scuola le classi siano divise per sesso – i maschietti da una parte e le femminucce dall’altra – ritiene che in questo modo l’insegnamento sia più efficace, che la personalità si sviluppi in modo più armonico e che il rendimento scolastico sia migliore, e lo sarà anche in futuro. Ma un articolo pubblicato su Scienceboccia senza appello questa idea, bollando come pseudoscientifiche le ricerche che la supportano e accusando il separatismo scolastico di alimentare, negli studenti, stereotipi sull’altro sesso.

IL DIBATTITO - L’articolo si inserisce in un dibattito che negli Stati Uniti è infervorato, da quando, nel 2006, il Dipartimento per l’educazione ha stabilito che anche le scuole pubbliche possono adottare la politica della separazione dei sessi. E a firmarlo non è esattamente un gruppo di ricerca neutrale, ma i fondatori dell’American Council for CoEducational Schooling, associazione no profit che si batte per mantenere il sistema misto. Gli autori sono però anche psicologi ed esperti in materia, che afferiscono a importanti università (la prima firmataria è Diane Halpern, già presidentessa dell’American Psicological Association) e la loro posizione è supportata da numerose ricerche, che scardinano i capisaldi degli “avversari”.

APPROCCIO DIFFERENZIATO? - Primo fra tutti, quello sulla presunta diversità fra il cervello dei bambini e quello delle bambine, che determinando un diverso “stile di apprendimento” giustificherebbe un approccio educativo differenziato. In realtà, spiegano Halpern e colleghi, «i neuroscienziati hanno trovato poche differenze fra bambini e bambine, se si esclude un volume un po’ maggiore del cervello maschile, e una maturazione più precoce di quello femminile, ma nessuna delle due caratteristiche è legata alla capacità di apprendere. Alcune differenze sessuali sono state riportate negli adulti, ma anche in questo caso non sono tali da legittimare un diverso approccio nei metodi educativi».

IMPORTANTE È IL CONTESTO «In effetti – conferma Antonella Costantino, responsabile dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile al Policlinico di Milano – i geni (maschili o femminili) concorrono a determinare differenze, che però sono molto influenzate dal contesto in cui si cresce. Questo però non è sufficiente a giustificare la separazione fra i sessi a scuola, anche perché sono ormai numerose le ricerche che dimostrano che qualsiasi sistema educativo che tende a escludere e separare gli studenti – per sesso, per razza o per altre caratteristiche – è meno efficace di quelli che, invece, si basano sull’inclusione, che favoriscono la flessibilità, danno maggiori strumenti per affrontare situazioni diversificate e, sul lungo periodo, rendono meglio anche sotto il profilo più strettamente scolastico». Cade così il secondo caposaldo, in base al quale chi proviene da una scuola a sessi separati avrebbe poi voti migliori all’università e più successo nella vita.

RAMPOLLI E TEST -L’articolo di Science sottolinea, al contrario, che le numerose ricerche che sembrano dimostrare la superiorità del metodo educativo basato sulla separazione dei sessi trascurano due aspetti importanti, che di fatto le invalidano. Il primo è che nella maggior parte dei casi, si tratta di scuole private, frequentate dai rampolli delle upper class, il cui successo dipende molto dalla posizione sociale, oltre che dai bei voti. Il secondo fattore è che spesso per accedere a queste scuole bisogna superare un test di ingresso che esclude a priori gli studenti meno dotati.

STEREOTIPI SESSISTI - Fra gli studi che hanno esaminato gli effetti del separatismo scolastico, sarebbero invece molto più convincenti quello che lo bocciano. «È provato che la separazione dei sessi aumenta gli stereotipi sull’altro sesso, legittimando gli atteggiamenti sessisti» si legge su Science. «In un mondo in cui i ruoli maschile e femminile tendono a confondersi, estremizzare la separazione non può che essere controproducente» conferma Antonella Costantino. «La collaborazione fra i sessi andrebbe invece incentivata e favorita, fin dall’infanzia». Negli Stati Uniti le scuole pubbliche con classi omogenee per sesso sono circa 500; in Gran Bretagna sono in tutto un migliaio (di cui circa 400 pubbliche), mentre in Italia soltanto pochi istituti privati hanno finora adottato la separazione dei sessi.
«Corriere della Sera» del 7 ottobre 2011