31 ottobre 2020

Odio omicida, libertà e responsabilità

L'irrevocabile assimetria
di Andrea Lavazza
L’orribile ed esecrabile attentato nella basilica di Notre Dame di Nizza non poteva che suscitare un’ondata emotiva, tracimata anche in molti commenti e in tante presunte attribuzioni di responsabilità diretta o indiretta. A mente un poco più fredda è possibile provare a riconsiderare alcuni snodi della vicenda in cui si inserisce l’attacco di giovedì.
Chi ha armato la mano di Brahim Aoussaoui? Non il presidente turco Erdogan, che non ha nemmeno guidato il rifugiato ceceno assassino del professor Paty. Avviare una contesa che coinvolge anche la religione non significa arruolare killer a distanza. Si può e si deve stigmatizzare la strumentalizzazione del caso delle vignette di 'Charlie Hebdo' che il leader di Ankara sta conducendo a suo esclusivo vantaggio. Ma come tante volte è accaduto anche in altri contesti, avviare o soffiare su uno scontro ideologico non equivale ad arruolare terroristi.
Se singoli individui radicalizzati assaltano e uccidono, essi ne hanno la piena responsabilità insieme con coloro che da più vicino li hanno educati e assecondati a una visione estremistica e criminale, immersa o meno che sia in un humus musulmano. Mettere sul banco degli accusati soltanto Erdogan e con lui tutto l’islam è una scappatoia rispetto alla seria constatazione che l’islam non è affatto un monolite e ha un problema interno ben più grave e radicato rispetto alla 'guerra santa' di un capo politico che sente di poter perdere il potere a causa della crisi economica del suo Paese.
Ma nemmeno è colpevole della provocazione che avrebbe scatenato i jihadisti il presidente francese Macron. La sua difesa a oltranza della laicità delle istituzioni e della libertà di pubblicare vignette, anche se ritenute blasfeme, può certamente essere criticata nel merito, e anche il direttore di questo giornale lo ha fatto, condannando la follia omicida delle «coltellate mortali» in nome di Dio e denunciando la logica presuntuosa delle «coltellate morali» di una satira che incentiva ormai ossessivamente lo scontro tra culture e sensibilità. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che ci sia una qualche simmetria tra il docente che forse turba il sentimento religioso di qualche famiglia perché, in una lezione sulla tolleranza, decide di mostrare in classe i 'disegni dello scandalo' e il giovane che per difendere l’onore della sua fede sgozza chi ha commesso l’offesa.
È una cultura cristiana e laica insieme quella che in Europa (e non solo) è giunta con fatica ed errori a concepire le libertà individuali inviolabili, lo Stato di diritto, la democrazia e il pluralismo. Il singolo e l’opinione pubblica hanno molti strumenti per fare sentire la propria voce di dissenso. Possono manifestare, scioperare, organizzare campagne, persino votare per un altro presidente. È su un piano di responsabile libertà che è accettabile concepire il no alle vignette di 'Charlie Hebdo', in questo senso perfettamente contestabili. Ma se ci sposta su un piano diverso, quello dell’odio, dell’aggressione e della violenza, ogni ragione è perduta, nessuna istanza può più essere accettata. L’asimmetria è completa e irrevocabile.
E se sappiamo che qualcuno è pronto a passare all’azione, sordo a ogni richiamo alla ragionevolezza? Non sarebbe più sensato scegliere la cautela? Rinunciare alle sterili provocazioni è sempre saggio, ma cedere al ricatto, esplicito o implicito, non lo è mai: aprirebbe le porte a una ritirata sul piano dei diritti.
Qualora pochi estremisti di un qualunque segno facessero sapere di essere pronti a dar fuoco alla sede di un giornale che pubblica vignette contro di loro, si dovrebbero forse ritirare le copie stampate o chiudere la redazione? E non vale neppure l’obiezione che certi temi sono più importanti di altri. In una società plurale lo si può decidere solo a valle di un processo politico regolato da garanzie procedurali e sostanziali. Ed è infine ovvio che la responsabilità dell’arrivo sul suolo europeo del killer di Nizza non può essere minimamente addebitata al governo in carica in Italia nel momento in cui egli è sbarcato a Lampedusa da un barchino arrivato in porto mentre ancora vigevano le regole fissate dal ministro dell’Interno di un governo precedente, né l’accaduto può essere usato per reclamare lo stop al soccorso e alla civile accoglienza.
Semplicemente, si ignora che decine di migliaia di persone sono giunte in Italia via mare e che mai finora terroristi identificabili come tali sono sfuggiti ai controlli. Anche in questo caso, una sterile polemica di breve respiro contribuisce a mettere sullo sfondo le difficoltà più profonde che affliggono la gestione umana e sensata dei grandi flussi migratori e che andrebbero affrontate unendo volenterosamente forze e sensibilità diverse. Si tratta certamente di situazioni molto più complesse di quanto si possa qui sintetizzare. Spesso, tuttavia, una migliore comprensione dei fenomeni può contribuire a un approccio più efficace verso di essi.
«Avvenire» del 31 ottobre 2020

Nizza, Charlie Hebdo, e la libertà di essere orribili

di Luca Bottura
La diffusa opinione che le vignette di Charlie Hebdo rappresenterebbero un brodo di coltura per il terrorismo somiglia a quella di chi pensa che la minigonna faciliti lo stupro. Tra i valori non negoziabili che la Francia ha insegnato all'Occidente c'è quello della laicità, più che del laicismo, e tutti poggiano sull'architrave della libertà di espressione. Dire che Macron se l'è cercata, con la sua difesa del foglio satirico parigino, rappresenta un grave equivoco e un ribaltamento plateale del rapporto di causa-effetto. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è il paravento per una torsione democratica che non solo non dobbiamo permettere, ma non dobbiamo concedere agli estremisti islamici. Le copertine di Charlie su Maometto erano orribili? Certo. Specie se sei musulmano. Quelle sull'Italia dopo il terremoto, con il sangue dei morti paragonato al sugo, irricevibili? Ovviamente. Specie se sei italiano. I motteggi contro il Papa, le suore, altre religioni assortite, potevano risultare disturbanti? Se sei cattolico, di più. Perché di qualunque evenienza satirica è difficile dire che "non fa ridere". Spesso fa ridere alcuni, non altri. Dipende da quanto ti tocca.
Ma c'è una differenza ancora più decisiva. Che dopo la pubblicazione, nessun italiano è mai entrato nella sede del giornale che le ha stampate per giustiziarne gli autori. E che nessun cattolico si è messo a sgozzare innocenti per lavare una presunta onta scritta con l'inchiostro.
Delle due, dunque, l'una: l'emancipazione non tanto culturale, ma esperienziale, di chi con la democrazia ha una consuetudine più lunga, va onorata continuando a difendere i valori che da noi sono ben riposti nella Costituzione all'altezza dell'articolo 21.
Oppure, mettiamo un tetto. Fissiamo delle regole di buon gusto, non foss'altro che per paura, a quel che si può dire. Sostituiamo l'opportunità al codice penale, che al momento stabilisce i limiti di ciò che è pronunciabile e cosa no.
A quel punto però si pone la domande delle domande: chi li decide, questi limiti?
Chi decide dove sia la decenza? Chi mette il punto di non ritorno oltre il quale devono valere la censura o l'autocensura? Perché mica ce n'è una sola, di soglia da superare. Che tu sia cattolico, islamico, italiano, sammarinese, persino tifoso del Bologna, la tua percezione del sacro non è la stessa di quello che ti sta accanto. Figurarsi del legislatore. O del giudice.
Ma poi: ne basterebbe uno? Chi dovrebbe stilare il codice di auto-condotta? Nulla contro Vittorio Feltri, per dire. Ma se a lui danno fastidio i musulmani, e lo scrive tutti i giorni a caratteri di scatola, io non avrei mai pubblicato il titolo "Vaffanmerkel".
Per sua fortuna, mia, e di tutti, non ho potuto impedirglielo.
Da queste parti, dopo che è diventato l'Oriana Fallaci d'Oltralpe, si porta molto bene il filosofo francese Houellebecq, che da molti libri in qua sembra nient'altro che una copia senza battute del comico Dieudonné. I suoi testi sono ormai riferimento per la nostra Destra sovranista, quella che chiede dimissioni di ministri perché un tizio sbarcato in Italia è andato a spargere sangue in Francia, contando sul win-win: governano gli altri, li accusano di negligenza e di favoreggiamento dell'invasione. Ci fossero stati loro, ne avrebbero approfittato per sollecitare qualche escalation autoritaria. Il Bignami più noto di Houllebecq si intitola "Sottomissione".
Ecco: non riesco a immaginare nulla di più sottomesso che intimare a qualcuno di nascondere i propri disegni perché qualcuno se ne fa schermo per uccidere. Siamo più forti di così. Dovrebbero esserne consapevoli anche quelli che, appunto, cianciano ogni secondo di "superiorità culturale".
È un concetto rozzo. Ma anche se fosse, è arrivato il momento in cui ci tocca di dimostrarlo. Restando liberi.
Visto, si stampi.

«la Repubblica» del 30 ottobre 2020

"Clarisse"

di Alesandro D'Avenia
«Incredibile, la capacità d’identificazione di quella ragazza! Era come l’appassionata spettatrice d’uno spettacolo di burattini, che prevede ogni batter di palpebre, ogni gesto della mano, ogni movimento d’un dito un istante prima che lo spettacolo cominci». Sono le parole con cui Guy Montag, il protagonista di Fahrenheit 451, descrive Clarisse, la diciassettenne che lo guarisce dalla sua cecità: egli vive in un mondo in cui gli uomini si credono liberi ma sono diventati dei burattini. Montag lavora infatti in un corpo di pompieri che non devono spegnere incendi ma dar fuoco a degli oggetti considerati pericolosissimi, perché costringono le persone a ricordare chi sono e per quale ragione respirano: i libri (il titolo del romanzo viene dalla temperatura necessaria a far bruciare la carta).
Il brano su Clarisse che ho riportato è stato scelto da una mia studentessa alle prese con un tema incentrato sul passo che li aveva più colpiti. Durante l’estate infatti, ho fatto leggere agli studenti di prima superiore tre libri incentrati su un pericolo che li minaccia oggi più che mai: la privazione progressiva e inconsapevole della libertà, che scorgo nella loro crescente difficoltà a prendere decisioni, anche le più piccole, lasciando la scelta agli altri o al caso.
I libri sono Open, Fahrenheit 451 e La fattoria degli animali. Volevo che i miei ragazzi vivessero l’esperienza di perdere la libertà in tre ambiti vitali (famiglia, cultura e politica), e scoprissero che può accadere inconsapevolmente, come ai protagonisti di queste storie, scivolati nella schiavitù senza rendersene conto. Come? Hanno rinunciato alla verità. Per vivere bisogna fare scelte e le scelte dipendono sempre dalle convinzioni che ci muovono, e quando non ne abbiamo perché abbiamo rinunciato a decidere per chi e cosa viviamo, finiamo con l’assorbire le «opinioni dominanti». Chi sceglie le «verità di maggioranza» spesso sceglie il potere non la verità, perché ci tranquillizza essere parte di qualcosa di più grande, avere una parte nel grande spettacolo. Montag, per esempio, non ha mai messo in discussione il suo lavoro e il mo(n)do in cui vive, né l’avrebbe fatto senza Clarisse.
La mia studentessa dice di avere scelto il passo su di lei perché, come accade a Montag, sta perdendo «l’attenzione». Il pompiere poche righe prima ha paragonato Clarisse a uno specchio che gli permette di vedere la verità su se stesso, la ragazza ha infatti un nome parlante (da clarus): chiaro, trasparente, puro. Grazie a lei l’uomo scopre perché è infelice e comincia a lottare... e una quattordicenne di oggi ha nostalgia di questa «chiarezza» e dice che l’ha persa a causa della «disattenzione». I nostri occhi sono ben aperti ma dedicati a chi li sa sedurre, anziché alla realtà. La rete si è accaparrata in modo «spettacolare» la nostra attenzione, che serve a profilare i nostri comportamenti e a orientarli, per venderci prodotti e convinzioni (se qualcosa è gratis il prodotto sei tu, come mostra il documentario The social dilemma). L’algoritmo che governa Google o i social costruisce attorno a noi uno spettacolo che scambiamo per il mondo (una ricerca dà risultati diversi per ciascuno): il tribalismo è la paradossale conseguenza del villaggio globale.
Abbiamo scelto, senza rendercene conto, di regalare la nostra attenzione a chi sa come usarla e manipolarla. Questo colpisce soprattutto la generazione che ha un cellulare in mano sin dall’infanzia: vi siete mai chiesti perché 13 anni sia la soglia per aprire un profilo Instagram? Perché ogni sito che aprite vi chiede di «accettare» i cookies? Perché Steve Jobs impediva l’uso degli oggetti che creava ai suoi figli? Adesso le conseguenze cominciano a essere evidenti e rilevanti a livello psicologico e sociale: gli adolescenti sono sempre meno inclini a rischiare, scoprire, fare scelte, mettersi in gioco, relazionarsi perché sono ipnotizzati da uno spettacolo che li riempie e dà dipendenza. L’espropriazione dell’attenzione (dal latino tendere a) non permette di incontrare la realtà, che è necessaria per scoprire chi siamo, i nostri limiti e la nostra grandezza. Senza attenzione, che è la «presenza del presente», il nostro io si disincarna, non sa più agire e comincia ad avere paura del mondo. Ritrovare l’attenzione è necessario per ritrovare se stessi e ribellarsi alla dolce schiavitù che ci consegna al vuoto spettacolare del consumismo. Clarisse è il nome dei nostri incontri con la realtà: un libro, un giorno senza cellulare, una passeggiata in cui scoprire che alberi e nuvole esistono ancora, una chiacchierata a cuore aperto con un amico... e tutte quelle cose che rafforzano la nostra resistenza interiore a ogni forma di dominio. Il segreto di Clarisse è la famiglia: non hanno televisori, parlano tra loro, sono liberi da ogni manipolazione. Per sapere che fine fa leggete il libro.
«Corriere della sera» del 28 settembre 2020

18 agosto 2020

L'abate Parini, così ironico e così elegante

Ti segnalo un mio video su alcuni brani de Il giorno di Parini


Prosegue con “Poesie varie” e “Scritti didattici” la pubblicazione delle opere nell’edizione nazionale: un’occasione per riassaporare lo stile e scrutare le contraddizioni di un grande autore
di Alessandro Zaccuri
«Sono Parin d’ambe le gambe strane». Suona così la più breve tra le poesie di Giuseppe Parini: un autoritratto scandito in un solo endecasillabo, nel quale l’autore riversa su di sé la sua proverbiale ironia. L’eleganza formale e l’intemperanza di sguardo sono le doti per cui Parini continua a essere ricordato. E sono anche le caratteristiche che gli permettono di rivestire di solennità classicistica un rigore argomentativo di dichiarata impronta illuminista. Famoso, addirittura famosissimo per l’acuminata critica sociale dispiegata in quello che viene comunemente – e impropriamente – indicato come Il Giorno, Parini è uno scrittore ancora più complesso, sempre a un passo dalla contraddizione e sempre capace di evitarne il clamore grazie a un efficace giro di frase. Un autore che ama nascondersi in piena luce, insomma, un po’ come accadde con i poemetti di cui è protagonista il «giovin signore», ovvero Il Mattino del 1763 e Il Mezzogiorno del 1765. Apparsi inizialmente anonimi, per quanto la paternità risultasse evidente, e da integrarsi con altre due parti, Il Vespro e La Notte, di cui l’incontentabile abate non licenziò mai la redazione definitiva. Non meno intricata è la situazione delle Poesie varie ed extravaganti di cui Stefania Baragetti e Maria Chiara Tarsi curano ora il testo accolto nell’edizione nazionale delle opere di Parini diretta da Giorgio Baroni e in corso di pubblicazione presso l’editore Fabrizio Serra (con la collaborazione di Marco Ballarini e Paolo Bartesaghi, coordinamento e prefazione di Uberto Motta, pagine 640, euro 275,00/175,00, disponibile anche in ebook: per informazioni www.libraweb.net ). Si tratta di un’impresa importante, avviata nel 2011 dall’edizione di Alcune poesie di Ripano Eupilino, la raccolta che nel 1753 consentì al giovane Parini l’ingresso nell’Accademia dei Trasformati.
Nell’edizione nazionale sono usciti nel frattempo i titoli maggiori (in particolare le Odi a cura di Mirella D’Ettorre e Il Mattino e Il Mezzogiorno a cura di Giovanni Biancardi), ma anche volumi che documentano i molteplici aspetti dell’attività dell’autore. Recentissima è la seconda parte delle Prose, nella quale Silvia Morgana e Paolo Bartesaghi presentano l’insieme degli Scritti didattici e di politica culturale composti tra il 1767 e il 1798 (pagine XXXVIII+402, euro 240,00/140,00). Infaticabile nella revisione quanto recalcitrante rispetto alla pubblicazione, Parini era nato il 23 maggio 1729 a Bosisio (oggi Bosisio Parini), nel Lecchese. Morì a Milano il 15 agosto 1799, nel giorno che secondo la tradizione sarebbe stato occupato dalla stesura della sua ultima poesia, il sonetto Predaro i Filistei l’Arca di Dio, nel quale si celebrano la fine della Repubblica Cisalpina e il ritorno degli Asburgo nel Lombardo Veneto. Come l’autoritratto in un verso (nel quale Parini torna sul difetto di deambulazione ammesso, tra l’altro, nella Caduta), anche questo è un testo emblematico. Parini prende posizione, certamente, ma in modo obliquo e in parte ambiguo: la cacciata dei francesi dovrebbe coincidere con il ritorno della libertà, eppure sul finale l’autore sembra paventare un esacerbarsi del dispotismo austriaco. Di entrambi i regimi Parini aveva esperienza diretta, come dimostra la parabola degli Scritti didattici e di politica culturale, che comprende i materiali relativi sia all’insegnamento delle lettere nelle istituzioni scolastiche teresiane, sia al coinvolgimento nella commissione repubblicana per il riordino dei teatri nazionali.
Un simile pendolarismo è riscontrabile anche nel corpus dell’Ambrosiano III.4. Vergato materialmente dall’irrequieto segretario di Parini, Agostino Gambarelli, è tuttavia un «manoscritto d’autore» sul quale il poeta intervenne continuamente, fino a ridurre a 61 i componimenti accettati rispetto ai 101 inizialmente previsti. È il «terzo tempo» della poesia pariniana, come efficacemente la definisce la prefazione al volume, ricchissimo di informazioni e di spunti critici. A emergere con chiarezza è un disegno editoriale complessivo, non realizzato compiutamente anche per eccesso di ambizione. Tutto si tiene, in questa prospettiva, anche se non mancano i cortocircuiti. In questione non c’è solo la sostanziale freddezza con cui Parini (che, com’è noto, era diventato sacerdote per ragioni di convenienza) affronta l’argomento religioso, ma anche la disinvoltura con cui si passa dall’attacco contro le «muse pitocche» dei poeti encomiastici all’encomio per le autorità imperiali, dalla mirabile descrizione della fisiologia vocale all’abile ma convenzionale trattazione di temi magici. Parini non si contraddice, d’accordo. Dice molto, però, e dice sempre bene. Questa è stata la sua grandezza. Questa è stata, forse, la sua debolezza.
«Avvenire» del 14 agosto 2020

Liberiamo i nostri ragazzi dalla «dittatura della felicità»

Un modello indotto
di Daniele Mencarelli
Con il rispetto di tutte le regole del caso, dal distanziamento alla mascherina, la meravigliosa tradizione degli incontri pubblici sta lentamente ricominciando, complice la bella stagione al suo apice.
Ho potuto riprendere, quindi, il dialogo che amo di più: con i ragazzi. Con chi vive oggi quella fase della vita, per tanti ineguagliabile, che si chiama giovinezza. Il mio desiderio di confrontarmi con i nati dopo il 2000, la cosiddetta net generation, alfabetizzati dal primo giorno di vita al mondo digitale, è stato esaltato anche dal Premio Strega giovani, che mi ha permesso di entrare in contatto con tanti, tantissimi di loro. Durante questi dialoghi, spesso entusiasmanti, c’è un dato che mi colpisce più di tutti. A ogni incontro, spesso con parole tremendamente uguali, c’è sempre qualcuno di questi giovani che testimonia la sua profonda infelicità. Non solo a parole, non per modo di dire, lo sguardo, l’intera postura del corpo, tutto testimonia uno stato di prostrazione reale, profonda.
La prima domanda che gli faccio è sempre la stessa, la più stupida, sommaria, ma anche naturale. Chiedo conto della loro infelicità, gli chiedo il perché. Anche la loro risposta sembra seguire un canovaccio prestabilito. Più o meno con queste parole, tanti giovani si professano 'Infelici perché non sono felici'. Può sembrare un gioco di parole, un pasticcio linguistico, in realtà ci stanno comunicando uno dei mali con cui si ritrovano oggi a battagliare i nostri figli. In molti, moltissimi, vivono la felicità come un dovere da compiere, qualcosa che ci viene richiesto dal mondo, dai nostri simili. Gli infelici sono reietti, fastidiosi, ingombranti, soprattutto, non riescono ad adempiere al loro compito. Essere felici. Perché esistono gli strumenti per esserlo.
Con molti di questi ragazzi ho dato vita a confronti che non dimenticherò mai, ho tentato di capire da loro quel che intendono per 'felicità'. Il risultato, almeno per me, ha le fattezze di un allarme sociale, che riguarda tutti, soprattutto chi si ritrova oggi nei panni dell’educatore, genitori in primis.
Per i nostri figli la felicità è qualcosa di statico e concreto, che si può raggiungere né più né meno di una meta turistica, o un luna park. Non solo, tanti dei ragazzi che ho incontrato la immaginano come qualcosa di perenne: una volta raggiunta, agguantata, varrà per sempre. Come il traguardo di una corsa. Come una vittoria definitiva. Un possesso stabilito. Va da sé che attribuire alla felicità queste fattezze genera l’esatto opposto. Il pasticcio linguistico 'sono infelice perché non riesco a essere felice' assume ben altro valore, drammatico. Perché chi ragiona, chi vive in questi termini è destinato al fallimento.
Di questo se ne devono rendere conto, e prendersi la proprie responsabilità morali, tutti quelli che hanno sfruttato la ricerca di felicità facendola diventare un bene alienabile. I comunicatori, i pubblicitari, chi ha colmato il vuoto esistenziale dell’uomo con oggetti da comprare, costruendoci sopra bisogni inesistenti. Il meccanismo è semplice: acquista e diventerai felice, per sempre. Ecco la ricetta magica. Ecco le sirene che cantano nelle orecchie di questi ragazzi. Ed ecco, anche, la grande delusione che si ritrovano a vivere. Perché quell’oggetto, quel bisogno falso, renderà la tua vita felice per un manciata di ore, dopo tornerai quel che eri, un infelice pronto a credere a un altro oggetto da comprare. Un nuovo talismano, ugualmente inutile.
I nostri giovani vanno rieducati all’infelicità, perché è nella nostra natura sentirci incompleti, smaniosi di un bene che sentiamo esistere, ma che non riusciamo a vivere. È questa la condizione umana. Di ricerca, di interrogativi piantati nel petto, domande rivolte al cielo. La felicità arriverà come lampi meravigliosi lungo il cammino, attimi di gioia da serbare per i momenti più duri, ma non sarà questo il luogo, il mondo, della gioia senza fine.
«Avvenire» del 15 agosto 2020

30 luglio 2020

Virus: è arrivato il momento dell’audacia

Con la prudenza ci stiamo dando un sacco da fare. Ora dobbiamo passare ad altro: pensare, capire, leggere il caos e prenderei il rischio di dare a tutti qualche certezza: questo è il mestiere degli intellettuali
di Alessandro Baricco
Le riflessioni dell'autore del Game in undici punti

Devo averla già raccontata, ma è il momento di ripeterla. Viene da un bel romanzo svedese. C'è la regina che decide di imparare ad andare a cavallo. Monta in sella. Poi chiede sprezzante al maestro d'equitazione se ci sono delle regole. Ed ecco cosa risponde lui: «Prima regola, prudenza. Seconda, audacia».
Bene, direi che con la prudenza ci stiamo dando un sacco da fare. Possiamo passare all'audacia.
Dobbiamo passare all'audacia.
Se sei un medico, non so cosa possa voler dire essere audaci in questo momento, quindi non mi permetto di dare suggerimenti. Però so esattamente cosa significhi essere audaci, in questo momento, per gli intellettuali: mettere da parte la tristezza, e pensare: cioè capire, leggere il caos, inventariare i mostri mai visti, dare nomi a fenomeni mai vissuti, guardare negli occhi verità schifose e, dopo che hai fatto tutto questo, prenderti il rischio micidiale di dare a tutti qualche certezza. Al lavoro dunque, ognuno nella misura delle sue possibilità e del suo talento. Io in questo momento non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere.

1. Il mondo non finirà. Né ci ritroveremo in una situazione di anarchia in cui comanderà quello che alle elementari stava all'ultimo banco, non capiva una fava però era grosso e ci godeva a menarti. Sveglia, quelli sono romanzi. Torniamo in noi E noi noi umani siamo una specie di agghiacciante pazienza, intelligenza e forza: siamo gente che è riuscita a convertire il creato nel proprio parco di divertimenti grazie a una delle operazioni più violente e ciniche che si potessero immaginare; non solo, ne siamo anche consapevoli: abbiamo dato un nome al bottino di una simile razzia, antropocene, e siamo arrivati ad essere talmente sicuri di noi stessi da iniziare a pensare recentemente di restituire a parte del creato una sua libertà. Siamo quelli lì. Da sempre combattiamo con i virus. Spesso ci hanno messo in ginocchio. Si dà il caso però che in quella posizione scomoda diventiamo ancora più pazienti, cocciuti e furbi.

2. Stiamo facendo pace col Game, con la civiltà digitale: l'abbiamo fondata, poi abbiamo iniziato a odiarla e adesso stiamo facendo pace con lei. La gente, a tutti i livelli, sta maturando un senso di fiducia, consuetudine e gratitudine per gli strumenti digitali che si depositerà sul comune sentire e non se ne andrà più. Una delle utopie portanti della rivoluzione digitale era che gli strumenti digitali diventassero un'estensione quasi biologica dei nostri corpi e non delle protesi artificiali che limitavano il nostro essere umani: l'utopia sta diventando prassi quotidiana. In poche settimane copriremo un ritardo che stavamo cumulando per eccesso di nostalgia, timore, sospetto o semplice fighetteria intellettuale. Ci ritroveremo tra le mani una civiltà amica che riusciremo meglio a correggere perché lo faremo senza risentimento.

3. Chiunque si è accorto di come gli manchino terribilmente, in questi giorni, i rapporti umani non digitali. Capovolgete questa certezza: vuol dire che ne avevamo un sacco, di rapporti umani. Mentre dicevamo cose tipo «Ormai la nostra vita passa tutta dai device digitali», quello che facevamo era ammassare una quantità indicibile di rapporti umani Ce ne accorgiamo adesso, ed è come un risveglio da un piccolo passaggio a vuoto dell'intelligenza. Non dimenticate la lezione, per favore. Anzi, aggiungete ne un'altra: tutto questo ci sta insegnando che più lasceremo srotolare la civiltà digitale più assumerà valore, bellezza, importanza e perfino valore economico tutto ciò che ci manterrà umani: corpi, voci naturali, sporcizie fisiche, imperfezioni, abilità delle mani, contatti, fatiche, vicinanze, carezze, temperature, risate e lacrime vere, parole non scritte, e potrei andare avanti per righe e righe. L'umanesimo diventerà la nostra prassi quotidiana e l'unica vera ricchezza: non sarà una disciplina di studi, sarà uno spazio del fare che non ci lasceremo mai rubare. Guardate la furia con cui lo desideriamo ora che un virus l'ha preso in ostaggio, e vi passerà ogni dubbio.

4. Una crepa che sembrava essersi aperta come una voragine, e che ci stava facendo soffrire, si è chiusa in una settimana: quella che aveva separato la gente dalle élites. In pochi giorni, la gente si è allineata, a prezzo di sacrifici inimmaginabili e in fondo con grande disciplina, alle indicazioni date da una classe politica in cui non riponeva alcuna fiducia e in una classe di medici a cui fino al giorno prima stentava a riconoscere una vera autorità anche su questioni più semplici, tipo quella dei vaccini. Una classe dirigente che non sarebbe mai riuscita a fare una riforma della scuola è riuscita a chiudere in casa un intero Paese. Cosa diavolo è successo? La paura, si dirà: e va bene. Ma non è solo quello. C'è qualcosa di più, qualcosa che ci aiuta a capirci meglio: nonostante le apparenze, noi crediamo nell'intelligenza e nella competenza, desideriamo qualcuno in grado di guidarci, siamo in grado di cambiare la nostra vita sulla base delle indicazioni di qualcuno che la sa più lunga di noi. La nostra rivolta contro le élites è temporaneamente sospesa, ma questo ci può aiutare a capirla meglio: noi crediamo nell'intelligenza, ma non più in quella dei padri, vogliamo la competenza ma non quella novecentesca; abbiamo bisogno di qualcuno che decida per noi, ma ci siamo immaginati che non venga da una casta imbambolata da se stessa, stanca e incapace di rigenerarsi. Riassumo. Volevamo una nuova classe dirigente, continuiamo a volerla: possiamo aspettare, adesso non è il momento di fare casino. Ma ricominceremo a volerla il giorno stesso in cui questa emergenza si ricomporrà.

5. È probabile che l'emergenza Covid19 finirà per rivelarsi come un crinale storico di immensa importanza. Provo a dirla così: è la prima emergenza planetaria generata dall'epoca del Game, della rivoluzione digitale, e l'ultima emergenza planetaria che sarà gestita da un élite e da un'intelligenza di tipo novecentesco. Lo vedete il crinale? La vedete la contraddizione? Capite perché in questo momento capiamo poco, fatichiamo molto, ci smarriamo facilmente? Ci hanno sfidato a un videogame, e noi abbiamo mandato a combattere degli scacchisti. Siamo esattamente in bilico tra un mondo e l'altro. È una posizione scomodissima. Dovete rendervi conto che anche solo senza smartphone, l'ottanta per cento di quello che vi vedete accadere attorno non sarebbe successo (flusso di informazioni, costruzione di storytelling, maree di paura che vanno e vengono, sopravvivenza in situazione di lockdown quasi totale, velocità delle decisioni, ... ): e tuttavia la gestione di tutto questo è in mano, inevitabilmente, a una razionalità novecentesca. Faccio un caso pratico, così ci capiamo. Il Novecento aveva il culto dello specialista. Un uomo che, dopo una vita di studi, sa moltissimo di una cosa. L'intelligenza del Game è diversa: dato che sa di avere a che fare con una realtà molto fluida e complessa, privilegia un altro tipo di sapiente: quello che sa abbastanza di tutto. Oppure fa lavorare insieme competenze diverse. Non lascerebbe mai dei medici, da soli, a dettare la linea di una risposta a un'emergenza medica: gli metterebbe di fianco, subito, un matematico, un ingegnere, un mercante, uno psicologo e tutto quello che sembrerà opportuno. Anche un clown, se serve. Probabilmente agirebbero con un solo imperativo: velocità. E con una singolare metodologia: sbagliare in fretta, fermarsi mai, provare tutto. Attualmente, invece, il nostro procedere segue altre strade. Ci guida, nel modo migliore possibile, un'élite che, per preparazione e appartenenza generazionale, usa la tecnologia digitale ma non la razionalità digitale. Non possiamo certo fargliene una colpa. Ma questo è il momento di capire che se molto di quello che vi circonda stamattina vi sembra assurdo, una delle ragioni è questa. Grandi Maestri di scacchi che giocano a Fortnite (vinceranno, ma capite che lo stile di gioco alle volte vi sembrerà piuttosto surreale).

6. Rimanete a casa, perdìo. Lo devo ripetere? Ok, lo ripeto.

7. Rimanete a casa, perdio. Con tutto quel che c'è da leggere ...

8. L'emergenza Covid19 ha reso di un'evidenza solare un fenomeno che vagamente intuivamo, ma non sempre accettavamo: da tempo, ormai, a dettare l'agenda degli umani è la paura. Abbiamo bisogno di una quota giornaliera di paura per entrare in azione. Adesso il virus copre il nostro intero fabbisogno, e infatti chi è più spaventato dagli immigrati o dal terrorismo o da Salvini o dagli effetti dei videogames sui figli o dal glutine? Ma anche solo venti giorni fa ne avevamo una gran bisogno, di quelle paure. Le coltivavamo come orchidee. ln alcuni momenti di carestia ci siamo fatti bastare un'emergenza meteo o una possibile crisi di governo (capirai). Sappiamo ormai giocare solo coi pezzi neri: se prima la paura non muove, noi non abbiamo strategia. Volevo invece ricordare - e farlo proprio in questi giorni - che noi siamo vivi per realizzare delle idee, costruire qualche paradiso, migliorare i nostri gesti, capire una cosa di più al giorno, e completare, con un certo gusto magari, la creazione. Cosa c'entra la paura? La nostra agenda dovrebbe essere dettata dalla voglia, non dalla paura. Dai desideri Dalle visioni, santo cielo, non dagli incubi.

9. (Questa è delicata. Astenersi perditempo). A nessuno sfugge, in questi giorni, il dubbio di una certa sproporzione tra il rischio reale e le misure per affrontarlo. Ce la possono spiegare come vogliono, ma la sensazione resta: una certa sproporzione. Non voglio infilarmi in quei paragoni che poi ti portano a raffrontare i morti di Covid19 con quelli causati dal diabete o dalla scivolosità della cera da pavimenti. Ma resta, ineliminabile, il dubbio che da qualche parte stiamo scontando una certa incapacità a trovare una proporzione aurea tra l'entità del rischio e l'entità delle contromisure. In parte la possiamo sicuramente mettere in conto a quell'intelligenza là, quella novecentesca, alle sue logiche, alla sua scarsa flessibilità, alla sua adorazione per lo specialismo. Tuttavia la faccenda non si risolve lì. Se io cerco di guardare dentro quella sproporzione che tanto ci infastidisce e interroga, alla fine trovo qualcosa che adesso è dura da dire, ma come dicevo è il momento dell'audacia, quindi bisogna dirla. C'è un'inerzia collettiva, dentro a quella apparente sproporzione, un sentimento collettivo che tutti contribuiamo a costruire: abbiamo troppa paura di morire. È come se il diritto alla salute (una fantastica conquista) si fosse irrigidito in un impossibile diritto a una vita perenne, che d'altronde nessuno ci può assicurare. Ora, il rapporto con la morte, e con la paura della morte, è una cosa innanzitutto individuale, una faccenda che ognuno si gestisce da sé (io per esempio me la cavo da schifo). Ma in seconda battuta la paura della morte è anche un sentimento collettivo che le comunità degli umani sono da sempre attente a edificare, limare, correggere, controllare. Per dire, la civiltà di mio nonno, che ancora aveva bisogno delle guerre per mantenersi in vita, stava attenta a tenere alta una certa "capacità di morte". Noi siamo una civiltà che ha scelto la pace (in linea di massima) e dunque abbiamo smesso di coltivare una collettiva abitudine a pensare la morte. Come comunità la combattiamo, ma non la pensiamo. Invece, la meraviglia di una civiltà di pace sarebbe proprio riuscire a pensare la morte di nuovo, e accettarla, non con coraggio, con saggezza; non come un'offesa indicibile ma come un movimento del nostro respiro, una semplice inflessione del nostro andare, forse la cresta di un'onda che siam o e che non smetteremo mai di essere. Non è che un individuo da solo, possa arrivare spesso a certe leggerezze di sentire: ma una comunità sì, lo può fare. Delle comunità, in passato, sono state capaci di portare a morire milioni dei loro figli per un ideale, bello o aberrante che fosse: perché una comunità non dovrebbe essere capace di portare tutti i suoi figli a capire che il primo modo di morire è avere troppa paura di farlo?

10. Molti si chiedono cosa accadrà dopo. Una cosa possibile, mi tocca registrarlo, è che non ci sarà un dopo. Non nel senso che moriremo tutti, no, ovviamente no, l'ho già detto. Ma in questo senso: ci stiamo accorgendo che solo nelle situazioni di emergenza il sistema torna a funzionare bene. Il patto tra gente e le élites si rinsalda, una certa disciplina sociale viene ristabilita, ogni individuo si sente responsabilizzato, si forma una solidarietà diffusa, cala il livello di litigiosità, ecc. ecc. Insomma, per quanto possa sembrare assurdo, la macchina smette di perdere i pezzi quando supera i duecento chilometri orari. Quindi è possibile che si scelga, in effetti, di non scendere più sotto quella velocità: l'emergenza come scenario cronico di tutto il nostro futuro. ln questo senso il caso Covid19 ha tutta l'aria di essere la grande prova generale per il prossimo livello del gioco, la missione finale: salvare il pianeta. L'emergenza totale, cronica, lunghissima, in cui tutto tornerà a funzionare. Non so dire francamente se sia uno scenario augurabile, ma non posso negare che una sua razionalità ce l'ha. E anche abbastanza coerente con l'intelligenza del Game, che resta un'intelligenza vagamente tossica, che ha bisogno di stimoli ripetuti e intensi, che dà il meglio di sé in un clima di sfida, e che tutto sommato è stato inventato da dei problem solver, non da dei poeti.

11. Ultima. Non me ne intendo, ma ci vuol poco a capire che tutto quello che sta succedendo ci costerà un mucchio di soldi. Molto peggio della crisi economica del 2009, a fiuto. Vorrei dire una cosa: sarà un'opportunità enorme, storica. Se c'è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando. Ai livelli di diseguaglianza sociale su cui siamo attualmente attestati, nessuna comunità è una comunità: fa finta di esserlo, ma non lo è. È un problema che mina alla base la salute del nostro sistema, che sbugiarda qualsiasi nostra ipotetica felicità e che si divora qualsiasi nostra credibilità, come un cancro. La difficoltà è che certe cose non si riformano, non si ottengono con un graduale, farmaceutico miglioramento, non si migliorano un tantino al giorno, a piccole dosi. Certe cose cambiano con un movimento di torsione violento, che fa male, e che non pensavi di poter fare. Certe cose cambiano per uno choc gestito bene, per una qualche crisi convertita in rinascita, per un terremoto vissuto senza tremare. Lo choc è arrivato, la crisi la stiamo soffrendo, il terremoto non è ancora passato. I pezzi ci sono tutti, sulla scacchiera, fanno tutti male, ma ci sono: c'è una partita che ci aspetta da un sacco di tempo. Che sciocchezza imperdonabile sarebbe avere paura di giocarla.

«la Repubblica» del 26 marzo 2020

13 luglio 2020

Mistica cristiana: le nozze di eros e caritas

I Meridiani pubblicano il primo di tre volumi dedicati alla mistica cristiana. L’incontro con Dio supera ogni limite, fisico e linguistico, e si configura come esperienza sensibile di un amore totale
di Rosita Copioli
La Mistica Cristiana (Mondadori, I Meridiani, pagine. LXXXVIII+1624, euro 70,00), è il primo dei tre volumi di una vastissima opera – estesa dalle origini ai nostri giorni – ideata dieci anni fa e curata da Francesco Zambon, su 'impulso' di Pietro Citati. Questo libro, curato da Zambon con Marco Rizzi, Sabino Chialà, Boghos Levon Zekiyan, comprende la mistica tardogreca e bizantina, siriaca, armena, latina e italiana medievale; il secondo volume presenterà la mistica tedesca e fiamminga, francese, italiana moderna; il terzo la mistica iberica (spagnola, portoghese e catalana), inglese e americana, russa, svedese. Nessun progetto ha avuto la medesima ampiezza, né pari cura filologica e critica: nemmeno i Mistici occidentali curati da Elémire Zolla; e altre pregevoli sillogi sono parziali.
Le radici sono ebraiche – nel Cantico dei Cantici, il testo più ardente e complesso dell’amore umano e divino – e greche: nel Fedro e nel Simposio di Platone, dove la ricerca della conoscenza diviene quella del bene e del bello, l’intelletto sale verso il divino: la mente si unisce allo slancio erotico, la mania che porta all’estasi: invasa da una luce alla quale tenderà tutta la tradizione occidentale fino al Rinascimento, e oltre: da Plotino, per il quale la contemplazione è superiore all’azione poiché permette la visione del vero, a Proclo; da Apuleio a Tasso, i poeti barocchi, i romantici, Yeats, Ungaretti, Luzi, Milosz.
La potenza della vista interiore è previsione e profezia. Lo afferma già Esiodo, e poi Saffo e Platone, seguiti da sant’Agostino e Dante: il poeta sprofonda nella memoria bevendo l’acqua di vita di Oceano, e lascia che il soffio del dio spiri dentro di lui, investendolo del suo nume sconvolgente. «Entra nel petto mio, e spira tue / sì come quando Marsia traesti / de la vagina de le membra sue». È il solo modo per riceverne il barlume, per glorificarlo: «O divina virtù, se mi ti presti / tanto che l’ombra del beato regno / segnata nel mio capo io manifesti». Il mistico ricapitola ogni passaggio del Verbo incarnato e dello Spirito Santo che permette – osano i più temerari – di diventare Dio, trascinando con sé l’intera creazione. La trasfigurazione, la passione, la morte sulla croce di Gesù, il suo corpo martoriato sono lo strumento-specchio per rivivere Gesù in anima-spirito - corpo, oltrepassando i 'sensi spirituali'. Francesco nutre nelle viscere il sole - Cristo. Dalle mani e dai piedi spuntano chiodi di carne, sul costato si apre la ferita di Cristo. Angela da Foligno aderisce al Crocifisso con i sensi dell’eros totale: «Tu sei me e io sono te». La mente di Iacopone da Todi, «En Cristo trasformata, è quasi Cristo, /cun Deo conionta tutta sta devina». Chi osa tanto, non teme la sintassi, scardina ogni figura e senso. Se fa miracoli, sfida la gravità e si innalza dal suolo, come Doucelina di Digne, altri aboliscono gli intermediari con Dio nel linguaggio, come Caterina Fieschi: «Il mio Mi è Dio, io non conosco altro Mi che esso Dio mio».
I mistici non hanno paura di niente, né del pudore, né di “ardiri” che il volgo deride: come i patriarchi della Bibbia, variano la metafora del lat- te della sapienza, con una passione tenerissima. Nel II secolo in Siria, un’Ode di Salomone, e Clemente Alessandrino suggono i seni del Padre e le dolci mammelle di sposa di Gesù; nel X secolo Gregorio di Narek, autore di inni inarrivabili al Cristo glorioso, invoca «comunione che distilla latte»: siamo in Armenia, dove la teologia del sacerdozio di tutti i fedeli – i corpi sono templi e altari – renderà possibile il sacrificio dell’intero popolo: il “Martirio armeno”. Misakh Metzarents (1886-1908) ne è l’ultimo fiore: «Nella notte discende ancora il ruscello di luce, / una goccia di latte della tua santità divenuta un mare; / e vedi, o Madre di Dio, ecco sto diventando bambino».
Come diceva san Tommaso d’Aquino, la mistica è la Cognitio Dei experimentalis, che Jean Gerson esplica: «Theologia mistica est cognitio experimentalis habita de Deo per amoris unitivi complexum». Ma è la più abissale delle imprese gnoseologiche e amorose. Per la “teognosia” dell’ombra, che deriva da Plotino e si distanzia da seguaci di Gesù come Giovanni e Paolo, e Agostino, mai giungeremo a conoscere Dio. La sua trascendenza rispetto a ciò che è, e all’essere stesso, è superessentialis: Dio non può essere conosciuto, descritto, visto, nemmeno dagli angeli e dai santi. Di Dio non si può parlare né in forma positiva, né in forma negativa. Ma la forma negativa si avvicina di più al suo mistero. Lo si contempla tra luce e tenebra.
Scrive Zambon: «Anche nella vita beata, al termine del reditus di tutta la creazione nel seno del Verbo, Dio sarà conoscibile solo attraverso delle mediazioni, delle teofanie (in greco, “manifestazioni, immagini di Dio”)». La teofania segue i gradi della contemplazione, della deificazione (theosis), e coincide con l’unione mistica. Ricorre alle immagini, al loro fantasma, alla fantasia: l’“alta fantasia” di Dante. La docta ignorantia fa apparire Chi è superiore alla Luce come tenebra, caligine, nube: nella “notte oscura” di Giovanni della Croce.
Una rivoluzione accade in pieno XII secolo: Guglielmo di Saint-Thierry, Bernardo di Clairvaux, Aelredo di Rievaulx, Ivo, e Riccardo di San Vittore (di cui Zambon ha curato sapientemente i Trattati d’amore cristiani del XII secolo per Valla Mondadori) mostrano a quale fuoco di trasformazione può accendersi l’intelletto d’amore che guida fino a Dio, intrecciando eros platonico e caritas paolina. Come in Ildegarda di Bingen, il grande impeto d’amore dà le ali. Culminano la poesia della fin’amor dei trovatori, le storie di Tristano e Isotta, il romanzo cortese. Con Beatrice davanti alla candida rosa dei beati, Bernardo invita Dante a fissare Dio, nel movimento rapidissimo che imprime al creato e a noi: la metamorfosi dell’anima in Dio, l’excessus mentis, avviene per opera divina in un solo istante: «ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle». Riccardo di San Vittore è il più ardito. Amore terreno e carità hanno la stessa fonte, ma la carità non è mite. Ha la stessa struttura, manifestazioni e gradi della passione violenta. I Quattro gradi della violenta carità gridano in Iacopone da Todi: «Amor de caritate, perché m’ài ssì feruto? / Lo cor tutt’ho partuto, et arde per amore».
«Avvenire» del 2020

30 giugno 2020

Libridine

di Alessandro D'Avenia

«Non leggevo, ma dopo quel libro non ho più smesso», è un messaggio che ricevo spesso da ragazzi che mi chiedono nuovi titoli, dopo essersi imbattuti nel libro «apri-porta», quello a cui tutti dobbiamo il nostro primo indimenticabile atto di «libridine», l’eros per la vita scatenato dalla parole: «quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali» con cui Cesare Pavese indicava la sua giovanile fame di leggere. Mi scrivono infatti «l’ho divorato», senza sapere che leggere ha origine da un verbo greco che indicava la raccolta dei frutti. Leggere permette di far raccolto di sé: raccogliersi. Colto non è chi legge, ma chi si è raccolto. Chi non ha divorato un libro non ha ancora provato la fame di cui parla Pavese o non ha trovato il libro capace di soddisfarla? Faccio rispondere Leopardi: «Mi sono avveduto che la lettura non ha veramente prodotto in me né affetti o sentimenti che non avessi, che senza quelle letture non sarebbero nati da sé: ma li ha accelerati e fatti sviluppare più presto. Trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente». L’autore dello Zibaldone non scambia il fine (la vita) con il mezzo (il libro): un buon libro apre la via al possibile, lo sviluppa, accelerando pensieri e sentimenti già presenti in noi, ma ancora inespressi e inattivi. La lettura dissoda il nostro campo interiore, rivoltando strati dell’io induriti da luoghi comuni e impermeabili alla verità. Leggere permette di raccogliere (che è anche ri-accogliere) il meglio di noi stessi.
Bisogna però saper scegliere letture capaci di far maturare ciò che in noi attende compimento. Come fare? Risponde Marcel Proust: «Una delle meravigliose caratteristiche dei bei libri (che fa comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Tale è il valore della lettura, e tale è anche la sua insufficienza. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale: può introdurci in essa, ma non la costituisce. Finché la lettura resta per noi la iniziatrice le cui chiavi magiche ci aprono, nel profondo di noi, la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare da soli, la sua funzione nella nostra vita è salutare. Diventa invece pericolosa quando, in luogo di destarci alla vita personale dello spirito, tende a sostituirsi a questa». La lettura ci mette in contatto con le fonti della vita, che sono spirituali, aggettivo a volte ridotto al significato di «mentale» o «astratto», ma lo spirito sta alla nostra anima come il respiro al nostro corpo: è la vita che ci attraversa, che non ci siamo dati e non possiamo aumentare da soli. I bei libri aumentano proprio quella vita, come tutte le relazioni ri-generanti. Per questo Proust dice che hanno un ruolo essenziale: risvegliano il desiderio, che è il motore della vita spirituale e fisica. Noi vogliamo una vita infinita e la lettura ci permette di attivarne e accelerarne la possibilità. Ma allo stesso tempo lo scrittore ci avverte: i libri non bastano. Un bel libro è il testimone della staffetta tra scrittore e lettore: la ricerca dell’uno dà il via a quella dell’altro. Un libro dà vita se ha vita: se diciamo che ce l’ha cambiata stiamo dicendo che ha liberato energie imprigionate da schemi inadeguati, se diciamo che ce l’ha salvata stiamo dicendo che ci ha, in qualche modo, guarito: ma poi sta a noi continuare. Leggere non è un passa-tempo ma un apri-tempo. Io non leggo per «far passare» il tempo (è così poco quello di una vita), ma per dargli senso, intensificarlo e moltiplicarlo: dei libri belli, infatti, diventiamo la carne, come gli uomini-libro di Fahrenheit 451.
Per questo arriva un momento della vita in cui rileggere può avere risultati sorprendenti: se un libro ha fatto maturare la nostra vita interiore, la sua rilettura potrebbe salvarci dai momenti di carestia e aridità. Quando non riusciamo a dar frutto, non abbiamo bisogno di continue novità, ma di ripetute profondità, come chi non si stanca di osservare i tramonti dalla stessa spiaggia o di fare l’amore con la stessa persona. Da anni, soprattutto in tempi magri, raccolgo più dalla rilettura di Omero, di alcuni libri della Bibbia, di Dante e Dostoevskij ... che da tanti libri nuovi definiti «necessari». Questa estate, tra gli altri, risceglietene uno veramente necessario, un acceleratore d’anima, un detonatore di desideri, rileggete (o ascoltate) un libro che abbia già fatto questo con voi: lo rifarà. Bisogna liberarsi dal pregiudizio che «nuovo» significhi solo «recente», e non «ciò che dà qualcosa di inatteso a ogni incontro», come chi ci ama. Io ho cominciato a rileggere il Gattopardo. E voi?
«Il Corriere della sera» del 29 giugno 2020

13 giugno 2020

Michel Onfray: "Muore la libertà con i nostri clic"

Nel suo nuovo saggio il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello. "Mai come oggi c'è stata una così forte servitù volontaria"
di Roberto Saviano
Michel Onfray è un filosofo che leggo esattamente come ascolto Thelonious Monk, Chilly Gonzales o Martha Argerich, quando mi sento in mare aperto, senza direzione loro mi danno orizzonte. Onfray è un filosofo libertario, è un misuratore della tossicità del potere; un metodo anarchico governa il suo ragionare. Esce in Italia il suo Teoria della dittatura, un testo che si adopera nella complessa descrizione di come accade che i governi si tramutino in tirannie e di come anche le democrazie si sclerotizzino in dinamiche autoritarie. Onfray individua sette fasi principali che trasformano uno Stato in dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura, propagare l'odio, aspirare all'Impero. Il desiderio che hai, quando finisci un suo libro, è di chiamare Onfray per chiarire la costellazione di dubbi che ti ha innescato. Così, questa volta, ho deciso di farlo.

Per distruggere la libertà tu dici, Michel, che bisogna assicurare una sorveglianza continua, distruggere la vita personale, eliminare la solitudine, divertire con le feste comandate, uniformare l'opinione, denunciare i crimini di pensiero. La felicità, la sua ricerca, può essere uno strumento per contrastare l'autoritarismo o, al contrario, il trabocchetto insito nella propaganda autoritaria, ovvero perdi libertà ma in cambio hai più felicità?
"La felicità non può essere l'ultima parola in un mondo in cui c'è chi ritiene che non ci sia nulla di sbagliato nell'ottenere la propria felicità a scapito degli altri. La lotta contro l'autoritarismo è materia per caratteri temprati, che abbiano il senso dell'interesse generale e la capacità di mettere da parte la propria felicità in nome dell'ideale superiore della virtù civica, come fece Catone il Vecchio".

Onfray scrive che per impoverire la lingua, bisogna: usare un linguaggio a doppia valenza, distruggere parole, piegare la lingua all'oralità, eliminare i classici. Per abolire la verità, bisogna: imporre l'ideologia, strumentalizzare la stampa, diffondere notizie false, ricreare la realtà.

Tutte le dittature - chiedo - hanno la loro neolingua che riduce ogni concetto a slogan: è quello che sta accadendo con il web. Esiste una soluzione?
"La scuola repubblicana che insegnava a ragazzi e ragazze a leggere, scrivere, far di conto e pensare senza guardare alle loro origini sociali è morta nel maggio del '68. È stata sostituita da un dispositivo ludico nel quale l'apprendimento di contenuti è stato abbandonato in favore della sollecitazione di un ipotetico genio infantile. La scuola, che una volta produceva cittadini, adesso produce pecore di Panurgo in catena di montaggio. La moralizzazione della rete, che tra le altre cose implicherebbe di far rispettare le leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant'altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell'avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio".

Nel tuo libro descrivi Amazon, Facebook, Netflix, Google, Apple come la più articolata forma totalitaria che esista. Come contrastare il loro potere oggi, dopo che sono state, durante la pandemia, le piattaforme gratuite per relazioni umane, lavoro, scuola e intrattenimento?
"Questa è in effetti la questione politica per eccellenza. In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l'esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n'è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: "Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi". Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c'è schiavo peggiore di chi si crede un padrone".

La sinistra europea in tutto questo?
"La sinistra è morta nel marzo del 1983 con François Mitterrand che ha presentato l'Europa liberale come un progresso storico che avrebbe portato la piena occupazione, l'amicizia tra i popoli, la fine del razzismo e delle guerre, la prosperità economica. La propaganda fu così insistente da riuscire a far approvare il Trattato di Maastricht nel 1992, anche se per un pelo. In seguito, anno dopo anno, il popolo si è reso conto che gli avevano venduto un prodotto adulterato, che produceva il contrario di quello che prometteva".

In "Teoria della dittatura" racconti di una sinistra che fu di Jean Jaurès e di Léon Blum, che poi si trasforma nell'alleanza con il capitalismo più spinto. Porti l'esempio di Mitterand: fu cattiva fede o speranza di democratizzare il capitale?
"Una volta al potere, Mitterrand è rimasto di sinistra per ventidue mesi: dopo la cosiddetta "svolta dell'austerità" del 1983 ha abbandonato il socialismo e, fino alla fine del suo secondo settennato, nel 1995, ha fatto politiche di destra continuando a presentarsi come un uomo di sinistra. La "sinistra" al governo ha fatto politiche di destra mentre a parole continuava a dire di essere di sinistra e la sua schizofrenia è stata sostenuta dal gran parte del popolo francese, che sembrava come incantato. Questa "sinistra" ha vissuto cinque anni pietosi con la presidenza di François Hollande e adesso è morta, rea di non aver mai denunciato questa truffa di dimensioni storiche".

Mi ha sorpreso la tua descrizione di De Gaulle come un politico autonomo che cercò di non trasformare la Francia in una colonia americana e che fu per questo osteggiato da tutti.
"De Gaulle era un uomo di sinistra sostenuto dalla destra e Mitterrand era un uomo di destra sostenuto dalla sinistra. È il grande malinteso del XX secolo. De Gaulle è l'uomo che ha inventato la Resistenza. È l'uomo che ha creato la Francia libera, arma da guerra che ha contribuito alla liberazione dell'Europa. Come capo di Stato ha ripristinato le libertà civili e ha respinto con un solo gesto il rischio dell'imperialismo americano e contemporaneamente il progetto stalinista sostenuto dai comunisti armati. Ha dato il diritto di voto alle donne, ha decolonizzato molti Paesi dell'Africa nera e ha messo fine alla guerra d'Algeria. È l'uomo della previdenza sociale e della pillola contraccettiva. È l'uomo che non ha fatto sparare sulla folla nel Maggio '68 e che risponde al '68 con la partecipazione, con un progetto che fa così tanta paura alla destra che alla fine si convince a eliminarlo dalla scena con la scusa del referendum del 1969. Infine e soprattutto, è l'uomo della rettitudine e della linearità, della moralità. Un contemporaneo di Catone il Vecchio".

La pandemia che mondo ci lascerà?
"Lo stesso ma peggiore. Modificherà il lavoro, l'insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna: il telelavoro, la sostituzione della "presenza" con la "distanza" aumenterà i poteri della società del controllo, che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. Il virtuale soppianterà il reale ogni volta che sarà possibile, e a governare sul virtuale ci sarà il Big Brother. Del resto, non poteva essere altrimenti visto che l'ha inventato lui".
«la Repubblica» del 12 giugno 2020

03 maggio 2020

Pirandello: istanze narratologiche del Mattia Pascal

di Francesco Maria Toscano

In questo video cerco di illustrare le caratteristiche narratologiche de Il fu Mattia Pascal di Pirandello. In particolare mi soffermo sulle interpretazioni che si possono dare dell'ultima pagina del romanzo.
 Postato il 3 maggio 2020

18 aprile 2020

La «lezione» di Calvino nella pandemia

Il mondo il mondo è più che mai dominato dalla leggerezza dei software, come aveva previsto lo scrittore. Ma nella normalità la società è governata anche dalle leggi della gravità di Newton e di Einstein
di Masimo Sideri
Sembra resistere al tempo e alle stagioni della modernità, come un nuovo dogma universale della società, l’intuizione di Italo Calvino: il mondo sarà dominato dalla leggerezza dei software, non dalla pesantezza degli hardware. Calvino lo scriveva in quei lavori che saranno raccolti postumi sotto il titolo, scelto dalla moglie, di Lezioni americane. Nel frattempo la sua lezione ha superato i confini degli Stati Uniti ed è diventata valida per tutti. A causa dell’isolamento del coronavirus il mondo ha intrapreso una digitalizzazione di massa attraverso i software: lezioni scolastiche su Zoom, messaggi di nonni che finalmente hanno scaricato Whatsapp per salutare i nipotini, lavoro da casa, acquisti in Rete, informazione digitale, pagamenti online. Anni di resistenze culturali alla tecnologia spazzate via grazie a quel primato della leggerezza intravisto negli anni Ottanta dallo scrittore nato a Cuba.
In questa vita sospesa nell’attesa dei numeri e regolata da nuovi rituali casalinghi, è facile dimenticare che la società è governata anche dalle leggi della gravità di Newton e di Einstein. Come l’industria, che in Italia rimane la forza trainante dell’economia, l’esperienza dei viaggi alla Marco Polo, unico vero antidoto al «terrapiattismo di ritorno» di chi si chiude nei propri confini. E, ancora: i dibattiti, dal vivo, in parte scelti dal caso e comunque fuori dalla confort zone dei mondi a noi troppo simili che ci siamo costruiti sui social network. Una volta tornati alla normalità — che sia la normalità di una volta o, più probabilmente, una nuova normalità elaborata dopo la fase del necessario lutto delle aspirazioni di una crescita acritica — dovremo cercare di capire cosa è bene che resti nel mondo del software, in quella leggerezza tanto promettente quando rassicurante della digitalizzazione, e cosa invece avrà senso riportare in una residuale ma altrettanto importante pesantezza. Ricordando che gravitas, in latino, indicava la virtù della serietà. Ce ne sarà bisogno.
«Corriere della sera» del 17 aprile 2020

24 marzo 2020

La poesia, questa incredibile mutante

di Eugenio Giannetta
È ancora possibile la poesia? Con questa domanda Eugenio Montale, nel 1975, intitolava il suo discorso come Nobel per la letteratura, assegnato «per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni». Ciclicamente, nel tempo, molti poeti, critici e intellettuali, hanno continuato a farsi la stessa domanda, ma con più pessimismo: la poesia è morta? Fugando ogni dubbio, la risposta è no. È mutata, forse, perché «la poesia – scrive sempre Montale – non vive solo nei libri. […] L’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario». Un destinatario, l’uomo in senso lato, che ogni 21 marzo, primo giorno di primavera, celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per la capacità che ha la poesia di andare oltre. Montale, nell’apertura degli Ossi di seppia, In limine, ha descritto così l’andare oltre, il quid definitivo al di là di confini, lingue, differenze di ogni genere, in cerca di un ideale di bellezza globale: «Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! / Va, per te l’ho pregato – ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine ...».
La poesia è necessaria, forse e più che mai in questo tempo che esige una precisa definizione delle cose. In rete si trova agevolmente lo spezzone di un video, andato in onda su Rai 3, in cui Alessandro Baricco, raccontando l’arte del tiro con l’arco, prova a fissare la portata della poesia: «Se scrivi per mestiere e lo fai per molti anni, nel tempo cambi molte volte idea su quale sia il gesto dello scrivere, sul perché lo fai. La poesia non è una cosa vaga, sentimentale, una cosa che non hai capito bene. No, è il contrario, quando hai capito perfettamente, quando conosci ogni singolo dettaglio.
Lì capisci che il cuore della faccenda non riesci a dirlo, allora: poesia». In controtendenza rispetto a questi tempi di consumo sempre più rapidi, che provano a imporre una minore attenzione alla precisione e al valore delle parole, talvolta anche in narrativa, è interessante vedere come il poeta Alberto Pellegatta abbia deciso di creare una nuova casa editrice, Taut, con la volontà di indagare le nuove voci inserendole in un contesto storicizzato: uscite di giovani autori, quindi, affiancate da volumi di maestri contemporanei o del passato, per sostenere un’idea di letteratura come cammino collettivo, con un preciso profilo internazionale che metta al centro il lettore. Un’operazione editoriale e culturale al tempo stesso, col primo libro, Planetaria (pagine 232, euro 13), che è un’antologia di 27 poeti nati dopo il 1985, tra cui alcuni nati del 1995 e il più giovane addirittura del 1998 (Riccardo Canaletti); un segnale importante di apertura verso le nuove generazioni di poeti, non solo italiani, ma da Spagna, Russia, Venezuela, Stati Uniti, Portogallo, finora inediti in Italia.
Quello di Taut non è un caso isolato, perché anche la poesia americana è viva, come dimostra Nuova Poesia Americana (192 pagine, 13 euro), una collana curata da John Freeman (selezione) e Damiano Abeni (traduzione), di cui sarà pubblicato un volume all’anno dai tipi di Black Coffe, con una selezione significativa delle opere di sei poeti americani contemporanei. I primi sei sono stati Robert L. Hass, Robin Coste Lewis, Terrance Hayes, la già Poet Laureate degli Stati Uniti Tracy K. Smith, e due poetesse native americane: Natalie Diaz (Mojave) e Layli Long Soldier, appartenente agli Oglala, una delle sette tribù dei Lakota delle Grandi Pianure. Il primo volume è uscito il 22 gennaio scorso, da un’idea dell’editore Sara Reggiani, ispiratasi a una collana che la Penguin pubblicava negli anni ‘60 e ‘70: “Penguin Modern Poets”, libelli preziosi in cui venivano raccolte alcune opere di tre poeti contemporanei scelti.
«Ogni nuovo volume di questa collana sarà una specie di piccolo evento», è scritto nell’introduzione al volume firmata da John Freeman e il pensiero va inevitabilmente alla parola evento: epifania ( Joyce)? Only begetter (Monta-le)? Per citare Tracy K. Smith, che apre il volume, «vogliamo così tanto. / Quando forse viviamo al meglio / negli interstizi tra amori». Non è tutto: le forme della poesia sono anche quelle di Ocean Vuong, che a 28 anni ha scritto la sua prima raccolta: Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 188 pagine, 17 euro), in cui come spiega bene nella prefazione Michael Cunningham, c’è alto e basso insieme, per poesie «al contempo liriche e colloquiali», in cui combina il personale col politico, e racconta il Vietnam dilaniato da guerra e comunismo, così come New York, simbolo di un’America ferita dall’intolleranza.
In Vuong, un po’ come in Viet Thanh Nguyen, vivono due anime: Vuong è arrivato negli Stati Uniti dal Vietnam a soli due anni, imparando l’inglese da solo e cominciando a leggere a undici anni. Attualmente è in libreria col suo primo romanzo, Brevemente risplendiamo sulla terra (La nave di Teseo, pagine 292, euro 18), nella traduzione di Claudia Durastanti. C’è poi Ben Lerner, appena uscito col romanzo, Topeka school (Sellerio, pagine 382, euro 16), che ha dedicato parte della sua produzione e dell’attività accademica alla poesia, tanto da scrivere un breve saggio: Odiare la poesia (Sellerio), dove ripercorre per sommi capi il percorso della lirica, partendo da lontano, anche da coloro che, ad esempio, hanno disapprovato la poesia (Platone) fino ad alcune contraddizioni: il «siamo tutti poeti» e le aspettative quasi salvifiche che maturiamo nei confronti delle parole, le richieste impossibili di esprimere l’indicibile sentimento umano, parlando per sé come se si parlasse per la moltitudine.
Nel suo percorso Lerner cita, tra gli altri, Claudia Rankine, in Italia conosciuta per Citizen. Una lirica americana (66th and 2nd, pagine 170, euro 16), che attraverso il «gioco dei pronomi» e «l’errore di identificazione » racconta il razzismo sociale in una forma che è insieme arte, poesia, prosa, immagini e visioni, a dimostrazione che l’asticella dei confini possibili è spostata sempre un po’ più in là, come ribadisce ulteriormente il lavoro della poetessa, performer, rapper e spoken– word artist classe ‘85 Kate Tempest nei suoi lavori: Resta te stessa , ma anche Che mangino caos (Edizioni e/o, pagine 144, euro 14, traduzione di Riccardo Duranti), un poema «scritto per essere letto ad alta voce», per una poesia che è insieme città, uomini, politica, tutto e niente, perché diceva Benigni in La tigre e la neve: «Per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto».
«Avvenire» del 21 marzo 2020

È morto lo scrittore Alberto Arbasino

Scomparso domenica a Roma all’età di novant’anni, fustigò l’Italia, proverbiale «Paese senza»
di Alessandro Zaccuri
Un Paese senza, signora mia. E la gita a Chiasso. Sono forse queste le più celebri fra le innumerevoli invenzioni linguistiche di Alberto Arbasino, il grande scrittore morto domenica a Roma all’età di novant’anni (era nato a Voghera il 22 gennaio 1930). Imprestiti d’autore, secondo una formula che forse non sarebbe dispiaciuta alla sua erudizione: espressioni sbocciate al crocevia tra invettiva civile e saggistica altezzosa e poi transitate nel parlare comune, in quello stesso gergo giornalistico che Arbasino non si stancava di contrastare impugnando la sua prosa imprevedibile, beffarda, inimitabile. Coniava locuzioni di cui altri – che spesso neppure lo avevano letto – si impossessavano, ma era anche abilissimo nell’impadronirsi di una frase fatta per poortarla alle sue estreme, letterali conseguenze. Lo aveva fatto, per esempio, in un piccolo libro di alcuni fa, La vita bassa, pubblicato dal 2008 da Adelphi, che da tempo era diventato – ed è rimasto – il suo editore d’elezione. In quelle pagine, come sempre indignate e scoppiettanti, Arbasino se la prendeva con la moda di aggirarsi con l’ombelico in bella vista e la trasformava nell’emblema della “bassezza di vita” in cui gli sembrava stesse inesorabilmente sprofondando l’Italia, il proverbiale «Paese senza» (sempre in affanno, sempre incompiuto, sempre mancante di qualcosa) per il quale nel 1963 aveva invocato la necessità della non meno famosa «gita a Chiasso».
Bastava allungare un passo al di là della dogana con la Svizzera, sosteneva, e insieme con il Toblerone e qualche stecca di sigarette si poteva rimediare un po’ di quella cultura del pieno Novecento di cui, all’epoca del boom, molti intellettuali italiani ancora si vantavano di non avere la minima nozione. Ribellandosi in parte all’origine provinciale che pure aveva ispirato uno dei suoi libri più noti (La bella di Lodi, uscito come romanzo nel 1972, ma portato sullo schermo da Mario Missiroli già nel 1963 sulla scorta dell’omonimo racconto), Arbasino aveva dato un contributo importante a questa operazione di svecchiamento, a cominciare dall’estroso excursus critico di Certi romanzi (1964), che Raffaele Manica ha giustamente voluto inserire nel doppio “Meridiano” di Romanzi e racconti realizzato da Mondadori nel 2009-2010. Da un lato agiva in Arbasino la suggestione di un cosmopolitismo elitario, coltivato sia attraverso la carriera accademica intrapresa per un certo periodo nell’ambito delle scienze politiche, sia attraverso i reportage internazionali firmati per alcune delle maggiori testate del dopoguerra, dal settimanale "Il Mondo" al quotidiano "Il Giorno". Ma questa fuga in avanti, nella direzione di una contemporaneità vertiginosa e disinibita, aveva come premessa irrinunciabile l’adesione alla tradizione della letteratura lombarda, lungo una linea che dall’illuminismo del prediletto Parini e dei fratelli Verri arrivava fino all’impetuoso magistero di Carlo Emilio Gadda.
Con Giovanni Testori, anche Arbasino era stato annoverato tra i «nipotini dell’Ingegnere», ma la definizione, per quanto non impropria, non gli corrispondeva del tutto, così come l’adesione alla neovanguardia del Gruppo 63 non era sufficiente a esaurire le istanze del suo sperimentalismo. Il rigore del saggista, appunto, era pressoché indistinguibile dalla libertà del narratore. E questo fin dagli inizi, fin dagli esordi di Le piccole vacanze (1957) e L’Anonimo Lombardo (1959), per arrivare al precoce capolavoro di Fratelli d’Italia, apparso per la prima volta nel fatidico 1963 e da allora più volte rimaneggiato, ampliato e rivisto, secondo una procedura caratteristica del lavoro di Arbasino. Un discorso analogo vale per Super-Eliogabalo (1969), di Fratelli d’Italia non meno caustico e scintillante, ricchissimo di citazioni, ammiccamenti colti, sfrontatezze che sfociano volentieri nell’irriverenza.
Irrequieto di natura, sempre in partenza per visitare una mostra o assistere alla “prima” in qualche teatro d’opera, Arbasino ha probabilmente dato il meglio di sé nei volumi che compongono la sua autobiografia di viaggiatore, come Le muse a Los Angeles del 2000 oppure Pensieri selvaggi a Buenos Aires del 2012, per arrivare al sostanziale congedo di Ritratti e immagini del 2016. Arbasino non amava il cattolicesimo e non ne faceva un mistero. Lo assimilava ai rituali di un perbenismo piccoloborghese di cui l’esclamazione «signora mia» rappresentava la sintesi. Però c’è un momento, nel libro di memorie dedicato al rapporto con Gadda (L’Ingegnere in blu, 2008), in cui anche questa avversione si attenua. È il 1973, il Gran Lombardo è sul letto di morte e Arbasino è fra gli amici che, a turno, leggono per lui un capitolo dei Promessi Sposi. Gli tocca la notte dell’Innominato: «Giunto al “delirio passeggiero”, una delle sue espressioni frequenti – ricorda –, l’Ingegnere mi guardò fisso, dicendo solo: “E adesso, le campane”».
«Avvenire» del 23 marzo 2020

23 marzo 2020

La nuova fratellanza

di Massimo Recalcati
I nazisti ci hanno insegnato la libertà, ha scritto una volta Jean Paul Sartre all’indomani della liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Per apprezzare davvero qualcosa come la libertà, bisognerebbe dunque perderla e poi riconquistarla? Ma non sta forse accadendo qualcosa di simile con la tremenda pandemia del coronavirus? La sua spietata lezione smantella in modo altamente traumatico la più banale e condivisa concezione della libertà. La libertà non è, diversamente dalla nostra credenza illusoria, una sorta di “proprietà”, un attributo della nostra individualità, del nostro Ego, non coincide affatto con la volubilità dei nostri capricci. Se così fosse, noi saremmo oggi tutti spogliati della nostra libertà. Vedremmo nelle nostre città deserte la stessa agonia a cui essa è consegnata. Ma se, invece, la diffusione del virus ci obbligasse a modificare il nostro sguardo provando a cogliere tutti i limiti di questa concezione “proprietaria” della libertà? È proprio su questo punto che il Covid-19 insegna qualcosa di tremendamente vero.
Questo virus è una figura sistemica della globalizzazione; non conosce confini, Stati, lingue, sovranità, infetta senza rispetto per ruoli o gerarchie. La sua diffusione è senza frontiere, pandemica appunto. Da qui nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. Non però quelle a cui ci ha abituati il sovranismo identitario, ma come un gesto di solidarietà e di fratellanza. Se i nazisti ci hanno insegnato ad essere liberi sottraendoci la libertà e obbligandoci a riconquistarla, il virus ci insegna invece che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio. Lo insegna, paradossalmente, consegnandoci alle nostre case, costringendoci a barricarci, a non toccarci, ad isolarci, confinandoci in spazi chiusi. In questo modo ci obbliga a ribaltare la nostra idea superficiale di libertà mostrandoci che essa non è una proprietà dell’Ego, non esclude affatto il vincolo ma lo suppone. La libertà non è una manifestazione del potere dell’Ego, non è liberazione dall’Altro, ma è sempre iscritta in un legame. Non è forse questa la tremendissima lezione del Covid-19? Nessuno si salva da solo; la mia salvezza non dipende solo dai miei atti, ma anche da quelli dell’Altro.
Ma non è forse sempre così? Ci voleva davvero questa lezione traumatica a ricordarcelo? Se i nazisti ci hanno insegnato la libertà privandocene, il coronavirus ci insegna il valore della solidarietà esponendoci all’impotenza inerme della nostra esistenza individuale; nessuno può esistere come un Ego chiuso su se stesso perché la mia libertà senza l’Altro sarebbe vana. Il paradosso è che questo insegnamento avviene proprio attraverso l’atto necessario del nostro ritiro dal mondo e dalle relazioni, del nostro rinchiuderci in casa. Si tratta però di valorizzare la natura altamente civile e profondamente sociale, dunque assolutamente solidale, di questo apparente “isolamento” che, a ben guardare, tale non è. Non solo perché l’Altro è sempre presente anche nella forma della mancanza o dell’assenza, ma perché questa auto-reclusione necessaria è, per chi la compie, un atto di profonda solidarietà e non un semplice ritiro fobico-egoistico dal mondo. In primo piano non è qui tanto il sacrificio della nostra libertà, ma l’esercizio pieno della libertà nella sua forma più alta. Essere liberi nell’assoluta responsabilità che ogni libertà comporta significa infatti non dimenticare mai le conseguenze dei nostri atti. L’atto che non tiene conto delle sue conseguenze è un atto che non contempla la responsabilità, dunque non è un atto profondamente libero.
L’atto radicalmente libero è l’atto che sa assumere responsabilmente tutte le sue conseguenze. In questo caso le conseguenze dei nostri atti investono la nostra vita, quella degli altri e quella del nostro intero Paese. In questo modo il nostro bizzarro isolamento ci mette in rapporto non solo alle persone con le quali lo condividiamo materialmente, ma con altri, altri sconosciuti e fratelli al tempo stesso. La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza senza la quale libertà e uguaglianza sarebbero parole monche. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia della polis. In questo modo siamo davvero pienamente sociali, siamo davvero pienamente liberi.
«la Repubblica» del 14 marzo 2020

Scuole chiuse

di Alessandro D'Avenia
«Margie lo scrisse perfino nel suo diario. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157: Oggi Tommy ha trovato un vero libro!». Comincia così «Chissà come si divertivano», un racconto del 1955 del maestro della fantascienza, Isaac Asimov, in cui Margie e Tommy, 11 e 13 anni, trovano in soffitta un libro. Quell’oggetto, in cui le parole «non si muovono», è un reperto archeologico, sostituito da più di un secolo dai «telelibri», testi che scorrono sullo schermo tv come i titoli di coda di un film. Ma la sorpresa è ancora più grande quando i due scoprono che il libro parla di qualcosa a loro ignoto: la scuola. Nel 2157 ci sono infatti solo i «Maestri Meccanici», robot individuali che, in camera, spiegano e verificano: «La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove doveva infilare i compiti. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare a sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a velocità spaventosa». E nel marzo 2020 la scuola esiste ancora? Sì, ma a una condizione: se tutte «le» scuole sono chiuse, «la» scuola è rimasta aperta solo dove «scuola» è il nome che diamo alla relazione che sopravvive alla chiusura dell’edificio. Altrimenti aperta, una scuola, non lo è mai. «Questo è un tipo di scuola molto antico. Avevano un maestro, ma non un maestro regolare. Era un uomo» dice Tommy, e Maggie stupita risponde: «Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?». La scuola del passato era una comunità di ricerca guidata da maestri in carne e ossa: «Ci andavano i ragazzi del vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme. Imparavano le stesse cose, così potevano aiutarsi per i compiti e parlare di ciò che avevano da studiare. E i maestri erano persone».
I maestri meccanici non ci sostituiranno mai perché la materia è la «materia» con cui si in- e co-struisce l’edificio relazionale: a scuola non ci si va, ma ci si è, a patto che essa sia fondata su relazioni generative. Se ciascuno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, la relazione rigenera le persone coinvolte e genera i cosiddetti beni relazionali, frutti specifici di una relazione (in quella educativa: cultura, autonomia, vocazione). Questi frutti non si danno se la relazione è ridotta a prestazione (tu ripeti/fai ciò che ti dico), e diventa addirittura de-generativa (toglie vita). I ragazzi hanno bisogno di noi per scoprire sé e il mondo, e per inserirsi gradualmente nella storia umana: la loro anima non può farsi da sola. Allo stesso modo noi docenti abbiamo bisogno di loro per scoprire noi stessi e il mondo, perché anche la nostra anima (come quella di tutti gli esseri umani) è in continua crescita. Non siamo robot che erogano materie e voti, noi con- e in-segniamo, nello stesso spazio-tempo (online o in classe), pezzi di mondo a cui ci siamo dedicati. Ed è proprio nell’atto di porgerli che scopriamo cose nuove del mondo e di noi: se dopo una lezione non ho imparato niente, sono certo di non aver insegnato niente. In una scuola relazionale e non prestazionale infatti non si riesce mai a fare la stessa lezione (altrimenti che mi sostituisca il maestro meccanico): insegno da 20 anni e non posso raccontare mai lo stesso Dante, perché cambio io, così come le anime da raggiungere. Ed è grazie a questa «materia viva» che non solo non mi annoio, ma mi viene donato ogni anno un nuovo Dante, interpellato in modo diverso in ogni classe. La testa di un ragazzo è come quella di un fiammifero: si accende e accende, solo se la sfreghi con ciò che ha capacità di innesco (verità e bellezza), per questo le grandi opere (letterarie, tecniche, scientifiche...) fanno «il programma». Noi riceviamo vita solo da chi la vita la sa mettere «a fuoco», chi è «passato» nel mondo e ce ne ha lasciato una mappa: poi sta a noi camminare e aprire nuove strade.
È proprio Dante - il 25 marzo 2020 ricorre la prima celebrazione nazionale - che distilla la relazione con un maestro quando, incontrando nell’aldilà il suo, Brunetto Latini, gli dice che non dimentica «la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna», e Brunetto si rammarica di non aver potuto seguire sino in porto la promettente navigazione del suo allievo. La scuola è un faticoso «ora ad ora» che serve a dare senso e vita a tutte le altre ore. Uno studente non deve rifare da solo la storia umana, ma fare i passi indietro necessari per saltare, lui, un po’ più avanti, proprio grazie alla rincorsa in un passato che passato non è, altrimenti non lo si studierebbe. Ma questo, senza una scuola viva (relazionale e generativa) è impossibile: «Margie pensava ai bambini di quei tempi, a come dovevano amare la scuola: - Chissà come si divertivano!». Le scuole adesso sono chiuse: ma prima erano aperte?
«Corriere della sera» del 23 marzo 2020

L'opportunità della scuola

di Riccardo Luna
È un lunedì diverso da tutti gli altri, non solo per noi. Per 861 milioni di studenti nel mondo le scuole sono chiuse. Certo sono chiuse anche le fabbriche, gli uffici, i negozi, le chiese e gli stadi. Ma le scuole mi colpiscono di più. Un mondo senza scuole è un mondo senza futuro. Sì certo c’è la scuola digitale, “la scuola continua”, ci hanno detto in Italia dal primo giorno. A volte sì, ma sono eccezioni. Il corpo docente nel suo complesso era totalmente impreparato al digitale: i pomposi piani ministeriali degli anni scorsi hanno generato solo qualche coraggiosa esperienza pilota.
Non che mancassero le soluzioni tecnologiche, c’erano, ci sono e funzionano piuttosto bene; ma a due settimane dal blocco della didattica ancora moltissime classi devono fare la prima lezione; alcune fanno un’ora o due al giorno; altre si vedono col prof in qualche videochat rocambolesca con i ragazzi che assistono disorientati al goffo tentativo di riprodurre su pc le dinamiche di una classe reale. Il programma ministeriale così è un miraggio, gli esami di fine anno un mistero. Con questo non voglio dire che i docenti non ci stiano provando: lo fanno, ma non ci si inventa digitali all’improvviso. Eppure questi tre mesi sono una opportunità irripetibile di apprendimento e maturazione per gli studenti.
Stiamo vivendo un momento storico enorme, e non c’è miglior maestro della Storia. Partiamo da qui. Invece di riempire i ragazzi e i bambini di compiti per tenerli impegnati (lo ha detto anche il ministero: quella non è didattica), parlategli di quello che sta accadendo, della salute e della globalizzazione, dell’economia che si ferma di botto e del digitale che ci aiuta a resistere, raccontate loro che gli eroi del nostro tempo hanno la mascherina e stanno negli ospedali, spiegategli che se ce la faremo, perché ce la faremo, lo dovremo a una virtù che prima si faceva fatica a portare a lezione, il senso civico; e, prima ancora, al talento degli scienziati. Sì, ci salverà la scienza a un certo punto, la conoscenza: non c’è spot più bello per far nascere in loro l’amore per lo studio.
«la Repubblica» del 23 marzo 2020

15 marzo 2020

La Quaresima del capitalismo

Il valore di lavoro e relazioni, e il re nudo
di Luigino Bruni
La crisi del nuovo coronavirus sta svelando anche la natura ambivalente dell’economia. Di fronte alla difficoltà del lavorare, ci accorgiamo che prima di amare il tempo libero noi amiamo il nostro lavoro.
Stiamo capendo che ci piace stare a casa la domenica perché poi c’è il lunedì e si torna a lavoro, perché senza i giorni feriali si abbuiano anche i giorni festivi. Anche per questo facciamo tutti una grande resistenza a rinunciare al lavoro per gli evidenti motivi di sicurezza; vorremmo e vogliamo tenere aperte le fabbriche e gli uffici non solo per non ridurre troppo il Pil, non solo per guadagnarci lo stipendio necessario, ma anche perché sentiamo che non siamo schiacciati finché riusciamo ancora a lavorare, e a lavorare insieme. Questa è una dimensione e una vocazione del lavoro, che niente come una grande e grave crisi come quella che stiamo vivendo ci sta svelando: in fondo, se guardiamo bene dentro di noi, quando una forma di morte ci minaccia, il lavoro diventa un suo potente antidoto - perché non c’è solo il conflitto tra eros e thanatos, c’è anche quello tra il lavoro dei viventi e il non lavoro della morte.
È così, anche se nei tempi ordinari non ci pensiamo mai abbastanza, in realtà noi andiamo a lavorare anche per sconfiggere la morte. Creando beni e servizi con la nostra azione collettiva generativa stiamo dicendo, ogni giorno, che la vita è più grande. E non è certo un caso che nella Bibbia molti episodi decisivi per la vita e per la morte accadono mentre le persone lavorano – da Mosè che pascolava il gregge fino agli apostoli, chiamati mentre lavoravano.
Come non è un caso che in alcune lingue il lavoro è accostato al parto, a quell’altro travaglio che tanto gli somiglia, anche nel dolore che accompagna ogni lavoro vero che non sia solo hobby o gioco.
Abbiamo poi capito che quei beni relazionali, tanto derisi dagli economisti e dai politici in tempi ordinari, sono essenziali come e più delle merci. Abbiamo improvvisamente compreso che la gente, gli anziani soprattutto, vanno a comprare il pane anche, e forse soprattutto, per 'consumare' la chiacchierata con la gente del quartiere perché al mercato si va anche e soprattutto per 'scambiare parole', che non ricevere visite di volontari e amici in carcere è questione di vita e di morte. Le grandi crisi ribaltano le vecchie 'piramidi dei bisogni'. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo reimpari dal dolore di questi giorni. Come un 'male comune' (virus) ci ha insegnato improvvisamente cosa sia il 'Bene comune', la solitudine forzata ci ha insegnato il valore e il prezzo delle relazioni umane, la distanza superiore al metro ci ha svelato la bellezza e la nostalgia delle distanze brevi.
Ma, lo vediamo e lo vedremo sempre di più, l’economia sta mostrando anche un’altra faccia. È quella delle Borse e delle speculazioni, la paura delle perdite di Pil che diventano più importanti delle perdite di vite, che hanno impedito finora di fermare anche quelle attività commerciali e produttive che non sono essenziali per la vita della gente – studi legali, di commercialisti, alcune fabbriche, studi di analisti finanziari, molti tipi di negozi… – attività che sappiamo quanta gente mette assieme ogni giorno soprattutto al Nord. Che ha fatto sì che il 'fermiamoci tutti' fermasse subito le scuole ma non il business.
Continuo a pensare e a ripetere ormai da diversi giorni che una 'quaresima da capitalismo', dimentica di Pil, spread, debito pubblico e patto di stabilità, sarebbe una terapia efficace per rallentare l’avanzare troppo minaccioso e veloce del virus.
Queste ragioni dell’economia sono molte diverse delle prime ragioni del lavoro- vita, e sono loro nemiche. Perché dicono che abbiamo messo in piedi un sistema sociale dove l’ultima parola, alla fine, sembra avercela il business e non il bene comune, dove la politica non ha abbastanza forza per fare cose ovvie. Tutto ciò è evidente in Italia, ma lo è di più in Europa, in Gran Bretagna e negli Usa dove si sta sottostimando e sotto-raccontando l’entità della crisi sanitaria per ridurre o magari evitare le sue conseguenze sull’economia – in particolare sulla finanza, che non sempre è alleata dell’economia.
Se siamo attenti, in questa crisi possiamo leggerci allora anche importanti messaggi sul capitalismo che abbiamo costruito in questi ultimi decenni. Abbiamo corso troppo, inseguendo i segnali di mercato abbiamo pensato di essere invincibili, non abbiamo applicato quel principio fondamentale della convivenza umana che la Dottrina sociale della Chiesa chiama principio di precauzione, che dovrebbe portare una comunità a non attendere che arrivi il 'cigno nero' per attrezzarsi e far fronte al caso eccezionale ma devastante. Una comunità saggia e non guidata dal capitale investe in tempi ordinari per premunirsi per il tempo eccezionale. Lo facciamo tutti i giorni con le assicurazioni individuali e aziendali, non lo facciamo più per la società nel suo insieme, che si ritrova totalmente scoperta su questioni decisive, nonostante gli allarmi seri che erano arrivati negli anni passati.
Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.
«Avvenire» dell'11 marzo 2020

30 dicembre 2019

2020: andante con moto

di Alessandro D’Avenia
Sul finire del 1808 a Vienna è caduta così tanta neve che, alla sera del 22 dicembre, la città sembra scomparsa in un silenzio che costringe a prepararsi a ciò che sta per accadere. Nel Theater an der Wien si gela, ma al concerto natalizio non è rimasto un posto libero. Al pianoforte siede il maestro in persona: Ludwig van Beethoven. Benché abbia solo 38 anni sarà l’ultima esibizione pubblica: la sordità che lo ha colpito dieci anni prima peggiora rapidamente. Vuole suonare da solista il Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in Sol maggiore perché la posta in gioco è la sopravvivenza. Infatti è proprio in queste note che ha nascosto il suo doloroso segreto, soprattutto nel secondo movimento: andante con moto. Il brano è ispirato — dicono gli studiosi — al mito di Euridice: un dialogo tra Orfeo, il pianoforte, e gli dei inferi, l’orchestra, per ottenere la restituzione dell’amata moglie, morta a causa del morso di un serpente proprio durante la festa di nozze. Il movimento comincia con le battute fatali dell’orchestra, che però, nota dopo nota, si lascia conquistare dalla penetrante malinconia del solista fino a sposarne, inaspettatamente in questa forma musicale, il tema: la morte si rivela più debole dell’amore. Beethoven mette in musica la ferita sempre aperta tra la promessa di felicità a cui ci sentiamo chiamati e la sua inesorabile delusione, trasforma in note il nostro desiderio più profondo: chi e cosa amiamo non deve finire.
Le note del pianoforte modulano il canto delle cose (che non dovrebbero mai andar) perdute: una madre, un padre, un fratello, una sorella, un marito, una moglie, un figlio, una figlia, un amico, un’amica, l’infanzia, la giovinezza, l’amore, i sogni, la gioia, la bellezza, l’intelligenza, la memoria, l’anima, il corpo... Orfeo canta la promessa di felicità della vita e la sua fine improvvisa e inaccettabile, per questo è sceso nel labirinto della morte: per riavere la moglie amata a qualsiasi costo. Come si può far risorgere ciò che è morto, far rinascere ciò che è senza vita? Beethoven cerca la risposta sui suoi 88 tasti: alla fine del movimento la preghiera di Orfeo piega il granitico e funesto no dell’orchestra, Euridice viene restituita al suo amato. Ma mentre nel mito, Orfeo, volgendosi indietro, la perderà nel viaggio di risalita, Beethoven inventa un altro finale: salvifico. Il Concerto n.4 si risolve infatti in un gioioso terzo movimento, un rondò vivace con cui il maestro ci porta dentro la festa della vita che non finisce, proprio lui che sta diventando sordo, all’insaputa della folla estasiata mentre lo ascolta. Non sta solo suonando un pezzo geniale, sta affrontando una cruenta battaglia che solo lui conosce e può combattere: riscrivere il destino crudele della sordità, trasformare il dolore in bellezza, convertire la morte in vita nuova. E proprio così si salvò.
Solo pochi anni prima di quella serata, infatti, la disperazione lo aveva portato vicino al suicidio, come aveva scritto nella famosa lettera-testamento ai fratelli: «Non mi era ancora possibile dire: “Parlate più forte, gridate, perché io sono sordo!”. Ah, come mi sarebbe possibile rivelare proprio la debolezza di un senso che io dovrei possedere più perfetto di ogni altro, un senso che in passato ebbe una perfezione che certamente poche persone del mio mestiere hanno mai avuto? Tali esperienze mi condussero quasi alla disperazione. Poco mancò che io mettessi fine alla mia vita. Solo l’arte mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile dover lasciare il mondo prima di aver compiuto tutto quello per cui sentivo di essere stato creato». Il maestro si salva perché sa di avere un compito irrinunciabile: si aggrappa al piano fino alla fine dei suoi giorni, a 57 anni, del tutto sordo negli ultimi dieci, e non smette di comporre, con gambe e orecchio attaccati allo strumento per sentirne almeno le vibrazioni, opere che aprono alla musica del futuro. Quello per cui sa «di essere stato creato», fare bellezza, è vita anche se lui non può goderne. In questo 2019 al tramonto, trovate mezz’ora di silenzio — se ne esiste ancora uno così lungo — per ascoltare il Concerto n. 4 e in particolare i cinque minuti del secondo movimento nell’interpretazione al piano di Pollini o di Barenboim. Mentre lo fate, sostituite il solito «anno nuovo, vita nuova» con un beethoveniano «anno nuovo, bellezza nuova», quella che possiamo fare sempre, seppur minima, lì dove e come siamo, anche se abbiamo perso pezzi di vita o ci siamo persi nella vita. «Nel campo che mi è stato designato voglio distribuire ai miei fratelli i doni che ho ricevuto da Dio. Senza egoismo»: queste parole, che il maestro lesse più volte, annotò e sottolineò in uno dei suoi libri preferiti (Osservazioni sulle opere di Dio di C. C. Sturm), voglio siano d’augurio a ciascuno di voi, cari lettori, per il 2020.
«Corriere della sera» del 30 dicembre 2019