24 ottobre 2019

Fedez-Martani e l'eterna lotta della diffamazione sui social network

La procura di Roma chiede l'archiviazione per la querela sporta dal rapper verso l'ex concorrente del GF per un tweet sul party al supermercato. Oltre il caso, sono le motivazioni a dare da riflettere
di Simone Cosimi
Ci risiamo. Insulti e offese sui social network sono più o meno gravi di quelli espressi di persona o in cerchie sociali ristrette? Per molti la sterminata platea digitale (effettiva o potenziale) è un’aggravante dell’eventuale diffamazione o delle ingiurie, che sono state depenalizzate dal 2016. Per altri, a quanto pare, è la credibilità di quegli ambienti a dover essere considerata per prima, al di là del seguito dei protagonisti. Lo sostiene la procura di Roma che ha chiesto l’archiviazione di una querela che il rapper Fedez aveva sporto contro Daniela Martani, ex concorrente del Grande Fratello 2009.
In occasione della festa a sorpresa in un supermercato di Milano organizzata dalla moglie Chiara Ferragni, debitamente documentata sui social dai protagonisti e dagli invitati con pesanti strascichi polemici per l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei prodotti, molti dei quali andati sprecati, Martani scrisse un anno fa su Twitter il seguente post: “Io ve lo dico da anni che sono due idioti palloni gonfiati irrispettosi della vita delle persone e degli animali. Per far parlare di loro non sanno più cosa inventarsi. Fare una festa a casa era troppo normale altrimenti chi glieli mette i like”. Fedez, all’anagrafe Federico Leonardo Lucia, presentò querela. Oggi, appunto, la richiesta di archiviazione. Che comunque è solo una richiesta: i legali del cantante si sono opposti in virtù del fatto che “la diffusione di un messaggio diffamatorio” su Facebook, Twitter o Instagram, proprio perché può raggiungere un numero enorme di utenti, “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata”.
L’ex assistente di volo di Alitalia è tornata sul punto questa mattina, sempre via Twitter: “Gli sono arrivato (sic) milioni di insulti, invece di spargersi cenere sul capo per quello che fecero nel supermercato tirandosi addosso frutta e verdura, #Fedez e #ChiaraFerragni mi avevano denunciata. Beh gli è andata male. Il PM ha chiesto l’archiviazione”. Dal punto di vista del gesto, e in fondo anche della presunta diffamazione, si è in fondo visto e letto di peggio: il grottesco party al supermarket fu in effetti uno dei momenti di massimo scollamento dei re Mida del Like dalla realtà di milioni di persone (ma si scusarono) e l’osservazione di Martani, per quello che siamo abituati a ingoiare sulle piattaforme, perfino moderata.
Tuttavia il punto è un altro, e chiaramente si lancia oltre questa storia. Che forse potrà segnare un precedente interessante e anche se si tratta solo di una richiesta di archiviazione segnala evidentemente un certo orientamento dei giudici inquirenti. L’idea, cioè, che le piattaforme social, in virtù di una “scarsa considerazione e credibilità” non siano “idonee a ledere la reputazione altrui”. Una tesi piuttosto complessa da sostenere, in una società che vive sempre di più il confronto con la realtà digitale che si sovrappone a quella fisica e delle conseguenze, spesso drammatiche, della prima sulla seconda.
I pubblici ministeri, per giunta in presenza di due star dei social, sostengono dunque che una certa sfera di confronto, in questo caso quella delle piattaforme sociali, non valga granché. E che quindi in fondo la gravità di quanto vi accade, possibili diffamazioni incluse o fatti di altro genere, sia da considerarsi inferiore rispetto a come sarebbe valutata se fosse successo altrove. Lo decidono loro, o meglio questa la loro proposta per l’archiviazione. Così, almeno, pare di capire dalle cronache.
Secondo i legali di Fedez – contro cui Martani, animalista convinta, si è scagliata per esempio quando il rapper e la moglie hanno indossato pellicce naturali – la questione è del tutto opposta: proprio perché un numero enorme di persone li frequenta l’offesa è molto grave. Altrimenti si corre il rischio di trasformarli “in una vera e propria zona franca in cui tutto e concesso”. Il quadro è mutato, dalle mobilitazioni dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini contro gli hater fino a iniziative come la campagna #odiareticosta, la consapevolezza di come quel che si scrive e si fa online non possa essere giudicato in modo differente rispetto alla sfera offline è senz’altro aumentata. E se il caso specifico è ricco di sfumature sulle quali ovviamente non sta a noi entrare, certo la valutazione di fondo della richiesta di archiviazione rischierebbe di dilapidare quei pochi passi avanti che siamo riusciti a fare i termini di cittadinanza digitale.
La procura scrive infatti al gip che “sui social accade che un numero illimitato di persone, appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali, avverta la necessità immediata di sfogare la propria rabbia e frustrazione, scrivendo fuori da qualsiasi controllo qualunque cosa, anche con termini scurrili e denigratori che in astratto possono integrare il reato di diffamazione, ma che in concreto sono privi di offensività”. A parte che è una rappresentazione parziale di quegli ecosistemi, inquadrati come dei porcili senza senso dei quali lo Stato di diritto può eventualmente fregarsene. Ma chi decide in che misura quelle frasi rimangano davvero in astratto e se davvero possano considerarsi prive di offensività, quando lette, rilanciate e spesso sfruttate per costruire ulteriori attacchi da centinaia se non migliaia di utenti?

22 ottobre 2019

K. tra rinuncia e partenza

di Alessandro D'Avenia
«Era di mattina molto presto, le strade pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello di un campanile, vidi che già era molto più tardi di quanto avessi creduto, dovevo affrettarmi, l’ansia per quella scoperta mi fece incerto della strada, non conoscevo ancora bene quella città; per fortuna lì vicino c’era una guardia, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse: “Da me vuoi sapere la via?”. “Sì”, dissi, “perché non riesco a trovarla da me”. “Rinuncia, rinuncia!”, disse e si girò bruscamente, come chi vuole essere solo con la propria risata». Avevo 17 anni quando Franz Kafka mi fece scoprire che la realtà è una metafora della grande narrativa e non viceversa. Il brevissimo racconto s’intitola Rinuncia e mi è tornato in mente leggendo, sulle pagine di questo giornale, la recente intervista a Umberto Galimberti che denuncia: «i ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca». Personalmente vedo anche altri ragazzi, statisticamente meno numerosi o rappresentati, ma non per questo meno rilevanti, e sono altresì convinto che il dolore dell’insignificanza sia una risorsa educativa e non un capolinea, ma: «Nessuno li convoca». Perché? Manca la chiamata, l’assenza di scopo infatti riguarda chi lo scopo dovrebbe mostrarlo, gli educatori: «Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista — prosegue Galimberti — i problemi erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso». Nichilismo e individualismo sono, oggi, la Grande Rinuncia alla vita.
Il vuoto di senso ha i suoi guardiani, come racconta Kafka: essi non dicono che non ci sia una strada, ma scherniscono chi la cerca, voltandosi dall’altra parte, con una risata. Sono coloro che, a vario titolo, annichiliscono (la radice è la stessa di nichilismo) le vite loro affidate. In qualsiasi ambito (politico, economico, professionale, educativo...), i burocrati della Rinuncia non spingono ma spengono la vita: attorno a loro fioriscono censura, invidia, calunnia, disunione, sospetto, paura, menzogna, sotterfugio, sopruso, violenza... La loro risata «di spalle» suona a scherno, ma tradisce la paura di essere smascherati, perché la chiamata a cui hanno rinunciato non viene meno: una voce sussurra dentro di noi e, nel nostro cuore, se non siamo già vittime della Rinuncia o addirittura agenti della sua Burocrazia, cova sempre un po’ dell’ardore dell’Ulisse dantesco. Lo rappresenta lo stesso Kafka in un altro micro-racconto: Partenza. Scritto nello stesso anno di Rinuncia (1922), ne è l’altra faccia: «Ordinai di andare a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi capì. Andai io stesso nella stalla, sellai il mio cavallo e vi montai. In lontananza sentii suonare una tromba, chiesi al servo che cosa volesse dire. Egli non lo sapeva e non aveva sentito niente. Presso il portone mi trattenne e domandò: “Signore, dove vai?”. “Non lo so - dissi - solo via di qua, solo via di qua. Sempre via di qua, solo così posso raggiungere la mia meta”. “Conosci allora la tua meta?”, chiese. “Sì - risposi - Te l’ho detto: ‘Via-di-qua’. Ecco la mia meta”. “Non hai viveri con te”, disse. “Io non ne ho bisogno - dissi - il viaggio è così lungo, che dovrò morire di fame, se non ricevo nulla sulla via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente immenso (ungeheure)”». Il finale sembra paradossale, ma paradossali sono le verità essenziali dell’arte di vivere.
La meta del viaggio è Via-di-qua: via dalla rinuncia al senso della vita. La Partenza è il primo atto di ribellione necessario contro la Rinuncia, perché chi rinuncia si trova, prima o poi, senza vita o addirittura contro la vita. Chi è vicino a noi non capirà: solo noi abbiamo sentito il suono della convocazione. Siamo noi a decidere e niente di quello che ci hanno dato finora può «salvarci», perché il cammino è lungo quanto tutta la nostra anima, sulla cui irripetibile via non ci si può nutrire di nessun’altra provvista se non quella che vi si trova o vi si riceve, perché solo la ricerca di senso rende il senso già presente. Possiamo certo ignorare la chiamata, ma si ripresenterà, con il passare del tempo, più forte e dolorosa, quanto più vicina sarà l’ultima chiamata, quella per cui la Partenza sarà inevitabile. Cacciamo via i guardiani, interni o esterni, dell’assenza di scopo. Andiamo Via-da-qua, via dall’ultimo banco della vita: la Rinuncia. È l’ora della Partenza. Il viaggio sarà (Kafka usa ungeheur, parola tedesca bellissima per estensione di significato e centrale nella sua creazione artistica): enorme, tremendo, spaventoso, immenso, straordinario, incredibile. Proprio come la vita.
«Corriere della sera» del 23 settembre 2019

Umberto Galimberti: «A 18 anni via da casa, serve servizio civile di 12 mesi»

Confessioni
di Stefano Lorenzetto
Il filosofo psicoanalista: «La tecnica domina, la politica non decide, i giovani consumano e basta». La riflessione: «Stop all’adolescenza perenne. È finita l’idea di bene comune»


Filosofo. Antropologo. Psicologo. Psicoanalista. Sociologo. Dal professor Umberto Galimberti ti aspetteresti un eloquio iniziatico all’altezza delle materie che ha insegnato, compendiate nelle 1.637 pagine del Nuovo dizionario di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze (Feltrinelli), alla cui stesura ha faticato per 15 anni. Invece parla ancora come «il numero 8» — si definisce così — dei 10 figli di Ernesto, ex partigiano, venditore di cioccolato Theobroma improvvisatosi impiegato bancario, che in un paio di locali aprì a Biassono la prima agenzia del Credito artigiano e morì di tumore il giorno dell’inaugurazione. «Da bambino andavo in ufficio ad aiutarlo: mi faceva timbrare gli assegni. Avevo 14 anni quando mancò. Sognavo di diventare medico. Ma due borse di studio mi spalancarono le porte di Filosofia alla Cattolica di Milano. Lì trovai i miei maestri: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Righi ed Emanuele Severino, con il quale mi laureai. C’erano anche Gianfranco Miglio e Francesco Alberoni. Poi lavorai per tre anni nel manicomio di Novara, dove conobbi il primario Eugenio Borgna. Fui io a obbligarlo a scrivere, prima non lo conosceva nessuno. Li sento ancora, Severino e Borgna. Ci vogliamo molto bene. Non ho mai capito il parricidio».

Fortunato ad avere dei padri così.
«Aggiunga Karl Jaspers, che frequentai a Basilea e che mi avviò alla psicopatologia. E Mario Trevi, con cui feci il percorso psicoanalitico. Oggi l’analisi non è più possibile. L’ultimo che ho accompagnato per cinque anni è stato il regista Luca Ronconi. Ma solo perché lì c’era un uomo. Capace di riflettere, incuriosito dalla sua vita».

Eppure qui nello studio vedo che c’è ancora il lettino dello psicoanalista.
«Non ho mai smesso di ricevere. La gente mi chiede di risolvergli i problemi. Invece la psicoanalisi è conoscenza di sé: sapere chi sei è meglio che vivere a tua insaputa. Quanto al dolore, non lo puoi cancellare con i farmaci».

L’angoscia più frequente qual è?
«Quella provocata dal nichilismo. I ragazzi non stanno bene, ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo. Per loro il futuro da promessa è divenuto minaccia. Bevono tanto, si drogano, vivono di notte anziché di giorno per non assaporare la propria insignificanza sociale. Nessuno li convoca. Non potendo fare nulla, erodono la ricchezza accumulata dai padri e dai nonni».

Stanno male anche i genitori?
«Eccome. Senza che lo sappiano, non sono più autori delle loro azioni. Nell’età della tecnica sono diventati funzionari di apparato. Vengono misurati solo dal grado di efficienza e produttività. Nel 1979, quando cominciai a fare lo psicoanalista, le problematiche erano a sfondo emotivo, sentimentale e sessuale. Ora riguardano il vuoto di senso».

La mia è la prima generazione che consegna ai suoi figli un futuro ben peggiore di quello lasciatoci in eredità dai nostri padri, spesso nullatenenti.
«Fino a 37 anni ho insegnato storia e filosofia nei licei. Guadagnavo 110.000 lire al mese. Un appartamento ne costava 75.000 al metro quadro. In famiglia abbiamo tutti studiato. Le mie cinque sorelle frequentavano l’università e intanto facevano le colf. Oggi mi tocca aiutare la mia unica figlia, che ha tre bambini».

Ai figli dei nostri figli che accadrà?

«Non riesco a vedere il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso. È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono».

Il destino dei giovani dovrebbe essere in cima all’agenda del governo?

«Certo. Ma la politica non è più il luogo della decisione. Ha delegato le scelte all’economia, e l’economia alla tecnica. È finita l’idea di bene comune che c’era negli anni Cinquanta. Rimane solo quella della poltrona. Non vi è alcun dubbio che i 5 Stelle stanno al governo solo per non tornare a fare i disoccupati e i leghisti volevano votare per avere la maggioranza assoluta e instaurare il sovranismo al soldo di Vladimir Putin».

Forse spariranno i nipoti: solo il Giappone procrea meno dell’Italia.
«Colpa dell’edonismo sfrenato: i figli lo ostacolano. Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. Ci difendiamo dal resto del mondo con il colonialismo economico, che ha sostituito quello territoriale. L’impero romano cadde così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi».

Mi pare che gli italiani lavorino.
«Ho parlato alla Confartigianato di Vicenza. I padri si lamentavano perché i figli non vogliono saperne di portare avanti le loro aziende. Per forza, quando compiono 18 anni gli regalano la Porsche! Si è mai chiesto perché, su 5 milioni d’immigrati, 500.000 siano imprenditori? Vedo negli africani una potenza biologica che noi abbiamo perso».

Questo tempo di pace è segnato da rivolte di piazza, guerriglie negli stadi, aggressività. Che la guerra fosse un grande evento regolatore?
«Lo è sempre stato. Nell’Ottocento ci furono tre guerre d’indipendenza, nel Novecento due guerre mondiali. Siamo ormai alla terza generazione che non ha conosciuto questo male assoluto. Ma non vi è dubbio che periodi prolungati di pace inducono a una lassitudine nei comportamenti. Le sofferenze psicologiche hanno soppiantato quelle fisiche, come potevano essere la fame e le malattie. Quanta gente c’è in giro che se la mena senza un perché? Spesso sono costretto a dire ai miei pazienti: ma scusi, questi sono problemi, secondo lei?».

Ha un suggerimento per uscirne?
«Un rito iniziatico che interrompa l’adolescenza perenne: a 18 anni servizio civile per 12 mesi, ma a 1.000 chilometri da casa. Bisogna separare i figli da padri e madri. E cacciare dalla scuola i genitori, interessati più alla promozione che alla formazione. Tullio De Mauro nel 1976 calcolò che un ginnasiale conosceva 1.600 vocaboli. Oggi sono 600. Il più volgare, “c...”, viene usato per dire tutto. L’Italia è ultima nella comprensione di un testo, certifica l’Ocse. Ma non puoi avere più pensieri di quante parole possiedi, insegnava Martin Heidegger».

Sono i malesseri del benessere.
«Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo. Pensiamo solo a che cosa è utile. Ho visto salire una ragazza con un’arpa sul treno Milano-Venezia. Un signore distinto ha cominciato a porle domande. Alla fine l’ha raggelata: “Scusi, signorina, ma qual è il suo business?”».

Per questo costruiamo solo «cristogrill» al posto delle cattedrali?
«Padre David Maria Turoldo celebrò le mie nozze. Sosteneva che le chiese oggi sono ridotte a garage in cui è parcheggiato Dio. Ma la gente per credere ha bisogno della liturgia, del canto, dell’organo, dell’incenso. L’ho detto anche a papa Francesco. E ho aggiunto: Santità, lei ha messo le persone davanti ai princìpi, però ha un polmone solo, lavora come un pazzo, è pieno di nemici; stia attento a non morire, altrimenti dopo ne eleggono uno che rimette i princìpi davanti alle persone. Lui ha riso e mi ha abbracciato, sussurrando: “Si ricordi che Dio salva le persone, non i princìpi”».

Il cardinale Gianfranco Ravasi, suo compagno di liceo, l’ha convertita?
«No, io resto greco. Non mi colloco neppure fra i laici, i quali sono credenti in un’altra maniera. Per me la morte è una cosa seria, mentre i cristiani pensano che dopo vi sia la vita eterna».

Tuttavia sul cristianesimo ha scritto un saggio.
«È diventato la religione del cielo vuoto, ha completamente smarrito il senso del sacro, e questo mi procura tanta rabbia. La dimensione religiosa è essenziale nell’uomo. Perché negare che la fede offra conforto a tante persone?».

Ha sofferto per le accuse di plagio che le hanno mosso in passato?
«Ho copiato solo da me stesso, mai dagli altri. Recensendo un libro sui giornali, talvolta inserivo due righe dell’autore che mi sembravano efficaci, senza virgolettarle, anche perché non le riportavo integralmente. Quando questi articoli sono stati raccolti in un volume, ho messo le virgolette nei soli casi in cui riuscivo a reperire la citazione: un mio errore, che però non mi era mai stato contestato fintantoché la recensione appariva sulla stampa. Montare su questi elementi una campagna denigratoria non mi pare ancora oggi un’operazione innocente, come peraltro documenta una tesi di laurea sul mio caso discussa nel 2018 all’Università dell’Insubria».

In che cosa spera?
«In niente. La speranza è una virtù cristiana».

Stava meglio quando stava peggio?
«No, da giovane rischiavo di saltare i pasti. Ma oggi la tecnica ha come unica finalità il proprio autopotenziamento e viaggia a una velocità tale che la psiche proprio non ce la fa a tenerle dietro. È lenta, la psiche».

Il senso dell’esistere qual è? Se c’è.
«Lo devo cercare nell’etica del limite, in quella che i greci chiamavano la giusta misura».
«Corriere della sera» del 13 settembre 2019

La notte di Francesco

di Alessandro D'Avenia
«O mio fratello fuoco, l’Altissimo ti ha creato splendido fra tutte le creature, forte, bello e utile. Sii buono con me e gentile. Io prego il Signore che t’ha creato, perché moderi il tuo calore. Così tu brucerai dolcemente e io potrò sopportarti». Sono le parole di Francesco d’Assisi quando il medico, con un ferro arroventato, sta per cauterizzargli la tempia come rimedio per curare la sua malattia agli occhi. Francesco dava del tu a ogni cosa, per lui non esisteva la «natura» come entità astratta ma quest’albero, non l'«umanità» ma quest’uomo, non si prendeva cura del mondo ma delle circo-stanze (ciò che sta attorno), perché in ogni cosa vedeva la luce dell’esserci: il fuoco è questo fuoco, figlio dello stesso Padre, e quindi fratello. Grazie a questo guardare negli occhi ogni cosa e ogni persona, nel 1224 comincia la nostra letteratura con il Cantico delle creature. Ridotto spesso a ode sentimental-panteistico-ambientalista, è invece un inno scritto in un nascente italiano letterario dopo una notte di tormento, proprio a causa del dolore agli occhi, e infatti, nella (spesso dimenticata) seconda parte, Francesco loda Dio per coloro che «sostengono infirmitate e tribulatione in pace», cioè chi vive crisi e difficoltà in una misteriosa pace con se stesso: qualcosa che tutti noi vorremmo saper fare. Ma come possono mai il dolore e le crisi trasformarsi in canto e bellezza?
L’alba portò, insieme alla luce, i 33 versi (gli anni di Cristo) del Cantico, scritto sul modello dei salmi biblici. Poesia è dire-bene le cose, e Francesco le bene-dice tutte: come un cieco che torna a vedere, egli è così felice della loro ritrovata compagnia, dopo quella notte di dolore, che vuole ringraziare Dio con e per «tutte le creature» (v.5). La nostra letteratura comincia bene-dicendo, all’opposto del cieco quotidiano dire-male di cose e persone, a male-dirle di continuo. Per Francesco tutte le cose, essendo create da Dio, sono consanguinee: da fratello sole a sorella terra, passando per luna, stelle, vento, aria, cielo, acqua e fuoco. In questi elementi, nella prima parte, e nell’uomo, nella seconda, egli riconosce i tratti di un Creatore che è tale perché è Padre. Per lui ogni cosa è creatura, parola composta da creo (da cui cresco) e un suffisso latino che indica un’azione che sta per accadere: la creatura non è «creata» una volta per tutte, ma «sta per esserlo», continuamente e in ogni istante. Francesco vede la continua creazione-crescita operata da Dio in ogni cosa e prende parte allo spettacolo. A me succede con l’appello, il mio cantico delle creature: imparo a dare del tu a nomi e volti, e a gioirne. Dal Cantico ho imparato che chi loda non odia, chi stima ama. Quand’è l’ultima volta che avete detto «grazie perché ci sei» con tre aggettivi, come fa Francesco: l’acqua è preziosa, umile e casta; le stelle luminose, preziose e belle? Non è un esercizio facile, richiede coraggio: ha il coraggio di bene-dire cose e persone solo chi ha il coraggio di riceverle come sono e di impegnarsi per come saranno. Quest’apertura a ogni cosa significa soprattutto disponibilità a fare la propria parte nella loro creazione-crescita, cioè ad amare. Francesco riesce così a trasformare tutto, persino il dolore, perché ne accetta il potenziale creativo-accrescitivo: alla sofferenza cerchiamo sempre una causa, un colpevole, per diminuirne il morso. Eppure il segreto (cioè ciò che secerne, il succo) del dolore non è nel passato ma nel futuro, è una storia ancora da scrivere, che «in-vita», spinge ad aprirsi alla vita con occhi nuovi. Francesco chiama «sorella» persino la morte: voglio conoscere il segreto di chi è così libero da bene-dire anche la male-detta per eccellenza, di chi nell’estremo limite non vede il muro ma una soglia, non il capolinea ma un transito. Il Cantico muta la ferita in feritoia per far entrare più vita: quella che sgorga proprio dalle crisi, quando, con le mani aperte della resa, riceviamo ciò che a pugni chiusi non riuscivamo ad afferrare da soli.
Il Cantico inaugura la letteratura italiana inventando e cucendo, nella lingua che ci fa da madre, parole che liberano cuore e mente dalla male-dizione, e rendono la vita più bene-detta. Lo sguardo di Francesco è poetico e profetico, crea e fa crescere: come accade in amore. Egli guarda ogni cosa negli occhi e gli riconosce la sua originaria e originale bellezza, perché lodare significa «ri-conoscere», conoscere qualcosa, ogni volta, «di nuovo» e «come nuovo»: chi loda è «in-novativo» e «ri-conoscente», ha e dà gioia. All’ultimo banco della vita non si guarda negli occhi e si male-dice tutto, al primo si dà invece del tu a ogni cosa, ricevendone il valore più o meno compiuto: anzi se è incompiuto ci si sente impegnati a portarlo verso il compimento, costi quel che costi. Rileggere il Cantico guarisce dalla cecità, facendo del semplice fatto di vivere un’arte e un’irripetibile avventura.
«Corriere della sera» del 14 ottobre 2019

01 novembre 2018

Giacomo, facci l'autografo

di Matteo Motolese
È una pergamena bianca perfettamente conservata in cui, con una scrittura elegante e posata, un notaio, nel giugno del 1233, a Catania, conferma un privilegio imperiale al monastero di San Salvatore, vicino a Messina. Deve essere stata scritta in modo lento, con attenzione a ogni singola lettera: chi scriveva sapeva d'altronde che stava scrivendo per conto dell'imperatore. Un buco pochi centimetri dopo la fine del testo mostra il punto esatto in cui era stato posto il sigillo d'oro, portato via chissà quando, che rendeva l'atto ufficiale.
A prima vista sembrerebbe uno dei tanti documenti del Medioevo siciliano giunti fino a noi. Ma a guardare con attenzione il testo si comprende che chi ha scritto la pergamena non era solo un funzionario imperiale di alto rango ma era anche il primo grande poeta italiano. Nelle ultime righe della pergamena si legge infatti che l'atto è vergato "per manus Iacobi de Lentino Notarij et fidelis nostri"; in cui quel "nostri" si riferisce a Federico II di Svevia; e quel "Iacobi da Lentino" altri non è che Giacomo da Lentini, massimo poeta della Scuola siciliana e inventore della più longeva delle forme poetiche europee, il sonetto.
Si tratta del primo documento interamente autografo del poeta della corte di Federico II. Lo ha trovato Giuseppina Brunetti, ricercatrice di Filologia romanza all'Università di Bologna, a cui si devono altre scoperte eccezionali in questo campo (anni fa ha scovato, a Zurigo, la più antica testimonianza della poesia siciliana; e si veda qui accanto il suo racconto di questo nuovo avventuroso ritrovamento).
Stupor mundi e la sua corte. Federico II di Svevia sul trono regge i simboli del potere, mentre gli si fanno intorno i suoi dignitari (affresco del duomo di Salerno).Per oltre trecento anni questa pergamena del Duecento ha conservato il segreto della propria eccezionalità nella quiete della fondazione Casa Ducale di Medinaceli, a Toledo, in Spagna. Ma non ha avuto sempre una vita così tranquilla. È il gennaio 1679 quando il viceré spagnolo decide di infliggere una punizione esemplare alla città di Messina a séguito di una rivolta filofrancese. Fa prelevare dalla torre vicina alla cattedrale le carte che conservano le memorie cittadine e ordina poi di buttare giù la torre; fa rompere la campana della cattedrale e poi ne fonde i pezzi per farne una statua del re di Spagna. Poco tempo dopo spedisce per nave tutto quello che ha fatto prendere dalla torre prima di cannoneggiarla: venti sacchi di documenti che vengono inviati in Spagna, per mare. In uno di essi, stipata insieme a mille altri pezzi, ha lasciato l'Italia anche la pergamena scritta da Giacomo.
Quello della Brunetti è un ritrovamento importante: non solo ci testimonia la scrittura autografa di un poeta del XIII secolo (cosa di per sé già estremamente rara), ma proviene da un mondo - quello della Scuola poetica siciliana - di cui abbiamo perso praticamente tutto. I protagonisti della prima stagione poetica italiana sono, per noi, poco più che ombre: sappiamo a malapena i loro nomi, qualche sparso dato biografico; la loro stessa poesia ci è arrivata quasi solo attraverso riscritture toscane, tanto che la lingua letteraria da loro usata è ancora, in buona parte, un mistero.
Anche di Giacomo da Lentini sappiamo molto poco: ignoriamo la data di nascita come quella di morte; ma la trentina di componimenti che ci sono giunti ci dicono che era un poeta capace di una delle scritture più alte della nostra letteratura. A lui si deve l'invenzione della misura aurea della poesia occidentale, il sonetto: quella piccola gabbia metrica che permette colpi d'ala da voliera in cui si sono cimentati Dante e Shakespeare, Baudelaire e Caproni. E in cui lo stesso Giacomo ha saputo sillabare versi di rara bellezza: "A l'aire claro ò vista ploggia dare, / ed a lo scuro rendere clarore; / e foco arzente ghiaccia diventare, / e freda neve rendere clarore" in cui gli opposti atmosferici diventano il riflesso minore di una passione amorosa: "Ed ò vista d'Amor cosa più forte / ch'era feruto e sanòmi ferendo, / lo foco donde ardea stutò con foco; / la vita che mi dè fue la mia morte...".
Era un maestro della misura breve, Giacomo. Ma anche nelle canzoni più distese sapeva imprimere al verso un'intensità rimasta intatta dopo secoli. Non a caso a lui è dedicato uno dei tre volumi della splendida edizione dei Poeti della scuola siciliana uscita l'anno scorso nei Meridiani Mondadori (lo ha curato Roberto Antonelli, tra i massimi studiosi dei Siciliani).
Ma la pergamena di Toledo va al di là dell'emozione feticistica di essere dinanzi alla scrittura di uno dei più importanti poeti italiani antichi. Ci permette soprattutto di guardare meglio all'interno della corte in cui è scoccata la prima scintilla della migliore poesia italiana. Il fatto che rechi sul retro una scritta in greco ci rimanda, ad esempio, a una delle caratteristiche più note di quell'ambiente: l'incontro tra lingue e culture diverse. Lo stesso Federico era visto dai contemporanei come in grado di passare dal latino al greco, al tedesco, all'arabo oltre che ovviamente al siciliano; nella biblioteca che portava con sé nei suoi spostamenti i testi della medicina araba trovavano posto accanto ai codici della letteratura provenzale. Non solo. Il fatto stesso che la scrittura di Giacomo, in quanto notaio, potesse valere giuridicamente come quella dell'imperatore ci offre la testimonianza più evidente di quella saldatura tra corte, potere politico e letteratura che - a meno di cinquant'anni dal crollo della dinastia sveva - Dante vedeva già come qualcosa di mitico a cui ritornare.
Ex priore bandito da Firenze, costretto ad elemosinare ospitalità nell'Italia settentrionale, Dante sapeva bene infatti che i poeti attorno a Federico II erano stati, prima di tutto, alti funzionari. Sapeva che il loro era uno status ben diverso da quello dei trovatori che ancora vagavano per le corti settentrionali per allietare il pranzo dei signori locali. Erano giudici (come Guido delle Colonne), grandi cancellieri (come Pier delle Vigne), notai (come lo stesso Giacomo ma anche Mazzeo di Ricco). Lo sapeva anche perché i manoscritti due-trecenteschi toscani che tramandano la loro poesia registrano con scrupolo le singole professioni: lo stesso Giacomo da Lentini è sempre indicato come "Notaro Giacomo". Così, d'altronde, lui stesso si firmava non solo nei documenti imperiali ma anche nel chiedere l'amore in coda a una delle sue poesie più celebri: "Lo vostro amor, ch'è caro, / donatelo al notaro / ch'è nato da Lentino".
«Il Sole 24 ore» del 17 gennaio 2010

29 ottobre 2018

La noia delle cavallette

di Alessandro D’Avenia
«Metti via quel telefono!». È ormai la stanca litania che ripetiamo ogni giorno ai nostri figli per tentare di recuperarne la presenza: a casa, a tavola, in mezzo agli altri. La risposta, come a giustificare i loro occhi ipnotizzati dallo schermo, è quasi sempre la stessa: «Mi annoio». E hanno ragione, oggi più che mai. La costante stimolazione di cui sono capaci telefoni e tablet, infatti, attiva continuamente i meccanismi di ricompensa del cervello. Spento lo schermo il bambino o l’adolescente precipita in un mondo le cui sollecitazioni appaiono pallide rispetto agli «effetti speciali» digitali, motivo per cui la soglia di percezione della noia è molto più bassa rispetto a chi è cresciuto senza dispositivi elettronici. È un tipo di noia nuovo, con cui chi educa deve fare i conti. Una noia «artificiale», molto diversa da quella «naturale» che da sempre conduce i bambini a trasformare le cose che cadono sotto i cinque sensi in un viaggio di esplorazione e scoperta del nuovo: scoprire significa letteralmente togliere il coperchio alle cose ed è spesso la noia la molla per farlo. Ricordo ancora i pomeriggi in cui, per combatterla, mescolavo pericolosi intrugli improvvisandomi piccolo chimico o sfogliavo le pagine di Conoscere a caccia di storie e invenzioni altrui. La ricerca di senso riusciva così a «illuminare» le cose, permettendo loro di uscire dal buio e dalla piattezza. Faceva saltare i coperchi.
Oggi però il nuovo non è più sotto il coperchio, ma in superficie: le superfici luminose che ci abbagliano con le loro immagini sfavillanti, rendendoci passivamente soddisfatti. I dispositivi digitali creano dipendenza perché ci gratificano subito e sempre, diversamente dalla gioia duratura di un’attività impegnativa, che si confronta «fisicamente» con la resistenza di quella che infatti chiamiamo «la dura realtà». La gratificazione profonda si imprime nella memoria e la possiamo rievocare in ogni momento, perché è diventata esperienza: parola che, non a caso, viene da una radice che indica l’attraversare, la stessa di «pericolo» e «porta». Per fare esperienza della realtà bisogna infatti mettersi in pericolo, aprire porte, attraversare soglie. Lo schermo non apre porte ma, appunto, ci scherma dal mondo, imita le porte ma come metafore («cliccare», «home», «portale»...). Lo schermo non è una soglia ma un corridoio con infinite porte che restano chiuse, come mostra il senso di vuoto che proviamo dopo ore a navigare senza meta tra video e notizie, molto diverso dall’appagante stanchezza di chi ha scoperto o vissuto qualcosa. La gratificazione superficiale è sì immediata ma volatile, viene cancellata da un’ulteriore sollecitazione, che però deve essere più forte, potremmo chiamarla «escalation di click»: si tratta, di fatto, del meccanismo delle dipendenze. Steve Jobs e Bill Gates hanno impedito l’uso degli oggetti che hanno prodotto ai propri figli piccoli o adolescenti. Sapevano bene su cosa erano basati per poter essere venduti. Perché non dovremmo provarci anche noi? Questi oggetti creano dipendenza, soprattutto a chi non ha ancora sviluppato la padronanza di sé. Non si tratta di triti moralismi, ma della difesa dell’intelligenza dei bambini: alle superiori noto una crescente difficoltà nell’attenzione, nella tenuta, nella perspicacia, nella comprensione. E questo, purtroppo, è l’effetto dell’eccessiva esposizione agli schermi sin da piccoli, cioè quando si è più soggetti a ciò che cattura il piacere immediato. Ho deciso di scrivere queste righe perché martedì scorso, nella mensa scolastica, ho osservato questa scena: molti ragazzini delle medie mangiavano da soli fissando il cellulare o, se erano in coppie e gruppetti, commentavano il contenuto di qualcosa su uno dei loro telefoni. Come ormai troppo spesso siamo abituati a vedere, anche fra adulti, lo schermo sostituisce il volto, la conversazione, il corpo. L’accurata ricerca americana «Monitoring the Future» del National Institute on Drug Abuse, che da 40 anni verifica la salute psico-fisica degli adolescenti, ne ha segnalato un netto peggioramento a partire dal 2007 (uscita del primo smartphone): alla forte diminuzione delle interazioni sociali reali e delle ore di sonno (meno di sette) corrisponde l’aumento del senso di solitudine, la tendenza all’ansia e alla depressione, in particolare nelle ragazze. Più i ragazzi «frequentano» gli schermi più sono infelici: il medium, se diviene fine, blocca la vita invece di liberarne e allenarne le potenzialità.
Inoltre gli studi evidenziano che il cervello abituato agli schermi è intossicato dal «multitasking». Spesso presentata come qualità dei nostri tempi, se «abusata» si traduce nella difficoltà a concentrarsi e ad aver presa (com-prensione) e tenuta (con-tenuti) su qualcosa: oltre il livello normale di gestione di più problemi contemporaneamente, il multitasking diventa infatti mera dispersione. Si perde profondità e quindi comprensione del mondo, e per i contenuti ci si affida a chi sminuzza la realtà in atomi di informazione allettante e indifferenziata. Alcuni dicono che i miei articoli sono «troppo lunghi». Per leggerne uno ci vogliono al massimo 10 minuti ed escono una volta a settimana. Quindi sono troppo lunghi rispetto a cosa? Alla presa della nostra attenzione, la cui tenuta (circa cinque minuti) si è dimezzata non a caso nell’ultimo decennio. Come mai? È la conseguenza della lettura da schermo, definita «a F» o «a zigzag»: leggiamo la prima riga per intero, le prime parole delle righe successive, poi di nuovo una intera, e poi corriamo dritti alla fine. Se qualcosa ci ha colpito torniamo indietro a consolidare ciò che abbiamo intuito aggiungendo qualche altra parola. Questo modo di leggere soddisfa il bisogno di consumare novità, a scapito di profondità e comprensione. Che cosa vogliamo per i nostri figli? Intelligenza (intesa come intus-legere: leggere dentro e quindi l’attraversare tipico dell’esperienza) o una mente «da cavalletta» come è stata definita quella di chi, navigando, dimentica il compito di partenza? La mente-cavalletta non trattiene perché non fa esperienza, ma ne riceve solo l’apparenza emotiva: rimane nell’interminabile corridoio digitale, osservando tutte le porte senza aprirne realmente nessuna. I dispositivi spesso ci rendono «in-disponibili» all’esperienza: la mano piena non può ricevere né afferrare altro.
Da dove cominciare per restituire ai ragazzi la gioia dell’esperienza? Non basta aprire a forza la loro mano e limitare l’uso degli schermi, bisogna integrarli. Partiamo dalle parole, da sempre fonte di luce per riattivare i sensi e illuminare le cose. Mi soffermo oggi solo sul tema della lettura, seguendo i suggerimenti di «Lettore, vieni a casa», il recente bellissimo libro di Maryanne Wolf, tra le più importanti studiose degli effetti del cervello che legge. Il 90% di chi legge su schermo fa contemporaneamente anche altro, di chi legge su carta ci riesce solo l’1%. La lettura del libro fisico resta quindi una risorsa insostituibile per educare all’intelligenza profonda e all’attenzione. Da zero a due anni è fondamentale la lettura «in braccio» di libri di carta o simili (mia nipote, 11 mesi, ne ha uno con pagine di gomma), perché il bambino ha bisogno di: fisicità e ripetizione. Deve poter toccare, stropicciare, odorare e persino assaggiare le pagine. Le parole «incarnate», ripetute e associate al timbro di voce della madre o del padre, amplificate dal grembo o dal petto, aprono i sensi e preparano alla lettura. Tra i due e i cinque anni occorre immergere i bambini in uno spazio da esplorare liberamente, e riempirlo di libri, oggetti musicali, colori, e tutto ciò che serve al linguaggio creativo, evitando, se possibile, i baby-sitter analogici o digitali. I racconti possono diventare il rito per addormentarsi, la ripetizione delle fiabe allena i bambini sia alla logica sia al caos del mondo. Se volete prepararli alla vita leggete o ascoltate insieme (oggi su youtube trovate di tutto, anche le «fiabe sonore» di un tempo) racconti, tutte le sere, perché - diceva Chesterton - le fiabe non insegnano che esistono i draghi ma come sconfiggerli. Da cinque a dieci anni i bambini devono imparare a leggere bene e mi stupisce trovare alle superiori ragazzi ancora incerti proprio nel leggere un testo ad alta voce, il che significa che non lo capiscono e quindi non ne fanno esperienza, finendo per odiare la lettura e abbandonarsi al potere dell’immagine. Sarebbe opportuno avere tante ore curricolari dedicate alla sola lettura per il percorso della primaria e della secondaria di primo grado. Sogno scuole di lettura, prima che di scrittura, creativa: gli insegnanti dovrebbero fare pratica drammaturgica per leggere con la giusta intonazione e intensità un testo. Con gli alunni di prima superiore leggiamo insieme ad alta voce tutta l’Odissea. Ci vogliono 12 ore: ne basta una per 12 settimane. Ci lamenteremmo meno del fatto che in Italia non si legge: non legge chi legge male e non ha sperimentato la gioia delle parole-porta. Oggi occorre educare quello che la Wolf chiama il cervello «bi-alfabetizzato», che sappia muoversi sui due supporti, schermo e carta, perché richiedono attenzione e abilità diverse. Così avremo ragazzi capaci di intus-legere, di fare esperienza profonda del mondo. Il letto da rifare oggi è quello di proteggere i bambini dalla dipendenza da schermo e provare, almeno una sera a settimana, ad «accendere» le pagine leggendo ad alta voce in famiglia. Noi vogliamo figli liberi e intelligenti, non cavallette.
«Corriere della sera» del 29 ottobre 2018

30 agosto 2018

La scelta di Marco Borriello a Ibiza (e il coraggio di scalare marcia)

Dalla A al calcio minore, la svolta di Borriello e di quelli che fanno «downshifting», rinunciano per guadagnare «in vita». L’esperto: «È un gesto coraggioso, sfida le aspettative»
di Elvira Serra
Quando martedì si è diffusa la notizia che Marco Borriello aveva firmato il contratto con l’Union Deportiva Ibiza, la ripescata della Segunda División B (che corrisponde alla serie C italiana) qualcuno su Twitter ha aggiornato la classifica personale di chi avrebbe voluto essere, mettendo l’attaccante napoletano al primo posto. Tutta invidia maschile per le fortune sentimentali dell’ex calciatore di Milan-Juve-Roma-Cagliari (è ormai nella storia dell’antidoping la difesa dell’allora fidanzata Belen Rodriguez dopo che lui risultò positivo ai test; gli smemorati cerchino su Google). Ma in quelli che commentavano il nuovo ingaggio forse c’era anche un pizzico di ammirazione per un uomo che ha avuto il coraggio di fare downshifting, di scalare la marcia, rinunciando a qualcosa per guadagnarne un’altra.

Gli altri che hanno «scalato»
Borriello, in fondo, avrebbe potuto giocare un altro anno in A e segnare così i quattro gol che gli mancavano per raggiungere quota 100. Invece, a sorpresa, ha scelto la sfida spagnola: vincere il campionato, magari portare l’Ibiza in Liga, e scrivere la sua pagina di storia con gli infradito. Forse lo raggiungerà Antonio Cassano. E così sarebbero in due. Non soli, nella decisione di arretrare per vincere, non per forza una coppa. Molto più in piccolo, il fumettista Matteo Bussola a 35 anni decise di lasciare il lavoro di architetto per guadagnare sicuramente meno, ma passare più tempo in casa con le figlie: dalla sua nuova vita è nato un fortunato libro con Einaudi, Notti in bianco, baci a colazione, tradotto in Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti. E il manager Simone Perotti, che dieci anni fa ha mollato il posto di manager per girare il mondo in barca, oggi 52enne nella sua bio online scrive: «Per vivere faccio qualunque cosa solo quando ho bisogno di soldi, cioè raramente perché vivo con poco. Ho pitturato case, preparato aperitivi, fatto la guida per turisti americani, fatto conferenze. Vendo le mie sculture e i miei “pesci” di ardesia e legno antico».

Il coraggio della lentezza
Daniele Trevisani, specializzato in formazione aziendale, coaching e counseling, non teme di scatenare ilarità dicendo che la decisione di Borriello è «spirituale». Anzi, la difende proprio perché si svolge a Ibiza. «Lì il calciatore può praticare una vita con abitudini quotidiane molto più allentate rispetto a quelle che avrebbe avuto in una squadra russa o cinese o araba. Soprattutto, Borriello ha scelto un life script, un copione di vita, che non è stato scritto da nessuno». Questo per Trevisani, autore di Psicologia della libertà, è un gesto molto coraggioso. Lui di norma ha a che fare con dirigenti e imprenditori che non riescono a uscire dalle modalità on o off: «Alternano il lavoro massacrante a periodi di isolamento totale, senza mai trovare un equilibrio».

Bisogno diffuso di nuovi valori
Fabio Introini, che è ricercatore di sociologia alla Cattolica di Milano, osserva una necessità diffusa di ridisegnare le priorità. «Per quelli come Borriello è più facile dire rallento, ma in generale i valori dominanti del tardo capitalismo hanno un po’ stancato: la nuova idea di benessere passa per la riscoperta della dimensione sociale. Ne sono prova le social street, le comunità di cittadini che abitano nella stessa strada e che hanno come principale obiettivo l’inclusione, la socialità e la gratuità». Avanguardie che sono la spia di un cambiamento che è già un orizzonte reale per le nuove generazioni. Perché, analizza Introini, «sono quelle che hanno risentito di più della crisi, e hanno il desiderio di riscoprire valori diversi, post individualisti. Sono naturalmente più rilassati di noi».9 agosto 2018
«Corriere della sera» del 29 agosto 2018

Bambini, ecco come insegnargli l'amore per la lettura

Si può iniziare fin da piccoli, ma con l'esempio dei genitori. Perché leggere deve trasformarsi in un piacere
di Sara Pero
Da Il piccolo principe a Il gabbiano Jonathan Livingston, passando per Topolino. Oppure libri di avventure, come Robinson Crusoe, o di fantascienza e fantasy. Ognuno ha avuto infanzia il suo preferito. Di certo la passione per la lettura è qualcosa che si consolida nel tempo, ma già da molto piccoli si può iniziare a sperimentare il mondo di carta. Per chi sta già pensando a come insegnare ai propri figli ad amare la lettura, qui non troverà alcun vademecum su come fare, ma dei consigli (utili) per invogliare i bambini a leggere, grazie a Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva, che di libri per l'infanzia ne ha scritti parecchi - tra gli ultimi la collana di filastrocche illustrate per bambini Piccole grandi sfide, realizzato a quattro mani con Barbara Tamborini - che conosce bene il mondo dei più piccoli.
Si può iniziare a familiarizzare con i libri molto presto: "Il libro rappresenta uno stimolo importante per i bambini già verso i 6-9 mesi, un'età durante la quale si può iniziare a sfogliarlo e a manipolarlo. È bene che ogni bambino abbia una libreria personale già nei primi anni dell'infanzia, dalla quale può scegliere e pescare un libro che lo attira, proprio come si fa con il cestone dei giocattoli. Ovviamente - spiega Pellai - si può iniziare a far appassionare il proprio piccolo con dei libri-gioco, cioè quelli che attraverso suoni o odori, magari, stimolano la multisensorialità. O anche dedicando del tempo alla lettura a voce alta".

I PRIMI PASSI NELLA LETTURA
Quando il bimbo inizia a interagire un po' di più si può passare a dei libri che ritraggono le loro sfide evolutive, ad esempio "quelli che narrano la storia di bambini che non vogliono dormire, che non vogliono andare all'asilo. Che fanno quindi da specchio a situazioni che possono accadere nella loro realtà quotidiana, non con finalità didattiche - dice l'esperto - ma piuttosto di sostegno alla loro crescita. Per poi arrivare a quelli che contengono delle attività da fare insieme ai genitori, magari con canzoni, ricette, lavoretti".

NON "SOFFOCARE" I GUSTI
L’importante è tenere a mente che la lettura rientra nella sfera emotiva, più che cognitiva: "Leggendo un libro - aggiunge Pellai - il bambino scatena la sua fantasia e inizia a manifestare i propri interessi, ad esempio per un genere specifico o per un tema in particolare". Preferenze che i genitori non dovrebbero soffocare: "Se ad esempio nostro figlio legge solo fumetti, più che farglielo pesare - riflette lo psicoterapeuta - potremmo invogliarlo a leggere un libro al mese che tratti di altro e che soprattutto sia caratterizzato da una modalità di lettura differente. Tornando all'esempio dei fumetti, potremmo cercare di inserire saltuariamente la lettura di un libro di narrativa".

L'AMORE PER I LIBRI SI TRASMETTE CON L'ESEMPIO
Ogni libro ci offre la possibilità di sperimentare qualcosa di nuovo: con un libro di fantasia "entriamo" in luoghi inarrivabili, con uno di storia o di scienze soddisfiamo delle curiosità. Poi ci sono quelli che ci regalano delle sensazioni, quelli che ci fanno riflettere. Più che spiegare a un bambino perché è importante leggere - che ovviamente va bene - bisognerebbe dare l'esempio. E ritagliare del tempo, non solo per la lettura, ma anche per la scelta del libro.

"Ai bambini piace tantissimo essere accompagnati in biblioteca per esplorare il mondo dei libri. Quello che si potrebbe fare è riservare un budget a settimana o al mese, a seconda delle disponibilità, da far spendere al bambino in libreria. Oltre ai genitori, anche la scuola può rappresentare un forte promotore della lettura, con spazi dedicati alla lettura ad alta voce per esempio. L'importante, e forse in questi tempi rappresenta la sfida più grande, è ridurre l’iperstimolazione tecnologica, quella dei giochi su tablet, computer e così via perché, essendo caratterizzata da una gratificazione più immediata, può prendere il sopravvento sulla lettura di un bel libro, che viaggia su tempi di gratificazione più lenti, più lunghi".
«La Repubblica» dell’8 agosto 2018

04 febbraio 2018

La tecnologia ci farà licenziare? Ecco com’è andata con il Pc (dal 1980 a oggi)

s. i. a.
Da David Ricardo a John Maynard Keynes, passando per Karl Marx: in passato l’impatto dell’innovazione tecnologica sul lavoro è riuscito a preoccupare economisti di ogni scuola. Quanto ai lavoratori, oggi per fortuna non si arriva alla distruzione delle macchine (come accadeva duecento anni fa in Gran Bretagna con il telaio meccanico) ma l’angoscia di un futuro dominato da globalizzazione e automazione domina l’opinione pubblica, come dimostra l’ascesa di leader e partiti populisti.
Ma l’innovazione è davvero così mostruosa come la dipingono? Probabilmente no, se non altro perché la storia insegna che le ricadute del progresso tecnologico sono molto difficili da immaginare. Illuminante al riguardo è un corposo studio del McKinsey Global Institute (”Jobs lost, jobs gained: workforce transitions in a time of automation”), che esamina l’innovazione tecnologica del passato per cercare indizi su quello che accadrà nel prossimo futuro.
Intanto va smentito il luogo comune che l’automazione distrugga posti di lavoro. Le macchine permettono ai lavoratori di produrre di più, aumentando la produttività e (gradualmente) gli stipendi, e abbassando il prezzo di beni e servizi. Tutto questo crea una nuova domanda di beni e servizi che aumenta la richiesta di lavoro. Con il risultato di fare crescere l’occupazione. Non è solo teoria: guardiamo qualche dato.
Negli Stati Uniti il numero di lavoratori è quasi triplicato tra il 1960 e il 2017, passando da 65 milioni a 152 milioni secondo i dati dell’Us Bureau of Labor Statistics. Certo, le centraliniste telefoniche del 1960 hanno perso il lavoro per “colpa” dell’automazione, ma qualcuno avrebbe mai immaginato quanti altri posti sarebbero stati creati nel 2017 grazie alla nascita dello smartphone?
Il bancomat per esempio, inventato cinquant’anni fa, non ha portato come qualcuno temeva all’estinzione degli impiegati di banca: entrambi (sportelli automatici e fisici) sono cresciuti di numero tra il 1991 e il 2007, con le filiali che si moltiplicavano. Con la crisi del 2008 e l’avvento dell’e-banking le cose sono cambiate, gli sportelli fisici si stanno riducendo di numero ma non faranno la fine delle centraliniste.
Vediamo che cos’è accaduto con il personal computer, al quale “Jobs lost, jobs gained” dedica un intrigante approfondimento. Secondo le stime degli analisti di McKinsey, l’avvento del Pc ha portato dal 1980 alla creazione netta di 15,8 milioni di posti di lavoro, pari a circa il 10% dell’occupazione complessiva negli Stati Uniti. Questa cifra rappresenta in pratica la differenza tra i 19,3 milioni di posti creati in ambito informatico dal 1980 e la perdita di 3,5 milioni di posti dovuta all’avvento del “personal”.
A fare le spese dell’arrivo del Pc sono stati soprattutto dattilografe, tipografi e segretarie. Ma a fronte della riduzione del numero di queste figure professionali, ne sono nate milioni di completamente nuove: dai produttori di hardware (semiconduttori inclusi) a quelli di software, dagli sviluppatori di app ai data scientist, dai customer manager agli operatori dell’e-commerce, fino banalmente ai commessi dei negozi di Pc, ma anche agli analisti quantitativi del mondo finanziario. Senza l’avvento del personal computer non sarebbe stata possibile una creazione così possente di nuove professioni e posti di lavoro, tra l’altro in buona parte caratterizzati da stipendi più elevati della media.
La morale? L’innovazione tecnologica, spesso, non è poi così brutta come qualcuno la dipinge. Ma soprattutto mette a dura prova la capacità di fare previsioni, perché cambia completamente le carte in tavola. Anzi, fa saltare il banco stesso, creando dinamiche di business inedite.
«Il Sole 24 ore - suppl. Nova» del 2 febbraio 2018

04 gennaio 2018

Dante, vite che non sono la sua

Un volume raccoglie le prime biografie (più o meno accurate) e l’iconografia del poeta, con il primo ritratto tracciato da Boccaccio. Appuntamenti a Parigi e Milano
di Paolo Di Stefano
Al di là delle rispettive opere poetiche, una delle differenze sostanziali tra Dante e Petrarca è che del secondo sappiamo moltissimo, mentre disponiamo di pochi dati certi sul primo. Dell’autore del Canzoniere abbiamo le carte autografe e conosciamo perfettamente la sua biblioteca, mentre dell’Alighieri non ci è giunta neppure una riga scritta di suo pugno e la biblioteca ci è pressoché sconosciuta. Infine, mentre le tappe biografiche di Petrarca sono chiare, la vita di Dante è un campo sempre aperto di lavori in corso. Basti ricordare che negli ultimi dieci anni sono uscite, dell’Alighieri, numerose e importanti biografie, a cominciare da quelle di Emilio Pasquini (2007) e di Guglielmo Gorni (2008) per arrivare alle due più recenti: quella narrativa di Marco Santagata (2012) e quella essenziale di Giorgio Inglese (2015).
Le notizie a proposito di Dante si fondano sui documenti d’archivio e sui riferimenti autobiografici disseminati nelle sue opere, e non da ultimo anche sulle «vite» antiche che ne tramandano testimonianze più o meno dirette. Su questo versante, non possiamo che salutare con gratitudine l’ultimo tassello della Necod (pubblicata dal Centro Pio Rajna), e cioè il tomo IV del settimo volume, che si concentra, a cura di Monica Berté e Maurizio Fiorilla, sulle Vite di Dante dal XIV al XVI secolo, con una seconda parte dedicata all’iconografia dantesca curata da Sonia Chiodo e Isabella Valente.
Dante muore a Ravenna, in esilio, nel settembre 1321 lasciando nei contemporanei un enorme interesse sul suo poema e una discreta indifferenza rispetto alla sua vita. Pochi cenni biografici compaiono qua e là nei commenti e nelle esegesi della Commedia. Per esempio al notaio fiorentino Andrea Lancia, chiosatore del poema tra il 1341 e il ’43, si deve la prima identificazione anagrafica di Beatrice come Bice Portinari.
Il primissimo breve ritratto dell’Alighieri risale a Giovanni Villani, che nella Cronica, scritta a ridosso della morte, non risparmia qualche asprezza sul «sommo poeta e filosafo» che oltre a «garrire e sclamare (...) più che si convenia», si mostrò sempre «alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso», sprezzante e incapace di parlare con i «laici», cioè gli incolti. Risentimento verso il transfuga che aveva usato parole violente contro la sua città? In parte.
Un trentennio dopo, tra gli anni 50 e 60, a Giovanni Boccaccio, con il Trattatello in laude di Dante e la successiva revisione in forma ridotta, si deve il primo profilo biografico ragionato e documentato. Diversamente da Villani, l’autore del Decameron non ha conosciuto il Poeta ma si è impegnato a raccogliere informazioni sul suo conto presso molte persone «degne di fede», amici, discepoli e parenti che lo avevano frequentato, compresa una cugina di Beatrice, Lippa de’ Mardoli. Diversamente da Villani, Boccaccio, che fu anche suo trascrittore ed editore, è un fan incondizionato di Dante al punto da metterne in positivo anche i macroscopici (arcinoti) difetti caratteriali come la superbia, la ritrosia ombrosa, l’animosità che a volte lo spinge fino alla rabbia «insana»: specie se toccato nel vivo da questioni politiche, in particolare dopo la cacciata da Firenze e la conseguente maturazione di un odio senza limiti contro i guelfi. Fatto sta che i successivi tentativi biografici verranno influenzati dal Boccaccio, grazie alla enorme diffusione che il Trattatello ebbe in ambedue le redazioni (la lunga e la breve): da lì derivano numerose vite dantesche variamente accurate e attendibili, per lo più inserite in rassegne di uomini illustri. Ecco dunque quelle di Filippo Villani, nipote del vecchio cronista, del grammatico Domenico di Bandino, dell’umanista Leonardo Bruni, del coltissimo mercante e banchiere Giannozzo Manetti, del notaio friulano Marcantonio Nicoletti già sul declinare del Cinquecento. Sono questi sette i testi scelti dai curatori tra i numerosi possibili profili biografici danteschi che si succedono lungo i due secoli e mezzo presi in considerazione.
Colpisce comunque che pur essendo, le antiche vite dell’Alighieri, preziose nel restituirci informazioni ravvicinate sul poeta e sulla ricezione delle sue opere, esse siano anche portatrici di notevoli lacune ed errori destinati a resistere nel tempo. Si pensi per esempio alla sequenza delle opere: Giovanni Villani considera che il Convivio e il De vulgari eloquentia siano opere rimaste incompiute a causa della morte prematura del loro autore, e lo stesso Boccaccio colloca i due trattati nella vecchiaia, mentre oggi sappiamo che ambedue precedono la composizione della Commedia. Senza dire delle numerose leggende che riguardano la genesi del poema: Boccaccio ne attribuisce l’ispirazione (i primi sette canti) all’attività di governo nella repubblica, ben prima dell’esilio (i canti sarebbe stati poi rinvenuti e fatti reperire all’autore rifugiato in Lunigiana). Altre informazioni non si possono né smentire né confermare, come il viaggio a Parigi narrato da Boccaccio: «E già vicino alla sua vecchiezza n’andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno».
Le questioni più aneddotiche sono gustose. Per esempio, al discredito di Boccaccio per la moglie Gemma Donati (mai citata per nome, essendo ritenuta, in quanto donna, «contraria» agli studi del marito) si oppone Bruni, che nel difendere «la gentil donna della nobile famiglia de’ Donati» accusa il Certaldese di avere indugiato troppo sulle pene d’amore di Dante a discapito di argomenti più seri. Ma senza Boccaccio non avremmo il più pregnante ritratto fisico di Dante: media statura, portamento «curvetto», andatura grave, volto lungo, naso aquilino, occhi e mascelle grandi, labbro inferiore sporgente. Secondo il Trattatello, le donne veronesi, vedendo camminare Dante per la città con i suoi capelli neri e crespi come la barba e con il suo incarnato scuro, non dubitavano sulla discesa del Poeta dagli inferi. Probabilmente mediata dalla testimonianza di Andrea Poggi, nipote dell’Alighieri, la fisionomia dantesca così come fu restituita dal Boccaccio avrebbe avuto notevole fortuna sia sul piano letterario sia sul piano iconografico.
A proposito dell’iconografia, basti uno spunto. Sulla figura che compare nel famoso affresco giottesco situato nella cappella del Palazzo del Podestà a Firenze, realizzato nel 1337, scialbato nel ’500 e infine riscoperto e rivalutato nel 1840, si sofferma in particolare lo studio di Sonia Chiodo. Che parla di «un capolavoro di diplomazia»: era quello, infatti, il luogo in cui venivano accolti i colpevoli prima di incamminarsi verso il patibolo e il Poeta, condannato a morte dalla sua città nel 1302, era stato un peccatore che aveva espiato e che adesso finalmente poteva contare nella riabilitazione. Per questo, collocato tra gli eletti, tiene tra le mani lo stesso ramoscello di pomi, simbolo biblico, che si ritrova nella Commedia a rappresentare l’approdo finale del viaggio intrapreso nell’Inferno sotto la guida di Virgilio.


Appuntamenti. La monografia tradotta in francese e la conferenza

Si svolgerà giovedì 16 novembre alla Maison de la Recherche de la Sorbonne a Parigi (rue des Irlandais 4) una «giornata dantesca». L’incontro è stato ideato in occasione dell’uscita, presso Belles Lettres, della traduzione francese della monografia di Enrico Malato sull’Alighieri pubblicata in Italia da Salerno editrice. La giornata è organizzata dalla Société Dantesque de France e dal centro di ricerca sulla letteratura italiana del Medioevo (Cer-Lim). Malato terrà una conferenza dal titolo «Attualità d’un Dante europeo».
La presentazione dell’ultimo volume della «Nuova edizione commentata delle opere di Dante» (Necod) sulle vite di Dante e l’iconografia dantesca, edita dal Centro Pio Rajna, si terrà giovedì 23 novembre alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (ore 17.30, Sala XXIII). Interverranno, oltre ai curatori, Marco Petoletti e Angelo Stella introdotti da Armando Torno.
«Corriere della sera» del 12 novembre 2017

Ma la battaglia sul genere delle parole ha davvero senso?

In Francia, ancor più che in Italia, si è scatenato un feroce dibattito sul sessismo della lingua. Ma prima di pareggiare l’idioma 
si dovrebbero uniformare i salari
di Raffaele Simone
Qualche giorno fa Donald Trump, mettendosi a sua insaputa sulle orme di personaggi come Mussolini e Hitler, ha disposto che negli atti del Cdc (Center for Disease Control), massima autorità sanitaria del paese, non compaiano più alcune parole (feto, transgender, diversità, scientificamente fondato). Donald pensa, candidamente, di liberarsi così delle parole e insieme dei problemi a cui alludono. Ma può davvero la politica influire sulla lingua? Forse no, ma ci prova, a giudicare non solo dalle uscite di Donald, ma anche dal putiferio che s’è scatenato in Francia per le rivendicazioni di gruppi e comitati vari contro gli stereotipi sessisti nella lingua (inclusa quella scritta).
* * *
Si rivendicano due obiettivi: creare una versione femminile di nomi di funzione, di mestieri e di titoli attualmente solo al maschile (le président, le pompier); modificare l’ortografia in modo che un insieme di maschi e di femmine non sia più designato dal maschile onnicomprensivo (per esempio, les étudiants “gli studenti [e le studentesse]”) ma da una combinazione adatta a coprire sia gli uni che le altre. Per il primo punto, si propongono (e da qualche tempo si usano) forme come professeure (con e finale femminile) e écrivaine (idem) invece dei tradizionali (in verità grevi e ridicoli) femme professeur e femme écrivain. Ma spuntano anche préfète (“prefetta”), auteure (“autrice”, al posto del maschile generico auteur), ambassadrice (in luogo del maschile ambassadeur) e così via.
Fin qui le rivendicazioni somigliano molto a quelle avanzate sin dall’inizio del suo mandato dalla presidente (o presidenta) della Camera italiana, che ne ha fatto una delle sue bandiere. In Francia però vanno oltre e con ben maggiore caparbietà. Per ottenere che uomini e donne abbiano la stessa visibilità anche nella lingua scritta, s’è messo insieme un sistema ortografico (la “scrittura inclusiva”) che, dopo aver circolato informalmente nei social forum, è arrivato fino ai documenti ufficiali.
Al posto del maschile generico les étudiants (“gli studenti [e le studentesse]”) si ha allora les étudiant·e·s (con punti mediani di separazione), dove la e indica il femminile e la s finale il plurale. Alla stessa maniera, invece di électeurs (“elettori”) si ha électeur·rice·s; invece di citoyens “cittadini”, citoyen·ne·s, con la stessa logica. Una sequenza elementare come “A tutti i miei amici e amiche musicisti e musiciste” darebbe in scrittura inclusiva À tout·e·s mes ami·e·s musicien·ne·s. Questo metodo, già abbastanza acrobatico, con alcune parole dà luogo a soluzioni cervellotiche: da agriculteur (“agricoltore”) si dovrebbe trarre agriculteur·rice·s (“agricoltori uomini e donne”), dove il secondo segmento indica la donna e la s finale, al solito, il plurale.
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La seconda rivendicazione, meno contundente, vorrebbe che al posto di homme e femme (“uomo” e “donna”), sentite come discriminanti, si usassero parole dal significato più ampio: quindi, non droits de l’homme (“diritti dell’uomo [e della donna]”) ma droits humains (“diritti umani”, anche se in humain c’è sempre acquattato il maschio) o droits de la personne.
Potrebbe sembrare una disputa sul sesso degli angeli, invece si tratta di un dibattito accanito che ha investito in pieno la cultura e la politica francesi e si è esteso fino al Canada francofono. Si è costruito perfino un pedigree del cahier de doléances: ne sono stati trovati preannunci nella Dichiarazione dei diritti della donna della rivoluzionaria Olympe de Gauge (1791). Diversi editori hanno portato al macero i loro libri di testo per rifarli in base ai nuovi principi.
Il governo, investito della questione, ha però risposto picche. Jean-Michel Blanquer, il vivace ministro dell’educazione, se l’è cavata astutamente. Ha fatto notare in parlamento che il simbolo della Francia è una donna, la Marianne, e che le uniche autorità in fatto di lingua sono l’uso e… l’Académie Française.
Il primo ministro Edouard Philippe, più esplicito, ha decretato giorni fa che la scrittura inclusiva sia bandita dai documenti ufficiali. Per tutta risposta, le associazioni di insegnanti proclamano che a scuola useranno le nuove regole. Chiamata in causa, l’Académie Francese, su impulso della sua segretaria perpetua (che per sé vuole l’epiteto al maschile) Hélène Carrère d’Encausse, è contraria alla novità, salvo qualche componente, e avverte che la scrittura inclusiva potrà essere “un pericolo mortale” per la lingua. C’è chi nota che anche i transgender potrebbero pretendere la loro parte in grammatica. L’ex presidente Giscard d’Estaing suggerisce di portare la questione dinanzi al parlamento. Da linguista consumato, Alain Rey, decano dei lessicografi francesi, ha ricordato che “le lingue sono ovviamente machiste” e “totalmente arbitrarie nell’attribuire i generi”: la giraffa può esser maschio e la poltrona è femminile pur non corrispondendo a un genere naturale. Rey preconizza anche che la scrittura inclusiva, impronunciabile e difficile per i bambini che imparano a scrivere e leggere, avrà breve vita.
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Tutto questo battibeccare dà una fortissima impressione di déjà-vu. Nel remoto 1993 Alma Sabatini scrisse, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con una premessa di Tina Anselmi, una memoria intitolata Il sessismo nella lingua italiana, dove si additavano più o meno le stesse distorsioni che ora si denunciano in Francia. Si dibatté, si litigò, si propose, ma la lingua ritornò silenziosamente com’era. Salvo sindaca, deputata e ministra, poco rimane di quelle proposte così animosamente elaborate. Qualcuno suggerì che la discriminazione forse non era nelle parole, ma nella costruzione del discorso: perché di una ministra si può dire che è “carina e ben fatta” e di un ministro no?
Il dibattito trascurava però, allora come ora, alcuni cruciali dettagli tecnici. Anzitutto, che tutte le lingue dotate di generi distinti usano il maschile come termine onnicomprensivo: certo, è una traccia di primitive concezioni machiste, ma di simili concezioni le lingue sono gremite e, a voler fare pulizia, bisognerebbe smontarle da cima a fondo. Poi, che per una quantità di referenti l’attribuzione di genere è arbitraria: la tigre, il soprano, la guardia e tante altre parole dello stesso genere non contengono alcuna insinuazione discriminatoria.
Ancora: la possibilità di modificare le lingue per decreto trova una barriera insuperabile nella tipologia delle lingue stesse. Lo spagnolo ha da un pezzo presidenta, profesora, doctora, directora, autora, escritora, abogada e tante forme femminili il cui ingresso in italiano o in francese sarebbe considerato una conquista. Il sistema linguistico lo permette e lo ammette. Ma difficilmente le lingue romanze potrebbero accettare membra come femminile di membro, di una commissione o simili. (Anche se - a quel che mi racconta una mia collega - nel verbale di un recente concorso la presidenta ha scritto proprio così.) L’accademica di Francia Florence Délay forse dice il giusto quando osserva che «prima che pareggiare la lingua, sarebbe bene uniformare i salari».
«L'Espresso» del 4 gennaio 2018

10 dicembre 2017

"Le magnifiche 100", ovvero le parole "immateriali" che danno senso alla vita

Il libro di Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli è una galleria di vocaboli, quelli necessari come l'aria. E che dovremmo riportare alla loro condizione di un tempo, quella di rappresentare la realtà
di Silvana Mazzocchi

Duttili, magiche o concrete, crudeli o salvifiche, dolci o amare, imbonitrici o sferzanti. Sono le parole "indispensabili", quelle che tutto possono. Quelle che hanno infinite personalità, capaci di mischiare i sensi di ogni narrazione, individuale o mediatica.
Sono molte le parole che popolano la nostra vita quotidiana, e tante sono così importanti da essere fondamentali. Eccone alcune: bene e male, amore e odio, religione e destino, caso e caos, tempo e spazio, queste e molte altre evocano temi universali. E aiutano ciascuno di noi a vivere e a comunicare con gli altri. Sono tutte descritte, sezionate e celebrate in Le magnifiche 100 (Bollati Boringhieri), un'originale galleria di parole "immateriali" che Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli, docente di linguistica ed esperto di scienza il primo e biologo e divulgatore il secondo, hanno scelto per raccontare tra letteratura e scienza, cultura popolare e arte, le cento parole, universali e pervasive, che sono necessarie come l'aria ad ogni essere umano. Perché noi non le tocchiamo, ma l'essere immateriali non impedisce loro di "fabbricare il mondo". Sono antiche e insieme moderne perché si rinnovano e si mischiano continuamente, quelle antiche e quelle rese ibride dalla continua evoluzione del linguaggio. Parole solo apparentemente immobili nel loro significato e invece dotate di mille sfumature e significati che spariscono nell'uso quotidiano. Parole irrinunciabili quelle della "galleria", parole che, se sparissero, renderebbero il mondo un luogo opaco e senza luce. Futuro, libertà, dolore, ignoranza, progresso, giovinezza, come potremmo vivere senza? Una dopo l'altra, per cento volte, gli autori scavano in ogni parola e, creando un ponte tra cultura umanistica e scientifica, ci regalano un catalogo colto e sapiente sui temi universali dell'umanità. Lettura corroborante e preziosa, proprio come Le magnifiche 100.

L'importanza delle parole ...
"Le parole posseggono una straordinaria capacità evocativa sul piano personale e capace di schiudere orizzonti sul piano collettivo. Con il loro valore magico, le loro infinite personalità, il loro ruolo salvifico aprono strade, segnano destini, disegnano confini. Oggi però, soprattutto, li abbattono. Basterebbe pensare alle tantissime "parole macedonia" coniate in tempi recenti o recentissimi, testimoni di un mondo che da una parte continua a erigere muri, dall'altra contribuisce a farne crollare uno dietro l'altro. La mescolanza, l'ibridazione, la negoziazione toccano ormai un po' tutto, dai generi televisivi e letterari alle scuole di pensiero, dai movimenti religiosi agli schieramenti politici, dai costumi sessuali alla pratiche alimentari: chi manifesta una mascolinità contaminata da tratti tipicamente femminili, truccandosi e smaltandosi le unghie come David Beckham, è un metrosessuale (dall'ingl. metrosexual, incrocio di metropolitan ed heterosexual); un flexitariano (dall'ingl. flexitarian), che non è né vegetariano né vegano, mangia carne o pesce al massimo due, tre volte alla settimana. A favorire tutto questo è stato anche Internet: navigando in rete proviamo la netta sensazione di poter attingere alle varie forme di conoscenza senza che si frappongano barriere fra un settore e l'altro, fra un campo esperienziale e l'altro. A proposito, quanti sanno veramente che cosa vuol dire algoritmo, biodiversità o intelligenza artificiale?".

Avete scritto delle "magnifiche 100", quelle che "aiutano a vivere", proviamo a elencare le 10 più importanti.
"Quelle che tentano di dare una risposta ai temi di sempre. Innanzitutto vita e morte, e religione e destino. Quindi caos e caso, che sembrerebbero riferirsi a concetti incompatibili con la scienza, quando è proprio in ambito scientifico, teorico o applicato, che trovano invece usi e riscontri di primaria importanza; bene e male, che riesce sempre più difficile mettere a fuoco per ricavare almeno un'idea dei loro contenuti semantici (soprattutto nel difficile momento che stiamo vivendo, in cui il linguaggio sembra essersi in gran parte svuotato di significato); tempo e spazio, affascinanti per la loro polisemia e indissolubilmente legati l'uno all'altro a partire dalla rivoluzione prodotta dalla teoria della relatività di Einstein; infine amore e odio, la cui sostanza sentimentale, secondo alcuni scienziati di un centro di ricerca londinese, il Wellcome Laboratory of Neurobiology, stazionerebbe nella stessa area della corteccia frontale (e viene allora in mente il catulliano "odi et amo", 'odio e amo'). Secondo alcuni maligni, fra cui Boncinelli, esiste ovunque l'odio, ma non necessariamente l'amore: "L'uomo cresce a pane e odio"".

Cultura umanistica e scienza, le parole le fanno incontrare?
"Richard Dawkins, nel rimproverare alla letteratura la sua incapacità di riconoscere i debiti accumulati nei confronti della scienza, ha scritto: "Se Keats e Newton si incontrassero, sentirebbero le galassie cantare". A scanso di equivoci, occorre ricordare che gli scienziati hanno fatto cantare le galassie e pure il vuoto cosmico anche senza ricorrere a poeti, che abbelliscono la torta, ma non la costituiscono. Le parole avrebbero la stessa funzione unificante, potrebbero riprendersi il potere aggregante di un tempo, se non versassero in una condizione di sostanziale abbandono: se non avessero in parte abdicato al loro ruolo di rappresentazione del reale, se non avessero per certi versi rinunciato a un'ipotesi di costruzione del futuro in grado di farsi interprete di sguardi indagatori o visionari, se non si fossero lasciate intimorire dalle minacce dell'omologazione e dalle pretese di chi vorrebbe rendere incolore il mondo, metterebbero senz'altro d'accordo umanisti e scienziati. Per svolgere al meglio il loro compito, per dimostrarsi realmente al servizio degli uni e degli altri, dovrebbero però ergersi a tutela, più che delle semplici differenze, delle caleidoscopiche sfumature del dubbio e dell'incertezza. La colpa in ogni caso non è delle parole ma degli utenti, cioè noi. Cerchiamo tutti di essere più seri!".

Massimo Arcangeli, Edoardo Boncinelli, Le magnifiche 100, Bollati Boringhieri, pagg 356, euro 20
«la Repubblica» dell'8 dicembre 2017

02 novembre 2017

Dalla culla alle elementari, la vita interrotta delle favole: «Continuate a leggerle ai bimbi»

di Enrica Roddolo
Ammetto di essere (un po’) di parte avendo scritto alcuni libri: amo scrivere, amo la lettura e non mi sorprende che il mio piccolo adori ascoltare storie e fiabe, specie alla sera prima di addormentarsi. Adesso stiamo leggendo Viola Giramondo (Piemme, Il Battello a Vapore). Però confesso che quando, tempo fa, mi ritrovai fra le mani una ricerca che costruiva l’identikit del «lettore più vorace», e gli assegnava età anagrafica tra i 2 e 3 anni, la prima reazione fu di sorpresa. Ovviamente si tratta di libri letti ai piccoli dai genitori. Adesso Oxford University Press ha messo sotto la lente un campione di mille genitori con figli tra i 5 e gli 11 anni e ha scoperto che il 44% smette di leggere libri ai bambini al settimo anno di età. La ricerca del Book Trust britannico per il varo nel 2016 della Time to Read campaign aveva già fotografato i piccoli «lettori»: l’86% dei genitori legge ai propri figli di 5 anni ogni notte un libro, mentre a 11 anni la percentuale scende al 38%. Giungendo a una conclusione: i bimbi non sono mai troppo grandi per leggere loro le pagine di un libro. La lettura ha un riscontro positivo sul rendimento scolastico. E aiuta l’autostima come spiega France Frascarolo-Moutinot ne L’autostima nei bambini (Vallardi).
«Perché le fiabe parlano più al cuore che alla ragione e il loro impatto sul bambino è reale: attraverso la fiaba si possono far passare messaggi molto positivi, evitando di avventurarsi in lunghe spiegazioni». Quali fiabe per l’autostima nei piccoli? «Le Mille e una notte e Il brutto anatroccolo, per esempio». Ma il piacere della lettura va di pari passo con la facoltà di autodeterminazione, o meglio la possibilità di scegliere da sé il libro. «Sono rimasto colpito, leggendo una ricerca del grande editore americano di libri per la scuola, Scholastic, che il 90% dei bimbi intervistati avesse risposto che le letture preferite erano quelle scelte senza la mediazione di genitori o insegnanti», dice al Corriere Luigi Spagnol, l’editore italiano, con Salani, dell’ultimo grande bestseller internazionale della letteratura per ragazzi, Harry Potter. Dunque, giusto leggere ai bambini dei libri, ma anche lasciarli liberi di scegliere. «Le interferenze dei genitori sono motivate dalla sensazione che un libro sia più educativo dell’altro. Ma attenzione, così si compromette la passione per il libro dei piccoli lettori», nota Spagnol. E aggiunge: «Ero a Londra per il lancio del nuovo romanzo di Philip Pullman (Il libro della Polvere. La Belle Sauvage ultima fatica dell’autore con un passato da maestro, ndr.), e sono stato colpito dal suo j’accuse alla scuola che carica troppo di compiti, che affida libri da leggere e puoi vuole commenti, spiegazioni. I bambini hanno bisogno di sole 3 cose: storie, tempo e silenzio per gustare la lettura». Ma nel 2017 sono tempestati anche dallo schermo di iPad e smartphone.
«E gli schermi producono dipendenza — scrive il pedagogista Daniele Novara in Non è colpa dei bambini (Bur Rizzoli Parenting) —. Nella fase evolutiva lo sviluppo motorio è intrecciato a quello cognitivo». A quale età iniziare a leggere ai piccoli? «Persino i neonati ne beneficiano», scrive il New York Times. «E potete leggere di tutto, dai libri di cucina ai manuali, perché non è il contenuto che conta ma la voce, la cadenza del testo». Le ricerche dimostrano che più è alto il numero di parole, vocaboli, ai quali un bebè è esposto, più alto sarà l’impatto sullo sviluppo del linguaggio. Con una precisazione: devono essere veicolate dalla voce umana, non da tv o audiolibri. E quando crescono invogliateli a girare le pagine, tenere il segno della lettura: aiuterete le capacità motorie.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del 28 ottobre 2017

14 settembre 2017

Il prof ai ragazzi: «Cercate la vita: Nel latino ce n'è più che sul web»

Ivano Dionigi, già Magnifico rettore e direttore del Centro studi «La permanenza del Classico» dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, scrive ai liceali sull’attualità di studiare i classici
di Ivano Dionigi
Cosa dire a te che oggi, tra molte speranze e qualche timore, inizi l’avventura della Scuola superiore? Una gran bella età la tua, che ti spalanca le porte del mondo e del futuro; una gran bella opportunità il Liceo, che ti fa conoscere nuovi professori, nuove amicizie, nuove materie: una in particolare, il latino. Vorrei farti capire i vantaggi che questa lingua ti offre, la dote che ti porta, l’eredità che ti lascia. Il latino ti insegna l’importanza della parola. Noi oggi parliamo male e abbiamo bisogno di ecologia linguistica. Simili agli abitanti di Babele, rischiamo di non capirci più; vittime di una comunicazione frettolosa, malata e talvolta anche violenta, smarriamo il vero significato delle parole. Il latino, lingua madre del nostro italiano, ci consente di risalire al significato originario delle parole, di riconoscere il loro volto, di ripercorrere la loro storia: perché le parole, come le persone, hanno un’origine, un volto, una storia. A cominciare dalla parola «comunicare» che — derivata dal latino communicare (cum, «insieme», e munus, «dono», «missione») — significa condividere con gli altri un regalo, un privilegio, una funzione. E alla comunicazione, «arte del parlare» (ars dicendi), i Romani affidavano il triplice compito di «affascinare» (delectare), «insegnare» (docere), «mobilitare le coscienze» (movere). Quello che dovrebbe fare la nostra scuola.
Il latino ti insegna il valore della comunità. In un momento in cui sempre più marcata si fa l’attenzione sull’io a scapito del noi, gioverà la lezione di una lingua e cultura che metteva al centro l’uomo come cittadino (civis), che sapeva distinguere e coniugare la città architettonica dei muri e delle mura (urbs) con la città della convivenza civile e politica (civitas), che ha elaborato e trasmesso i codici sociali ed etici del bene pubblico (res publica). Pensiamo anche a parole-chiave quali humanitas, pietas, religio, significati e valori che vanno al di là dei nostri «umanità», «pietà», «religione». Il latino ti insegna la dimensione del tempo. Lingua madre delle lingue neolatine dal Mar Nero all’Atlantico e per oltre venti secoli lingua europea della politica e dell’Impero (Imperium), della religione e della Chiesa (Ecclesia), della cultura e della scienza (Studium), il latino ci mette in relazione con la storia; e ci dice che la cultura, come la vita, è un patrimonio comune e perenne che varca l’oggi e appartiene non solo a noi ma anche ai trapassati e ai nascituri.
Forse questa è l’eredità più preziosa, perché oggi tu — connesso con l’immensa rete del mondo (www) — rischi di sperimentare solo la dimensione spaziale e di rimanere schiacciato dall’eterno presente: senza cognizione del tempo, l’unica dimensione che ci consente di conoscerci e di progettare. La lingua e cultura latina ci apre il tempio del tempo e ci fa entrare in quello che Sant’Agostino chiamava il palazzo della memoria. Là, in compagnia di Lucrezio, potrai confrontarti con l’uomo cosmico; in compagnia di Cicerone, con l’uomo politico; in compagnia di Seneca, con l’uomo interiore. Soprattutto — e sarà la sorpresa più bella — incontrerai scrittori che parleranno a te e di te, perché interpretano le contraddittorie ragioni del cuore: entusiasmi e delusioni, vittorie e sconfitte, gioie e sofferenze. Che lo studio del latino ti appassioni e ti arricchisca; e che tu in questi cinque anni possa condividere con i tuoi amici e professori la bellezza stupenda e tremenda di quella cosa che chiamiamo vita.
«Corriere della sera» del 14 settembre 2017

11 settembre 2017

Se nella sfida sui «diritti» alla fine vince l’egoismo

Come mostra Vittorio Possenti, la cultura occidentale non riconosce che la stagione dei diritti umani è alla fine, distrutta dai suoi stessi beneficiari
di Carlo Cardia
Il dibattito sul relativismo, che ha finito con il coinvolgere i diritti umani, muove sempre dai grandi principi, ma le ricadute negative sulla persona si sono di recente moltiplicate in modo impressionante. Per due momenti essenziali del cammino percorso si possono citare la posizione di Norberto Bobbio sulla storicità dei diritti, in opposizione alla loro naturalità, e l’approdo del filosofo americano Charles E. Larmore, che decreta la radicale scissione tra etica e diritto. Sono posizioni diverse, non sovrapponibili, perché per Bobbio i diritti nascono nella storia, e «il problema di fondo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli», tuttavia per lui l’ispirazione etica del diritto rimane forte. Con Larmore siamo alla pienezza del relativismo, visto che con serenità cancella ogni base morale delle leggi dal concetto aristotelico di vita buona. Infatti, non c’è gerarchia tra tipi di vita che possono scegliersi: «Lo Stato dovrebbe rimanere neutrale, e non dovrebbe promuovere alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità». Quasi avvertendo l’assurdità proposta, Larmore ammette che esistano scelte più agevoli, «quantomeno, chi desidera fare una vita da ladro, non avrà vita facile». Ma la conclusione produce angoscia: «Se i liberali devono rispettare lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica», cioè elaborare «principi politici che siano essi stessi neutrali » senza dover tutelare alcun bene. Una legge ridotta a procedura, una vita da condurre come piace a ciascuno. Tra questi poli si compie il cammino che allontana l’uomo da una visione forte dei diritti, provoca la loro dissoluzione attraverso diverse tappe, alcune proposte con levità da intellettuali di varia estrazione.
Conviene richiamarne una che, con la fine della vita buona, prefigura la distruzione della famiglia e il trionfo di un edonismo prossimo al libertinismo d’altre epoche. È quella di Jacques Attali, per il quale la famiglia monogamica «è solo un’utile convenzione sociale». Secondo l’economista francese, andiamo «verso una concezione radicalmente nuova di relazione sentimentale e amorosa. Nulla ci impedisce di innamorarci di più di una persona contemporaneamente. Il fatto di avere più partner e vite multiformi renderà palese l’ipocrisia della società. Ciò non avverrà senza conflitti. Tutte le Chiese cercheranno di impedire una cosa del genere, soprattutto alle donne. Per un po’ resisteranno, ma alla fine trionferà la libertà individuale». Il pensiero di Attali è come il trait-d’union tra l’esaltazione teorica della libertà di fare ciò che si vuole e la sua traduzione pratica, che porterà al deserto dei valori etici e dei diritti umani. Colpisce il fatto, nella sua riflessione, che i figli scompaiano, come scompare la figura femminile, senza che si parli dei loro diritti, dei doveri nei loro confronti, della dimensione affettiva della persona. Venuto meno il carattere teleologico dell’agire umano, la deriva relativistica prosegue e ferisce l’intima natura relazionale dei rapporti tra persone.
Questo cammino teorico e pratico è oggetto del recente libro di Vittorio Possenti (Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino 2017) di cui Avvenire ha già fornito ampia anticipazione, e che ha, tra i suoi pregi, quello di introdurci dentro l’opera di dissolvimento della stagione dei diritti, iniziata per dare all’umanità un nuovo Decalogo, e che tende invece verso i predominio dei più forti, con l’asservimento dei più deboli. Possenti ripercorre l’itinerario che ha portato filosofia e diritto ad abbandonare i valori fondanti e approdare alla mutazione dei diritti in realtà contingenti, frutto di leggi posi- tive mutevoli, espressione della volontà individuale, chiusi in una gerarchia presieduta dall’io sovrano, l’arbitrio del singolo. Dentro ci sono tante cose che conosciamo ormai per esperienza diretta: i diritti si moltiplicano, i fondamentali non si distinguono più dai secondari, i doveri si dissolvono e si spezza il rapporto con l’umanesimo occidentale, da Aristotele a san Tommaso, da Montesquieu a Maritain, al diritto si sostituisce il desiderio, poi la «pretesa», fino a sfociare nella guerra tra diritti a tutto danno dei soggetti che ancora non sanno e non possono difendersi. Tre movimenti meritano un’attenzione speciale. L’abbandono del concetto di natura umana, confusa con la fisicità, porta alla «rinuncia aprioristica degli impegni ontologici», soprattutto del valore assoluto della persona che, secondo il pensiero di Jeanne Hersch, sente di avere diritto a qualcosa proprio e solo in quanto è persona, mentre per Giuseppe Capograssi «parlare di diritti dell’uomo significa che esistono diritti che appartengono all’essenza dell’uomo e che sono a lui connaturali, e quindi inalienabili».
Un altro passaggio sta nell’azzeramento del concetto di «dignità umana », che pure è a base delle prime Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. All’universalità della dignità umana si sostituisce un nuovo paradigma: l’autodeterminazione assoluta dell’uomo che segna, con le parole di Felice Balbo, «l’ora di Barabba» nella storia, «intimamente connessa con la superba deificazione dell’immanenza».
Oggi, l’immanenza deificata ha un altro nome, si chiama «la divina autonomia dell’uomo», tutti i diritti si riducono ad uno solo, «quello dell’autodeterminazione », che non conosce confini, perché la trascendenza è stracciata dai secolarismi, né esistono più doveri verso gli altri, anzi non esistono più gli altri: ognuno vuole realizzarsi appieno, come un «uomo aumentato» che innesta nel paniere dei diritti ogni desiderio, ambizione, pretesa. L’ultimo passaggio segna il movimento dalla teoria alla pratica, investe una serie amplissima di eventi e situazioni, nonché il complesso delle relazioni sociali. Si adattano con disinvoltura svolte storiche decisive all’odierno nichilismo, e si sostiene che il politeismo etico avrebbe oggi lo stesso fondamento del politeismo religioso introdotto dalla Riforma. Di qui, la conseguenza che ne trae Uberto Scarpelli, per il quale «nell’etica non c’è verità», anzi «l’etica è nei suoi principi arbitraria». Si converrà allora con H. Tristram Engelhardt, per il quale «non resta che derivare l’autorità (morale) dagli individui». Le conseguenze sono inevitabili.
Aveva ragione ad es. Danilo Zolo, secondo cui «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico (…) che manca di conferma sul piano teorico», e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcune intrusività missionaria». Ridotti a merce dell’Occidente, i diritti umani subiscono un’ulteriore relativizzazione interna ai nostri territori, che falcidia i valori più alti costruiti dall’umanesimo, il rispetto degli altri, la solidarietà, la difesa dei più deboli, a cominciare da chi nasce e non può difendersi dal dominio degli adulti e delle loro pretese. Si legittima così l’eterologa, senza mai chiedersi se per il donatore non viga più alcun principio di responsabilità, se il figlio non abbia il diritto di conoscere il genitore naturale, che invece rimane nascosto per il resto dei giorni. Si ammette la filiazione per due persone che abbiano lo stesso sesso, senza chiedersi se il figlio non abbia il diritto naturale di avere un padre e la madre per ragioni morali, fisiche, psicologiche, sociali, conosciute da tutti. Si accetta perfino il ricorso alla maternità surrogata per dare dei figli a chi non può averne, anche se dello stesso sesso, perché se nell’etica non c’è verità si può cancellare il cammino moderno di emancipazione della donna: si può sfruttare il suo corpo, farne commercio secondo convenienza, e strumento per soddisfare desideri altrui, nasconderla al figlio che partorisce e nascondere lei al figlio nato. La guerra dei diritti assume forme impensabili, proprie del multiculturalismo senza cuore, come quando un intellettuale dichiarò che per la difesa dei diritti delle donne (musulmane o d’altra religione) sui nostri territori noi non possiamo intervenire, dobbiamo lasciare che siano esse a organizzarsi per rivendicare le proprie esigenze. S’è provocata così la risposta, tagliente e insuperabile, di Luigi Ferrajoli per il quale «sarebbe un segno di eurocentrismo» negare i diritti umani «a quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico»; ad esempio, «le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese”».
La riflessione di Possenti s’inserisce, così, in un dibattito che sta investendo la cultura occidentale ed europea, ancora restia a riconoscere che la stagione dei diritti umani può volgere al termine, distrutta dai loro stessi beneficiari, nonostante sia inscritta nelle più belle Carte Internazionali prodotte dall’epoca delle prime rivoluzioni democratiche della modernità.
«Avvenire» del 18 luglio 2017

Alberto Manguel, leggendo Borges riaffiora Dante

Nel racconto del direttore della Biblioteca Nacional a Buenos Aires al segretario generale della Società Dante Alighieri l’intreccio delle due grandi della letteratura
di Alessandro Masi
Gli argentini di Buenos Aires lo chiamano inverno. Per noi italiani è poco meno che una primavera. Nelle giornate di vacaciones di fine luglio, le signore passeggiano per le vie eleganti della Recoleta avvolte da lunghe sciarpe di lana e cappotti di mezza taglia, mentre le loro cameriere le seguono trascinando cani, pacchi e pacchetti vestite solo di un grembiulino rosa. Il sole risplende sul verde dei prati e dei grandi alberi del viale che da Avenida Del Libertador sale su verso Calle Agüro, in cima alla collinetta dove poggia massiccia la Biblioteca Nacional.
Il direttore Alberto Manguel ci riceve con garbo affettuoso e senza grandi cerimonie. È un nobile pratico. Sa che abbiamo fatto un lungo viaggio per incontrarlo e non vuole che si perda altro tempo per parlare di un argomento che gli sta molto a cuore: Dante e Borges.
Nel luglio del 2018 la Società Dante Alighieri terrà a Buenos Aires un grande convegno latinoamericano sul futuro della lingua italiana e per l’occasione Manguel sarebbe felice di poter ricordare l’autore dei Nove saggi danteschi (1982) e dell’Aleph (1942), racconti liberamente ispirati alla Divina Commedia.
«Come ricordo nel mio ultimo libro Con Borges (Siglo Ventiuno Editores) – racconta senza enfasi il direttore – lo scrittore argentino amava anche molti altri autori italiani come Croce, Calvino, Pirandello e De Chirico, ma Dante per lui era un grande classico, al pari di Shakespeare».
E chi meglio di Manguel può testimoniarlo? È uno scrittore noto in tutto il mondo, ha ricevuto molti premi, è poliglotta e ha viaggiato tanto, ha letto migliaia di libri per sé ma soprattutto per Borges. Difatti, nel 1964, a sedici anni, lavorava come commesso alla libreria Pygmalion di Buenos Aires quando vide entrare un signore distinto, alto, dai capelli bianchi e dall’andatura incerta, aiutato da un bastone di legno nodoso. Si aggirava sicuro tra gli scaffali chiedendo notizie degli ultimi arrivi, ma era cieco! Fu da quell’incontro che Alberto Manguel divenne uno dei pochi lettori ammessi nella casa del grande scrittore argentino, almeno fino al 1968. Un destino!
Come Borges anche Manguel è diventato direttore di quell’immenso labirinto di libri che è la Biblioteca Nacional di Buenos Aires, una gigantesca astronave poggiata su enormi piloni di cemento che sembrano le zampe di un insetto. A disegnarla nel 1971 fu l’architetto napoletano naturalizzato argentino Clorindo Testa, esponente della corrente brutalista e a inaugurarla, vent’anni dopo, nel 1992 ci pensò il presidente Carlos Menem. «A mio giudizio – confessa mostrandoci rare edizioni della Divina Commedia custodite gelosamente in un’ala protetta della Biblioteca – Dante suona con una marcata eco borgiana. Mi ricorda la strofa del quinto canto del Purgatorio che descrive Buonconte “fuggendo a piede e ’nsanguinando il piano”. Per me queste sono frasi coniate proprio per Borges».
Dante è inevitabile direbbe Ismail Kadare. Anche Alberto Manguel in Una storia naturale della curiosità (Feltrinelli), lascia che sia Dante a guidare l’umanità alla ricerca della giusta rotta verso un percorso rivelatore. E Borges il suo percorso lo aveva compiuto con la Commedia in mano nel lento tragitto in tranvai tra la sua casa e la biblioteca in cui lavorava. Il Direttore richiude una preziosa edizione dantesca stampata a Venezia sul finire del ’400 e lo sguardo malinconico va alla scrivania del suo maestro lì conservata.
Prima di congedarci, Manguel ricorda: «L’ultima volta che vidi Borges fu nel 1985 all’Hotel de París. Mi parlò delle città che considerava sue, Ginevra, Montevideo, Nara, Austin, Buenos Aires e in quali di queste avrebbe voluto morire. Scartò Nara, in Giappone, dove aveva sognato una terribile immagine di Buddha. Mi disse: “non quiero morir en un idioma que no puedo intender” (non voglio morire in una lingua che non posso capire). Forse come Dante anche lui presagiva che la sua città natale non avrebbe ospitato le sue ossa». Dal 1986, difatti, riposa al Mortuaire de Plainpalais di Ginevra, in Svizzera, dove l’inverno è davvero inverno.
«Avvenire» del 13 agosto 2017