09 gennaio 2013

L’investigatore Machiavelli

Torna a cinque secoli di distanza dal suo capolavoro. Con qualche licenza narrativa
di Ranieri Polese
Detective story, manuali per manager, videogiochi: il segretario fiorentino brilla di nuovo in libreria
Cinquecento anni fa, nel 1513, dal suo ritiro in campagna nel podere dell’Albergaccio vicino a San Casciano, Niccolò Machiavelli dava notizia all’amico Francesco Vettori di «uno opuscolo De Principatibus» composto in quei mesi di ozio forzato. Perduto, l’anno prima, con il ritorno dei Medici a Firenze, il posto di segretario che aveva tenuto per 15 anni, costretto a pagare una pesantissima multa e addirittura imprigionato e torturato per il sospetto di aver preso parte a una congiura contro il cardinale Giovanni, Machiavelli è tornato libero grazie all’amnistia concessa per l’elezione di Leone X, il primo Papa Medici.
Ma l’inattività lo logora, così scrive il breve trattato che vorrebbe inviare a Giuliano de’ Medici, consapevole del fatto che le sue riflessioni sull’arte di governo possono essere utili, «massime a un principe nuovo». (Morto Giuliano nel 1516, l’opera sarà dedicata a Lorenzo). Vorrebbe, scrive all’amico, poter avere di nuovo un incarico e il suo opuscolo dovrebbe provare «a questi signori Medici» la sua conoscenza delle cose della politica. Ma Il Principe, come normalmente sarà chiamato, non gli servì. Machiavelli non avrà più nessun posto nel governo della città. Quel libro, stampato postumo nel 1536, gli darà in cambio una fama che ancora oggi dura.
Una celebrità ambigua, perché, se da un lato lo consacrava come il fondatore della scienza politica moderna, dall’altro avrebbe accreditato l’immagine del cinico consigliere di ogni sorta di nefandezze necessarie per mantenere il potere. Da qui l’aggettivo machiavellico. E da qui anche le moltissime citazioni del suo nome — e del suo Principe — come simboli di diabolica malvagità. Secondo alcuni, addirittura, il modo popolare inglese di chiamare il diavolo, «Old Nick», deriverebbe proprio da Niccolò.
Insomma, il Segretario fiorentino avrebbe continuato a vivere nell’immaginazione dei posteri come un personaggio nero e criminale (Bertrand Russell definiva Il Principe un «manuale per gangster»). E così compare nel 1864 nel pamphlet scritto dal democratico Maurice Joly contro il tiranno Napoleone III, Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu, dove un diabolico Machiavelli illustra i mezzi — il controllo della stampa, l’alleanza con il potere finanziario ecc. — necessari per consolidare il proprio potere. (Per un capriccio della storia, il Dialogue servirà come base per I protocolli dei savi di Sion, il falso documento compilato in Russia agli inizi del Novecento, manifesto del moderno antisemitismo). Il vero Machiavelli non aveva niente di così sinistro e malvagio, anzi fu «burlone, irriverente, dotato di una intelligenza finissima; poco preoccupato dell’anima, della vita eterna e del peccato; affascinato dalle cose e dagli uomini grandi» (Maurizio Viroli, Il sorriso di Niccolò, Laterza). Ma la leggenda, come si sa, ha sempre la meglio, insomma print the legend. Soprattutto quando si associa all’altra grande leggenda nera di quel periodo, i Borgia, da sempre oggetto di romanzi, film, serie tv (solo nel 2011 ne sono state prodotte due). Una associazione inevitabile vista l’ammirazione di Machiavelli per Cesare, il duca Valentino: «Io non saprei quali precetti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sua» (Il Principe, VII).

Segretario & detective
Chi invece ne privilegia le eccezionali doti di ingegno e l’acume nel comprendere gli uomini e il perché delle loro azioni, sono gli scrittori di thriller, come il fiorentino Leonardo Gori — Le ossa di Dio e La città del sole nero (entrambi Rizzoli) — che ci presenta un Machiavelli che indaga su strani delitti, spesso di matrice esoterica. Gli anni sono il 1504 e il 1505; vicino a lui c’è sempre Leonardo da Vinci, in veste più di scienziato che di artista. La strana coppia — in realtà si conobbero e furono in qualche modo amici — ricompare adesso in La congiura Machiavelli, che esce in questi giorni da Newton Compton. L’autore, l’americano Michael Ennis, ha già al suo attivo due romanzi storici, La duchessa di Milano (Tea) su Beatrice d’Este e Bizantium. Nel nuovo libro racconta gli ultimi mesi del 1502, a Imola, dove Cesare Borgia tiene il suo esercito. Machiavelli è lì inviato da Firenze per saggiare le vere intenzioni del Valentino, che i suoi ex alleati, i condottieri Vitelli e Orsini, vorrebbero spingere alla conquista dei territori della Repubblica fiorentina; Leonardo invece è stato assoldato come ingegnere esperto di fortificazioni e macchine da guerra. C’è anche una donna a Imola, Damiata, amante di Juan de Gandia, il figlio prediletto del Papa Borgia, ucciso misteriosamente qualche anno prima: il Papa l’ha mandata a Imola per capire chi fu il mandante e l’assassino.
Fino a qui si tratta di personaggi veri, ma poi entra in gioco la fiction: in città si aggira un mostro (un serial killer diremmo oggi) che ammazza donne e le squarta, lasciandone i pezzi in luoghi diversi. Le indagini sul delitto di Juan si saldano con quelle sul massacro delle donne, perché per Machiavelli all’origine dei diversi misfatti c’è una solamente criminale… Frutto di anni di ricerche e documentazioni — in una postfazione sono indicate scrupolosamente le fonti consultate — questa Congiura si presenta come «una specie di Csi (Crime Scene Investigation) del Rinascimento» in cui Leonardo, esperto anatomista, fa la parte del medico legale e Machiavelli quella del profiler, il criminologo che traccia l’identikit dell’assassino. Suspense, scene di sangue, l’amore romantico e appassionato fra Niccolò e Damiata, sabba di streghe; ma quel che conta di più per Ennis è l’accuratezza della ricostruzione. Uno scrupolo che già traspare dal titolo originale, The Malice of Fortune, che traduce alla lettera Machiavelli quando, parlando di Cesare Borgia, scrive: «Se gli ordini sua non li profittorono, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria et estrema malignità di fortuna». Uno degli scopi del suo romanzo, dice Ennis, è quello di invitare a leggere gli scritti di Machiavelli per cambiare finalmente il giudizio corrente su di lui: «Scoprirete un uomo che non aveva niente di machiavellico, fu un onestissimo servitore dello Stato, un amico fedele. E un inguaribile romantico».

Il principe dei videogame
Mentre c’è chi continua ad associare il nome di Machiavelli a crimini e cospirazioni (Allan Folsom, La regola di Machiavelli, Longanesi poi Tea, immagina l’esistenza di una setta diabolica che ai nostri giorni segue ancora i precetti contenuti in un’appendice segreta del Principe) messer Niccolò ha naturalmente un posto assicurato nei romanzi sui Borgia, come The Family (La famiglia, Sonzogno), l’ultima opera dell’autore del Padrino Mario Puzo, che descrive il Papa e i suoi figli come un perfetto clan mafioso. E certo ritroveremo Machiavelli anche nel romanzo di Sarah Dunant, Blood and Beauty, in uscita a maggio. Ci sono ancora manuali per manager ispirati al Principe (Management and Machiavelli di Antony Jay, Machiavelli on Management di G.R. Griffin) ma la novità che certifica la popolarità del Segretario fiorentino presso le giovani generazioni sono i videogame. A cui, comunque, non bisogna chiedere scrupoli filologici né esattezza storica. Così nel gioco Assassin’s Creed, che mette in scena la lotta fra il Bene (la Setta degli Assassini) e il Male (i Templari). Nel terzo episodio, Brotherhood (2010), il fiorentino Ezio Auditore, discendente dagli Assassini, ha come alleato, contro il Papa Borgia, Niccolò Machiavelli.
È un videogame anche The Secret of the Immortal Nicholas Flamel, che nasce però dai sei volumi sfrenatamente fantasy dell’irlandese Michael Scott. A Machiavelli è dedicato il quinto capitolo della serie, The Warlock («Lo stregone»), dove Niccolò è addirittura in compagnia del pistolero Billy the Kid. E così torna a essere un personaggio diabolico, seguace del perfido alchimista elisabettiano John Dee contro cui combattono i buoni Immortali. Insomma, nonostante tutto, print the legend.
«Corriere della Sera» - Supplemento La lettura del gennaio 2013

La finta guerra in India che esiste solo su Wikipedia

MIO: un invito e una sfida. Create un HOAX (leggi l'articolo per capire di cosa si tratta) e vedrete quanto è difficile e quanto rende vero che Wikipedia NON è una fonte primaria di informazione
di Marta Serafini
Una guerra mai dichiarata. Che per lunghi cinque anni si è combattuta su Wikipedia. Ma che nella realtà non è mai esistita. Già, perché ancora una volta l’enciclopedia online ha dovuto ammettere: “Abbiamo rimosso una voce non vera”. Questa volta, però, non è un errore o un refuso. Ma un intero episodio storico, inventato di sana pianta e messo online nel luglio del 2007. Trattasi della guerra di Bicholim, combattuta – secondo quanto scritto online – tra il 1640 e il 1641 tra i portoghesi e l’impero indiano del Maratha per il controllo dell’isola di Goa, in India. E finita, sempre secondo Wikipedia, con tanto di trattato internazionale e descritta fin nei minimi particolari.
Nel dicembre scorso la verità è venuta a galla. Un utente ha passato al setaccio la vicenda:. «Dopo una attenta valutazione e alcune ricerche, sono giunto alla conclusione che questa voce è una frottola, un’intelligente ed elaborata balla», ha scritto ShelfSkewed. Morale, la “guerra di Bicholim” è stata rimossa. Oltre a dover fronteggiare le accuse di scarsa attendibilità, Wikipedia ogni giorno combatte contro fatti, episodi, o persone di fantasia. Hoax, si chiamano in gergo. L’obiettivo dei “falsari” del sapere? Screditare Wikipedia o semplicemente divertirsi.
“Questi episodi sono l’altra faccia della medaglia di un progetto che ha l’obiettivo di diffondere il sapere gratuitamente”, spiega Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia.
Le voci nascono grazie allo sforzo di volontari che ogni giorno lavorano pro bono. Chiunque può contribuire alle pagine esistenti o crearne di nuove, a condizione che seguano determinate regole. Si va dalla verifica delle fonti, al rispetto degli altri, passando dalla buone fede fino al divieto di attacchi personali. Il tutto in nome della diffusione del sapere. Nonostante la Wikimedia Foundation, la fondazione americana che supporta Wikipedia, non abbia scopo di lucro, c’è chi si diverte a vanificare lo sforzo. Un bel problema. Tanto che in un avviso si legge: “Le bufale su Wikipedia sono considerate atti di vandalismo, e gli autori di bufale possono essere soggetti a blocco e messi al bando”.
La guerra di Bicholim è solo l’ennesimo caso. Se si scorre l’elenco reso pubblico proprio dalla stessa Wikipedia, si scoprono l’inesistente isola indonesiana di Bunaka o il falso assassino di Giulio Cesare, Gaius Flavius Antoninus, vissuto online per 8 anni e un mese con il record di fake più longevo. E, ancora, frasi inventate e attribuite a Oscar Wilde, armi segrete, sedicenti stupratori, finti giocatori di basket, e uomini politici di fantasia. Solo nel 2012 sono stati scoperti 25 hoax in lingua inglese, tutti cancellati.
Ma come funziona la rimozione? “Per ciascuna delle lingue di Wikipedia – sono 280 – esistono degli amministratori eletti dalla comunità di utenti. Se qualcuno individua una voce falsa, prima ne discute con gli altri utenti e poi segnala la questione agli amministratori che a loro volta decidono se rimuoverla o meno sulla base della discussione stessa e delle linee guida della Wikimedia Foundation”, spiega Brioschi.
Impossibile dire quante siano le bufale italiane: “Per il nostro paese non esiste un elenco. Certo è che, ogni giorno, gli amministratori devono intervenire, per lo più per casi di pagine scritte male o di conflitti di interesse tra l’autore e la voce stessa”. Difficile però dire chi possa aver avuto interesse a creare dal nulla una guerra. Come se già nel mondo reale non ce ne fossero abbastanza.
«Corriere della Sera» dell'8 gennaio 2013

08 gennaio 2013

Lavoro, il diploma vale più della laurea. A rischio povertà un italiano su tre

Rapporto Istat: dimezzata la ricchezza delle famiglie
di Elsa Vinci
«Laureati peggio che diplomati». Trai giovani fino a 29 anni il tasso di disoccupazione è più alto tra i "dottori" rispetto a quello di chi esce dalla scuola secondaria. «Dipende dal più recente ingresso nel mercato di chi prolunga gli studi, ma anche dalle crescenti difficoltà occupazionali dei giovani, pur con titolo di studio accademico». L’Italia ferita dei senza lavoro trova un ritratto spietato nell’Annuario statistico dell’Istat, che declina i numeri della crisi. «La ricchezza delle famiglie si è ridotta del 50 per cento, quasi otto milioni di pensionati vivono con meno di mille euro al mese, oltre un milione di disoccupati ha un’età inferiore ai 35 anni». E tra i giovanissimi cresce il sospetto che studiare non paghi: i ragazzi preferiscono gli istituti tecnici al liceo,ma soprattutto si iscrivono meno, non solo all’università, pure alle superiori. Per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle secondarie di secondo grado, meno 24.145 unità.
L’anno scorso il 48,8 per cento dei giovani che si erano diplomati nel 2007 ha trovato un impiego, il 16,2 per cento è ancora in cerca di un’occupazione e il 31,5 rimane concentrato esclusivamente negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea, invece, lavora il 69,4 per cento di chi ha studiato in corsi a ciclo unico, il 69,3 per cento di quelli dei corsi triennali e l’82,1 di chi ha frequentato corsi specialistici biennali. I laureati senza lavoro tra i 25 e i 29 anni sono il 16per cento, un livello superiore sia a quanto registrato dai diplomati nella stessa fascia d’età (12,6) sia alla media dei 25/29 enni (14,4). Insomma i diplomati hanno trovato un’occupazione prima di chi è "dottore". Tuttavia con l’avanzare dell’età chi è in possesso di un titolo accademico recupera il terreno perso a confronto con i diplomati per il ritardo dell’entrata nel mercato. Quindi se si guarda in generale alla disoccupazione per titolo di studio, per il 2011 si conferma il vantaggio relativo ai laureati, che presentano il tasso di disoccupazione più basso, 5,4 per cento. Per coloro che si sono fermati al diploma il dato complessivo è invece del 7,8.
In continua crescita il numero delle persone in cerca di prima occupazione, con un incremento superiore di quasi tre volte quello del 2010, 58 mila in più, pari al 10,7 per cento. «Un disoccupato su due cerca lavoro da almeno un anno», con un’incidenza sulla "lunga durata" che arriva al 51,3 per cento. Il tasso di disoccupazione nel 2011, spiega l’lstat, resta invariato all’8,4 per cento rispetto all’anno precedente: aumenta leggermente nel Mezzogiorno, rimane stabile al Centro e diminuisce al Nord.
Gli italiani sono sempre più insoddisfatti della propria situazione economica: quasi sei su dieci si dichiarano scontenti del budget familiare. «Quest’anno il quadro economico è peggiorato per oltre la metà». E circa 7,9 milioni di pensionati hanno un reddito inferiore a 1.000 euro al mese. Si tratta del 47,5 per cento. Dopo la riforma delle pensioni, l’anno scorso tecnicamente sono aumentati gli occupati, più 0,4%, in totale quasi 23 milioni. Ma per effetto della crisi i lavoratori dipendenti sono diminuiti dell’1,3.
Il rischio di povertà o di esclusione sociale è cresciuto per l’Italia dal 26,3 per cento del 2010 al 29,9 del 2011, un livello significativamente superiore alla media europea. «La variazione negativa di 3,3 punti percentuali è la più elevata registrata nell’Ue». A rischio un italiano su tre.
«La Repubblica» del 19 dicembre 2012

L. Serianni, Un italiano consapevole

Perché serve la riflessione sulla lingua
di Luca Serianni
Una grammatica, come un dizionario, non è fatta per esser letta dall’inizio alla fine. In compenso, proprio come il dizionario, continua a farci comodo anche quando l’esperienza della scuola si è conclusa: l’una e l’altro sono gli strumenti essenziali per arrivare a padroneggiare pienamente la propria lingua. Ma quale lingua?
In verità, quella parlata fa parte della dotazione naturale di ciascun parlante madrelingua e la usiamo, almeno nelle contingenze quotidiane, senza nemmeno farci caso, come quando respiriamo e facciamo due passi: processi del tutto naturali, di cui prendiamo coscienza solo quando sono compromessi per qualche patologia. Si potrebbe osservare, però, che anche uno yoghin o un maratoneta imparano a respirare con tecniche più adeguate, in vista di risultati particolari: il progressivo distacco dal mondo o il miglioramento delle prestazioni atletiche; analogamente, anche la lingua parlata può essere perfezionata con lo studio, abituandosi a gestire i tempi di un dialogo e ad argomentare efficacemente le proprie tesi; ad accrescere il ventaglio lessicale, sfruttando le sfumature ironiche insite in parole poco usate; a muoversi con disinvoltura in àmbiti intellettuali, dalla storia alla scienza delle finanze.
Lo studio della grammatica può servire anche per migliorare il discorso orale; ma serve soprattutto a prendere coscienza delle strutture più complesse, tipiche dello scritto argomentativo, e a riflettere sulla lingua. Bisogna riconoscere che la tradizione scolastica italiana ha spesso peccato di grammaticalismo, proponendo distinzioni fini a sé stesse o, peggio ancora, pensando alla grammatica italiana come semplice awiamento alla grammatica latina, per tanti anni al centro della scuola superiore. Ma le discipline hanno una loro dignità e non possono essere strumentalizzate come ancelle di altre materie; allo stesso modo sbaglierebbe chi sostenesse lo studio del latino non fondandosi sul suo rilievo storico, bensì asserendo che il latino "serve a conoscere meglio l’italiano".
Un esempio classico di astrattezza grammaticale è offerto dalla selva di complementi indiretti, illusorio tentativo di ingabbiare la complessità della lingua (e del reale) in griglie predeterminate; ma pensiamo anche a distinzioni poco operative come quella tra aggettivi determinativi o indicativi (pronominali e numerali) e qualificativi (tutti gli altri, cioè gli "aggettivi-aggettivi"). Una grande linguista particolarmente attenta alla didattica, Maria Luisa Altieri Biagi, eccepiva anche sull’utilità di distinguere, in italiano (non in latino), tra predicato nominale e predicato verbale.
La grammatica, si accennava, non si legge come un romanzo, pagina per pagina; ed è giusto, quindi, che contenga più di quello che è possibile o opportuno trattare a scuola, a partire da queste e da altre distinzioni teoriche. Allo stesso modo, nella tavola dei paradigmi verbali si registrano modi e tempi che non càpita pressoché mai di trovare nell’italiano contemporaneo, men che meno di usare (per esempio il trapassato remoto: ebbi visto; e che dire della plausibilità del trapassato remoto passivo: fui stato visto?). Ma anche in un dizionario, per riprendere il parallelo da cui siamo partiti, si trovano arcaismi e forme marginali che appartengono alla periferia – o ai sobborghi – della lingua. Tutto sta ad aver chiaro che tirare, una parola di un lessico fondamentale, ha un peso ben diverso rispetto a poggese ‘antica moneta’ (arcaismo integrale: ne abbiamo perso del tutto la nozione e non possiamo ricostruirla se non conosciamo la lingua dei banchieri fiorentini medievali), disnore (arcaismo formale: non è difficile riconoscervi una variante di disonore), noia ‘angoscia’ (arcaismo semantico: la parola è ben viva anche oggi, ma in un significato attenuato, alquanto diverso); o anche a liquidone, evizione, eminattenzione, circoscritti tecnicismi della fisica, del diritto, della medicina.

La riflessione sulla lingua è davvero utile quando risponde ad alcune esigenze di fondo:
a) Quando addestra a dominare con sicurezza le grandi partizioni grammaticali e di analisi logica. Occorre avere chiara la distinzione tra nome e aggettivo, proprio per poter riconoscere e analizzare i casi in cui un aggettivo funziona da nome (Il gotico non mi piace) o un nome funziona da aggettivo (socio fondatore), o individuare il soggetto di una frase (quanti sono i ragazzi che in Arrivano i nostri si lasciano ingannare dalla posizione postverbale e dicono che i nostri è l’oggetto!). Qui non siamo di fronte a regole fini a sé stesse, ma alle strutture di base di una lingua come l’italiano, indispensabili anche per procedere ad analisi più sofisticate (come la grammatica valenziale, fondata sulla "valenza", cioè sulla suscettibilità di un verbo di legare a sé altri elementi della frase) o per riflettere sulle diverse strutture di altre lingue (in particolare quelle che presentano diversi casi, come latino e tedesco).
b) Quando fa emergere la norma soggiacente a usi spontanei, interiorizzati da un madrelingua colto (ma tali non sono per definizione i ragazzi del biennio, che contano su un bagaglio linguistico ancora precario). Che differenza c’è tra imperfetto, da un lato, e passato prossimo o remoto, dall’altro? Il primo è un tempo durativo che serve, tra l’altro, a delineare lo sfondo sul quale si è svolta un’azione: era il più bel chiaro di luna ...; ma anche quando lei ha telefonato (o telefonò), facevo colazione (dicendo quando lei ha telefonato, ho fatto colazione, l’azione della reggente diventa un’azione ben delimitata, con un inizio e una fine, successiva alla circostanza espressa dalla temporale). O ancora, fermandosi al livello più elementare, quello ortografico: qual è il valore della i in vino, ciao e scienza? È utile far riflettere sulla differenza tra grafia e pronuncia: nel primo caso la i è una vocale; nel secondo è un segno diacritico, ossia una convenzione grafica che serve solo a rappresentare la pronuncia della lettera precedente: ciao, appunto, non cao; nel terzo, infine, è un semplice relitto latineggiante, perché non corrisponde a un suono e non svolge nessuna funzione distintiva: l’ortografia italiana, da questo punto di vista, è molto più vicina alla pronuncia rispetto a quel che accade col francese, influenzato da grafie dotte di tradizione greco-latina, e i casi di grafie ereditarie, non funzionali (come scienza, appunto), sono pochi.
c) Quando ci permette di cogliere i condizionamenti del contesto, grazie ai quali due possibilità concorrenti sono entrambe plausibili. Come non avrebbe senso chiedersi se siano meglio i jeans o i completi con giacca e cravatta (tutto dipende dall’ambiente e dalle persone con cui ci troviamo), allo stesso modo gli dico e dico loro sono due opzioni del tutto legittime: la prima è quella normale nel parlato familiare e nello scritto che ne riprende le movenze (la massima parte della narrativa contemporanea, ad esempio, o anche un tema vertente sul vissuto personale dell’alunno); la seconda è quella propria della prosa più sostenuta, tipicamente quella argomentativa (saggistica; temi scolastici di argomento storico o letterario).
d) Quando fa riflettere sulla storicità della lingua, permettendo di riconoscere continuità e discontinuità. Quest’ultima funzione può essere attivata soprattutto nei licei, là dove ci si confronti con la lettura distesa e diretta dei grandi classici. Un solo esempio. Oggi l’imperativo affermativo prevede l’enclisi obbligatoria del pronome (dimmi!, prendilo!); invece, nell’imperativo negativo, questo vincolo viene meno: non mi dire o non dirmi, non lo prendere o non prenderlo. Come mai? Si tratta di una sopravvivenza di una norma attiva nell’italiano antico (la legge Tobler-Mussafia la chiamano i linguisti), secondo la quale a inizio di frase l’enclisi era obbligatoria. A parte esili sopravvivenze come Affittasi, Vendesi, il doppio regime dell’imperativo rappresenta un riflesso di quell’antica norma: l’imperativo affermativo apre una frase, o comunque si pronuncia sempre dopo una pausa; quello negativo, per definizione, è preceduto dall’avverbio negativo non, dunque l’enclisi non è più obbligatoria.
Padroneggiare una lingua non significa però conoscerne solo le regole grammaticali: quanti sono gli adulti che ricordano un po’ di nozioni teoriche della lingua straniera appresa a suo tempo a scuola, ma poi non saprebbero cavarsela in una conversazione? Anche per la propria lingua vale qualcosa di simile: parlare e scrivere bene non significa solo usare il congiuntivo quando deve essere usato o controllare le funzioni della punteggiatura (e non spruzzarla come una manciata di sale nell’acqua della pasta): significa dominare il lessico e la semantica.
In questo caso siamo di fronte a una tipica abilità trasversale. Anche lo specifico lessico delle varie discipline va conquistato per raggiungere padronanza nei relativi settori: il clorito non va confuso col cloruro o col clorato; una figura concava non è "a forma di conca"; il positivismo non ha nessun rapporto col diritto positivo. Quando le incomprensioni riguardano la lingua comune, scatta un effetto di comicità (volontaria, nel teatro o in uno sketch televisivo, o involontaria nel caso del parlante incolto): se una madre poco istruita asserisce che suo figlio è celebre, forse non sta accentuando i suoi successi, ma vuol solo dirci che non è sposato (celibe); e così il paziente che va dal medico di famiglia per farsi prescrivere le cure terminali, forse desidera solo un soggiorno curativo in rinomate località (termali). Ecco: la scuola non può permettersi di sfornare studenti che incappino in errori del genere e deve attentamente monitorare l’acquisizione del lessico che vada oltre le 2000 parole fondamentali che, secondo Tullio De Mauro, bastano a coprire oltre il 90% di tutti i testi, parlati o scritti, che produciamo o in cui ci imbattiamo.
L’incomprensione lessicale e semantica è la spia della frequente incomprensione (o della comprensione solo approssimativa) di quel che lo studente legge; e i deludenti dati che emergono dalle rilevazioni internazionali ci dicono quanto il problema sia grave. Occorre intervenire: ma come? Va detto subito che non c’è libro di testo, per quanto ben fatto, che possa risolvere il problema: la soluzione deve venire da un lavoro fatto giorno per giorno, e non dal solo insegnante di italiano.
Autori vari, Cultura umanistica e scuola: riflessioni e analisi, Pearson Italia, 2011 (pp. 39-42)

Quando manca una morale comune: Leopardi e i costumi degli italiani

di Ezio Raimondi
Quasi un secolo e mezzo fa, nel 1870, un interprete di genio delle ragioni vitali del nostro Risorgimento, Francesco De Sanctis, consacrava nella sua Storia della letteratura italiana, quasi alla stregua di un romanzo, una plurisecolare odissea spirituale, al lume della raggiunta unità politica della nazione celebrata in quelle pagine con l’urgenza e l’entusiasmo di un fatto nuovo, desiderato per secoli: «In questo momento che scrivo - egli annotava mentre abbracciava col pensiero l’Italia letteraria di Petrarca e di Machiavelli - le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degl’italiani a Roma. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli». La Storia si concludeva poi con una sorta di programma proiettato nel futuro, nella prospettiva problematica anche se fiduciosa della ricerca e dell’attesa, ove la storia del libro ridiventava tutt’uno con la storia dei suoi lettori. E proprio nelle ultime pagine, intitolate alla "Nuova letteratura", con l’idea che finalmente l’Italia aveva attinto la dimensione di uno Stato, di un paese moderno nel concerto delle nazioni europee, De Sanctis affermava che per vivere appieno la nuova condizione occorreva battere fino in fondo la strada intrepidamente indicata da una delle grandi voci della modernità, Giacomo Leopardi, quando aveva chiesto all’uomo moderno dilacerato e infelice di procedere impavido a «esplorare il proprio petto». Partendo da una memoria comune, depositata nella nostra tradizione letteraria, poteva così delinearsi, a giudizio di De Sanctis, l’identità ancora da conquistare della nuova letteratura e della nuova Italia. Conviene ascoltare le parole che suggellano il grande affresco epico della Storia:

Guardare in noi, ne’ nostri costumi, nelle nostre idee, ne’ nostri pregiudizi, nelle nostre qualità buone e cattive, convertire il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandolo e trasformandolo, "esplorare il proprio petto", secondo il motto testamentario di Giacomo Leopardi, questa è la propedeutica alla letteratura nazionale moderna, della quale compariscono presso di noi piccoli indizi con vaste ombre [...]. Il grande lavoro del secolo decimonono è al suo termine. Assistiamo a una nuova fermentazione d’idee, nunzia di una nuova formazione. Già vediamo in questo secolo disegnarsi il nuovo secolo. E questa volta non dobbiamo trovarci alla coda, non a’ secondi posti.

Dopo la esaltante conclusione civile del Risorgimento alla letteratura spettava dunque il compito di una «ricerca degli elementi reali» della nostra esistenza, in una sperimentazione franca e appassionata di tutti quei generi letterari che apparivano i più congeniali a questa scoperta di noi stessi e alla visione del nostro ruolo attivo nella modernità. E nel riproporre la frase leopardiana restituendola alla pienezza del suo significato, De Sanctis faceva intendere che la poesia dell’individuo, a cui quelle parole alludevano, finiva poi per essere un modo per descrivere la nuova società italiana contemporanea. Nel momento in cui in tutta Europa si veniva affermando un senso nuovo dei fatti e delle cose concrete, con l’esigenza inderogabile di un impegno diretto nell’attualità, occorreva che noi non rimanessimo più ai «secondi posti» o «alla coda», ma ci allineassimo al fronte più avanzato della modernità europea, diventando a pieno titolo uno dei suoi centri costitutivi di irradiazione e di interpretazione.

II fatto singolare è che molte pagine leopardiane erano in quegli anni necessariamente ignote a De Sanctis. Egli tuttavia, da vero lettore, intuiva anche ciò che non poteva essere esplicitamente detto nei versi dei Canti o nella prosa delle Operette morali ma che la riflessione acuminata del poeta aveva affidato a testi di natura saggistica rimasti ignoti per tutto l’Ottocento e finalmente restituiti al nostro patrimonio letterario solo nel primo decennio del secolo scorso. Fra questi c’è un saggio, scritto forse per la maggior parte nel 1826 durante quel soggiorno bolognese nel quale Leopardi, sentendo disseccata la propria vena poetica, attendeva a divenire sempre più "filosofo", e intitolato Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani. Verrebbe da pensare che i quasi quindici mesi trascorsi in una città viva, fra intense relazioni di vita associata, dovettero condurre il poeta a riflettere sui costumi degli uomini, in particolare su ciò che rende diversi i costumi degli italiani da quelli di altre tradizioni, di altri paesi, di altri popoli. Erano poi anni quelli, se si sta alle battute d’esordio del Discorso, in cui sia per l’incremento dello «scambievole commercio e dell’uso de’ viaggi» sia perché, venuta meno l’egemonia della Francia, «si è introdotta fra le nazioni d’Europa una specie d’uguaglianza di riputazione sì letteraria e civile che militare», era accaduto che si fosse dilatato il desiderio di una conoscenza reciproca dei popoli, di là dagli orgogli nazionali che in passato avevano indotto a spregiare i vicini quando non a ignorarli del tutto.
Occorre tuttavia a questo punto, prima di entrare nelle ragioni più profonde del saggio, riandare per un momento a un altro Discorso, a quelle pagine straordinarie che un Leopardi appena ventenne, dalla sua cruda solitudine recanatese, aveva scritto in dialogo con uno dei più acuti romantici del gruppo milanese, Ludovico Di Breme, interprete lucido e appassionato dell’immaginazione poetica dei moderni. Rifiutato dalla "Biblioteca italiana" e rimasto inedito fino al principio del Novecento, il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, dopo avere sostenuto le ragioni di un classicismo moderno e sentimentale, si chiudeva con una perorazione finale tutta affidata al pathos. Non riuscendo, alla fine, a «costringere i moti» del proprio animo, Leopardi non si rivolge più soltanto ai lettori, ma a tutti quanti i «Giovani italiani», a cui si sente legato da un vincolo di solidarietà, dal destino comune di una medesima generazione. Dalla consapevolezza dell’infelicità presente tanto più dolorosa se commisurata alla ricchezza di una grande tradizione, letteraria e umana insieme, nasce una compassione che si traduce in un appello accorato a un’Italia tradita, sventurata, perché il suo passato glorioso non sia perduto ma torni, rinnovato, a vivere nella storia e nella letteratura del presente. Ascoltiamolo:

Ma già sul finire, essendomi sforzato sin qui di costringere i moti dell’animo mio, non posso più reprimerli, né tenermi ch’io non mi rivolga a voi, Giovani italiani, e vi preghi per la vita e le speranze vostre che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta calamità quanta appena si legge di verun’altra nazione al mondo, non può sperare né vuole invocare aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di vergogna e dolore e indignazione pensando ch’ella sventuratissima non ottiene dai presenti una goccia di sudore, quando assai meno bisognosa ebbe torrenti di sangue dagli antichi prontissimi e lieti; né c’è una penna tra noi che s’adopri per quella che gli avi nostri difesero e accrebbero con milioni e milioni di spade. Soccorrete, o Giovani italiani, alla patria vostra, date mano a questa afflitta e giacente, che ha sciagure molto più che non bisogna per muovere a pietà, non che i figli, i nemici.

C’è senza dubbio l’iperbole dell’oratoria, ma vi si sente anche un fondo autentico, una sofferenza reale, in una prosa intrisa di cadenze e di aperture poetiche: quasi il linguaggio alto di un canto. Del resto, basterebbe aprire il libro dei Canti per trovare che i primi tre, scritti negli anni 1818-20, All’Italia, Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze e Ad Angelo Mai, sono tutti costruiti sulla stessa antitesi fatale fra la grandezza del passato e un presente privo di onori, che solo in quel passato può trovare l’impulso e la forza per rinascere. Così comincia la canzone All’Italia:

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi 5
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue!

Ancora più duro suona il giudizio sul presente, sul «secol morto», che apre la canzone Ad Angelo Mai, il filologo umanista a cui si deve la riscoperta del De re publica di Cicerone:

Italo ardito, a che giammai non posi
Di svegliar dalle tombe
I nostri padri? ed a parlar gli meni
A questo secol morto, al quale incombe
Tanta nebbia di tedio? E come or vieni 5
Sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de’ nostri,
Muta sì lunga etade? e perché tanti
Risorgimenti?

Questi versi e il Discorso di un italiano nascevano dentro un’uguale temperie, dove chi parla si sente parte della generazione a cui si rivolge, vuole renderla partecipe degli stessi impeti e della sua stessa commozione. E il richiamo costante al passato non è un’evasione nel tempo perduto: è piuttosto un modo per giudicare criticamente il proprio tempo, per ammonirlo a essere più moderno di quanto non sia, a costruire, pur nella percezione di una trasformazione radicale della società, una patria dove possa ancora valere quel mito dell’eroico e della giovinezza che Leopardi sentiva vividamente presente nel mondo antico come una sorta di etica trasfusa nella storia.
Se si torna a questo punto al Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, si riconoscerà un tono completamente diverso, per dir così a distanza, dove l’eloquenza del discorso è come trattenuta dalla razionalità delle osservazioni, regolata dalla cadenza del moralista che scruta il proprio essere e, attraverso questo, anche l’essere dell’altro, interrogandosi alla fine sui comportamenti del vivere sociale. E «considerando le opinioni e lo stato presente dei popoli», osserva Leopardi in una delle pagine iniziali, non può essere dissimulato che, tramontati i principi morali del passato, la conservazione delle società sembra opera del «caso», dal momento che nelle costituzioni moderne, che pure hanno leggi e una forza pubblica deputata a farle rispettare, è venuto meno ciò che rende quelle leggi capaci di tradursi naturalmente nei rapporti della vita quotidiana, vale a dire i «costumi». E i costumi – Leopardi lo dirà in pagine successive – non sono semplicemente qualcosa che si tramanda attraverso un’accettazione per dir così meccanica: questo vale semmai per le usanze e le abitudini, mentre i costumi esigono una risposta, una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di chi li accoglie e li fa propri. D’altro canto, gli stessi costumi, per continuare a sussistere, hanno bisogno di fondamenti, con la garanzia di opinioni condivise, e tutto ciò appare generalmente perduto nella moderna civiltà europea. Tuttavia in questa società moderna così incerta sul proprio futuro, i paesi più avanzati come l’Inghilterra, la Francia e la Germania hanno elaborato «un principio conservatore della morale e quindi della società, che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principii morali e d’illusione che si sono perduti, pure è d’un grandissimo effetto». E questo principio per Leopardi è la «società stretta», cioè una vita associata intensa, fondata su rapporti quotidiani autentici, su un dialogo vero, su «un commercio più intimo degl’individui fra loro». Certo, è tutt’altra cosa dall’etica antica della grandezza e dell’eroismo, dell’ambizione e della gloria, della progettualità e dello slancio magnanimo verso il futuro, ma ne è forse, per il momento, l’unico surrogato possibile concesso all’uomo moderno. E se in passato l’ambizione coincideva con il «desiderio di gloria», ora l’«amore della gloria è incompatibile colla natura de’ tempi presenti», nei quali, là dove si dia il vincolo di una società "stretta", «l’ambizione produce un altro sentimento tutto moderno, e di natura sua, siccome di fatto e di nascita, posteriore alle grandi illusioni dell’antichità. Questo sentimento è quello che si chiama onore. È un’illusione esso stesso, perché consiste nella stima che gl’individui fanno della opinione altrui verso loro». Lettore profondo dei grandi moralisti del Seicento e del Settecento e conoscitore attento dei nuovi strumenti di comunicazione e divulgazione dell’attualità come le riviste e i giornali, Leopardi può a questo punto affermare che all’etica della vita pubblica del passato si è ora sostituita «l’opinione pubblica». Non può esservi società "stretta" senza un’opinione pubblica, quando questa s’intenda come una forza della vita comune che impronta di sé le vite dei singoli, una misura di valore in sostituzione di altre morali. E come non osservare, a questo proposito, che i problemi di straordinaria importanza sollevati da Leopardi valgono ancora per noi a quasi due secoli di distanza? Verrebbe da chiedersi secondo quali valori e quali costumi si definisca l’opinione pubblica nel mondo inondato di voci in cui oggi ci troviamo a vivere.
Ora, dove esiste un’opinione pubblica esiste anche la conversazione, un libero parlare che circola fra gli uomini colti e che non può andare disgiunto dal «buon tuono», il bon ton della lingua e della cultura francese: è qualcosa di più di un’educazione alla parola, perché implica il rispetto dell’altro, il riconoscimento di un valore che si manifesta già nel modo di parlare. Né una morale pubblica né l’esistenza di buoni costumi pubblici e privati possono darsi là dove manchi il «buon tuono».

Le categorie che è venuto fin qui definendo - la «società stretta», l’«onore», l’«opinione pubblica», il «buon tuono» - permettono alla fine a Leopardi di enunciare un giudizio che non giunge inaspettato: a differenza di altri paesi europei, l’Italia non è riuscita in alcun modo a fare di questi principi e di questi costumi i fondamenti di una nuova morale comune. D’altro canto, le principali «occasioni di società» di cui gli italiani paiono saper fare uso si limitano al «passeggio, gli spettacoli e le Chiese», e Leopardi di certo ricordava le pagine di un grande scrittore come Pascal, là dove questi parlava del divertimento come desiderio di sfuggire al dovere della riflessione e come tentativo di eludere qualcosa che appartiene alla condizione vera dell’uomo. Gli italiani, in fondo, non hanno neppure un «centro» paragonabile a quello che Parigi, Londra e Berlino rappresentano per la Francia, l’Inghilterra e la Germania, e, per quanto riguarda la letteratura, la mancanza di un centro comporta l’assenza di un «pubblico»:
Lascio stare che la nazione non avendo centro, non hawi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna, la quale presso l’altre nazioni, massime in questi ultimi tempi è un grandissimo mezzo e fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere, caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra più nazioni eziandio rispettivamente. Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e restringendoci alla sola mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato.

Mancando una conformità di opinioni, gusti, caratteri, non solo ogni «città italiana [...] ma ciascuno italiano fa tuono e maniera da sé». È una diffrazione, una frammentazione che per Leopardi non ha nulla di positivo, diversamente – andrà ricordato – da quello che di lì a qualche anno, analizzando lo stesso fenomeno con gli strumenti della filosofia e della sociologia, un lombardo come Carlo Cattaneo avrebbe osservato a proposito della ricchezza che la varietà delle città italiane conferisce ai caratteri dell’identità nazionale.
Dunque in un paese come l’Italia, dove l’assenza di una società "stretta" ha impedito di porre un rimedio alla crisi delle credenze antiche, di trovare un senso "umano" al vuoto della vita, non rimane che una «indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri e della morale». Ma l’autore delle Operette morali sa bene che una via di salvezza di fronte alla "vanità del tutto", al disinganno irrimediabile dell’uomo, alla mancanza di coraggio e all’inutilità di una disperazione troppo debole, è il riso: «il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo». Eppure neanche questa attitudine riesce in Italia a creare una sorta di adeguato sostituto all’assenza della conversazione poiché quella che da noi si pratica è una derisione che non mira a correggere nulla, è solo un divertimento alle spalle di qualcuno. E quasi per osservare più da vicino questo fenomeno Leopardi ricorre a tre parole della lingua francese, raillerie (il motteggiare), persifflage (la canzonatura) e polissonerie (la battuta audace, volgare), sottolineando soprattutto che, mentre altrove si ride delle «cose», gli italiani, incapaci di una conversazione vera, «passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue». E anche a questo proposito varrebbe la pena di interrogarsi su ciò che accade oggi, sui meccanismi della satira nel mondo contemporaneo.
Ciò che emerge, alla fine, è una mancanza di rispetto di sé e degli altri, una piccola guerra quotidiana combattuta là dove mancano rapporti umani autentici, dove sui problemi che riguardano il bene pubblico prevale di gran lunga la mediocre contingenza delle ragioni personali. Con parole radicali, con un tono severo in cui la tensione oratoria del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica ha ceduto il posto a un ragionamento analitico, a una sorta di ansia fredda di guardare, distinguere, diagnosticare, l’autore riconosce nell’«egoismo» e nella «misantropia» «le maggiori pesti di questo secolo», dalle quali non può che derivare «l’infelicità sociale e nazionale».
Autori vari, Cultura umanistica e scuola: riflessioni e analisi, Pearson Italia, 2011 (pp. 61-67).

Una lavagna non seleziona un docente

di Giorgio Israel
In queste ore 320.000 candidati affrontano le prove preselettive per il mega-concorso da 11500 cattedre per la scuola. Solo un candidato su 28 otterrà l'agognata cattedra dopo aver su perni o tre prove: un test di 50 domande atte ad accertare le capacità logiche, di comprensione del testo, le competenze digitali e linguistiche: un esame scritto; un esame orale. Cosa pensare di questo concorso, il primo dopo tredici anni? Da un lato, come negare l'opportunità di premiare il merito, di legare l'immissione in ruolo ami accertamento serio delle capacità di chi occuperà quei posti?
D'altra parte, deve trattarsi di un accertamento "serio". Qui nascono perplessità per il carattere di questa prova che assomiglia a un esame di guida automobilistica dove il comportamento del conducente deve essere standard, a differenza di quello di un buon insegnante. Di fronte a un numero imponente di candidati è inevitabile una selezione di base, ma è poco credibile che si possano accertare con dei quiz le capacità logiche e di comprensione dei testi dei candidati, e stupiscono certe domande in tema di competenze linguistiche e digitali che rischiano di premiare personaggi adatti a trionfare nei "quiz-show" televisivi. Perché mai un requisito per essere un buon insegnante dovrebbe essere sapere a quale linguaggio appartiene il termine "godet" (un taglio di gonna a forma di campana), sapere che il "nome logico Lptl" indica la porta parallela di un computer o conoscere la definizione di "home banking"? Mentre si parla tanto di combattere il nozionismo il ministero dell'Istruzione ne propone la peggiore versione, secondo una visione dei test praticata da tempo con esiti pessimi. Un altro genere di perplessità riguarda le politiche di reclutamento del ministero, visto che questo concorso viene dopo varie i m missioni in ruolo ope legis. Assisteremo al miracolo che tra due anni, e ogni due anni, venga bandito un concorso? Il mondo dell'istruzione è abituato a sentirsi fare promesse del genere, poi sistematicamente disattese. In ambito universitario fu decretata addirittura trent'anni fa la cadenza biennale dei concorsi. Non se ne fece nulla e in cambio si ebbe una sequenza di provvedimenti disorganici che culminano oggi in una prova di abilitazione nazionale dagli aspetti sconcertanti. Non è strano che un concorso per la scuola dopo 13 anni veda un numero enorme di candidati. Sarebbe un miracolo che il suo espletamento avvenga con un'efficienza tale da rendere possibile il bando di un altro concorso tra due anni. Ma se il miracolo non avverrà, allora questo concorsone verrà ricordato come l'ennesima scelta sbagliata.
D'altra parte, anche la questione dei "diritti acquisiti" e del precariato va affrontata con ragionevolezza e buon senso. Nel vuoto di concorsi e immissioni in ruolo ordinate e fondate su verifiche di merito, si è creato un groviglio di situazioni ambigue in cui si intrecciano aspettative legittime e pretese corporative. C'è chi giustamente, dopo aver insegnato validamente per anni, non accetta di essere messo alla porta, e chi pretende l'assunzione in ruolo su basi inconsistenti e rifiutando ogni verifica di merito. In questo groviglio, il buon senso dice che, da un lato, le immissioni ope legis debbono diventare un ricordo del passato ma, dall'altro, che il meccanismo dei mega-concorsi non è forse il più adatto a venirne fuori.
Quando si prospettò la necessità di delineare un nuovo percorso di formazione degli insegnanti, la scelta della commissione da me coordinata fu di distinguere nettamente tra il problema della formazione- proiettato nel futuro - e quello del reclutamento, intriso di un passato che, per i troppi errori commessi, richiede inevitabili compromessi. A un simile approccio di buon senso doveva accompagnarsi la soluzione di assegnare i posti a cattedra disponibili per metà ai giovani che uscivano dai nuovo percorso del Tfa (Tirocinio formativo attivo) e delle lauree magistrali per l'insegnamento, e per l'altra metà a sanare il precariato con verifiche di merito. Era una linea di compromesso che contemperava due esigenze: il riconoscimento di diritti pregressi, purché fossero basati su meriti effettivi; e l'apertura di uno spazio ai giovani insegnanti, fra cui gli abilitati nella formazione primaria. Non è giusto mortificare chi ha lavorato seriamente e ha tenuto in piedi la baracca della scuola malgrado gli errori di politici e sindacati; ma una scuola che non immetta forze nuove è destinata a morire, Occorreva ragionevolezza, chiamare tutti a qualche sacrificio, senza che i sacrifici fossero da una parte sola. Invece, le lauree magistrali sono state affossate e il progetto del Tfa è stato snaturato e mortificato. E apparso evidente lo scarsissimo interesse per l'immissione di giovani leve e lavolontà di introdurre varianti e deroghe che, rispondendo a problematiche di reclutamento pregresse, hanno creato disparità tra gruppi di candidati. Inoltre - e questo è l'aspetto più grave-lo spirito "leggero" e decentrato del progetto è stato eliminato rimettendo al centro il solito dirigismo accentratore del ministero. E una propensione assai poco liberale che si è vista ripetutamente all'opera in più occasioni e che costituisce il vero problema del sistema italiano dell'istruzione.
Il problema della formazione e del reclutamento degli insegnanti nella scuola italiana è talmente complicato da richiedere una poderosa miscela di competenze e di buon senso. Pertanto, non può essere sciolto né con colpi di testa né affidandosi a una burocrazia che crede che gli insegnanti vadano scelti tra chi sa che cos'è un "carter" o un "top level domain", che coltiva una visione dirigista e "amministrativa" poco interessata agli insegnanti e alla loro formazione e che pensa di poter risolvere tutto dall'alto con la tecnologia, a suon di lavagne interattive multimediali, di tablet e di editoria digitale.
«Il Messaggero» del 18 dicembre 2012

Radici culturali e identità: attualità e utilità dello studio dei classici


di Giovanna Garbarino
Nessuno dubita che la lingua e la letteratura latina, e più in generale la cultura classica, siano alle radici della civiltà occidentale e costituiscano una delle matrici fondamentali dell’identità europea. Dunque conoscerle e studiarle, per capire da dove veniamo, è tanto più necessario in questo mondo globalizzato e multiculturale, in cui il discorso sull’identità viene prepotentemente alla ribalta, ma non sempre è proposto e discusso in termini corretti e condivisibili: l’identità culturale non è infatti un dato scontato, da presupporre e accettare senza discuterlo, ma piuttosto il risultato di un processo di riconquista e di riappropriazione consapevoli. Capire, anzi stabilire quali siano i valori portanti, forti e irrinunciabili della nostra civiltà è indispensabile perché possiamo affermarli e difenderli contro eventuali attacchi dall’esterno, ma anche e soprattutto per poterci confrontare con altre culture e impostare efficacemente il discorso sui modi dell’inclusione e dell’integrazione di chi proviene da altri mondi: inclusione e integrazione che s’impongono come una necessità storica.
Alcuni valori che consideriamo propri della nostra civiltà (primi fra tutti i diritti dell’individuo, la democrazia, la libertà, la giustizia, la riflessione razionale sul senso della vita e della morte) sono stati formulati ed elaborati per la prima volta, a quanto ne sappiamo, proprio nel mondo classico. Studiare quel mondo significa dunque constatare come si trovino là i presupposti del presente in cui viviamo, le origini di idee, concetti, interpretazioni della realtà, visioni del mondo, modi di pensare e di vivere, modelli culturali che sono tuttora vivi e operanti. Nonostante gli enormi mutamenti e le vistose trasformazioni, noi riconosciamo infatti nei testi antichi esperienze, esigenze e problemi che non ci sono affatto estranei: le strutture psicofisiche degli esseri umani, da duemila anni a questa parte, non sono cambiate; e quanto alle istituzioni, ai comportamenti sociali, alle opinioni e rappresentazioni collettive, assai più stretti di quanto possano apparire a un osservatore superficiale continuano a essere i legami che uniscono il mondo contemporaneo alla civiltà classica.
Ma non è questo l’unico motivo, pur molto importante, per cui non possiamo rinunciare allo studio della cultura latina nella scuola, dove si formano la consapevolezza storica, la coscienza civile e lo spirito critico delle nuove generazioni. Se siamo convinti del valore dell’arte e in particolare della letteratura - che non si limita a rispecchiare la realtà, ma è capace d"‘inventare il vero", di creare mondi fittizi e immaginari attraverso i quali ci rivela e illumina il mondo nel quale viviamo, ci fa intravedere nuove e diverse possibilità, e insieme, mediante il piacere estetico, ci dà gioia e consolazione -, dobbiamo dare Io spazio che le compete a una letteratura che, insieme con quella greca, ha costituito un precedente essenziale per tutte le letterature europee, da essa nutrite, alimentate, ispirate e arricchite nel corso dei secoli e dei millenni.
C’è chi vorrebbe circoscrivere la presenza dello studio delle lingue e delle letterature antiche al solo liceo classico adducendo le difficoltà oggettive che tale studio presenta e considerando eccessivo, rispetto alle competenze sempre più ampie e differenziate richieste agli allievi delle secondarie, il tempo necessario per acquisire una competenza linguistica e letteraria adeguata. Noi riteniamo che gli studenti che non scelgono il liceo classico non solo non debbano essere defraudati di una conoscenza più o meno approfondita della civiltà e della letteratura latina, ma debbano poter accedere, sia pure entro limiti necessariamente ridotti, anche allo studio della lingua, e questo per varie ragioni. In primo luogo, lo studio del latino, cioè dell’italiano nei suoi stadi più antichi, può indubbiamente favorire l’acquisizione di una migliore competenza linguistica dell’italiano, competenza che per ragioni varie, fra le quali spicca la diffusione fra i giovani dei linguaggi stereotipati imposti dai mezzi di comunicazione di massa, risulta oggi molto limitata e carente; inoltre conoscere almeno un po’ di latino è sicuramente utile anche ai fini dell’apprendimento delle lingue straniere, specialmente (ma non solo) di quelle romanze. Ma c’è un motivo ancora più importante, perché strettamente attinente allo specifico letterario: è evidente infatti che la letteratura è costituita dai testi, e che i significati più veri e profondi dell’opera d’arte, la percezione del suo valore artistico e il piacere estetico che se ne trae, passano attraverso le strutture formali che la realizzano (lessico, sintassi, figure, ritmo ecc.) e vanno in massima parte perduti nelle traduzioni; dunque è indispensabile puntare sulla lettura di almeno una parte dei testi nella lingua originale.
All’atto pratico, un aiuto decisivo per raggiungere questi obiettivi deve venire da nuovi criteri e da nuovi strumenti, che consentano di ridurre il tempo e la fatica inerenti allo studio di oggetti così lontani e così difficili, senza tuttavia compromettere la serietà dell’impegno. Può sembrare la quadratura del circolo, ma in realtà molto si può ottenere svecchiando i metodi tradizionali; sarebbe anacronistico proporre oggi come scopo dello studio della lingua non dico la composizione latina ma anche solo la traduzione dall’italiano al latino, o pretendere che l’allievo che supera la maturità sia in grado di tradurre Virgilio o Tacito a prima vista (risultati che in verità non si ottenevano neppure nel vecchio liceo, salvo rarissime eccezioni). Si dovranno operare, perciò, come del resto si sta già facendo in molte scuole, scelte dolorose ma necessarie, sfrondando energicamente la grammatica normativa e sacrificando, in letteratura, gli autori minori e le opere minori dei maggiori. Molto sarà letto in traduzione italiana, ogni volta che nel testo prevalga l’interesse per i contenuti e che ci si trovi dinanzi a un documento di civiltà più che a una grande opera d’arte. Si limiterà la lettura in lingua originale a un numero ridotto di testi, scegliendo quelli capaci di documentare e rappresentare efficacemente la personalità umana e artistica degli autori riconosciuti unanimemente come grandi, nonché i contenuti e i caratteri delle opere che hanno esercitato un influsso fondamentale sulle letterature moderne. Perché ciò sia realizzabile, si dovranno non solo sfoltire i programmi, ma fornire strumenti ricchi e flessibili, che consentano di colmare di volta in volta le lacune linguistiche, storiche e antiquarie che spesso alzano insuperabili barriere fra noi e i classici. Dunque traduzioni a fronte, note grammaticali, commenti stilistici, paragoni con altri testi, anche moderni, confronti fra traduzioni, schede tematiche, lessicali e sintattiche suggerite dai singoli testi che s’intende approfondire, sussidi complementari online, ricorso a mezzi informatici e a percorsi didattici ipertestuali. Non si deve sottovalutare, peraltro, il rischio di soffocare il testo di partenza sotto una congerie di sussidi e strumenti interpretativi che, con l’intento di colmare le lacune del discente, finiscano con l’allontanarlo ulteriormente dal testo, invece di avvicinare quest’ultimo alla sua competenza e alla sua sensibilità. Si dovrà perciò limitare l’apparato esegetico a ciò che è veramente e praticamente utile, senza sfoggi di erudizione superflua, tenendo sempre d’occhio l’obiettivo che si persegue, che è quello di eliminare gli ostacoli più gravi alla comprensione del testo, senza pretendere di esaurirne i significati (potenzialmente inesauribili), ma promuovendo una fruizione sia dei valori storico-culturali sia, mediante l’analisi formale, di quelli estetici.
Gli insegnanti di latino sanno bene quali tesori preziosi racchiude la loro disciplina, apprezzano, ammirano e amano quei testi che hanno studiato a fondo, con fatica e con amore, e devono essere posti in condizione di poter trasmettere agli allievi, nonostante tutte le difficoltà, quell’apprezzamento, quell’ammirazione, quell’amore di cui si sostanzia il loro lavoro di docenti: nuovi, efficaci strumenti didattici devono aiutarli in questo compito, così che possano contribuire alla maturazione di giovani colti e consapevoli, dotati della capacità di ambientare i fenomeni letterari nella storia, di godere le inestimabili bellezze dell’arte e di riconoscere e far proprie le verità che i grandi artisti hanno saputo trasmetterci continuando, nel corso dei secoli e dei millenni, a "parlare per noi".
Autori vari, Cultura umanistica e scuola: riflessioni e analisi, Pearson Italia, 2011 (pp. 45-47)

Machiavelli: espressione dell'uomo moderno

di Marcel de Corte
Non si può comprendere l'opera di Machiavelli e la sua portata, senza comprendere prima la concezione dell'uomo e del mondo che la governa.
Il pensiero di Machiavelli viene ridotto spesso al solo studio dei procedimenti, dei meccanismi, delle trappole, e anche delle forche, necessarie per conquistare e conservare il potere; il tutto, ben condito da una sapienza psicologica di volta in volta esaltata o condannata.
Ora, questo aspetto dell'opera di Machiavelli non è falso: è certo, cioè, che Machiavelli è il padre di tutte le ricette machiavelliche; ma è altrettanto vero che il machiavellismo non esaurisce tutto il pensiero di Machiavelli. Non c'è opera di genio che esaurisca il genio che l'ha creata. Platone è più grande del platonismo, perché porta in sé tutto un mondo del quale la sua opera è solo un frammento. Balzac è più grande della "Comèdie humaine". È caratteristica del genio di essere inesauribile: al contrario del chiacchierone, dice sempre la stessa cosa senza stancare mai. È quanto accade per Machiavelli. Nell'intimo dei meccanismi politici dei quali il Fiorentino smonta pazientemente gli ingranaggi, c'è una certa visione dell'essere umano inserito nel mondo, che ne organizza le relazioni e ne coordina le giunture. I consigli che Machiavelli dà a chi aspira al potere acquistano il loro senso soltanto se riferiti all'intuizione filosofica e antropologica che strategicamente li orienta. Per darli, e per essere certo che fossero bene accolti, Machiavelli doveva sapere che cosa fosse l'uomo del suo tempo, e quale concezione questo si facesse di sé e del suo posto nell'universo. Non era tipo da predicare ai sordi.
Se non si enuclea questa concezione iniziale, dalla quale nasce tutto il pensiero di Machiavelli, come da una specie di fonte sotterranea, non resta della sua opera che un ammasso informe di comportamenti, direttrici, atteggiamenti ed artifici, senza legame e senza unità.
In questo errore sono caduti la maggior parte degli esegeti di Machiavelli, e degli uomini d'azione che hanno voluto conformare la loro condotta alle massime dell'autore del "Principe": si sono cioè costruiti un Machiavelli convenzionale, hanno fatto di lui una specie di virtuoso del machiavellismo, se lo sono rappresentato come un puro tecnico della politica. Ora, se Machiavelli è una volpe sempre sulle tracce della preda, è tuttavia una volpe che pensa, le cui astuzie e furberie dipendono dal tipo d'uomo che egli vede nella sua epoca, e del quale porta in se stesso l'immagine. È troppo intelligente per non sorpassare di mille miglia il machiavellismo volgare al quale troppo spesso è ridotto il suo pensiero: conosce l'uomo nuovo portato dal Rinascimento, e se ne è fatto, nell'intimo, un'idea esatta, ferma, lucida. La sua arte di governare non è lasciata agli arbitri del caso, all'improvvisazione, ma neppure alla sola conoscenza dei motivi psicologici dell'animo umano. Tutto questo lo conosce a fondo, d'accordo, ma conosce soprattutto la natura umana, come la concepisce il Rinascimento.
Per cogliere la concezione dell'uomo che sta costantemente alla base delle implacabili analisi di Machiavelli, e che pure non risulta esplicitamente in nessun punto, bisogna contrapporla a quella medievale.
Il medioevo è dominato dalla concezione aristotelica dell'uomo, integrata nel cristianesimo dal genio di san Tommaso. Dell'uomo medievale, si può dire, all'ingrosso, che è tutto d'un pezzo, senza rotture e crepe fra le componenti del suo essere, come un contadino la cui semplicità ignora i conflitti psicologici propri del cittadino, sollecitato in direzioni diverse dalle seduzioni della civiltà urbana e portato così spesso a spingere all'estremo la sua visione cerebrale del mondo. Il suo atteggiamento di fronte al reale è sintetico, non analitico, ed egli riconosce se stesso come un tutto, proprio alla maniera degli esseri e delle cose della natura che osserva intorno a sé e alla cui vita si mescola. Un albero non è per lui delle radici più un tronco più delle fronde, perché le parti ricevono la vita da un principio unico. Un animale non è un'addizione d'organi e di membra giustapposte come gli ingranaggi d'una macchina, ma un essere vivente che trae la sua vita da un'entità misteriosa serpeggiante, senza distinzione, in tutte le sue parti: quella che i sapienti chiamano anima. L'universo appare all'uomo medievale come una vasta rete di corrispondenze che concordano fra di loro in maniera organica. La sua concezione dell'uomo e del mondo è essenzialmente vitalistica.
Nulla di strano quindi che l'uomo del medioevo, formato dal contatto con la natura, abbia adottato nel suo comportamento, in modo conscio per i colti, inconscio per gli incolti, la dottrina aristotelica, che gli si adatta come un guanto. Per Aristotele infatti l'anima non è separata dal corpo, né lo spirito dalla carne: le due entità, incomplete, esistono l'una per l'altra. L'anima penetra il corpo fino all'ultima fibra, il corpo impregna l'anima fino nel profondo. È stato l'aristotelismo cristiano a orchestrare questa concezione unitaria dell'uomo, secondo cui lo spirituale è carnale, per riprendere la formula di Péguy, uomo del medioevo capitato per sbaglio nel secolo xix. Senza dubbio, la grazia è distinta dalla natura, ma, lungi dall'abolirla, la porta a compimento, incarnandovisi. (1) Non è affatto una mano di pittura, o un compensato deposto sull'uomo, ma è invece intimamente mescolata alla sua vita, come il nutrimento al sangue, e costituisce il principio di tutte le sue azioni soprannaturali e l'origine delle sue virtù teologali. L'aristotelismo cristiano è governato dalla legge dell'incarnazione radicale della grazia e dell'anima nel corpo, con il quale fanno un tutt'uno.
Non ci sono dunque per l'uomo medievale l'anima da una parte e il corpo dall'altra, come un pilota in un vascello, ma un solo essere tutto d'un pezzo. Non c'è da una parte il soprannaturale e dall'altra il naturale, ma un essere umano completo: l'uomo battezzato, completamente naturale e completamente soprannaturale, nella misura in cui realizza in sé le esigenze della natura e della grazia. L'essere umano è dunque per il medioevo un individuo nel senso più forte della parola, vale a dire un essere indiviso. Soltanto la morte viene a rompere questa fondamentale unità; ma la morte, nella prospettiva cristiana, non è altro che la porta aperta verso la risurrezione, nella quale anima e corpo si ricongiungono, e si ricostituisce l'unità concreta dell'essere umano. Le scene della risurrezione che si vedono sui portali delle cattedrali romaniche o gotiche del medioevo non sono soltanto la traduzione in immagini del giudizio finale, ma anche il simbolo della ricostituzione dell'essere umano integrale, dotato di un'anima, provvisto di carne ed ossa, destinato ad una gioia eterna, o ad una sofferenza eterna, a seconda del modo in cui ha vissuto. Il dogma della risurrezione dei corpi è strettamente legato alla concezione unitaria dell'uomo passata dall'aristotelismo al cristianesimo.
Il macrocosmo dell'universo non è altro che il gigantesco ingrandimento del microcosmo dell'uomo. Anch'esso è sottoposto alla regola d'oro dell'unità delle parti che lo compongono. Ogni fenomeno terrestre ha il suo corrispondente celeste, e viceversa; il dogma del corpo mistico della Chiesa, nel suo triplice aspetto militante, sofferente e trionfante, sottolinea ancora una volta la stretta solidarietà che esiste fra la concezione gerarchizzata e unitaria del cosmos aristotelico e la teologia cristiana.
L'uomo si trova dunque in accordo fondamentale con l'universo nel quale s'inserisce per destino di nascita. Senza dubbio, il peccato originale ha allentato questa relazione, ma non l'ha rotta completamente. L'uomo è stato escluso dal beneficio della grazia ma la natura in lui, per quanto ferita, non è stata corrotta al punto da non essere più natura. Cristo, del resto, è venuto per restaurare l'unità della creazione e offrirla nuovamente, sublimata dal suo sacrificio redentore, al Padre, creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili. Il cristiano che imita in questo modo Cristo è un uomo che, sollevato dalla grazia soprannaturale, offre alla paternità divina se stesso e l'universo intero di cui fa parte.
La prospettiva aristotelica e cristiana del medioevo è dunque decisamente vitalistica, consonantistica e ottimistica. La vita formicolante della natura viene da Dio e ritorna a Dio per mezzo di Cristo, "per ipsum et cum ipso et in ipso est tibi, Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria". Questa grandiosa visione teologica di un mondo la cui molteplicità è anche unità, non sarebbe stata possibile senza il lungo travaglio della sistemazione intrapresa da Aristotele che porta al suo perfetto compimento l'idea greca d'universo ordinato come un coro; il cosmo sospeso, per amore, a un Bene supremo che è Dio. Lo spirito medievale s'applicherà, dunque, come quello greco, ad ordinare la convergenza di tutti gli esseri, di tutti i beni verso il Bene, di tutti gli interessi materiali, intellettuali e spirituali verso l'armonia universale. La cristianità del medioevo è in questo modo l'erede diretta del cosmos greco e la sua trasposizione al piano superiore del soprannaturale.
Ora, questo universo è tanto più ordinato quanto più i suoi membri dipendono fino all'ultima radice da un Dio creatore. Ciascuno ha nell'universo un posto predestinato, ciascuno vi rappresenta ciò che vuole la volontà divina, senza poter aggiungere nulla alla sua figura, senza poter diventare diverso da quello che è, senza poter evadere dal suo proprio essere. Superarsi, andare al di là del potere che Dio ha assegnato a ciascuna delle sue creature, costituisce il peccato per eccellenza: l'orgoglio, che precipita chi ne è in preda nel disordine, fuori della creazione divina, e lo fa cadere tra le mani del demonio.
Anche qui, la concezione cristiana del peccato come rottura della legge divina si incontra con la concezione greca della sproporzione, dell'orgoglio, secondo la quale ogni uomo che esagera del potere di cui dispone e oltrepassa i suoi limiti, è immediatamente castigato della sua temerarietà con la distruzione della sua potenza.
Voler essere più di quel che si è, esclude l'uomo dall'ordine universale. Tutti gli abusi di potere sono immediatamente puniti: chiunque infranga i limiti della condizione umana per erigersi a superuomo, o Dio, si sottrae a questa armonia.
Questa concezione è stata demolita nel Rinascimento. Per difficile che sia definire in poche parole questo prodigioso movimento, il meno che si possa dire è che le influenze aristoteliche e cristiane, che con tanta forza si esercitarono nel medioevo, vi si attenuano, e finiscono in certi casi per sparire. La scuola di Padova resta sì fedele ad Aristotele, ma l'aristotelismo che essa divulga non ha più nulla a che vedere con quello greco e tomista. È così fortemente colorato di averroismo, che si stenta a riconoscerlo. Il posto di Aristotele viene preso da Platone, o piuttosto dalla sua trasposizione neoplatonica, e anche l'aristotelismo padovano non è che un neoplatonismo camuffato, proprio come l'averroismo del quale ha subito l'influenza. Dal Rinascimento in poi, non c'è più un solo filosofo peripatetico di rilievo.
Così pure, la struttura solidamente contadina della fede cristiana si altera, e si lascia invadere da elementi che vi separano le robuste relazioni strette fra la Sopra-natura e la natura. Mentre la natura, nel senso medievale del termine, è l'insieme degli esseri creati riuniti nella creazione e concretamente sottoposti al Creatore, la natura, nel senso nuovo del termine, diventa astratta e degenera in naturalismo, vale a dire in una dottrina che sottrae l'universo e la condotta umana agli imperativi della legge divina trascendente.
Privata del suo sostrato naturale, la fede cristiana si trasforma: perde il suo carattere carnale e s'immanentizza; è molto più pensata che vissuta, trasformandosi in un puro fideismo. Certo, l'uomo del Rinascimento resta un credente, ma la sua convinzione si mescola con tutte le sue elucubrazioni sull'universo, si rinchiude in se stessa, e spezza tutti i rapporti che il medioevo aveva solidamente stretto fra la filosofia, campo della prova, e la teologia, campo della rivelazione. Scriveva Poggio Bracciolini del suo amico Lorenzo Valla: "Egli condanna la fisica di Aristotele, distrugge la religione, professa idee eretiche, disprezza la Bibbia. E non ha forse professato che la religione cristiana non si fonda su delle prove, ma sulla fede, superiore a ogni prova?". Come si vede, il Rinascimento rompe con Aristotele e con la teologia cristiana tradizionale.
Le due fratture sono parallele, e si ritrovano, in gradi diversi, in tutti gli spiriti dell'epoca: l'uomo del Rinascimento non considera il mondo come un cosmos creato e riscattato da Dio, ma si colloca fuori di questo mondo che affronta soltanto più nella sua dimensione puramente mondana.
Non lasciamoci ingannare dalle metafore che si adoperano spesso parlando di questo periodo storico, secondo le quali il Rinascimento avrebbe sostituito l'antropocentrismo al teocentrismo medievale. L'immagine del "centro" è piuttosto falsa. Migliore quella del cerchio: per l'uomo medievale, il ciclo del reale va da Dio come principio a Dio come fine, passando per gli esseri finiti, naturali e soprannaturali. Questo accordo circolare è ora spezzato: l'uomo si trova all'esterno del ciclo della realtà: non è più un essere nel mondo, ma un essere fuori del mondo, di fronte a un universo spogliato della profondità naturale esplorata dall'aristotelismo e della profondità soprannaturale comunicatagli dal cristianesimo. Il mondo del Rinascimento è "snaturalizzato e dissacrato". Non v'è più nel mondo il principio vitale di cui parlava Aristotele; non più il fermento della grazia come diceva san Paolo: il mondo è ora un mondo nudo, disincantato. Non vi si cercheranno più le tracce dell'intelligenza divina che l'ha creato, né le vie dell'amore divino che l'ha riscattato. Può essere soltanto più un oggetto di conquista per l'uomo, che gli si colloca di fronte come il padrone dinanzi allo schiavo o l'artista di fronte alla materia da modellare.
Un simile mutamento di concezione avrà come conseguenza pratica immediata la sostituzione ai filosofi e ai teologi, cioè ai contemplativi del medioevo, degli uomini pratici: gli artisti, gli artigiani, i guerrieri, i conquistatori: in una parola, i tecnici. E siccome, per impadronirsi del mondo e imprimergli una forma è necessario conoscerne la resistenza e la malleabilità, così bisognerà scoprirne le linee di forza, proprio come se il mondo fosse una macchina da costruire; perché il mondo non è più un organismo come lo pensava Aristotele, ma un meccanismo, dal quale è esclusa ogni idea di causa, nel quale ci sono soltanto più dei fenomeni che si succedono e i cui antecedenti e conseguenti si rivelano invariabili all'osservazione. Come sottolinea Emile Bréhier, la nuova concezione del mondo è una di quelle che si realizzano, non una di quelle che si pensano. L'uomo rinascimentale di cui Machiavelli analizza il comportamento è il primo uomo faustiano: "Im Anfang, war die Tat!". Si può anche dire che è il primo marxista, se è vero che non si tratta più di conoscere il mondo, ma di cambiarlo, come dice il profeta del comunismo.
Con straordinaria acutezza, Machiavelli intuisce questo aspetto nuovo dell'uomo che nasce sotto i suoi occhi sulla scena della storia; per questo, egli volge risolutamente la schiena ai filosofi del Rinascimento rimasti prigionieri del vecchio schema dell'universo, come Nicola Cusano e Campanella, e adotta la nuova visione della natura, perché non vuole versare il vino nuovo, del quale vede la fermentazione, nei vecchi otri del passato. È la strada dei grandi capitani, dei grandi capi politici, dei grandi artisti.
Per Machiavelli, come per i suoi contemporanei consci dell'avvento dell'uomo nuovo, non c'è più un universo armonioso, articolato nelle sue parti da Dio creatore e salvatore, ma ci sono da una parte gli uomini, e dall'altra un mondo che gli uomini possono impunemente violare, purché siano abbastanza intelligenti e astuti. Per libertà, egli non intende più, contrariamente al medioevo, la possibilità di fare il bene o il male, ma - vedi i "Discorsi" - il potere di dominare un mondo divenuto plastico e malleabile, banale e profano, e tale che la ragione vi scopre soltanto più materia percettibile con i sensi. Al di fuori di questo mondo materiale, null'altro v'è che un lontano soprannaturale, fluttuante come un pallone senza ormeggi.
Non che Machiavelli sia un ateo nel senso moderno del termine: egli resta attaccato alla fede tradizionale, ma questa non ha più la possibilità di incarnarsi nel mondo nuovo che ha scoperto. Perciò, potrà scrivere altrettanto bene una esortazione alla penitenza o un discorso morale - è il titolo di una delle sue prose - quanto il regolamento per una società di piaceri - è un altro titolo. Machiavelli morirà in grembo alla Chiesa: scrive suo figlio Pietro a Francesco Nellio, avvocato fiorentino a Pisa, il 22 giugno 1524: "Si è lasciato confessare da frate Matteo, che gli ha tenuto compagnia fino alla morte". Ed è tutto: Machiavelli muore fedele ad una istituzione, nulla più. Non è un miscredente, un negatore, un nemico del cristianesimo. Non imita neppure la fede, come pensa Abel Le Franc di Rabelais: semplicemente, vive in due mondi diversi, separati da diaframmi a chiusura stagna. La conoscenza umana del mondo non è per lui integrata dalla fede cristiana, e questa non si appoggia più in modo vitale sulla prima. Pratica, come gli averroisti del suo tempo, la dottrina della doppia verità: verità religiosa e verità profana, indipendenti l'una dall'altra. Il suo atteggiamento è fideistico: "credo quia absurdum", e non "credo ut intelligam". Ragione ed esperienza non conducono più alle soglie del mistero soprannaturale, e questo non è più un prolungamento delle loro ricerche. Il vero mondo terrestre è quello dell'azione, il vero mondo celeste è quello della fede irrazionale, sentimentale, affettiva, contenuta nelle istituzioni e nei riti della Chiesa. Machiavelli li adotta entrambi, senza scoprire più il loro legame, come accade alla maggior parte dei suoi contemporanei. I due mondi sono dissonanti e Machiavelli vi si adatta, come d'altronde Montaigne, Hobbes e tanti altri.
Soltanto che non basta più fare questa constatazione, come la maggior parte degli storici, o semplicemente dichiarare insostenibile e ipocrita questo atteggiamento ambivalente, come Abel Le Franc. Bisogna comprenderlo, e non lo si comprenderà se non s'immerge Machiavelli nell'atmosfera specificamente neoplatonica nella quale affondano tutti gli spiriti del Rinascimento sotto l'influenza di Proclo. Per i neoplatonici, come per Platone, ci sono due mondi che coesistono senza penetrarsi a vicenda: il mondo intelligibile e armonioso, e il mondo materiale, disordinato. Ma mentre Platone parlava da poeta del mondo sensibile come d'una degradazione del mondo delle idee o come di un'ombra, i neoplatonici lo considerano un ammasso di parti esteriori le une alle altre, e prive di ogni principio organizzativo. La materia è per loro completamente indeterminata: è il male, o almeno, come ritiene Proclo, l'assenza di ogni consonanza, accordo, armonia.
L'uomo è dunque collocato in un universo radicalmente segnato dal sigillo della dualità: quaggiù un mondo dissonante, lassù, un mondo armonioso. Con lo spirito appartiene al primo, con il corpo al secondo. Ci sono soltanto due atteggiamenti possibili, proprio quelli che adottano gli uomini del Rinascimento secondo le loro inclinazioni: o fuggire il più possibile il mondo di quaggiù e rifugiarsi in quello della speculazione cerebrale (ed è quanto fanno molti filosofi, come Marsilio Ficino, Nicola Cusano e Campanella), oppure ricusare il mondo di lassù, o perlomeno rinchiuderlo in una silenziosa solitudine, e adattarsi al mondo terreno con la ferma intenzione di farcisi un posto, in mezzo alle divergenze.
Ci sono poi molti spiriti che oscillano da un polo all'altro: Leonardo da Vinci va dall'esoterismo alla tecnica. Certi filosofi ricostruiscono astrattamente un mondo ideale, ma sono anche medici, astrologi e occultisti. Gli umanisti edificano una religione della bellezza, ma sono anche dei filosofi delle scienze esatte. Machiavelli, da parte sua, si butta con avidità sul mondo terrestre, pronto però a conservarsi un'uscita di sicurezza verso il mondo di sopra, con quell'estrema prudenza che lo caratterizza, e il senso del calcolo che costituisce il fondo del suo carattere.
Tutto il genio di Machiavelli sta nell'aver compreso il significato di questo passaggio da un mondo unificato ad uno disarticolato, e di averne tratto le conseguenze. Machiavelli coglie mirabilmente la causa di questa immensa trasformazione; il suo occhio esercitato lo afferra a prima vista: se il mondo è disarmonico, è perché l'uomo stesso si è incrinato, e le componenti della sua natura, magari ancora organizzate da un aristotelismo e un cristianesimo diffuso e passato nei costumi, si sono separate le une dalle altre. In realtà non è solo la fede che si isola nell'uomo del Rinascimento e che, sotto l'aspetto d'un fideismo disincarnato, si stacca dalla natura umana, a sua volta degradata in naturalismo, ma è l'uomo concreto, quello quotidiano, l'uomo della strada, per così dire, che divorzia da se stesso. L'uomo tutto d'un pezzo che il medioevo ha conosciuto, cede il posto a un uomo le cui estremità spirituali e vitali si sono separate. L'angelo che abita nell'uomo sotto l'aspetto dello spirito, contempla d'ora in poi dal di fuori la bestia che abita nell'uomo sotto l'aspetto delle passioni e degli istinti: una triplice rottura scinde l'uomo dall'alto in basso. Non c'è più comunicazione organica fra il credente, l'essere ragionevole e l'animale. Fino a poco prima, quest'uomo era riuscito a superare le contraddizioni della sua natura, sublimandole in un'arte di vivere ispirata all'aristotelismo e al cristianesimo: ora, l'invasione neoplatonica ha eliminato questa possibilità.
Pico della Mirandola lo ha detto perfettamente nel suo famoso discorso sulla dignità dell'uomo. Dice il Creatore ad Adamo: "Ti ho messo in mezzo al mondo perché tu possa più facilmente guardarti intorno e vedere ciò che il mondo racchiude. Facendo di te un essere che non è né celeste né terrestre, ho voluto darti il potere di formarti da solo: tu puoi discendere fino al livello della bestia e puoi elevarti fino a diventare un essere divino".
Tutte le filosofie dell'epoca rifiutano la concezione unitaria dell'uomo: la ragione umana è autonoma, e non ha nulla a che vedere con il corpo, materia vile. La ragione è divina, o partecipa del divino, e si può introdurre nei misteri delle realtà superiori alle quali la sua natura la apparenta. Ne viene che le passioni del corpo, non più regolate dallo spirito presente nella carne, hanno libero corso. È il famoso adagio di Pascal: "Chi fa l'angelo, fa la bestia". Si trova con difficoltà un altro periodo della storia in cui la cultura dello spirito in tutti i suoi aspetti, normali o aberranti, abbia coinciso in tal modo con la peggiore dissolutezza dei costumi. Un esempio ne è la corte pontificia.
Machiavelli non fa che appropriarsi di questa concezione dell'"homo duplex". Scrive: "È felice, vale a dire raggiunge la perfezione del suo essere, chi sa ben governarsi secondo la qualità e la condizione dei tempi". Ma il suo tratto di genio sta nell'aver invertito i termini, e nell'aver capito che la polvere di esoterismo che tanti suoi contemporanei respiravano con delizia dai manoscritti dell'antichità decadente, non valeva un soldo. Anche per Machiavelli l'uomo è doppio: vi è la ragione, e vi è l'animale nell'uomo, ma è l'animale che è in lui che lo mette a contatto con il reale. La caratteristica della ragione non è quella di involarsi nel regno delle chimere, lasciando che passioni e istinti animaleschi se ne vadano per conto loro, ma al contrario è suo compito seguirli per fare in modo che raggiungano lo scopo, e conferir loro il massimo di potenza con le tecniche sapienti inventate ad hoc.
Siamo così al centro del pensiero di Machiavelli. È la fine dell'intelligenza aristotelica e cristiana che pone il fine ultimo della vita umana nel bene supremo, Dio: il bene supremo, Dio, invita la volontà a riavvicinarsi il più possibile, armonizzando di volta in volta il mondo materiale e quello spirituale. È la fine della ragione, nel senso antico e medievale, che svela all'uomo la sua natura di animale ragionevole e le sue funzioni gerarchicamente organizzate, e che illumina la volontà incaricata di realizzare l'architettura ordinata. La ragione si trova alla presenza di un animale che manifesta i suoi desideri, le sue aspirazioni, i suoi amori e i suoi odi, e che desidera soltanto soddisfarli. Ma come soddisfare pienamente un essere che non ha più dei fini propri e che è travagliato da un'aspirazione illimitata? Privo del suo bene soprannaturale, l'uomo non è altro che incolmabile appetito. L'animale s'imbatte nei suoi limiti: respinto, si arresta; sfamato e dissetato, dopo aver soddisfatto gli altri desideri, si riposa. Eppure l'uomo, per quanto profonda sia la sua caduta, conserva i tratti della sua natura, e desidera ancora realizzarla e giungere al bene supremo (2).
Ma poiché questa strada gli è impedita, seguirà la sua animalità con una sola parola d'ordine: sempre di più. L'uomo di Machiavelli non ha altra mira che la potenza, e la definizione della potenza è sempre di più. Il potere è come un gas, scriveva Simone Weil, parafrasando Tucidide: si dilata all'infinito fino a che non incontra un ostacolo. Così tutto il problema di Machiavelli, il solo problema di Machiavelli, è questo: in che modo l'uomo, che non è altro che potere, possa estendere questo potere senza perderlo. La risposta: elaborando una tecnica razionale della potenza che le impedisca di dissiparsi.
Machiavelli vede l'uomo nella sua duplicità agire esattamente come un ingegnere. La ragione dell'ingegnere si trova di fronte a delle forze materiali, che si tratta anzitutto di conquistare e poi di utilizzare in modo che non sfuggano più. È anche il problema di Machiavelli. L'ingegnere è un machiavellico inconscio, Machiavelli è un ingegnere dell'animo umano senza il titolo ufficiale.
Per raggiungere lo scopo, egli spingerà fino all'estremo limite dell'investigazione l'analisi del potere, e incomincerà a liberarlo di tutte le sue impurità. Il potere, per prima cosa, non è nient'altro che potere allo stato puro, che ha come fine soltanto se stesso. Non si è potenti per godere del benessere, o delle donne, o dei piaceri, e così via, ma si è potenti soltanto per dispiegare la propria potenza. Nella storia, Machiavelli va a ricercare tutti gli esempi del potere e scruta a fondo Tito Livio. Roma antica, archetipo del potere, gli fornisce materiale inesauribile che gli permette di definire come il potere si conquisti, si conservi, si perda.
E come l'ingegnere che applica dall'esterno la sua intelligenza alle forze materiali, egli finisce per vedere nel potere il puro scheletro quantitativo, che ne da’ l'esatta misura. Leggendo i consigli di Machiavelli, si è colpiti dall'importanza che egli da’ al "più" e al "meno". Si tratta di arrivare ad un dato punto stabilito dal calcolo: a volte bisogna ammazzare, ma non troppo, salvo eccezioni, e se "la grandezza del delitto ne copre l'infamia".
Tutti i modi d'agire dell'uomo devono essere soppesati, conteggiati, anatomizzati, come delle cose, perché l'uomo è una cosa, e anche il Principe è per se stesso una cosa calcolata dalla sua ragione tecnica, se vuole restare principe. Napoleone è un degno allievo di Machiavelli quando scrive: "Per me, non ci sono delle persone, ma soltanto delle cose, con il loro peso e le loro conseguenze" e aggiunge: "Io sono il più schiavo degli uomini, perché mio padrone è la necessità, e la necessità non ha cuore". In altre parole, per l'uomo-ragione, l'uomo animale è soltanto un meccanismo.
Lo ha detto Machiavelli stesso nella famosa lettera da S. Casciano: "Metto a fuoco la mia lente da orologiaio, prendo con dita delicate i miei piccoli aghi, smonto e rimonto continuamente le piccole rotelle, esamino i minuscoli perni, scruto le reni nervose di tutte le molle dell'anima umana e la faccio funzionare sotto i miei occhi, come funziona in tutti gli uomini". Naturalmente, non nega la possibile presenza del caso e della sorte negli avvenimenti: ma si tratta, per il Principe che voglia rimanere tale, di prevenirli e di porvi riparo in anticipo, costruendo meccanismi che valgano ad ovviare il venir meno di quelli che avrebbero dovuto funzionare. Per la prima volta nella storia dell'umanità, la condotta dell'uomo è considerata come un sistema di riflessi meccanici che permettono quasi sempre previsioni infallibili.
Infine, la ragione dell'uomo, nell'applicarsi ad oggetti e situazioni puramente meccaniche, diventa anch'essa un meccanismo. Non c'è altra forma d'intelligenza per Machiavelli se non quella del calcolo. Cartesio diceva che la sua fisica era tutta geometria: prima di lui, Machiavelli avrebbe potuto affermare che la sua politica era tutta matematica, con i suoi segni fondamentali: più, meno, uguale. Del resto, per cogliere nell'uomo soltanto gli aspetti quantitativi, occorre evidentemente che la ragione che li coglie sia essa stessa completamente matematizzata e meccanizzata. Si può dire, senza cader nella caricatura, che Machiavelli vede nell'"homo duplex" il meccanismo della ragione che agisce su quello della passione e degli istinti, e la loro giustapposizione che agisce a sua volta sulla macchina del mondo.
Soltanto in questo modo è possibile conservare il potere conquistato. Nell'equazione della potenza ci sono tutti i rischi di perdere il potere, e insieme tutti gli stratagemmi che servono a conservarlo: i primi con il segno positivo, i secondi con il segno negativo. Resta da fare l'operazione, e il risultato sarà senza errore.
Machiavelli lo ripete continuamente, e aggiunge, con la consueta ardente freddezza, che "bisogna dare al popolo soltanto dei risultati".
Egli non è dunque, in nessun modo, il tecnocrate puro della politica che troppo spesso ci si compiace di immaginare. Le sue tecniche affondano in una concezione dell'uomo e del mondo dissonantistica e dualistica ben determinata. Basta leggerlo attentamente per convincersene. Quando si dice che l'interesse e la potenza non hanno bisogno di giustificazioni e di fondamenti, che vanno da sé, che sono dei fatti che il fiorentino semplicemente constata, si fa torto all'intelligenza dell'autore de "Il Principe". Machiavelli ha davanti un tipo d'uomo del tutto nuovo, avido del solo potere su gli altri uomini e sulle cose, la cui struttura precede tutte le tecniche ch'egli preconizza; ha operato di fronte a questo tipo neoplatonico dell'uomo lo stesso rovesciamento che Marx effettuerà più tardi nella dialettica hegeliana, con la stessa intenzione: dominare gli altri uomini ed il mondo.
È chiaro che un pensiero rigorosamente matematico come quello di Machiavelli ignora le nozioni di bene e di male. In matematica, non c'è ne bene ne male, non c'è neppure vero o falso nel senso proprio del termine, ma soltanto esatto o inesatto. Per questo Machiavelli è il pensatore contemporaneo per eccellenza, in un mondo in mano alla tecnica: il suo pensiero non può non suscitare scandalo, ed è dal nome di Nicolò Machiavelli che gli inglesi hanno tratto l'appellativo che danno al diavolo: "old Nick".
È naturale che questa rigorosa meccanizzazione dell'uomo e del mondo sotto il governo d'una intelligenza puramente quantitativa appaia satanica al cristiano. Eppure, il satanico di Machiavelli non è in questo, ma piuttosto nella sua concezione dissonantistica dell'uomo e del mondo, che i suoi calcoli metodici si sforzano di ridurre e mascherare sotto rapporti di forza. Satana è in realtà l'essere disgregato per eccellenza, perché deriva il suo essere da Dio, e da Dio si è allontanato: non ha più unità interiore, è lacerato fin nel profondo. De Vigny gli ha fatto dire:
Tanto grande è la distanza fra me e me,
che non capisco più quel che dice l'innocenza.
Satana comprende soltanto più il peccato, separazione da sé e separazione da Dio, dal quale dipende tutto l'essere. Secondo i Padri della Chiesa, la definizione stessa del peccato originale è lo scegliere arbitrariamente una parte del proprio essere a danno delle altre, e sottrarla al dominio divino: "Con il primo peccato", scrive uno di essi, "Adamo si è separato da se stesso e dagli altri". Adamo ha rotto i legami che lo uniscono come creatura a tutte le altre e al resto della creazione nell'amore per il Creatore.
È esattamente la posizione di Machiavelli, la cui concezione dell'uomo e del mondo è la più pessimistica possibile. "Si può dire che gli uomini in generale sono ingrati, incostanti, falsi, vili, interessati... e il Principe che si è basato sulle loro parole, senza prendere altre precauzioni, crolla... Lo dimostrano tutti coloro che hanno trattato della vita pubblica, e la storia ne offre esempi su esempi: chiunque organizzi una repubblica e ne ordini le leggi deve per forza supporre che tutti gli uomini siano cattivi, e diano sfogo alla malvagità della loro anima ogni volta che possono farlo liberamente... Gli uomini non fanno mai nulla di bene se non per necessità". Di passi come questo se ne trovano a centinaia nell'opera del Fiorentino.
L'immoralismo di Machiavelli, cristallino e glaciale, ha per conseguenza almeno di mettere in guardia l'uomo politico contro i fumi del moralismo. In realtà se c'è un campo in cui il fine giustifica, nella maggior parte dei casi, i mezzi, è proprio la politica. Il bene comune che l'uomo di stato è incaricato di conservare comporta sempre una forte dose di elementi "impuri" e la salvezza d'una nazione non è il risultato di una sterilizzazione di microbi. L'uomo di stato è spesso indotto, in funzione del bene superiore al quale veglia, ad essere crudele o perfido. Se fa mettere a morte gli autori di gravi disordini, non è più "immorale" del chirurgo che amputa un membro in cancrena. Se nasconde ai suoi avversari le sue vere intenzioni, non "mentisce" più di quanto faccia un medico che nasconde a un paziente riottoso i veri scopi della cura. Essendosi posti fuori del bene comune che li avrebbe fatti partecipare alla vita della "Città", questi oppositori sono soltanto più delle cose da trattare come tali. Inoltre, la prospettiva dell'uomo di stato deve tenere conto di numerosi fattori che sfuggono al suo libero arbitrio, e quindi alla sua volontà, morale o immorale: situazione geografica del paese, sviluppo o regresso demografico, ricchezze naturali, scambi commerciali con i popoli vicini, e così via. La sua azione perciò è analoga alle tecniche che hanno per oggetto realtà materiali, quando colpisce i rappresentanti di queste forze impersonalmente sottomessi al suo governo, e non può applicar loro strettamente i princìpi che regolano le relazioni fra esseri coscienti e liberi.
Gli antimachiavellici che insorgono contro il machiavellismo dell'uomo politico, sono sempre dei farisei del machiavellismo, quando misconoscono l'enorme dose di realtà fisica che fa da zavorra all'arte di governare. Il loro moralismo deriva da una segreta o confessata adesione al culto del "grosso animale", che erige le nazioni e i popoli in individui giganteschi dotati di libertà e responsabilità. Non sono più dei singoli che essi sacrificano all'idolo della loro pseudo-morale, ma dei gruppi, delle classi, dei paesi, delle razze. Impregnando di "morale" i mezzi fisici che sono costretti ad impiegare, li giustificano a loro volta senza alcuna vergogna. Il machiavellismo che verbalmente ripudiano è sceso nelle loro midolla come una vecchia malattia vergognosa che li distrugge e della quale imbiancano i sepolcri. "Da conquistare con l'idealismo", diceva Lenin dei suoi interlocutori. Il mondo d'oggi è pieno di questi "moralisti" che, come termiti, rodono il tessuto vitale delle nazioni, e ammantano di gloria le rovine che provocano.
Machiavelli, la grande belva solitaria, era un agnello in confronto a questi insetti che si ritengono atleti della moralità.
Machiavelli è anche l'antitesi esatta di Rousseau. Per lui, l'uomo è radicalmente cattivo, come se mai fosse stato creato né riscattato da Dio. Per il ginevrino, l'uomo è radicalmente buono, come se non avesse mai peccato, come se fosse Dio stesso.
La nostra epoca ha combinato le due concezioni. Sotto un rousseauismo di diritto, tradotto nelle grandi parole di libertà, uguaglianza, fraternità, si nasconde in politica un machiavellismo di fatto che utilizza l'influenza ipnotica di queste parole in favore della volontà di potenza degli assetati del potere, individui, gruppi, nazioni. Rousseau dà a Machiavelli la buona coscienza e la buona fede di cui il Fiorentino si fa beffe, copre le sue imprese d'un involucro galvanoplastico di rispettabilità. Non è più in nome del potere che si pongono in atto divisioni, conflitti, e perfino crimini, ma in nome della Giustizia con la maiuscola. L'uomo di cui Rousseau ha fatto un idolo nasconde in sé un demonio, l'angelo di Rousseau si unisce con la bestia machiavellica. Ne viene fuori una eccellente mistura esplosiva. Da due secoli, tutte le rivoluzioni la utilizzano spudoratamente. Ne è simbolo la fissione nucleare, presentata nello stesso tempo come la chiave che aprirà il paradiso terrestre, e come lo strumento della catastrofe assoluta scatenata dalla volontà di potenza.
Noi non potremo sfuggire a questo disumano dilemma se non con un ritorno all'umano. La conversione è semplice ed insieme difficile. L'uomo non è ne buono né cattivo, ma tutte e due le cose insieme. L'uomo di stato autentico deve avere il compito di stabilire con tutti i mezzi un clima sociale cosiffatto che anche le potenze del male concorrano allo sviluppo del bene. Una sana politica è quella che fa coincidere l'interesse, sempre personale, che sottrarrebbe l'uomo alla comunità se abbandonato a se stesso, con il dovere che, quando esercita il suo onnipotente dominio, assorbe l'uomo nella comunità. Questa tensione è senza fine: il lavoro politico è sempre da rifare, come la tela di Penelope.
Per superare Machiavelli e Rousseau, c'è una sola via: il ricorso a qualche potenza trascendente e intemporale, mitologica o meno, che sola può rivolgere il male verso il bene. Per questo gli antichi dicevano della politica che è una scienza divina. Senza la chiave di volta della religione, l'edificio sociale crolla.

NOTE

[1] "Perficit", dice san Tommaso, e si potrebbe tradurre: porta al massimo grado di perfezione e di maturità, pur restando, come principio di questa trasformazione, superiore alla natura.


[2] Ancora una volta Pico della Mirandola ha visto bene. Nel suo "Discorso", Dio dice all'uomo: "Venendo al mondo, gli animali hanno ricevuto tutto ciò di cui hanno bisogno... Tu invece puoi diventare grande e svilupparti come vuoi".
Non sono riuscito a trovare la fonte - postato l'8 gennaio 2013