13 maggio 2017

“Meno è meglio” e altri piccoli consigli fondamentali

Suggerimenti per liberarsi dalle zavorre nella scrittura e nel pensiero
di Beppe Severgnini
Credo che ogni ufficio conosca le tendenze del capoufficio. Materne, montessoriane, mussoliniane. Io m’iscrivo tra i montessoriani: credo all’anarchia rispettosa, e penso funzioni anche dentro una redazione. Penso anche che direttore, vicedirettori e capiredattori debbano insegnare qualcosa. Altrimenti, che ci stiamo a fare? Solo a disegnare pagine, rispondere al telefono e gestire epidemie di mail inutili? Ovviamente ognuno deve insegnare quello che sa. Se io provassi a spiegare come usare il sistema editoriale – Méthode! Sembra il nome di una località sciistica francese – tutti riderebbero di gusto (vero, Irene?). Quindi, mi astengo. Sull’organizzazione del lavoro e sulla scrittura, però, qualcosa da dire ce l’avrei. E, ovviamente, la dico. Tre parole, undici caratteri: “Meno è meglio”. Per esempio: la riunione migliore è quella che non si fa. Quando sono necessarie – e talvolta lo sono – le riunioni devono essere brevi. Ma bisogna arrivare preparati; e nel tempo in cui si sta insieme occorre concentrarsi.
Vietato controllare lo smartphone. Un gesto che, per molti, è diventato un tic nervoso. Chi ci casca, nel nostro nuovo 7, deve mettere 1 euro in un salvadanaio lilla (a forma di porcellino). Le monete, all’interno, aumentano e tintinnano felici. Un nostro redattore, se va avanti così, dovrà accendere un mutuo ipotecario. Ma è una persona intelligente, e prima o poi capirà. “Meno è meglio” è una regola infallibile per la scrittura. Nei titoli, nei sommari, nelle didascalie, nei testi: tutto quello che non è indispensabile è dannoso. Perché rallenta, complica, confonde. Mi piace ragionare con i miei giornalisti, soprattutto con i più giovani, sulla loro scrittura. Mi piace correggere i pezzi, e spiegare che, in fondo, l’operazione è una sola: togliere. Scrivere è come scolpire: occorre levare, non aggiungere. Dev’essere un processo gioioso, non penoso. È entusiasmante vedere il proprio testo che prende il volo, appena lo liberiamo dalla zavorra (secondarie implicite, aggettivi inutili, ripetizioni, due “che” nella stessa frase). Purtroppo quest’impostazione è rara. A molti giovani colleghi, appena iniziano a lavorare in una redazione, viene chiesto di produrre tanto, in fretta e da soli. Per pochissimi soldi, oltretutto. Un cottimismo professionale che non porta da nessuna parte.
Inflaziona il prodotto, invece; stanca il lettore; banalizza le firme e non aiuta a crescere. Ricevo confidenze inquietanti, in proposito. Non ho la bacchetta magica, e non posso cambiare i metodi di una parte del giornalismo italiano. Posso provare ad aiutare chi lavora con me, però. È la parte più affascinante del mio incarico, devo dire. Non c’è solo la scrittura. Anche sul conflitto d’interessi ho spiegato che la stesura di cavillosi regolamenti interni è inutile. Una regola basta: non fate nulla che vi metterebbe in imbarazzo davanti ai lettori e ai colleghi. Quattordici parole.
«Corriere della sera - Suppl. 7» dell'11 maggio 2017

17 febbraio 2017

«I nostri figli e l’uso di cannabis. Troviamo il coraggio di parlarne»

Il dibattito dopo il caso di Lavagna
di Elena Tebano
Gli esperti: i divieti servono, ma bisogna distinguere uso ricreativo e palude quotidiana. «La trasgressione è un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore regga»
Del suicidio del ragazzo di Lavagna Alberto Pellai, milanese, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha parlato con le figlie adolescenti: «Cosa avreste fatto voi, se vi foste trovate nella sua situazione?» ha chiesto. Una domanda dolorosa anche solo a pensarla e parallela a quella che chiunque si è posto al cospetto di questa vicenda: come reagire di fronte a un figlio che fuma hashish o marijuana? Esiste un’alternativa tra l’impotenza della semplice repressione (chiamare le forze dell’ordine) e quella speculare del lasciar correre perché «tanto-ormai-lo-fanno-tutti»?
«Il ruolo dei genitori è problematizzare il consumo di sostanze nell’adolescenza, che comunque è sempre a rischio e lo è tanto più quanto è precoce l’età in cui si inizia — spiega Pellai —. Domandare ai ragazzi e alle ragazze cosa avrebbero provato al suo posto significa dire: ne possiamo parlare. E quindi che a tutto c’è una soluzione. La scelta di saltare nel vuoto, un gesto violentissimo e irreversibile spesso deciso dai ragazzi in 15 secondi, viene invece anche dall’incapacità di dare parole a un groviglio di emozioni negative, che magari si presentano tutte insieme: paura per le forze dell’ordine in casa, rabbia perché ti senti i genitori sul collo, tristezza perché stai deludendo te stesso e chi ti vuole bene».

Il messaggio ai figli
Non ci possono però essere ambiguità: «Gli adulti devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione: significa non voler sentire la fatica o il disagio interiori invece di costruire una risposta nelle relazioni e nelle realtà che risolva davvero il problema» chiarisce Pellai. È un compito difficile, ma imprescindibile: «La trasgressione è spesso un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore dall’altra parte lo regga, che ci metta la forza e non rinunci al suo ruolo».

La paura dei genitori
A rendere tutto più complicato c’è spesso la paura degli adulti: che farsi le canne equivalga per i figli a una condanna, l’entrata in un tunnel da cui non c’è uscita. «Invece distinguere è fondamentale perché non sempre il consumo di cannabis è la spia di una grave situazione di disagio: le ricerche dicono che il 15% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni lo fa una o due volte al mese a fini socio-ricreativi, per stare nel gruppo — dice Leopoldo Grosso, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele —. Ai genitori preoccupati chiedo: vostro figlio cos’altro fa? Continua ad andar bene a scuola, a praticare sport e avere compagnie con cui non fuma, a coltivare i suoi interessi? Oppure fuma tutti i giorni, ha un profitto scolastico fallimentare, ha perso interesse nelle altre attività, si è chiuso nella cerchia delle persone con le quali fuma e ha abbandonato i vecchi amici?». Si tratta di capire insomma se gli adolescenti fumano per adeguarsi ai pari oppure se è una loro modalità per esprimersi.

La giusta reazione
«Nel primo caso — afferma Grosso — è un comportamento a cui prestare attenzione, ma probabilmente solo una fase. È necessario comunque che i genitori pongano limiti, chiarendo che non lo condividono, vietando di farlo in casa o negando i soldi per comprare le sostanze, ma senza demonizzare. Nel secondo caso c’è invece una grave situazione di disagio, la palude di un fallimento evolutivo».
Allora bisogna chiedere aiuto agli specialisti: dagli sportelli psicologici delle scuole ai consultori familiari ai servizi anti-dipendenze delle Asl. «Ma è fondamentale — avverte Grosso — che l’intervento sia incentrato sulle difficoltà irrisolte: i rapporti interpersonali, quelli familiari, la scarsa autostima».
In generale, anche di fronte al consumo sporadico è bene cercare interlocutori per capire come stanno i ragazzi: «Rivolgersi a tutti gli adulti che hanno a che fare con loro, professori, allenatori, educatori — dice Paolo Rigliano, responsabile del servizio psichiatrico degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano —. Poi nel quotidiano ai genitori e a noi tutti spetta il compito più difficile: contrastare l’idea oggi diffusissima che l’alterazione degli stati mentali sia una cosa positiva. Vale anche per l’alcol: ormai non si riesce a stare bene senza stravolgersi». È la risorsa e la difesa più grande che possiamo dare agli adolescenti: insegnare loro a entrare (e restare) in contatto con se stessi.
«Corriere della sera» del 16 febbraio 2017

31 gennaio 2017

Filmare un uomo sbranato da una tigre è da sciacalli?

di Luca Mastrantonio
In Cina, in uno zoo a Ningbo (Shanghai), domenica un uomo è stato attaccato e sbranato da un gruppo di tigri, una delle quali è stata abbattuta per recuperare l’uomo, poi morto in ospedale. Alla scena hanno assistito anche la moglie e i due figli dell’uomo che aveva scavalcato il muro del recinto per non pagare il biglietto. Le associazioni animaliste hanno protestato per le condizioni di cattività che rendono le tigri più aggressive. YouTube e i social intanto si sono riempiti di video dell’accaduto.
Qualcuno, tra i commenti, ha notato un fatto che dovrebbe sorprenderci, ma forse siamo così assuefatti alla dipendenza tecnologica da ignorarlo: sugli spalti ci sono persone che filmano tutto con il proprio cellulare. Lunghissimi minuti in cui i felini attaccano l’uomo; qualcuno urla, le guardie intervengono, e in tanti mettono a fuoco la scena sugli schermi, per riprendere al meglio il numero fuori programma, che trasforma lo zoo in un’arena mediatica; e trasforma però quelli che filmano l’uomo senza sapere se ce la farà, se è già cadavere o respira ancora, in sciacalli.
Un voyeurismo circense che ben conoscono lettori e telespettatori della di Hunger Games, dove le prove assassine dei concorrenti sono seguite da tutti gli abitanti dei distretti assoggettati a una specie di Grande Fratello sadico, un Minotauro mediatico che esige il suo tributo di sangue.
Torna alla mente, per chi ha visto la serie tv Black mirror, la puntata Orso bianco, dove i visitatori di un parco assistono e riprendono la caccia che alcuni uomini danno a una donna. Si muovono come zombie acerbi perché ancora vivi, lobotomizzati quasi dal voyeurismo cui danno sfogo.
Non è tutta colpa del mezzo, certo. In parte è la versione digitale e globale della stupida curiosità che causa rallentamenti, pericolosi, in autostrada, di chi si ferma per vedere l’incidente nell’altra corsia.
Ma siamo oltre la morbosità per un evento cruento; o il cinico sollievo di osservare a quali sventure si è scampati; c’è una bulimia della realtà, anche la più cruda, da catturare con i cellulari nell’illusione di poterla vivere di più, perché rivista, condivisa. È però è un’autoipnosi pericolosa, simile a quella che colpì il protagonista del libro di Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916), che riprende un attore sbranato da una tigre. Alienato, muto per lo choc, finisce di essere umano e diventa, meccanicamente, una mano.
«Corriere della sera» del 30 gennaio 2017

17 gennaio 2017

I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi

Il delitto del Ferrarese
di Antonio Polito
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. La santa alleanza per l’educazione è venuta meno: la scuola è l’epicentro del conflitto. La cultura del narcisismo
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di
libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi. E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato.
Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere. I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori. Ma il guaio è che è il loro mondo a essere quello ufficiale e riconosciuto, vezzeggiato e corteggiato, perché sono loro i nuovi consumatori.
Al centro di questo mondo c’è una cultura del narcisismo, per usare l’espressione resa celebre da Christopher Lasch. Lo spirito del tempo ripete come un mantra slogan da tv del pomeriggio: «sii te stesso», «realizza tutti i tuoi sogni», «non farti condizionare da niente e nessuno», «puoi avere tutto, se solo lo vuoi». Più di un’educazione sentimentale è un’educazione al sentimentalismo. Al culto del sé, del successo facile, e del corpo come via al successo, sul modello dei calciatori e delle stelline. I genitori, anche i migliori, sono rimasti soli. È finito il tempo in cui «i metodi educativi in famiglia non venivano smentiti o condannati dal contesto», protesta Massimo Ammaniti ne Il mestiere più difficile del mondo, il libro scritto con Paolo Conti e pubblicato dal Corriere. Oggi invece la smentita è continua.
Nessun rifiuto, nessun limite, nessun «no» che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori. Il fallimento educativo che ne consegue è una delle cause, non una conseguenza, della crisi italiana. Ne è una prova il fatto che a parlare del disagio giovanile oggi siano chiamati solo gli psicologi e gli psicanalisti, e non gli educatori: come se il problema fosse nella psiche dell’individuo e non nella cultura della nostra società, come se la risposta andasse cercata in Freud e non in Maria Montessori o in don Bosco. È dunque perfino ovvio che l’epicentro di questo terremoto sia la scuola. E che il conflitto più aspro con i nostri figli avvenga sul loro rendimento scolastico. A parte una minoranza di dotati e di appassionati, per la maggioranza dei nostri figli lo studio è inevitabilmente sacrificio, disciplina, impegno, costanza. Tutte cose che non c’entrano niente con il narcisismo del tempo.
Chiunque abbia figli sa quanto sia dolorosa questa tensione. I ragazzi fanno cose inaudite pur di sottrarsi. L’aneddotica è infinita. C’è la giovane che riesce a ingannare i genitori per anni, fingendo di fare esami che non ha mai fatto ed esibendo libretti universitari contraffatti. C’è il ragazzone che scoppia a piangere come un bambino ogni volta che il padre accenna al tema dello studio. C’è quello che dà in escandescenze. Quello che mette il cartello «keep out» sulla porta della cameretta. Quello che non toglie le cuffie dell’iPod. Padri e madri non sanno che fare: fidarsi dei figli e del loro senso di responsabilità, rischiando di esserne traditi? O trasformarsi in occhiuti sorveglianti, rischiando di esserne odiati? Lo spaesamento è testimoniato dall’espressione che usiamo correntemente nelle nostre conversazioni: «Ciao, che fai?». «Sto facendo fare i compiti a mio figlio». «Far fare», un unicum della lingua italiana, una costruzione verbale che si applica solo alla lotta quotidiana con gli studi dei figli.
Bisognerebbe invece fare qualcosa. Ci vorrebbe una santa alleanza tra genitori, insegnanti, media, intellettuali, idoli rock, stelle dello sport, per riprendere come emergenza nazionale il tema dell’educazione, e sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo. Ma i miei figli cantano, insieme con Fedez: «E ancora un’altra estate arriverà/ e compreremo un altro esame all’università/ e poi un tuffo nel mare / nazional popolare/ La voglia di cantare non ci passerà».
«Corriere della sera» del 13 gennaio 2017

A scuola per il futuro. Cosa studiare per non essere impreparati quando la tecnologia rivoluzionerà il lavoro

Mentre gli istituti aprono le iscrizioni, una guida alle professioni di domani e a quelli (pochi) che già le insegnano
di Jaime D'Alessandro
C'è tempo fino al 6 febbraio per farsi un'idea del futuro. Ed è bene che sia un'idea chiara, il rischio è di mandare allo sbando i nostri figli. Mentre si aprono le iscrizioni alle scuole primarie, medie e superiori in Italia - tre le settimane a disposizione - diventa sempre più difficile capire il senso della parola "formazione" e immaginare quello che potrebbe avere nei prossimi anni. L'importante quindi è mantenere la calma: con buona probabilità la scelta che faremo sarà quella sbagliata.
Qualcuno si consola rifugandosi nel passato. Davanti ad un liceo romano che ha fatto del rigore il suo marchio di fabbrica, un genitore soddisfatto nota come lì "i ragazzi li facciano studiare come ai vecchi tempi ". Un altro scuote la testa: "È questo il problema: li fanno studiare come quaranta anni fa. E a loro non servirà a nulla se non a bruciargli la giovinezza a forza di compiti".
Oltre la metà dei lavori che verranno svolti fra venti anni devono ancora essere inventati, nel frattempo la metà di quelli che conosciamo verrà automatizzata.
In Europa la rivoluzione tecnologica avrà un impatto tangibile su 54 milioni di persone fra Francia, Germania, Spagna, Inghilterra e Italia stando alla Oxford Economic. In Cina si arriva a 394 milioni, in India a 233. Se lo chiedete agli esperti della Silicon Valley, la risposta più frequente che vi daranno di questi tempi e di non prendere la patente C da camionista perché loro verranno presto soppiantati dai veicoli a guida autonoma. Peccato che analizzare i big data o mettersi a programmare, professioni altamente specializzate e oggi tanto richieste, possono dare qualche garanzia solo nell'immediato. Se la rivoluzione dell'intelligenza artificiale manterrà le sue promesse, né loro né gli avvocati o i radiologi saranno al riparo. In un mondo dai ritmi accelerati, dove le macchine apprendono da sole, le professioni verranno create e soppresse a ciclo continuo. E allora cosa far studiare a chi entra a scuola oggi è un quesito che non ha una risposta se si vuole andare sul sicuro.
"Imparare bene a scrivere e parlare la propria lunga e almeno una straniera, oltre alla scienza, storia e matematica servirà sempre", avverte Salvatore Giuliano, dirigente del Majorana di Brindisi, istituto pubblico dove i testi sono digitali e condivisi e le classi hanno perduto le pareti aprendosi al mondo. "Lo sforzo vero va fatto sul metodo: lavorare in gruppo, far circolare le idee, sperimentare. Come avviene nel mondo del lavoro che funziona. E incoraggiare il "pensiero divergente": la scuola e la società italiana insegnano a rispondere in un solo modo ad una domanda, quando invece le risposte possibili sono sempre molte di più".
All'atto pratico non resta che frequentare gli "open day" delle medie e dei licei, quando vengono aperte le porte ai genitori, cercando di non farsi abbindolare da una vetrina che come vetrina è stata pensata e non è detto rifletta pienamente la realtà delle cose.
Ma che serva un percorso aperto è chiaro a tutti. O meglio, a molti. A Milano quattromilacinquecento studenti hanno preso d'assalto i mini corsi organizzati gratuitamente da Sky nella sua sede. I ragazzi realizzano un telegiornale usando apparecchiatura professionale in quattro studi diversi e tornano a casa con il loro montato e un software per proseguire a divertirsi a casa sul pc. Tutto pieno fino al prossimo anno e le classi cominciano ad arrivare anche dal centro e sud Italia.
Tornando ai numeri il European Centre for the Development of Vocational training (Cedefop) dell'Unione europea, sostiene che da qui al 2025 delle 107 milioni di opportunità di lavoro, circa 46 milioni saranno lavori altamente qualificati, dunque con una preparazione alle spalle che è di livello universitario o fortemente specializzata. Seguiti da 43 milioni di lavori mediamente qualificati. Solo 10 milioni saranno quelli per i quali non serve una particolare preparazione. E negli Stati Uniti la musica è la stessa. Imparare a confezionare un video quindi può tornare anche utile. I video già ora rappresentano il 55 per cento del traffico dati da mobile. E nessuno prevede una diminuzione ma anzi, un aumento esponenziale.
"Torniamo sempre al solito punto: non sappiano cosa servirà domani con esattezza", racconta Riccardo Donadon, fondatore a Venezia di quella strana realtà chiamata H-farm che dalle startup e dall'innovazione per le aziende ora è passata alla formazione di studenti fra i sei e i 17 anni. "La scuola deve essere divertente. Se tutto cambia, l'unica è divertirsi a imparare. Imparare in forma continua. Puntando sulla tecnologia e allo stesso tempo sulla parte umanistica. La sbornia da digitale è controproducente senza questa base di fondo".
A Fabrica, che sorge poco distante e che da anni sforna talenti legati alla comunicazione e alla creatività, la pensano allo stesso modo. "La curiosità", spiega Carlo Tunoli, che dirige l'istituto. "Non conosco altro metodo. La parte tecnico-scientifica ha un ruolo di grande
impatto. Ma io personalmente non sottovaluterei la filosofia. Apre la mente e ti prepara all'inaspettato". Ecco: prepararsi all'inaspettato, assumere le basi, frequentare una scuola dove l'apprendere sia divertimento. Incrociando le dita e sperando che tutto vada per il meglio.
«la Repubblica» del 17 gennaio 2017

Se il totalitarismo è giudiziario

di Pierluigi Battista
A Roma non si sa dove e quando e come potranno essere collocate le bancarelle dei libri (che ci sono da sempre, e sono un meraviglioso momento di sosta) perché lo deve stabilire la magistratura. Nel Texas la Apple è stata messa sotto accusa giudiziaria perché un automobilista, usando FaceTime mentre era alla guida, aveva violentemente urtato un’altra macchina provocando la morte di una bambina che era a bordo. La colpa è di aver inventato la app per le videochiamate senza la funzione che la disattiva nei veicoli in movimento. Cioè la colpa non è solo del deficiente criminale che fa videochiamate mentre guida, ma della società che non ha previsto l’esistenza di un deficiente criminale che guarda dentro al telefonino ammazzando la gente con la macchina che guida. Intanto in Italia si stabilisce che le leggi elettorali non le fa il Parlamento ma la Corte Costituzionale. La quale Corte Costituzionale aveva già deliberato su importanti provvedimenti di politica economica del governo, come l’intervento sulle pensioni. Con l’approvazione della legge sulle unioni civili, pare non abbia molta importanza la disciplina della stepchild adoption perché valuteranno i magistrati caso per caso. E del resto, l’assenza di una legge sul testamento biologico demanda alla magistratura anche l’ultima parola sui temi decisivi come la vita e la morte. La magistratura francese può decidere se a un intellettuale è permesso di sottolineare i pericoli dell’islamismo politico senza essere portato in tribunale come «islamofobo». In Italia la magistratura può disporre il sequestro giudiziario, con conseguenze economiche notevolissime, della centrale termoelettrica di Vado Ligure mentre in un’altra regione un’altra centrale identica può continuare a lavorare con gli stessi livelli di inquinamento accertati dalle autorità sanitarie e ambientali. Cosa ci dice questa macedonia di casi tanto diversi tra loro? Cosa hanno in comune tutti questi episodi? Hanno in comune in tutto il mondo lo strapotere della dimensione giudiziaria su ogni altro aspetto della vita pubblica. La «giuridicizzazione» radicale e totale dei rapporti sociali, politici, economici, antropologici in cui si imbatte l’umanità. L’idea che l’ultima parola spetti sempre a un’autorità giudiziaria. In Italia e ovunque. Vi sentite tranquilli nel mondo del totalitarismo giudiziario?
«Corriere della sera» del 15 gennaio 2017

09 gennaio 2017

Educare, non solo istruire. Contro il buonismo di stato

Una emergenza nazionale
di Susanna Tamaro
Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere, è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale
Non so quanti spettatori abbia avuto il nuovo reality della Rai Il Collegio. Non essendo un’esperta di format non so dire quanto di quello che ho visto sia reale o sia invece frutto di una forzatura drammaturgica degli sceneggiatori. Certo che ad assistere alle prestazioni scolastiche di questo drappello di simpatici adolescenti c’è da rimanere davvero turbati. Davanti a una cartina muta dell’Italia, le Marche sono state scambiate per la Puglia e le città citate qua e là senza cognizione alcuna della loro reale posizione. Per non dire della lezione di storia, in cui i ritratti di Mazzini e Cavour risultavano praticamente sconosciuti ai più, o della lezione di matematica in cui un problema di quinta elementare degli anni 60 è stato risolto solo da una ragazza che ha ammesso di amare la matematica. Che questa non sia finzione ma triste realtà ce lo confermano le statistiche internazionali che ci hanno visto precipitare nelle graduatorie Ocse di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 paesi. Ci difendiamo a stento nella matematica, mentre nel campo delle lettere e delle scienze l’ignoranza risulta pressoché assoluta. Del resto anche i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale.
Si è parlato molto della Buona Scuola come di una riforma determinante, purtroppo — posto che tutte le riforme sono un segno di buona volontà e perfettibili — non sembra per il momento essere riuscita ad intaccare la degradata fossilizzazione del nostro sistema educativo. Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive, facendo credere che l’àncora di salvezza stia nella modernizzazione informatica è un po’ come mettere del cerone su un volto ormai devastato dalle rughe. E inoltre, come ben spiega Adolfo Scotto di Luzio nel suo bel saggio Senza educazione, per non far sì che le nostre aule si trasformino in un museo del modernariato l’informatizzazione richiederebbe un enorme impegno economico, impossibile da sostenersi senza il contributo di realtà esterne.
È indubbio che il primo passo verso questo inarrestabile degrado sia da far risalire alla riforma compiuta negli anni ottanta del secolo scorso. Fu allora che la scuola elementare, in omaggio al mondo anglosassone, venne trasformata in primaria, avviandola verso una rapida «liceizzazione», abolendo l’insegnante unica per venire incontro ai sindacati, da sempre gli unici veri interlocutori del Ministero. Così i pensierini sono stati sostituiti dall’analisi del testo, la grammatica — «sul qui e sul qua l’accento non va», ricordate? — è stata rimpiazzata da schede prestampate; al posto delle ciliegie da sommare e delle torte da frazionare sono comparse le corrispondenze biunivoche e le entità equipotenti. Per non parlare del riassunto e del ripetere un testo a memoria: cancellati con un colpo di spugna in quanto richiedevano troppo sforzo. In un mondo che insegue ormai unicamente ciò che è fluido, l’idea che esistano dei principi fondanti nel sapere — gli elementi, appunto, cioè qualcosa di universale e stabile nel tempo — non può che venir considerata obsoleta e anacronistica.
Il disastro dei ragazzi che confondono le Marche con la Puglia, che scrivono, come mi è capitato di leggere in una tesi di laurea «s’eppure» oppure «io, vado, a casa,» e che davanti ad una foto di Mussolini balbettano incerti sul nome. «Maurizio?» e poi si giustificano dicendo, a pochi mesi dalla maturità, «veramente non l’abbiamo mai fatto…» è un disastro partorito da un sistema che, in nome del lassismo, della demagogia, del vivi e lascia vivere «tanto l’importante è il pezzo di carta», ha costantemente abbassato il livello delle pretese. È anche colpa di un sistema politico che ha sempre considerato il Ministero dell’Istruzione come un jolly da tirar fuori dal cappello nei momenti di bisogno, una botta ai sindacati, una botta ai concorsi, un po’ di fumo soffiato in faccia alle famiglie per mascherare che sotto il fumo non c’era nessun arrosto e avanti così, inventando pompose rivoluzioni che, alla prova dei fatti, si sono mostrate, per lo più, drastiche involuzioni. Delle famose tre «I» — Informatica, Inglese, Impresa — che cos’è rimasto? Aule intasate di computer obsoleti e generazioni di ragazzi che dopo tredici anni di studio della lingua e grammatica inglese sono totalmente incapaci di sostenere anche una minima conversazione dell’agognato idioma. La «I» di impresa non la cito neppure perché il più delle volte la sua stessa realizzazione è stata falciata sul nascere da una burocrazia ottusamente elefantiaca e dai capestri delle banche.
Diciamolo una volta per tutte. Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti — e dunque di educare — è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale — ripetizioni, corsi estivi, etc. Per tutti gli altri non c’è che la deriva del ribasso, l’andare avanti di inerzia con la costante consapevolezza che impegnarsi o non impegnarsi in fondo sia la stessa cosa.
L’educazione è la vera e grande emergenza nazionale. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli.
Già, educare! Termine reietto, spauracchio dell’abuso e della diseguaglianza. Non sarà per questo che in Italia il nostro Ministero, diversamente che in Inghilterra, è chiamato dell’Istruzione non dell’Educazione? Sono la stessa cosa? Non proprio, perché istruire - cito il dizionario della lingua italiana — vuol dire «far apprendere qualcuno le nozioni di una disciplina» mentre educare vuol dire «formare, con l’insegnamento e con l’esempio, il carattere e la personalità dei giovani, sviluppando le facoltà intellettuali e le qualità morali secondo determinati principi». Educare richiede l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile. Chi educa oggi? Le poche famiglie che caparbiamente si intestardiscono a farlo si trovano a vivere come salmoni controcorrente. Il «vietato vietare», con la rapidità osmotica dei principi peggiori, ormai è penetrato ovunque, distruggendo in modo sistematico tutto ciò che, per secoli, ha costituito il collante della società umana.
Dalle maestre chiamate per nome, ai professori ai quali si risponde con sboccata arroganza, al rifiuto di compiere qualsiasi sforzo, all’incapacità emotiva di reggere anche una minima sconfitta: tutto il nostro sistema educativo non è altro che una grande Caporetto. Agli insegnanti validi — e ce ne sono tanti — viene pressoché impedito di fare il loro lavoro, anche per l’aureo principio, tipicamente italiano, per cui un eccellente ombreggia i mediocri che non vogliono essere messi in discussione nella loro quieta sopravvivenza. Abbiamo il corpo insegnante più anziano d’Europa, il gran caos demagogico dei concorsi ha paralizzato il naturale ricambio generazionale e la miserabile retribuzione della categoria ha trasformato l’insegnamento in una sorta di sine cura per molti.
In realtà insegnare è un lavoro altamente usurante, richiede energie enormi, intelligenza della mente e del cuore, passione per la materia e una visione costruttiva del futuro. Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato.
«Corriere della sera» dell'8 gennaio 2017

05 gennaio 2017

Il successo di Alberto Angela, una lezione per la Rai

L’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico
di Paolo Conti
Partiamo dalle cifre: 14 milioni di persone hanno visto, martedì alle 21 in prima serata su Raiuno, «Stanotte a San Pietro» di e con Alberto Angela, con un ascolto medio di 6 milioni di persone e uno share di oltre il 25%. Era dal 2003, sottolineano a viale Mazzini, che un programma di divulgazione culturale non otteneva un successo clamoroso come questo. La Rai, lo sappiamo, è in una vistosa crisi legata alla progressiva decadenza della tv generalista e alla parallela crescita dell’offerta digitale e dei grandi distributori di contenuti su tutte le piattaforme, Netflix è forse l’esempio più eloquente.
Il risultato di Alberto Angela è la prova plastica di ciò che tanti continuano, e inutilmente, a raccomandare alla Rai: l’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico. Ma la qualità, la serata di Angela lo dice, non è noia (come teorizzano certi «maghi del palinsesto» pronti a mettere mano ai reality per fare cassa e ascolti) ma intrattenimento, scoperta, legame con le radici culturali, racconto storico-artistico, bellezza tecnica delle immagini. Difficile, certo, perché ci vuole conoscenza e professionalità. Ma non impossibile.
È ovvio che mezza Rai oggi alzi il vessillo della vittoria, con certi numeri è fin troppo facile. Il problema è il passo successivo: cioè continuare a credere in questa scommessa editoriale, in un cambiamento di rotta che può portare solo dati positivi non solo in termini di share ma anche nella società diffusa. Un prodotto di qualità attira diverse generazioni davanti al video, favorisce lo scambio delle idee e delle opinioni, spinge ad altre avventure culturali. Festeggiare è ovvio, a patto che domani non si dimentichi tutto nel nome dell’ennesimo, triste, Talent visto e stravisto.28 dicembre 2016
«Corriere della sera» del 28 dicembe 2016

04 gennaio 2017

Il giudice è il lettore

Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza
di Mario Calabresi
L’Italia è al 77esimo posto nella classifica della libertà di stampa, dietro Paesi africani come Burkina Faso e Benin. Il motivo? Non quello che pensano i detrattori del nostro giornalismo, ovvero l’asservimento al potere, ma il contrario: troppi sono i giornalisti minacciati dalle mafie e dalla criminalità organizzata per le loro inchieste su malaffare e corruzione. Come se non bastasse abbiamo il record delle cause contro i giornali intentate dai politici, che mal sopportano l’idea che qualcuno faccia loro le pulci o li critichi e così ricorrono ai tribunali con evidente scopo intimidatorio.
Non da ieri si è aggiunto alla schiera dei politici che vorrebbero mettere la museruola ai giornalisti anche Beppe Grillo. Evidentemente infastidito dall’idea che qualcuno rompa l’incantesimo a 5 Stelle e denunci corruzione, incapacità e opacità delle amministrazioni a lui legate, come sta accadendo a Roma.
Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.
I danni che questo nuovo conformismo della Rete sta facendo al dibattito pubblico sono incalcolabili. Grillo propone una giuria popolare di fronte alla quale trascinare i direttori per far loro ammettere gli errori a testa bassa. Se l’idea della giustizia popolare non facesse venire alla mente precedenti storici drammatici, sarebbe da riderci sopra. E quanto ai tribunali, esistono già e continuamente si occupano di direttori chiamati a rispondere per quanto scritto sui loro giornali. A Grillo piace l’idea di una giustizia fai da te, come quella che decide espulsioni e ammende all’interno del movimento.
A noi, però, preoccupa di più il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione
e il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.
«la Repubblica» del 4 gennaio 2017

01 gennaio 2017

Consigli di lettura per chi dice no al presepe

Interessante la testimonianza contenuta nel libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato: «Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi»
di Gian Antonio Stella
Il cappellano del cimitero di Cremona, don Sante Braggiè, che si è rifiutato di allestire il presepe per il «rispetto verso altre religioni e la volontà di non entrare in dinamiche politiche» dovrebbe leggere un po’ di più. Se aprisse ad esempio il libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato, a lungo corrispondente dell’Ansa a Teheran e oggi a Beirut, troverebbe queste righe: «Tra i seguaci del Politicamente Corretto ci sono coloro che vorrebbero vietare i festeggiamenti di Natale nelle scuole per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani e dei loro genitori. Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi».
Inoltre, prosegue, «Gesù è uno dei più importanti profeti dell’Islam e Maria una figura tra le più venerate dai musulmani. Reza, un amico iraniano che non mancava di recitare quotidianamente le preghiere, non beveva alcol e osservava coscienziosamente il digiuno del Ramadan, mi chiese un giorno, mentre partivo per le vacanze in Italia, di portargli al mio ritorno le statuine del presepio, per suo figlio. Diverse volte per Natale la televisione di Stato di Teheran ha trasmesso un film sulla Madonna di Lourdes, e i presidenti iraniani non mancano di fare gli auguri al Papa e a tutti i cristiani». Nel 2006 perfino l’allora presidente Mahmud Ahmadinejad, considerato un integralista, «ricordò la credenza degli sciiti secondo la quale Gesù tornerà sulla Terra al fianco del loro dodicesimo Imam, il Mehdi, nel giorno della riapparizione di quest’ultimo per “porre termine alla tirannia” insieme a lui. Gesù, diceva l’ayatollah Rouhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, “era un grande profeta”. Anzi, secondo il Corano, è stato un profeta fin da quando era nella culla”».
E parliamo, ovvio, della culla di Betlemme. Dove spicca la figura della Madonna. La quale, come ha ricordato sul Corriere Vittorio Messori, è amata in tutto il mondo islamico: «Il Corano dedica alla Madre di Gesù un’intera Sura, ne fa il nome venerato per 40 volte, l’innalza sino al fianco di Fatima, la figlia prediletta del Profeta, le affida un ruolo di maternità misericordiosa, ne difende l’onore contro gli ebrei che la diffamano (la “calunnia mostruosa” sulla sua verginità che provocherà “il castigo di Dio” e “l’ira dei credenti” contro Israele, dice il Testo sacro)». A farla corta: Dio ci scampi dai fanatici del presepe usato come vessillo identitario. Ma anche dai sacerdoti del politicamente corretto ...
«Corriere della sera» del 27 dicembre 2016

23 dicembre 2016

"L'opera d'arte? Frutto di equilibrio neuronale"

Uno studio del Cimec di Trento rivela che nel momento della produzione creativa il cervello attiva due aree considerate "opposte". E la connettività è ancora maggiore tra gli artisti professionisti
s. i. a.
Negli
Altro che ispirazione, la produzione creativa accade quando si attivano, in un equilibrio sapiente, due reti cerebrali di solito considerate in opposizione: da una parte quelle legate al pensiero divergente e alla generazione di idee e, dall'altra, quelle deputate al controllo dell'attenzione.
I risultati emergono da un lavoro sulla creatività nell'arte condotto dal Centro mente-cervello (Cimec) dell'Università di Trento e pubblicato dalla rivista scientifica internazionale Scientific Reports, con il titolo Brain networks for visual creativity: a functional connectivity study of planning a visual artwork. Negli artisti, hanno scoperto i ricercatori del Cimec, la connessione tra queste funzioni risulta più marcata rispetto a quanto accade nei non artisti.
Lo studio è stato sviluppato in collaborazione con il Mart, Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Gli autori sono Nicola De Pisapia (Cimec e Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive), Francesca Bacci (Mart), Danielle Parrott e David Melcher (entrambi del Cimec).
"Lo studio - commenta De Pisapia - ha confermato che esiste un forte coordinamento tra le regioni del cervello deputate al pensiero
divergente/generazione di idee e quelle invece specifiche del controllo dell'attenzione. Inoltre, è emerso che la connettività è ancora maggiore tra gli artisti professionisti, sottoposti quotidianamente alla formazione e alla pratica nella creazione di opere visive".
«la Repubblica» del 20 dicembre 2016

27 novembre 2016

Andy Garcia, l’attore racconta: «Una vita da esiliato per colpa di Castro. E il regime c’è ancora»

L'esule
di Giovanna Grassi
L’attore: «Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo»
LOS ANGELES - Andy García, nato all’Avana nel 1956, naturalizzato cittadino statunitense da molti anni, dice d’un fiato: «Cuba e la sua cultura sono nel mio Dna, sono l’essenza della mia identità, ma non ho mai risparmiato critiche a Castro. Ho sempre detto che Cuba è stata tradita, mistificata, usata da Fidel. Un dittatore. Non una icona rivoluzionaria». L’attore (che ha sfiorato l’Oscar con Il Padrino III) ha girato un film da regista, The Lost City, proprio sulla Cuba di Batista e della presa del potere di Castro.

Una saga ispirata anche alla storia della sua famiglia...
«Avevo 5 anni quando mio padre decise di emigrare a Miami, come centinaia di esuli cubani. Per anni mi ha spaventato e fatto soffrire vedere su tante magliette l’immagine di Castro “salvatore”, quando, invece, ha distrutto l’economia del mio Paese. Ho portato dentro di me per anni il dolore dell’esilio della mia famiglia per colpa di quello che, ripeto, ho sempre considerato un cattivo condottiero».

Che ricordi ha di suo padre e della fuga a Miami in cerca di una nuova vita?
«Mio padre era stato un grande avvocato e un libero giornalista e pensatore. In America cominciò a lavorare come cameriere. Gli sono grato per il suo coraggio e perché ha dato a tutti noi figli il più autentico valore della libertà e la conoscenza di tanti nostri compatrioti dissidenti gettati in fondo al mare, dopo essere stati uccisi e aver sofferto nelle prigioni. Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea».

Si è mai sentito un figliol prodigo?
«Posso solo dire che tutta la mia vita è stata segnata dalla nostalgia per Cuba. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo. Non ho mai creduto in questa rivoluzione. Penso che per anni e anni la mia splendida Cuba sia diventata un Paese amletico e ferito per colpa di due regimi, quello di Batista e quello di Castro».

Quanto si considera americano e democratico e quanto cubano e conservatore?
«Non mi piacciono queste etichette, comunque l’anima più autentica di Cuba ha sempre cercato la libertà. Il presidente Obama ha giustamente più volte ricordato le parole del poeta cubano Josè Martí: “Libertà è la condizione base per ogni uomo che voglia sentirsi ed essere onesto”».

Lei ha denunciato anche in televisione quelli che ha definito «gli eccidi di Castro» ...
«Hanno causato spaccature ideologiche in diverse generazioni. Il sogno della rivoluzione ha segnato, più nel male che nel bene, tante identità. Tanti giovani si sono uccisi per questo. Ho rifiutato molti commenti quando Obama con una cosiddetta “nuova era” decise di ripristinare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti dopo colloqui con Raúl Castro e ho taciuto su alcuni appelli di papa Francesco».

Che cosa vuole dire oggi?
«Quello che ho sempre ripetuto: tornerò a Cuba quando finirà il regime e il mio popolo non sarà più oppresso. L’America mi ha offerto la libertà, le sarò sempre grato».

In tanti la pensano diversamente, anche fra i «latinos» in Florida o in California ...
«Spero che si avvicini la libertà per il popolo cubano ma le diramazioni del potere di Castro sono infinite. Anche se siamo lontani dagli anni Sessanta che hanno ingiustamente idealizzato Fidel trasformandolo in una sorta di Robin Hood».
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

Il mito di Castro e la negazione della realtà

Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre
di Pierluigi Battista
Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida. Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista. Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. Il romanticismo dei castristi ignora la realtà. Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura.
Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo. Carlos Franqui, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario: «All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács». Quando un prigioniero politico, Orlando Zapata Tamayo, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba. Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, Gianni Vattimo ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool.
Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità. Per Sartre Castro e Che Guevara, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino Paolo Spriano, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «Qui non dorme nessuno, si direbbe». Nell’epopea castrista sono da ricordare i film di propaganda di Michael Moore, le interminabili interviste devote di Oliver Stone e di Gianni Minà in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».
E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario il poeta Heberto Padilla, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro. O se incarceravano per 19 anni Armando Valladares, o il regista Amaro Gomez, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn. E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. Hasta siempre.
«Corriere della sera» del 26 novembre 2016

21 novembre 2016

Le alleanze necessarie senza «post verità»

L’argomento più comune in questa vigilia referendaria è: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì
di Pierluigi Battista
In questa concitata vigilia referendaria si porta un argomento molto frusto e che, come dire, elude per principio ogni considerazione di merito sul quesito del referendum. E cioè: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì.
È un argomento abbastanza sciocco, perché il referendum, per sua natura, mette insieme identità diverse visto che per raggiungere l’agognato 50% più uno è impensabile che si possa contare solo su quelli che già la pensano come te. È un argomento sciocco senza fondamento storico. Per dire: Pci e Msi nel ’53 sono stati insieme d’amore e d’accordo, aggregati nella stessa «accozzaglia», solo perché, essendo ambedue all’opposizione, si sono battuti contro la (peraltro benemerita) cosiddetta «legge truffa»? Oppure: si può dire che nel ’74 Lotta Continua e il Pli di Giovanni Malagodi facessero parte della stessa combriccola essendo schierati a favore del divorzio nel referendum voluto dalla Chiesa e da Fanfani? È un argomento sciocco, chiunque voglia usarlo: oggi si direbbe una «post-verità».
È quasi inevitabile che a farne più uso sia il fronte che sostiene il governo padre della riforma, cioè il Sì, giacché il No tende ad aggregare le forze che non sono del governo. Però se si usasse per stupida ritorsione l’argomento che mette in uno stesso multiforme cesto Grillo e Salvini, Berlusconi e Monti ecc., si avrebbe lo stesso stupido accostamento di opposti. Per dire: Denis Verdini e Luciano Violante, Marcello Pera e il post-vendoliano Gennaro Migliore, Flavio Briatore e Gad Lerner, il finanziere del fondo Algebris Davide Serra e il segretario della Cisl Marco Bentivogli, Vittorio Feltri e Michele Santoro, Giuliano Ferrara e Roberto Benigni, Giorgio Napolitano e il cosentiniano Vincenzo D’Anna, Vladimir Luxuria e Angelino Alfano, il poco amato dalla sinistra Vezio Crisafulli e il sindaco di Sel di Cagliari Massimo Zedda, Emma Bonino e Beatrice Lorenzin. Ma che senso avrebbe? Nessuno. Sarebbe una sciocca contropartita per opporsi a una sciocchezza di segno opposto. Invece il referendum, per sua essenza, e non essendo un pronunciamento popolare sul governo che si vorrebbe (a questo ci pensano le elezioni politiche), deve mettere insieme forze diverse e contrastanti destinate a convergere su un unico punto, rappresentato dal quesito referendario. E poi vinca chi ci riesce, senza post-verità.
«Corriere della sera» del 20 novembre 2016

18 novembre 2016

La secessione dalla correttezza nel silenzio della cabina elettorale

L’analisi
di Pierluigi Battista
Gli elettori americani hanno votato, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice. E per molti, che pubblicamente avevano dichiarato di voler votare Clinton, proprio alle urne si è consumata la vendetta contro il «politicamente corretto»
Molti elettori americani, raccontano gli inviati in Ohio e nel Michigan, o nel Wisconsin, confessano di aver mentito nei sondaggi e di aver tenuto nascosto che avrebbero votato per Trump. «Non volevo che mi criticassero», dice uno. «Non volevo litigare», dice un’altra. «Mi avrebbero fatto vergognare», ha confessato un altro ancora. Ma perché? Cosa li ha trattenuti dal dire la verità? Volevano tenere segreta la loro scelta «impresentabile», ecco perché. Non avrebbero mentito se avessero scelto Clinton, perché sapevano che la loro scelta sarebbe rientrata nei canoni della correttezza (politica). Sapevano che esistono delle regole che impongono ciò che si può dire e ciò che non si può dire e che «io voto Trump» avrebbe infranto queste regole non scritte. E in cuor loro sapevano che chi imponeva quelle regole faceva parte del mondo che ha il potere delle parole. E contro i depositari del potere delle parole, contro il solito establishment, è partita la rivolta.
La «secessione delle plebi» come ha osservato acutamente Massimo Cacciari. La secessione segreta ma inesorabile dal mondo del «politicamente corretto». La secessione dal «regno della parola» come si intitola un libro che sta per uscire in Italia (Giunti) di Tom Wolfe, uno scrittore che ha infilzato i tic e le autocensure del politicamente corretto come nessun altro. Un regno in cui comandano antipatici pedagoghi, educatori odiosi che bacchettano sulle dita i riottosi e i trasgressori. E i pedagoghi spocchiosi non si amano. Non si votano. Si votano invece, segretamente, nel segreto dell’urna come si dice, quelli che stanno fuori, che stanno contro, che parlano una lingua libera dalle ingiunzioni del politicamente corretto. Votano Trump. O votano Brexit senza dirlo ai sondaggisti ma nel segreto dell’urna per mettere in pratica una secessione radicale dai gruppi dirigenti della società che parlano una lingua spocchiosa e innaturale, elitaria e censoria, autoritaria e intransigente: la lingua del politicamente corretto, appunto.
Il politicamente corretto ha anche qualche merito: impone di non offendere chi è più debole, chi viene messo ai margini attraverso il linguaggio. Quando esagera, diventa uno strumento intollerante. Vietare all’Università il «Tito Andronico» di Shakespeare perché, bollandolo di sessismo, contiene scene di stupro e offende le studentesse che hanno subito molestie sessuali non è solo una sciocchezza, ma esaspera la rivolta, offre un’arma a chi sente come asfissiante il controllo delle parole nella dimensione pubblica e si rifugia in una resistenza privata che arriva fino al voto segreto e scandalosamente inaccettabile. Nella dimensione pubblica viene lasciato campo libero ai guardiani occhiuti del verbo della correttezza politica. Ma lontano dallo sguardo sociale si prepara la vendetta.
Dicono che non è vero, che l’emergere dei movimenti «populisti» stia al contrario sdoganando il politicamente scorretto e la cattiveria. Sicuri? Nel mondo dei social, dove circolano cose feroci e anche immonde sulle donne, sui neri, sui gay, sugli immigrati, i troll più scatenati sono quasi tutti degli anonimi, che dalla caverna segreta del rancore vomitano insulti contro il mondo del politicamente corretto senza mai rivelare la loro identità. Si nascondono, non vogliono dire la verità, sanno che nella dimensione pubblica non potrebbero sopportare nemmeno una parte della riprovazione che viene loro riservata quando sono protetti dell’anonimato. Non è vero che tutto è stato sdoganato e che siamo, come scrive Antonio Padellaro sul Fatto, all’apologia spudorata del «rutto libero».
E poi chi si separa dal dominio del politicamente corretto, sente che i suoi custodi e sacerdoti sono immersi nell’ipocrisia del doppio standard, che sono severi con gli altri e quando fa loro comodo non hanno pudore. Deplorano la violenza verbale, le espressioni smodate e non controllate quando i bersagli dell’aggressione sono i «buoni», ma non hanno nessuna remora a sostenere uno dei «nostri», Robert De Niro, quando dà del «porco» e del «maiale» a Trump augurandosi di potergli spaccare la faccia: questo è accettabile, è cool, è miracolosamente «corretto». Ma nella secessione delle plebi, questo doppio standard del linguaggio rende ancora più odiose le ingiunzioni del politicamente corretto. E la vendetta arriva. Nel segreto. Contro tutti.
«Corriere della sera» dell'11 novembre 2016

Il trionfo della post verità nei media e in politica

Brexit, Trump e non solo
di Pierluigi Battista
Come cambiano rapidamente gli umori, la sensibilità pubblica, le parole. Abbiamo da poco onorato il mito del fact-checking, l’idea di un riscontro puntuale e meticoloso della veridicità delle affermazioni divulgate da un politico, ma adesso stiamo sprofondando con rapidità inesorabile nella «post-verità». Secondo gli Oxford Dictionaries «Post Truth», post-verità, è diventata l’espressione chiave di un anno che ha conosciuto una dopo l’altro, secondo una sequenza da brivido, la sorpresa Brexit e la sorpresa Donald Trump. E cosa accomunerebbe le due sorprese? La scoperta che il consenso di massa è sempre più incardinato su informazioni non veritiere, se non deliberatamente falsate, e che però vengono considerate vere malgrado la loro dimostrabile infondatezza. Dimostrabile, se si perdesse tempo e fatica per verificarne la natura fallace o menzognera. Invece è sempre più diffusa la tendenza a non chiedere alcuna dimostrazione. Chi la spara grossa vince, la politica post-fattuale celebra i suoi trionfi. La democrazia diventa prigioniera di qualcosa che contraddice la massima di ogni politica democratica: «conoscere per deliberare». Deliberare. Ma conoscere? La politica è sempre più impastata di suggestioni, impressioni, qualcosa che richiama emozioni e rancori, pregiudizi e simboli, ma poca, scarsissima fattualità. Sarebbe buona cosa che non si facesse un uso militante della nozione di «post-verità» dipingendola come monopolio esclusivo dei cosiddetti «populisti».
Senza andare indietro nel tempo, quando la politica ideologica aveva anch’essa pochissimi rapporti con la bruta e cruda fattualità e molto con l’alterazione delle ideologie e delle astratte visioni del mondo, quante volte anche da parte dell’establishment antipopulista si è ceduto alla tentazione della suggestione non veritiera. Quanta enfasi allarmistica e tutt’altro che fattuale ha alimentato la propaganda contraria alla Brexit in cui si dipingevano scenari catastrofici in caso di vittoria del «leave»? Così come il controllo fattuale avrebbe potuto verificare che la minaccia di Trump di deportare oltre il confine americano almeno tre milioni clandestini ha come base d’appoggio la già avvenuta espulsione di un paio di milioni di immigrati irregolari durante i due mandati di Obama, e che quindi l’emozione negativa riversata su Trump è antitetica all’emozione positiva suscitata dalla precedente amministrazione democratica. Ma non c’è dubbio però che siano i movimenti antisistema a sentirsi a proprio agio nei vapori della politica «post-verità». E c’è una ragione politico-psicologica per questo squilibrio: il complottismo antisistema si fonda sul sospetto gridato come fosse verità negata che le forze del «sistema» occultino per i loro loschi interessi i fatti «veri». È il «sistema» che nasconde la pericolosità dei vaccini, è il sistema che non vuole ammettere, schiava dei luridi interessi farmaceutici, che il bicarbonato curi il cancro. È il sistema che racconta la «menzogna dell’11 settembre». Si crede alle colossali falsità dei politici populisti perché si vuole credere in una verità alternativa a quella ufficiale. È questo il veleno culturale che circola nella politica di massa del ventunesimo secolo, perché il supporto di Internet e dei social, oltre a dare una meravigliosa pluralità di informazioni a portata di mouse, satura la Rete di una quantità enorme di informazioni false, distorte, o addirittura inventate di sana pianta. Ecco il trionfo della post-verità. A essere sfidata è la politica ma anche il sistema dei media, che dovrebbe moltiplicare i suoi sforzi di accuratezza nel racconto dei fatti, ma troppo spesso non lo fa, lasciando spazio alla «post-verità».
«Corriere della sera» del 16 novembre 2016

29 ottobre 2016

A scuola di felicità dal mio amico Leopardi

Esce lunedì L’arte di essere fragili, l’ultimo libro di Alessandro D’Avenia: “Il poeta ci insegna ad accettare la paura per potersene liberare”
di Alessandro D’Avenia
Esiste un metodo per la felicità duratura, uno stare al mondo che dia il più ampio consenso possibile alla vita senza rimanere schiacciati dalla sua forza di gravità, senza soccombere a sconfitte, fallimenti, sofferenze, anzi trasformando questi ultimi in ingredienti indispensabili a nutrire l’esistenza? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?
Giunto alla soglia dei miei quarant’anni, tempo fecondo di bilanci, il segreto di quest’arte di esistere senza paura di vivere, o meglio accettando anche la paura, credo di averlo trovato, ed è quanto di più prezioso io abbia. In queste pagine, caro lettore, vorrei raccontartelo, come in una chiacchierata fra amici, magari nella penombra di una sera senza incombenze. Anzi, preferirei che te lo raccontasse l’amico che me lo ha svelato, colui che quando avevo diciassette anni varcò la soglia di camera mia per non uscirne più. Nella nostra stanza facciamo entrare solo chi ha il diritto di vederci scoperti, senza difese, persino nudi. (…)
Pensa, lettore, a ciò che ti sta accadendo adesso, all’atto di sconsiderata fiducia che si consuma nel leggere un libro al fuoco antichissimo e moderno di una lampadina, nella condizione orizzontale del proprio letto: stai permettendo a un estraneo di entrare nella tua notte, il momento in cui abbassi le difese. Con questo gesto affronti la paura del buio e ti rendi disponibile al mistero.
Così è accaduto a me con chi mi ha svelato il segreto de la felicità, l’ultimo a cui avrei pensato, da ragazzo, di concedere la chiave della mia stanza: Giacomo Leopardi.

(...)

Aprirsi al mistero
Leopardi ebbe presa sulla realtà come pochi altri, perché i suoi erano sensi finissimi, da «predatore di felicità». A guidarlo era una passione assoluta. La custodiva dentro di sé e la alimentò con la sua fragilissima esistenza nei quasi trentanove anni in cui soggiornò sulla Terra; per questo ebbe un destino scelto e non subìto, pur avendo tutti gli alibi per subirlo o per ritirarsi da qualsiasi passione. Fu invece un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi, e cercò di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e felice una vita costellata di imperfezioni.
In queste pagine pongo domande (la letteratura serve a fare interrogativi, non interrogazioni) e rispondo a Leopardi, che mi ha a sua volta accolto amorevolmente nelle sue «stanze» (così si chiamano le strofe delle poesie) scrivendomi lettere accorate e vigorose: questo è un epistolario intrattenuto con lui in uno spazio-tempo creato dall’atto della lettura, lo spazio-tempo della bellezza, che vince sul tempo misurato dagli orologi ed espande la vita come solo amore e dolore, scrittura e lettura possono fare.
Ma questo libro è anche un atto di fedeltà a due dei progetti mai realizzati da Giacomo. Egli avrebbe voluto scrivere una Lettera a un giovane del ventesimo secolo, come accenna nello Zibaldone nell’aprile del 1827, e mi piace immaginare che a ricevere quella lettera sia stato proprio io, nato centocinquant’anni dopo quella nota, nel secolo verso il quale egli si sentiva proiettato. Leggere ciò che un altro uomo ha scritto è entrare in relazione epistolare con lui: lui ci scrive, noi, a distanza di migliaia di ore, rispondiamo. La poesia è un messaggio in bottiglia, che vive della speranza di un dialogo differito nel tempo. Questo è stata per me, adolescente naufrago nella sua stanza, la poesia di Leopardi.

Le età dell’uomo
L’altro progetto che lasciò incompiuto era un poema, in prosa e versi, sulle età dell’uomo. Costretto a vivere più in fretta di tutti noi, per via delle sue condizioni fisiche, Leopardi mi ha insegnato ad accostarmi alle età della vita con parole precise, rendendole così reali e abitabili, e mi ha aiutato a trovare gli strumenti dell’arte del vivere quotidiano in ogni tappa dell’esistenza, identificando il fine per cui esiste e la passione felice che deve attraversarla e guidarla.
Il libro è quindi diviso in sezioni che segnalano i passi dell’esistenza umana e ciò che può illuminarli dall’interno. Leopardi ha distillato, come si fa con gli ingredienti dei profumi, le tappe che ci accomunano tutti, qualunque siano longitudine e latitudine di appartenenza, qualunque sia la «dote» che la vita ci ha offerto. Queste componenti fondamentali dell’essenza della vita le chiamo: adolescenza, o arte di sperare; maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di rinascere. Arte è ciò che chi ha talento per la vita (tutti) può imparare e migliorare giorno per giorno, perché ogni tappa sia illuminata, guidata e riscaldata da un fuoco che non si spegne, quello della passione felice di essere al mondo come poeti del quotidiano e non stremati superstiti o pallide comparse. Non esclamiamo forse, di un momento di gioia: «È pura poesia»?

La semplicità
Queste pagine non contengono soluzioni semplici, perché semplice la vita non lo è mai, e non lo è stata per Leopardi in particolare, ma suggeriscono come un po’ più semplici potremmo essere noi, con uno sguardo più puro sulla vita (…) e la sua possibile felicità, che, come scrive Leopardi, non ne è che il compimento, per raggiungere il quale «è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro» (Zibaldone, 31 ottobre 1823).
Se ti fidi, lettore, prometto di aiutarti a cercare questa vita e a risvegliare questo amore.
«La stampa» del 28 ottobre 2016

18 ottobre 2016

Ceto politico senza qualità

In libreria dal 20 ottobre un saggio di Piero Craveri (Marsilio) critica i partiti della Prima Repubblica
di Paolo Mieli
Dopo De Gasperi sono mancati leader capaci di governare il cambiamento
Nel maggio del 1954, al Congresso di Napoli della Democrazia cristiana, Ezio Vanoni spiegò che l’Italia era ad un bivio: «O continuiamo a procedere», disse, «sulla via della ricostruzione con il necessario rigore» o «il nostro destino potrebbe essere di cadere in condizioni quasi coloniali, dalle quali non sapremmo più riprenderci». I congressisti — impegnati a spartirsi l’eredità politica di Alcide De Gasperi — quasi non prestarono attenzione alle parole di Vanoni. Quelle parole, invece, ben figurano nell’incipit di un libro assai coraggioso, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana (Marsilio), che Piero Craveri ha dedicato alla storia del nostro Paese negli ultimi settant’anni. Lo studioso è assai severo con i politici del dopoguerra. Definisce «malsicura» la loro conoscenza dell’economia di mercato e ironizza sul «male inteso primato della politica» dietro il quale quei leader cercarono di occultare le loro scarse virtù: si contano sulla punta delle dita le personalità della Dc e dei partiti laici che avevano in curriculum un’esperienza di studio o di lavoro nei Paesi occidentali, cosa che altrove era già consueta dalla fine degli anni Quaranta.
Quale fosse l’opinione diffusa già allora sulla classe dirigente della Dc lo chiarisce una lettera (del 1973) di Cesare Merzagora ad Amintore Fanfani, in cui l’ex presidente del Senato ironizza sul ministro Antonino Gullotti il quale, « non avendo mai sentito il battito di una macchina industriale», si segnala per aver «fatto tutta la sua carriera nella Dc che è soltanto una fabbrica di voti». Alla seconda e alla terza generazione del partito scudocrociato la dottrina sociale della Chiesa lasciò «un alone di socialità che servì soprattutto per giustificare le prassi di “non governo”». Per quel che riguarda l’opposizione, prosegue Craveri, «a sinistra tenne il campo un marxismo, politicamente adulterato nella sua stessa conoscenza teorica». Un marxismo che negli anni Settanta avrebbe per di più avuto «una riviviscenza intellettuale quasi totalizzante, senza riscontro in altri Paesi». Ai socialisti, poi, «mancò quella riflessione di politica economica che gli scandinavi avevano già maturata politicamente negli anni Trenta, i francesi e i tedeschi nel secondo dopoguerra». I comunisti, infine, furono incapaci di «compiere un effettivo mutamento del loro approccio ideologico», e «accostarono altri approdi culturali per addizione, che non è la stessa cosa di un’intrinseca revisione».
Si salva quasi esclusivamente Alcide De Gasperi, al quale è riservata una grande considerazione. Minore quella per la seconda generazione democristiana, minata, ad avviso di Craveri, da una «pochezza di fondo». L’unico personaggio in grado di contrastare lo statista trentino, anzi di combatterlo, fu Giuseppe Dossetti (che, pure, di De Gasperi apprezzava la dirittura morale e l’indipendenza dalla Santa Sede e che, però, «lo considerava il suo opposto»). Gli altri leader Dc valevano molto meno. Ai socialisti italiani degli anni Cinquanta viene mosso in modo esplicito il rilievo di aver «rotto l’unità di classe con i comunisti solo oltre un decennio dopo rispetto a quanto era avvenuto negli altri partiti socialisti europei».
Interessante l’esame di Craveri delle proposte di riforma costituzionale avanzate su tutti i fronti già nella prima legislatura (1948-53), a testimonianza della diffusa consapevolezza che la Costituzione era frutto sì di un «miracoloso compromesso», ma, perché il sistema potesse funzionare, era necessaria quantomeno una radicale messa a registro. Del resto è un socialista, Pietro Nenni, a lamentare che «il vizio segreto di questa Costituzione è il medesimo che si trova a ogni tappa della nostra storia, dal Risorgimento in poi: sfiducia nel popolo, donde la necessità di frapporre fra l’espressione della volontà popolare quanti più ostacoli, quanti più diaframmi possibile». Guido Gonella si trova a perorare la causa di una profonda revisione costituzionale già in una relazione al Congresso nazionale della Dc del novembre 1952.
La sconfitta di De Gasperi nel 1953 segna la nascita di quella che Pietro Scoppola definì «la Repubblica dei partiti». Ma i difetti da «regime oligarchico condominiale» diventeranno evidenti solo 10 anni più tardi, alla prima crisi economica. Nel frattempo è giunta l’ora di Amintore Fanfani, il quale «seppe imprimere all’azione di governo una capacità riformatrice che fu mallevatrice della svolta di centrosinistra». La vocazione dell’uomo politico aretino derivava da «un impulso autoritario, essendo in ciò l’interprete più coerente degli insegnamenti che erano a suo tempo maturati nell’università di padre Gemelli». Però… Craveri, non senza malizia, mette in risalto la distanza che separa la grandezza degasperiana da alcune piccinerie di Fanfani: «Quando si costituì il centrosinistra organico e il bastone della staffetta passò nelle mani di Moro, che con le sue mediazioni ne fu l’effettivo artefice, Fanfani non ci mise molto a dichiarare “reversibili” le alleanze che aveva così tenacemente contribuito a creare».
Gli appare di maggior rilievo la figura di Aldo Moro, «artefice ultimo e decisivo» del centrosinistra, del tutto «insofferente del tatticismo fanfaniano». Moro, a giudizio dello storico, ebbe una consuetudine non estemporanea con il pensiero moderno e non gli fu «estranea la conoscenza dei testi crociani» (Craveri è nipote di Benedetto Croce). Costante fu nella visione di Moro «un orizzonte che abbracciava l’intero sistema politico, di cui la Dc era sì il centro, ma non statico». Più critico il giudizio sul Psi. A proposito di Riccardo Lombardi, che nel 1963 aveva guidato la delegazione socialista per la formulazione del programma del governo di centrosinistra, viene stigmatizzato «quell’indelebile accento anticapitalista che pretendeva essere il suo marchio politico».
Il punto di rottura decisivo nella storia d’Italia del secondo dopoguerra va collocato, secondo Craveri, tra il 1963 e il 1964: con la prima grave crisi congiunturale, va in frantumi il quadro riformatore del centrosinistra (il governo organico con i socialisti, quello con Aldo Moro e Pietro Nenni nella cabina di pilotaggio, era appena nato, nel dicembre del 1963). Da quella crisi si esce con una manovra monetaria e creditizia della Banca d’Italia ed è proprio qui che viene alla luce «l’arte del non governo», nel senso che si smarrisce quasi del tutto qualsiasi impostazione generale di politica economica utile a stabilizzare e promuovere lo sviluppo produttivo. È l’avvio di una politica «in cui in realtà la società era abbandonata a se stessa, ai suoi istinti vitali, positivi o negativi che fossero». E il tutto, di lì a poco, «avrebbe trovato ostacoli gravi e imprevisti». Doveva essere quello il momento per una politica decisa, venne invece la lunghissima stagione del «consociativismo», che prenderà forma parlamentare già dopo il 1964 e forma istituzionale dopo il 1968. Lo Stato programmatore si trasformava in quello che Giuliano Amato ha definito lo «Stato provvidenza». Si salva assai poco di quella stagione. L’unificazione socialista (1966-69) sarebbe stata un’operazione «senza alcuno slancio politico, non andando oltre la razionalizzazione dell’esistente con una forte impronta trasformistica». E lo statuto dei lavoratori sarebbe stato «l’anello più sensibile dell’approdo consociativo da un punto di vista istituzionale». Ricorda Craveri, non senza malizia, che a favore di quella legge (la 300 del 1970) al cui interno era inserito l’articolo 18, votarono persino i liberali, mentre i comunisti si astennero. Già nella seconda metà degli anni Sessanta il sistema spartitorio della Repubblica dei partiti si era stabilizzato «con effetti traumatici sulla politica del bilancio pubblico e del funzionamento complessivo dell’economia». E già nel 1971 il bilancio dello Stato non ha più un avanzo primario, sepolto com’è dalla spesa corrente.
Il governatore della Banca d’Italia Guido Carli (1960-1975) è considerato «la mente direttiva dominante, per più di un decennio, della politica economica italiana». Carli si trovò però «solo» e fu costretto a «gestire un potere non proporzionato al ruolo istituzionale che ricopriva». Sicché dovette assumersi compiti «che costituivano il supporto decisivo alle politiche senza controllo della spesa pubblica a cui la classe politica aveva affidato la tenuta del regime democratico italiano». Craveri riporta un singolare ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: «Carli diceva ai ministri “Si fa così e così”, io mi meravigliavo un po’! A un certo punto capì che oramai la spesa pubblica aveva assunto ritmi vertiginosi, con la Banca d’Italia che non poteva negare il finanziamento, perché sarebbe stato come disse lui stesso un “atto sedizioso”».
Giudizi assai più lusinghieri sono quelli dell’autore sul successore di Carli, Paolo Baffi. E su Beniamino Andreatta, che ebbe l’intuizione di dividere il Tesoro dalla Banca d’Italia. Così come su Ugo La Malfa ad un libro del quale — Intervista sul non governo, a cura di Alberto Ronchey (Laterza) — è ispirato il titolo di questo saggio. Giudizio positivo anche su Giorgio Amendola, l’unico nel Pci che chiedeva al suo partito un impegno di fondo per «spegnere l’inflazione». Considerazioni negative invece nei confronti di Giulio Andreotti. A Giuseppe Saragat viene rimproverato di aver innescato lo scandalo «risibile» che costrinse Felice Ippolito a dimettersi dal Comitato nazionale per l’energia nucleare: «Gli interessi ultimi che probabilmente lo spinsero a ciò stavano in chi non voleva che l’Italia si rendesse nel futuro più indipendente dal mercato petrolifero internazionale». Riserve vengono espresse anche sul segretario del Pci Enrico Berlinguer, qui considerato un politico di assai corta visuale talché, secondo Craveri, non si può in alcun modo parlare per l’epoca di «riformismo comunista».
Bettino Craxi è dipinto come un capace sparigliatore animato da motivazioni condivisibili, ma sprovvisto di un disegno politico che fosse dotato di un «ultimo costrutto». Il Psi è descritto come «costantemente in ritardo sui tempi». L’aggiornamento della cultura socialista, osserva Craveri, fu «lento e travagliato, maturò solo in una parte esigua della dirigenza politica del partito… e inclinò definitivamente verso una nuova impronta di tipo socialdemocratico — quella che la Spd in Germania aveva acquisita già nel 1959 a Bad Godesberg — soltanto con la segreteria Craxi, quando la classica formula socialdemocratica iniziava in Europa il suo tramonto». Quanto poi al Craxi presidente del Consiglio (1983-1987), Craveri lo giudica come «l’ultimo leader italiano che cercò di fare una politica estera con un profilo nazionale». Ma, in politica interna, ne rileva la contraddittorietà nell’essersi «consegnato nelle mani della Dc». Anche se va detto che, in campo comunista, né la «scialba segreteria di Natta», né quella «più velleitaria di Occhetto» gli offrirono plausibili alternative.
Elogiativo Craveri è anche nei confronti di Marco Pannella e delle battaglie radicali per i diritti civili, ma si sente in obbligo di mettere in risalto quello che gli appare il limite della loro politica: il «decisivo impulso radicale», osserva, mai avrebbe raggiunto i suoi obiettivi senza l’appoggio delle forze laiche e socialiste. «Fu infatti il complesso di questi partiti a farsi interprete di una tradizione civile, già incardinata negli altri Paesi democratici dell’Occidente». E la Dc sostanzialmente li lasciò fare. Dopodiché, però, i laici per un verso e i radicali per l’altro non seppero trasformare la grande esperienza degli anni Settanta in qualcosa di politicamente solido, strutturato e duraturo.
L’istituzione delle Regioni creò più problemi di quanti ne risolse e «per il Mezzogiorno la regionalizzazione ha costituito un danno pressoché irreparabile». Dagli anni Settanta, poi, in Italia si realizzò «una democrazia assembleare così estesa da non avere riscontro in altri Paesi». Interessante ciò che Craveri dice circa il rapimento e l’uccisione di Moro (1978): la linea della fermezza adottata dai comunisti «si spiega soltanto con la necessità che essi avvertivano di respingere qualsiasi riconoscimento anche implicito delle Br come interlocutori politici, essendo a conoscenza della relazione che queste avevano con i sovietici». Anche se poi «non c’è alcuna considerazione plausibile che giustifichi il perché il Pci non abbia fatto nulla per salvare l’unico referente sicuro sulla scena politica per proseguire nella linea di collaborazione che avevano intrapresa, non avendo altra prospettiva politica». Acute sono le considerazioni di Craveri sull’assenza di aperture di Berlinguer a Craxi all’inizio degli anni Ottanta. E su quelle che Michele Salvati ha definito le «occasioni mancate» degli anni Novanta. Anni per i quali Craveri salva il governo di Giuliano Amato (di cui Ciampi sarebbe stato «debitore»).
Di Silvio Berlusconi dice che fu «un gestore solidamente agguerrito del potere anche se i suoi governi produssero pochi atti rilevanti». Ricorda che «consultava continuamente i sondaggi d’opinione e ne seguiva le indicazioni come i re e gli imperatori dell’età di mezzo facevano con gli astrologi». Tutto «filtrava per l’orecchio del capo, che era conforme a quello fattosi costruire dal tiranno di Siracusa Dionisio». All’inizio poté giovarsi di «un vecchio e astuto trasformista pugliese», Giuseppe Tatarella, e della «rozzezza pagana» di Umberto Bossi. In seguito si contornò di un personale politico «non all’altezza». E complessivamente non all’altezza dell’epoca storica successiva alla caduta del Muro di Berlino gli appare anche (con poche eccezioni) il ceto politico che a Berlusconi si è opposto. Mai si erano letti giudizi così spietati sugli ultimi settant’anni di vita politica italiana.

Bibliografia
Esce in libreria dopodomani, giovedì 20 ottobre, il saggio di Piero Craveri L’arte del non governo. L’inarrestabile declino della Repubblica italiana (Marsilio, pagine 592, e 25), nel quale l’autore, professore emerito di Storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa, trae un bilancio critico dell’opera svolta dalla classe politica italiana dall’immediato dopoguerra ai giorni nostri. Tra le storie dell’Italia dal 1945 in poi, quella di Pietro Scoppola, La Repubblica dei partiti (il Mulino, 1991) si concentra sulle dinamiche del sistema politico, mentre la Storia dell’Italia repubblicana di Silvio Lanaro (Marsilio, 1992) privilegia la dimensione economica e sociale. Da segnalare anche la Storia della Prima Repubblica di Aurelio Lepre (il Mulino, 2004) e due volumi di Guido Crainz editi da Donzelli: Il paese mancato (2003) e Il paese reale (2012).
«Corriere della sera» del 17 ottobre 2016

I conti con la storia e la scelta di abbattere la casa di Hitler

Adolf Hitler nacque a Braunau am Inn il 20 aprile 1889, figlio del doganiere Alois e della sua terza moglie Klara Pölzl: ora la casa dove visse per tre anni sarà abbattuta
di Sergio Romano
La distruzione della casa natale di Hitler a Braunau appartiene a una delle tradizioni meno nobili della storia umana. Posso immaginare che non sia piacevole per i 17.000 abitanti di questo piccolo centro dell’Alta Austria assistere di tanto in tanto al nostalgico pellegrinaggio di nazisti impenitenti. Il rischio esiste. Sappiamo che Jörg Haider, esponente di una destra che si definiva impunemente liberale, voleva organizzare a Braunau un congresso europeo e che vi sarebbe riuscito se Giovanni Malagodi, allora presidente dell’Internazionale liberale non glielo avesse impedito.
Ma i conti con la storia non si possono fare distruggendone le tracce. Non è lecito ricordare del passato soltanto le pagine più gradite e sopprimere quelle che sono motivo di imbarazzo e disagio. Hitler appartiene all’Austria. Gli anni passati a Vienna furono amari ma hanno formato la sua visione del mondo e i suoi gusti molto più di quanto sia accaduto a Monaco e a Berlino. Qui è nato il suo antisemitismo. Qui è stato trionfalmente accolto da una enorme folla plaudente nel marzo del 1938.
Paradossalmente la distruzione della casa di Braunau è stata decisa quando è nelle librerie da pochi mesi una nuova edizione del Mein Kampf; due volumi di grande formato che pesano cinque chili e contengono il testo di Hitler, una lunga prefazione (80 pagine), la lista delle traduzioni del libro in altre lingue, una bibliografia (122 pagine), cenni biografici sulle persone citate, un indice analitico (70 pagine), una documentazione iconografica sui luoghi abitati da Hitler negli anni in cui l’opera fu scritta, una sterminata bibliografia e 3.500 note.
Gli studiosi tedeschi non hanno bruciato le copie rimaste del libro di Hitler, come forse avrebbero fatto i distruttori della casa di Braunau. Hanno preferito seppellire l’autore sotto la pietra tombale della migliore filologia germanica.
«Corriere della sera» del 18 ottobre 2016

16 settembre 2016

I «social», palazzo di vetro senza pietà

La tragedia di Tiziana, suicida per un video
di Chiara Giaccardi
Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole.
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale.
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, il broadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione social è un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra.
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti.
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.
«Avvenire» del 16 settembre 2016