30 giugno 2020

Libridine

di Alessandro D'Avenia

«Non leggevo, ma dopo quel libro non ho più smesso», è un messaggio che ricevo spesso da ragazzi che mi chiedono nuovi titoli, dopo essersi imbattuti nel libro «apri-porta», quello a cui tutti dobbiamo il nostro primo indimenticabile atto di «libridine», l’eros per la vita scatenato dalla parole: «quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali» con cui Cesare Pavese indicava la sua giovanile fame di leggere. Mi scrivono infatti «l’ho divorato», senza sapere che leggere ha origine da un verbo greco che indicava la raccolta dei frutti. Leggere permette di far raccolto di sé: raccogliersi. Colto non è chi legge, ma chi si è raccolto. Chi non ha divorato un libro non ha ancora provato la fame di cui parla Pavese o non ha trovato il libro capace di soddisfarla? Faccio rispondere Leopardi: «Mi sono avveduto che la lettura non ha veramente prodotto in me né affetti o sentimenti che non avessi, che senza quelle letture non sarebbero nati da sé: ma li ha accelerati e fatti sviluppare più presto. Trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente». L’autore dello Zibaldone non scambia il fine (la vita) con il mezzo (il libro): un buon libro apre la via al possibile, lo sviluppa, accelerando pensieri e sentimenti già presenti in noi, ma ancora inespressi e inattivi. La lettura dissoda il nostro campo interiore, rivoltando strati dell’io induriti da luoghi comuni e impermeabili alla verità. Leggere permette di raccogliere (che è anche ri-accogliere) il meglio di noi stessi.
Bisogna però saper scegliere letture capaci di far maturare ciò che in noi attende compimento. Come fare? Risponde Marcel Proust: «Una delle meravigliose caratteristiche dei bei libri (che fa comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Tale è il valore della lettura, e tale è anche la sua insufficienza. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale: può introdurci in essa, ma non la costituisce. Finché la lettura resta per noi la iniziatrice le cui chiavi magiche ci aprono, nel profondo di noi, la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare da soli, la sua funzione nella nostra vita è salutare. Diventa invece pericolosa quando, in luogo di destarci alla vita personale dello spirito, tende a sostituirsi a questa». La lettura ci mette in contatto con le fonti della vita, che sono spirituali, aggettivo a volte ridotto al significato di «mentale» o «astratto», ma lo spirito sta alla nostra anima come il respiro al nostro corpo: è la vita che ci attraversa, che non ci siamo dati e non possiamo aumentare da soli. I bei libri aumentano proprio quella vita, come tutte le relazioni ri-generanti. Per questo Proust dice che hanno un ruolo essenziale: risvegliano il desiderio, che è il motore della vita spirituale e fisica. Noi vogliamo una vita infinita e la lettura ci permette di attivarne e accelerarne la possibilità. Ma allo stesso tempo lo scrittore ci avverte: i libri non bastano. Un bel libro è il testimone della staffetta tra scrittore e lettore: la ricerca dell’uno dà il via a quella dell’altro. Un libro dà vita se ha vita: se diciamo che ce l’ha cambiata stiamo dicendo che ha liberato energie imprigionate da schemi inadeguati, se diciamo che ce l’ha salvata stiamo dicendo che ci ha, in qualche modo, guarito: ma poi sta a noi continuare. Leggere non è un passa-tempo ma un apri-tempo. Io non leggo per «far passare» il tempo (è così poco quello di una vita), ma per dargli senso, intensificarlo e moltiplicarlo: dei libri belli, infatti, diventiamo la carne, come gli uomini-libro di Fahrenheit 451.
Per questo arriva un momento della vita in cui rileggere può avere risultati sorprendenti: se un libro ha fatto maturare la nostra vita interiore, la sua rilettura potrebbe salvarci dai momenti di carestia e aridità. Quando non riusciamo a dar frutto, non abbiamo bisogno di continue novità, ma di ripetute profondità, come chi non si stanca di osservare i tramonti dalla stessa spiaggia o di fare l’amore con la stessa persona. Da anni, soprattutto in tempi magri, raccolgo più dalla rilettura di Omero, di alcuni libri della Bibbia, di Dante e Dostoevskij ... che da tanti libri nuovi definiti «necessari». Questa estate, tra gli altri, risceglietene uno veramente necessario, un acceleratore d’anima, un detonatore di desideri, rileggete (o ascoltate) un libro che abbia già fatto questo con voi: lo rifarà. Bisogna liberarsi dal pregiudizio che «nuovo» significhi solo «recente», e non «ciò che dà qualcosa di inatteso a ogni incontro», come chi ci ama. Io ho cominciato a rileggere il Gattopardo. E voi?
«Il Corriere della sera» del 29 giugno 2020

13 giugno 2020

Michel Onfray: "Muore la libertà con i nostri clic"

Nel suo nuovo saggio il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello. "Mai come oggi c'è stata una così forte servitù volontaria"
di Roberto Saviano
Michel Onfray è un filosofo che leggo esattamente come ascolto Thelonious Monk, Chilly Gonzales o Martha Argerich, quando mi sento in mare aperto, senza direzione loro mi danno orizzonte. Onfray è un filosofo libertario, è un misuratore della tossicità del potere; un metodo anarchico governa il suo ragionare. Esce in Italia il suo Teoria della dittatura, un testo che si adopera nella complessa descrizione di come accade che i governi si tramutino in tirannie e di come anche le democrazie si sclerotizzino in dinamiche autoritarie. Onfray individua sette fasi principali che trasformano uno Stato in dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura, propagare l'odio, aspirare all'Impero. Il desiderio che hai, quando finisci un suo libro, è di chiamare Onfray per chiarire la costellazione di dubbi che ti ha innescato. Così, questa volta, ho deciso di farlo.

Per distruggere la libertà tu dici, Michel, che bisogna assicurare una sorveglianza continua, distruggere la vita personale, eliminare la solitudine, divertire con le feste comandate, uniformare l'opinione, denunciare i crimini di pensiero. La felicità, la sua ricerca, può essere uno strumento per contrastare l'autoritarismo o, al contrario, il trabocchetto insito nella propaganda autoritaria, ovvero perdi libertà ma in cambio hai più felicità?
"La felicità non può essere l'ultima parola in un mondo in cui c'è chi ritiene che non ci sia nulla di sbagliato nell'ottenere la propria felicità a scapito degli altri. La lotta contro l'autoritarismo è materia per caratteri temprati, che abbiano il senso dell'interesse generale e la capacità di mettere da parte la propria felicità in nome dell'ideale superiore della virtù civica, come fece Catone il Vecchio".

Onfray scrive che per impoverire la lingua, bisogna: usare un linguaggio a doppia valenza, distruggere parole, piegare la lingua all'oralità, eliminare i classici. Per abolire la verità, bisogna: imporre l'ideologia, strumentalizzare la stampa, diffondere notizie false, ricreare la realtà.

Tutte le dittature - chiedo - hanno la loro neolingua che riduce ogni concetto a slogan: è quello che sta accadendo con il web. Esiste una soluzione?
"La scuola repubblicana che insegnava a ragazzi e ragazze a leggere, scrivere, far di conto e pensare senza guardare alle loro origini sociali è morta nel maggio del '68. È stata sostituita da un dispositivo ludico nel quale l'apprendimento di contenuti è stato abbandonato in favore della sollecitazione di un ipotetico genio infantile. La scuola, che una volta produceva cittadini, adesso produce pecore di Panurgo in catena di montaggio. La moralizzazione della rete, che tra le altre cose implicherebbe di far rispettare le leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant'altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell'avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio".

Nel tuo libro descrivi Amazon, Facebook, Netflix, Google, Apple come la più articolata forma totalitaria che esista. Come contrastare il loro potere oggi, dopo che sono state, durante la pandemia, le piattaforme gratuite per relazioni umane, lavoro, scuola e intrattenimento?
"Questa è in effetti la questione politica per eccellenza. In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l'esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n'è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: "Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi". Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c'è schiavo peggiore di chi si crede un padrone".

La sinistra europea in tutto questo?
"La sinistra è morta nel marzo del 1983 con François Mitterrand che ha presentato l'Europa liberale come un progresso storico che avrebbe portato la piena occupazione, l'amicizia tra i popoli, la fine del razzismo e delle guerre, la prosperità economica. La propaganda fu così insistente da riuscire a far approvare il Trattato di Maastricht nel 1992, anche se per un pelo. In seguito, anno dopo anno, il popolo si è reso conto che gli avevano venduto un prodotto adulterato, che produceva il contrario di quello che prometteva".

In "Teoria della dittatura" racconti di una sinistra che fu di Jean Jaurès e di Léon Blum, che poi si trasforma nell'alleanza con il capitalismo più spinto. Porti l'esempio di Mitterand: fu cattiva fede o speranza di democratizzare il capitale?
"Una volta al potere, Mitterrand è rimasto di sinistra per ventidue mesi: dopo la cosiddetta "svolta dell'austerità" del 1983 ha abbandonato il socialismo e, fino alla fine del suo secondo settennato, nel 1995, ha fatto politiche di destra continuando a presentarsi come un uomo di sinistra. La "sinistra" al governo ha fatto politiche di destra mentre a parole continuava a dire di essere di sinistra e la sua schizofrenia è stata sostenuta dal gran parte del popolo francese, che sembrava come incantato. Questa "sinistra" ha vissuto cinque anni pietosi con la presidenza di François Hollande e adesso è morta, rea di non aver mai denunciato questa truffa di dimensioni storiche".

Mi ha sorpreso la tua descrizione di De Gaulle come un politico autonomo che cercò di non trasformare la Francia in una colonia americana e che fu per questo osteggiato da tutti.
"De Gaulle era un uomo di sinistra sostenuto dalla destra e Mitterrand era un uomo di destra sostenuto dalla sinistra. È il grande malinteso del XX secolo. De Gaulle è l'uomo che ha inventato la Resistenza. È l'uomo che ha creato la Francia libera, arma da guerra che ha contribuito alla liberazione dell'Europa. Come capo di Stato ha ripristinato le libertà civili e ha respinto con un solo gesto il rischio dell'imperialismo americano e contemporaneamente il progetto stalinista sostenuto dai comunisti armati. Ha dato il diritto di voto alle donne, ha decolonizzato molti Paesi dell'Africa nera e ha messo fine alla guerra d'Algeria. È l'uomo della previdenza sociale e della pillola contraccettiva. È l'uomo che non ha fatto sparare sulla folla nel Maggio '68 e che risponde al '68 con la partecipazione, con un progetto che fa così tanta paura alla destra che alla fine si convince a eliminarlo dalla scena con la scusa del referendum del 1969. Infine e soprattutto, è l'uomo della rettitudine e della linearità, della moralità. Un contemporaneo di Catone il Vecchio".

La pandemia che mondo ci lascerà?
"Lo stesso ma peggiore. Modificherà il lavoro, l'insegnamento, i viaggi, gli spostamenti, le relazioni intersoggettive, gli equilibri tra città e campagna: il telelavoro, la sostituzione della "presenza" con la "distanza" aumenterà i poteri della società del controllo, che ha raccolto il testimone della vecchia società totalitaria. Il virtuale soppianterà il reale ogni volta che sarà possibile, e a governare sul virtuale ci sarà il Big Brother. Del resto, non poteva essere altrimenti visto che l'ha inventato lui".
«la Repubblica» del 12 giugno 2020