27 agosto 2015

L'accoglienza nella storia: prudenza al servizio della giusta carità

di Roberto Colombo
Uomo libero e per questo scomodo al potere politico, principe dei 'poeti esiliati', Dante era familiare con la condizione di chi è costretto a cercare rifugio lontano dalla propria terra. E riconosce ai profughi la qualifica di pellegrini, «in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria», non solo chi è in viaggio verso un luogo di pietà religiosa (Vita nuova, XL, 6). Alighieri esprime con le parole una concezione del migrante che i monaci hanno praticato lungo il Medio Evo, epoca di diffusa mobilità continentale. Essi non furono i soli cristiani a concretizzare l’accoglienza del pellegrino e del viandante: papi, vescovi e laici diedero vita ad altre forme della loro protezione e cura. Un’accoglienza che trova nella disposizione della hospitalitas la sua sintesi pratica, alimentata alle pagine della Scrittura e dei Padri (in Occidente, anzitutto quelle dei Sermones di Agostino e del De officiis di Ambrogio).
A partire dal IV secolo, secondo l’indicazione di un canone attribuito al Concilio di Nicea, vennero allestite presso il patriarchio (antica residenza dei papi in Laterano), gli episcopi e i monasteri delle strutture destinate all’accoglienza e alla cura dei poveri, dei pellegrini e dei forestieri in transito, chiamate xenodochi.
Quest’opera di assistenza doveva essere ben nota e di sicura visibilità se l’ultimo imperatore pagano, Flavio Claudio Giuliano – convinto che l’accoglienza degli stranieri e dei bisognosi fosse il segreto della benevolenza del popolo verso la Chiesa – promosse la creazione di strutture simili agli xenodochi in ogni città della Galazia, a favore dei quali ordinò che fossero assegnati annualmente 30 mila moggi di frumento e 60 mila sestieri di vino (la testimonianza fattiva della Chiesa, più che la sua predicazione, stimolò i governanti, per spirito di emulazione o ricerca del consenso popolare, a farsi carico delle necessità degli indigenti). Nel venire incontro ai bisogni elementari di questi uomini, donne e bambini (vitto, alloggio, vestiario, cure sanitarie) si distinsero anche famiglie nobili di laici abbienti con il loro evergetismo, anticipando quello che in tempi più recenti è stato il fenomeno delle fondazioni filantropiche e sociali. La cura hospitalitatis venne ritenuta da papa Gregorio Magno tra i doveri prioritari della Chiesa. In questo 'movimento di ospitalità' che caratterizza l’operosa spiritualità medioevale, un posto particolare spetta al monachesimo basiliano e benedettino. San Benedetto dedica l’intero capitolo 53 della sua Regola a «come debbano essere accolti gli ospiti».
I poveri, i pellegrini e coloro che comunque giungevano al monastero dopo un lungo viaggio, spesso provati dal digiuno, dalla fatica e dalle ferite, erano ricevuti con particolari cure e attenzioni – «come Cristo», recita la Regola –, venivano loro lavate le mani e i piedi e rifocillati in qualunque ora del giorno, non senza aver prima pregato insieme e scambiato un segno di pace. Nessun interesse – neppure quello legato all’eventuale conversione al Vangelo, se i forestieri non erano cristiani – portava questi uomini ad aprire le porte del loro cuore e dei loro monasteri ai bisognosi di accoglienza, ma solo l’amore a Cristo che in essi si rendeva presente: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35).
I monaci, tuttavia, non erano né ingenui né sprovveduti, e sapevano coniugare l’affabilità e gratuità dell’accoglienza con la necessità dell’ordine e della giustizia. Sulle vie di comunicazione dell’Europa si muovevano non solo pii pellegrini, onesti mercanti, sinceri esuli e persone miti alla ricerca di un lavoro, ma anche truffatori, ladri, violenti e oziosi. Dai chronica dell’epoca veniamo a conoscenza di episodi che hanno turbato la tranquilla vita dei monaci in seguito all’ospitalità offerta ad alcuni malintenzionati, ma questa eventualità non ha mai fatto venir meno la tradizionale accoglienza. Ha solo suggerito alcune precauzioni, come la separazione della cella hospitum (foresteria) dal resto del monastero e il suo affidamento a chi sappia gestirla con amore alla persona, ma anche con fermezza. Un esempio di come coniugare attraverso la prudenza due virtù imprescindibili per il cristiano, la carità e la giustizia, senza divenire prigionieri della paura che la prima vada a scapito della seconda. Seguire il Vangelo rende liberi e intelligenti, anche di fronte alle circostanze che più ci preoccupano.
«Avvenire» del 27 agosto 2015

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