07 maggio 2013

La strategia turistica

Il settore e l'improvvisazione
di Antonio Preiti
Il turismo è una cosa seria. Sono veri i soldi che crea: scegliete il calcolo che preferite, ma a Roma siamo sempre sopra il 15 per cento del Pil. Nel centro storico della Capitale un euro su quattro arriva, in un modo o nell'altro, dai nostri ospiti.Sono veri i posti di lavoro che genera, la professionalità che rivela; sono vere le imprese, gli alberghi, i ristoranti, i negozi che pullulano di gente che parla un altra lingua. Ma il turismo non è trattato come una cosa seria. E questo, davvero, è un piccolo mistero.Chiunque ha la sua teoria sulla strategia turistica, anche senza aver neppur lontanamente letto un libro in materia, chiunque sale in cattedra, non solo metaforicamente, mettendo in fila un rosario di luoghi comuni, chiunque prende responsabilità nella direzione politica o tecnica del settore, semplicemente in quanto uomo di mondo, che viaggia e conosce.Un settore che genera un euro su cinque della nostra ricchezza collettiva meriterebbe, invece, studi, strategie, pensiero strutturato, ben superiore a quello di cui oggi disponiamo. Un solo esempio: le statistiche sul turismo sono ferme agli arrivi e alle presenze che, se si trattasse del mercato automobilistico, significherebbe che tutta la scienza consiste nel contare il numero delle auto in circolazione. Al massimo si arriva a dividerli tra turisti della cultura, del business, dei congressi, chiudendo gli occhi sulla circostanza, sin troppo evidente, che si sceglie Roma proprio per la sua celebrità culturale, che risuona in ogni motivazione del viaggio.Semmai la domanda andrebbe rovesciata: cosa sappiamo davvero del turismo?Poco di quello che pensano i nostri ospiti. Poco della qualità dei nostri standard. Poco di quello che si aspettano di trovare entrando in un museo. Poco ancora sappiamo del panorama competitivo, del virtuale che nella cultura comincia a battere il reale; dei Louvre che si aprono negli Emirati Arabi; poco sappiamo di come i social media cambiano i comportamenti; poco sappiamo di come realmente Roma sia percepita dagli altri; poco sappiamo di come contrastare la disintermediazione che su internet appiattisce tutto sul prezzo; mai e poi mai sappiamo dell'impatto delle attività promozionali. Poco sappiamo, in una parola, del mondo reale che ci gira intorno, mentre siamo oscurati, nella mente, prima che nella vista, dalla piccola retorica della nostra primazia («caput mundi») e delle risposte che diamo noi stessi, per conto degli altri.Facciamo una cosa seria. Mettiamo idealmente in fila gli elementi che costituiscono la grande impresa collettiva che è l'industria dell'ospitalità: gli aeroporti, i trasporti urbani, i taxi, gli alberghi, i ristoranti, l'intrattenimento, le stazioni ferroviarie, i musei, i parchi; com'è messa Roma in ciascuna situazione? Perché non è vero che sia tutto uguale. Questo scandaglio è da fare non per dare i voti, ma per acquisire consapevolezza, creare volontà, stabilire necessità.
«Corriere della Sera» del 21 aprile 2013

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