06 febbraio 2012

Il male all'alba

È lungo il gesto di gettare un figlio
di Davide Rondoni
Cos’ha gettato Patrizio nel Tevere? Un bambino.
Possibile? Suo figlio di neanche due anni. Cosa è questo lancio? Cosa succede? Lo ha buttato dal ponte Mazzini, all’aba in una città deserta e ghiacciata. Patrizio l’ha strappato litigando alle braccia della madre in casa, poi come un fantasma di padre, uno spettro, un demonio – diciamola questa parola – rompendo in lacrime, non sapendo come chiamare quell’uomo solo sul ponte – padre niente, padre gelo – ha gettato nelle acque buie il suo figlio piccolino, l’innocente nell’acqua. L’ha gettato a morire.
Orrore che ci colpisce nel giorno in cui la Chiesa chiama a ricordare la vita. A ricordare che il gesto estremo, buio di Patrizio è il finale compimento in preda a violenza e a cecità di mille e mille gesti, di scelte feriali «contro la vita». Ogni gesto finale, fatale e maledetto contro la vita non è un raptus. Troppo comodo sarebbe per noi che vediamo quell’uomo solo sul ponte, quella donna sola sul lettino, pensare: è un «loro» raptus, una loro scelta, o necessità, insomma un cosa che non poteva che andare così. Chiamare raptus quello di Patrizio è comodo come chiamare «autodeterminazione» il gesto di molte donne che espellono il proprio figlio nel ventre: è non voler guardare tutti i gesti che ci stanno prima. La disperanza, la mala vita, o la mala coscienza, la banalità del male, la lenta sfigurazione di quel che vale davvero. La solitudine che avviene prima e che in quel lancio o espulsione si cristallizza, buia, micidiale.
Sarebbe troppo comodo per noi fare i conti solo con Patrizio sperduto sul ponte, con il suo nome che indicava nobiltà nell’antica Roma e ora indica la definitiva misera perdita di ogni nobiltà. O fare i conti solo con le donne sperdute nei lettini. Con lui che sceglie di lanciare, e loro che scelgono di abortire. Sarebbe tropo comodo liquidare la sua come follia e condannare quelle donne per quel che compiono sul lettino come se non ci fosse stata prima una trafila di gesti compiuti da loro e da altri intorno a loro, e da noi tutti, contro la vita. La giornata che richiama tutti a essere «per» la vita non può quasi nulla contro i gesti finali, fatali e miseri come il lancio di Patrizio. O contro le cancellazioni dei figli ad opera delle madri. Ma può richiamare che ci sono migliaia di gesti prima, di attenzioni prima, di scelte prima. Ci sono possibilità prima. Si può agire e testimoniare su questa mole di scelte spesso impercettibili, sulla materia della vita corrente, feriale, su quella terra impastata da fatiche e dolori che poi erompe in gesti così crudeli da lasciarci storditi.
Non c’è nessun motivo per un gesto così. Per lanciare dal ponte, nessuno per non far nascere un figlio. Nessuno. Ma questo vuoto di motivi finale, il finale sgomento e la finale sconfitta di tutti – del padre, della madre, di noi – nascono da tanti vuoti prima. È in quei vuoti fatti di chiacchiere banali, di disimpegno, di calcoli miseri, di anima avara, di solitudine mascherata che siamo invitati a guardare e a entrare, specie i più giovani, nella giornata per la vita. Gli uomini vuoti non riescono a sopportare la vita. E uomini e donne si svuotano – perdono energie, ideali, chiarezze, perdono cuore – spesso non perché sono malvagi, ma per una lenta perdita del valore di dono della vita.
Il lancio di Patrizio, padre da punire e da abbracciare ora come il più sventurato padre, è iniziato molto prima di questa alba. È iniziato dove possiamo essere tutti. Il piccolo abbracciato dal Tevere – no, non sia stato troppo gelido – sia portato in fretta dal Padre che è foce di tutti i fiumi, di tutti i pianti e le disperazioni. È Lui il nostro patrono glorioso di oggi. Lui il nostro santo.
«Avvenire» del 5 febbraio 2012

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