30 maggio 2011

Polverosa icona libertina con più fan che lettori

Padre della trasgressione e della narrativa «’ggiovane» degli anni Ottanta ormai ha fatto il proprio tempo

di Tommy Cappellini


Resta niente, di Pier Vittorio Tondelli, eccetto, come prevede la legislazione direttiva del postmoderno, il personaggio. E restano i suoi fan. Questi ultimi, grazie alla straordinaria mitosi cellulare della cultura gay, non mancano. Già, ma i lettori veri e propri? Alla Bompiani, quando gli si chiede il venduto di Tondelli, di cui hanno raccolto le opere in un unico volume nella stessa collana di Saint-Exupéry e Marguerite Yourcenar, nicchiano. Come accade quando si va a scavare sotto il marketing alla ricerca della sostanza. E non è novità che oggi si faccia marketing sulla nostalgia.
Con Tondelli, infatti, siamo dalle parti del vintage anni Ottanta, quando il Nostro, un po’ come Madonna, era sincero e provocatore, forse perché esisteva un residuo di moralità da abbattere. E fu così che, esattamente nel 1980 e like a virgin, Tondelli uscì con Altri libertini, il più autentico dei suoi titoli, sequestrato per oscenità dal procuratore generale dell’Aquila e ripubblicato da Feltrinelli cinque anni orsono in una speciale edizione, appunto, vintage. Ma ancora: quanti se ne nutrono? Pare che venda qualcosa di più Camere separate, romanzo successivo di un decennio e impregnato di quella casalinghitudine rosé che attualmente è il desiderio più pressante della comunità omosessuale, Ivan Cotroneo docet. Lo stesso percorso, insomma, che ci ha portato da Michel Foucault a Umberto Galimberti. E che, per via della prosa lirica e stucchevole, ci ha poi dato un Erri De Luca.
Detto questo, molto della biografia di Tondelli è considerevole: ha aperto la strada alla letteratura giovanile così come la conosciamo, espressione di una gioventù disgregata, che si consumava (e si consuma) nel consumo. Una subcultura. È pure stato talent scout e operatore culturale: a lui dobbiamo la scoperta di Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Andrea Canobbio e la collana «’ggiovane» Mouse to mouse per Mondadori, chiusa anzitempo (molto «anni Ottanta» fin dai titoli: Fotomodella di Elisabetta Valentini e Hotel Oasis di Gianni De Martino). Sempre a lui si deve il concetto editorial-commerciale di «under 25», poi declinato in altre modalità alfanumeriche, nonché il ricordo della casa editrice Transeuropa con cui collaborò e il carattere operativo degli editor di oggi, maestri molto fraterni e poco paterni. Come lui. I suoi titoli, però, rimangono a impolverarsi sugli scaffali dei drop out diventati avvocato, comprensibilmente vicino a quelli di David Leavitt. Nel migliore dei casi, vicino a quelli di Pasolini, lontano da Tondelli per il disperato distacco con cui urtava la propria epoca. Tondelli, al contrario, preferiva immergersi nel proprio tempo. Fino a sparirvi. Non è un caso che negli stessi suoi anni uscivano Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino e Il nome della Rosa di Eco: al di la delle vendite, come giustamente è stato notato, fu il momento preciso in cui la letteratura italiana arrivava «al capolinea della sterilità». A questo «analfabetismo letterario di ritorno» Tondelli diede l’imprimatur.
Oggigiorno abbiamo superato, volenti o meno, l’orizzonte della sua narrativa. Le fotografie di Tondelli che vediamo nel volume, comunque prezioso, Riccione e la Riviera vent’anni dopo, pubblicato da Guaraldi, sono commoventi. In alcuni casi struggenti. Non si dava delle arie, era persona piacevole e generosa, di una timidezza patologica, pur essendo titolare di best-seller, e vestiva in un modo impossibile e simpatico. Purtroppo, tra la via Emilia e il West, tra notti in spiaggia e dinner party, la sua letteratura, per dirla con Baglioni, è un sogno «sopra un treno che non è partito mai».


«Il Giornale» del 30 maggio 2011

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