30 maggio 2011

Non fate più copiare gli studenti

Un appello culturale

di Giovanni Belardelli


L'educazione alla legalità comincia proprio con i valori della scuola


In questi giorni un gruppo di insegnanti e presidi va raccogliendo adesioni in calce a un appello che invita quanti saranno commissari e presidenti di commissione negli esami di terza media o di maturità a non «chiudere un occhio» se qualcuno copia e a non «fornire ai propri allievi traduzioni o soluzioni» durante lo svolgimento delle prove d'esame. Si tratta di un appello (si veda il testo in sul sito gruppodifirenze.blogspot) che sarebbe pleonastico nella maggior parte dei Paesi europei. E ancor più risulterebbe superfluo negli Stati Uniti, dove gli studenti universitari, nei loro «codici d'onore», s'impegnano non solo a non copiare ma - fatto per noi inconcepibile - a denunciare chi copia. Ma certo pleonastico non è in Italia, dove non sono rari i casi di insegnanti che fanno proprio le due cose appena citate: tollerano che si copi o addirittura forniscono loro stessi un «aiutino» agli studenti. Il fatto è che nella nostra cultura il copiare a scuola è spesso considerato come qualcosa di lecito, perfino come un atto di altruismo (da parte di chi fa copiare), mentre di solito percepiamo poco o nulla quanto simili comportamenti penalizzino l'equità e il merito, che richiedono il rispetto di regole certe nella valutazione di ciascuno.
I promotori dell'appello (al quale hanno aderito la Uil Scuola e l'Associazione nazionale presidi) scrivono di ritenere che la maggioranza degli insegnanti agisca di norma in modo corretto. Eppure il fatto stesso che abbiano sentito il bisogno di prendere una simile iniziativa lascia supporre che la minoranza che si comporta diversamente non sia quantitativamente insignificante. Del resto, l'anno passato l'Invalsi, i cui test in italiano e matematica ormai fanno parte integrante degli esami di III media, dovette invitare gli insegnanti delle discipline oggetto della prova a rimanere fuori dalle aule, per evitare appunto che loro stessi potessero suggerire agli studenti, come era avvenuto l'anno prima.
Dietro quelli che l'Invalsi chiamava pudicamente i «comportamenti opportunistici» di studenti e insegnanti non c'è soltanto una certa propensione nazionale al buonismo e all'indulgenza; c'è piuttosto, per quel che riguarda specificamente il corpo docente, la diffusione di una pedagogia fondata sulla comprensione e sul dialogo (cose sacrosante, naturalmente), che però non riesce ad affiancare all'una e all'altro - quando sia necessario - la sanzione. Ecco come un insegnante - la cui testimonianza si trova nel libro che un sociologo, Marcello Dei, ha appena pubblicato sull'argomento (Ragazzi, si copia, Il Mulino) - ha sintetizzato il proprio comportamento di fronte all'alunno sorpreso a copiare: «Il mio atteggiamento è di confronto. Voglio capire perché lo sta facendo, voglio discutere con lui, capirne le ragioni, e poi prendere delle decisioni, anche lasciarlo copiare o smettere di copiare. Ecco, dipende dalla discussione che ne nasce». Si tratta evidentemente di un caso limite, ma l'idea che il copiare non si configuri come un comportamento in quanto tale condannabile è invece abbastanza diffusa. In tanti insegnanti, si ricava dalla ricerca di Dei, sembra prevalere un atteggiamento fatto di disinteresse per il problema, di bonaria indulgenza, a volte di una sostanziale giustificazione del copiare che chiama magari in causa l'insicurezza psicologica dello studente o il fatto che, se quest'ultimo copia, è solo perché l'insegnante ha evidentemente spiegato male. Né è da sottovalutare il fatto che, fingendo di non vedere chi copia, un insegnante evita le scocciature a non finire - dalle proteste dei genitori all'eventuale ricorso al Tar - che un diverso comportamento avrebbe potuto provocare. Eppure, ci sono pochi dubbi sul fatto che, come scrivono i promotori dell'appello per la correttezza degli esami, l'educazione alla legalità comincia proprio con l'esempio di comportamenti coerenti con i valori e i principi che la scuola deve insegnare.

«Corriere della Sera» del 30 maggio 2011

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