06 novembre 2010

«Caro ateo, sapere aude!»

di Carlo Caffarra
Nel suo limpido pensiero Tommaso ha scritto: «Si deve dire che i doni della grazia si aggiungono alla natura in modo non da sopprimerla, ma piuttosto da perfezionarla; perciò anche il lume della fede che viene infuso in noi per grazia, non distrugge il lume della ragione naturale posto in noi da Dio» [Commento al libro di Boezio sulla Trinità q.2, a 3 c].
Il testo esprime la chiave di volta di ogni cultura cristiana: il naturale vincolo della fede colla ragione. Un vincolo naturale in forza del quale l’una perfeziona l’altra. Una fede non pensata – solo esclamata e mai interrogata – finisce col restare ai margini della vicenda umana: il momento di elevazione-evasione dalle brutte faccende feriali, che tali restano, e brutte e feriali. Una ragione che si precluda l’interrogativo ultimo sul fondamento dell’intero, finisce col chiudersi dentro un’ontologia e un’etica del finito privo di fondamento. E «chi sceglie il finito, segue il destino del finito e il destino del finito è di trascinare il finito nel finito, infinitamente» [Cornelio Fabro]. E questo si chiama disperazione, anche se vissuta gaiamente.
Ma che cosa significa per noi oggi il fatto «che la fede non distrugge il lume della ragione naturale posto in noi da Dio»? Certamente significa che la decisione di credere è una decisione ragionevole, poiché esistono ragioni rigorosamente argomentate che persuadono ad una tale decisione. Non voglio ora soffermarmi su questo significato, benché sia di notevole importanza. Certamente significa che l’ingresso del sapere della fede dentro all’universo del sapere della ragione non toglie a quest’ultimo la sua piena autonomia. In sostanza si tratta di due inquilini che abitano nello stesso condominio – la vita dello spirito umano – ma ciascuno a casa propria. Anche questa posizione del rapporto ragione-fede è importante. L’averla dimenticata è stata una delle cause non ultime del drammatico «caso Galileo».
Ambedue le posizioni teoretiche precedenti in fondo lasciano ragione e fede estranee l’una all’altra, anche se non confliggenti. Ma il testo tommasiano e il Magistero dell’attuale Pontefice, in approfondita continuità coll’enciclica Fides et ratio, ci invitano a riflettere sull’intrinseca connessione e reciproca fecondazione di fede e ragione. San Tommaso infatti parla di «perfezionamento». In che senso?
Scrive san Bonaventura: «quando la fede assente… per amore di colui a cui dà il proprio assenso, desidera comprendere [habere rationes]» [Commento alle Sentenze, Proemio q.2].
La fede è l’incontro con una Persona nel suo agire e nelle sue dichiarazioni di amore. Ogni amante desidera conoscere colui che ama. La fede stessa quindi mette in azione la ragione perché questa evidenzi le ragioni intime dell’amore divino. Perché il credente sia introdotto sempre più profondamente dentro il Mistero, deve ricorrere alla sua ragione, obbligandola ad un uso sovra-eminente della sua capacità. Nessuna ragione ha osato tanto quanto la ragione dei credenti.
In questo modo, e solo in questo modo, il credente sarà in grado di mostrare a chi si trova ancora nell’atrio dei gentili l’intima ragionevolezza dell’universo della fede.
Non solo, ma in questo modo la ragione è anche guarita da quella malattia mortale da cui oggi è colpita, quella di essere ridotta alla capacità di ottenere conseguenze efficaci a partire da posizioni e interessi assunti in maniera pregiudiziale; quella di essere ridotta a misurare e commisurare gli effetti alle cause.
Ma anche la fede ha bisogno della ragione. Da almeno due punti di vista.
La divina Rivelazione a cui la fede dà il suo assenso, è prima di tutto un evento linguistico: è parola di Dio detta all’uomo. È quindi veicolo di un senso, non semplicemente di emozioni. È dunque necessario un rigoroso lavoro di purificazione perché il «senso divinamente inteso e rivelato» entri nella comunità cristiana. La perfetta uguaglianza nella divinità fra il Padre e il Figlio, per fare un esempio, rivelataci da Gesù, ha esigito per essere correttamente espressa e confessata una fatica concettuale straordinaria. In ordine al culto che l’uomo deve a Dio non è indifferente ciò che l’uomo pensa di Dio. Il primo atto di culto è che di Dio si pensi con verità.
Ma la fede ha bisogno della ragione da un altro punto di vista. La fede cristiana è fede in Dio che si incarna, e dunque essa esige di dirsi – cioè di ispirare – in ogni ambito della vita umana: anche l’ambito della civitas. Attraverso un faticoso percorso, non solo di pensiero, l’Occidente ha compreso che questa esigenza della fede non poteva tradursi immediatamente nella costruzione della civitas. La fede cristiana è laica. In quanto tale quando entra nella piazza della civitas ha bisogno di essere argomentata in modo tale che anche il non-credente possa ritrovarsi in quell’argomentazione: per acconsentirvi o respingerla. È la ragione che opera la necessaria mediazione di una fede che voglia, come deve, essere presente nell’edificazione della civitas.
Ma anche in questo ambito si dà una feconda reciprocità. Una città che in linea di principio escludesse dal dibattito pubblico la fede [laicismo escludente], rischierebbe di privarsi di quella matrice religiosa senza della quale nessuna società può a lungo sussistere. Forse qualcuno potrebbe pensare che queste considerazioni sono… di accademia. Non è così.
La rottura del vincolo ragione-fede ha avuto e sta avendo effetti devastanti. Il concepimento di una nuova persona umana da mistero da venerare si è trasformato in problema da risolvere [donde la procreativa artificiale]. L’ontologia e l’etica del finito senza fondamento ha creato un tale deserto di senso da rendere ormai impossibile la narrazione della vita di generazione in generazione [donde l’emergenza educativa]. L’incapacità di fondare un’etica pubblica sta portando progressivamente le nostre società a essere solo provvisorie convergenze di opposti interessi. Termino con un pensiero di Pavel Florenskj sulla situazione di un uomo che ha pensato e voluto vivere come se Dio non ci fosse, fondando se stesso su se stesso. L’autore russo chiama questa posizione «aseità». «Ormai l’aseità è in preda a se stessa, è definitivamente cieca, avendo disprezzato la purezza del cuore. La tragicità sta proprio nel fatto che l’aseità impazzita non avrà l’intelletto per capire ciò che le succede: per lei esiste solo il "qui" e "ora"» [La colonna e il fondamento della verità, edizioni San Paolo].
Beati i piedi di coloro che vengono ad annunciare il Vangelo della grazia e della misericordia!
«Avvenire» del 30 ottobre 2010

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