02 ottobre 2010

La nouvelle vague? Il ritorno al pudore e al matrimonio di interesse

Se la liberazione dei costumi diventa una tortura
di Marina Valensise
Davanti alla crisi dei matrimoni e all’inflazione di divorzi, Pascal Bruckner lancia una nuova provocazione
Cambia il vento a Parigi, ultima capitale del libero amore. Si torna al matrimonio d’interesse, o quantomeno alla sua apologia. Pascal Bruckner, che l’anno scorso teorizzava la fine del pansessualismo degli anni Settanta e le relative illusioni (desideri al potere, orgasmo per tutti) pubblica un nuovo saggio che fa scalpore: Le mariage d’amour a-t-il échoué? (Grasset, 11 euro). Denuncia nel suo stringato libretto la fine del matrimonio d’amore, altra illusione caduta sotto il peso delle troppe aspettative legate all’idealismo dell’epoca borghese. State calmi, però. Bruckner è un moralista e descrive, sublimandolo, quello che noi tutti abbiamo sotto gli occhi. Matrimoni ogni giorno più rari, incalzati dalla concorrenza di unioni libere, convivenze di fatto, che prolificano incuranti di atti pubblici, cerimonie e rinfreschi; patti civili che spopolano pure fra gli eterosessuali, come prova senza impegno, benché originariamente concepiti per gli omosessuali; e un’inflazione di divorzi che colpisce le frange più giovani e più vecchie della popolazione.
Le statistiche parlano chiaro. In Francia (ma è così in tutta Europa, salvo la cattolicissima Malta che continua a vietare divorzio e aborto), a fronte dei 400 mila matrimoni celebrati nel 1970, nel 2008 ne sono stati celebrati 273 mila, cifra che cade a 265 mila nel 2009; mentre il tasso dei divorzi è esploso, passando dal 10 per cento nel 1965 al 50 per cento nel 2005. “Cosa diremmo di un esercito che perde la metà delle sue truppe e fatica a reclutare nuovi soldati? Che è semplicemente alla deriva”, conclude lo scrittore. Il fatto è che ci si sposa in media il 30-40 per cento in meno rispetto a quarant’anni fa, e del 65 per cento che resiste la metà finisce in tribunale. “Il matrimonio d’amore è in crisi perché si è voluto fondarlo eslcusivamente sulla passione e il desiderio, il che è come costruirlo sulla sabbia”, spiega al Foglio Bruckner, che ha alle spalle un congruo numero di matrimoni e divorzi e ha vissuto la sua tarda adolescenza da sessantottino in un asilo nido alternativo (sorta di comune autogestita dove lasciato il pargolo abbandonato a se stesso, i genitori si ritiravano al piano di sopra per spararsi spinelli e scopate). “Combinare la longevità del matrimonio di altri tempi e l’intensità del matrimonio contemporaneo è il sogno impossibile, la sintesi miracolosa che tutti invocano” avverte Bruckner, accreditando la tesi che il trionfo del divorzio sia il segno paradossale del successo dello stesso matrimonio d’amore. “Il matrimonio d’interesse è morto in occidente e ci fa orrore quando a praticarlo sono gli immigrati. Ma il matrimonio d’amore è in crisi perché fondandosi sulla passione è condannato a non durare. Il sogno d’amore è la fusione dei cuori, eppure il cuore oggi è volubile, come lo sono i corpi. E chi insegue il successo amoroso e al tempo stesso il successo erotico è condannato a fallire”. Da qui il rimedio, molto politicamente scorretto, che consiste nel riabilitare il matrimonio di interesse, o quantomeno nel dare voce alla ragione per consolidare i sentimenti, sub specie di alleanza in nome della tenerezza e dell’amicizia, della cura per i figli e della tutela del patrimonio, onde resistere alle fiamme della passione, assicurandone la tenuta nel tempo.
Il matrimonio borghese è durato circa un secolo, fino al 1950 ricorda Bruckner. Il matrimonio classico, cioè quello dei nostri nonni si fondava sul sacrificio delle donne e l’infedeltà degli uomini. Nessuno si aspettava di essere felice, ancora meno di diventarlo grazie al coniuge. Nel matrimonio dominava allora il grado zero dei sensi affidato a un racconto da brivido (Une vie) di Maupassant dove si descrive la prima notte di nozze di una vergine ignara che il padre consegna alle braccia del goffissimo marito, votandola al sopruso e alla violenza suggellati dal vincolo. E vengono in mente le rimuginazioni del principe di Salina nel Gattopardo sull’ombelico della moglie Stella, da lui mai visto nonostante gli otto figli concepiti insieme, o la confessione di Edda Ciano, che per sfuggire all’irruenza di Galeazzo passò la prima notte di matrimonio chiusa nel bagno della loro stanza d’albergo a Capri? La prospettiva cambia a fine Ottocento, quando riformatori come Engles e Léon Blum pensano bene di incoraggiare la libertà sessuale nelle donne, per combattere la prostituzione e consolidare i rapporti uomo-donna. “Ingenui, peccavano di ottimismo”, chiosa Bruckner che, con Gabriele Muccino, è convinto che oggi la vera rivoluzione consista nel non parlare più di sesso al cinema, a teatro e in letteratura, e sogna di poter leggere un romanzo privo di scene torride fra le lenzuola, per favorire il ritorno all’immaginazione sublime, al potere della suggestione per ellissi come avveniva ai tempi di Stendhal e Flaubert. “La libertà sessuale prima del matrimonio non significa maggiore saggezza dopo. Eros, infatti, è un dio vagabondo. Oggi dunque sono le donne a chiedere il divorzio quando si scoprono inappagate”.
Che dire allora del declino dell’occidente, ineluttabile in una società che non si regge più sulla morale? Diversamente dall’anglopachistano Hanif Kureishi, il francese Bruckner non pensa che la dissoluzione sociale sia l’effetto della liberazione sessuale o di un erotismo sfrenato. Piuttosto è il prodotto dell’idealismo. “Poiché crediamo nell’amore vogliamo cambiare partner. Ma uomini e donne oggi vivono il disincanto, la discordia, i divorzi. Le francesi non fanno altro che scrivere romanzi su mogli abbandonate dai mariti per le ventenni. Eppure, per conciliare la fiamma della passione con l’amore duraturo dobbiamo rinunciare al parossismo emotivo, recuperare il rapporto col tempo. E se vogliamo liberarci dalla tirannia del corpo e del desiderio, dovremmo favorire il ritorno del pudore, specie in letteratura, e capire una volta per tutte che gli strumenti della nostra liberazione si sono trasformati in strumenti di tortura. Cerchiamo la felicità e siamo tutti depressi. Inseguiamo l’amour fou, ma siamo tutti soli e amareggiati. Meglio cambiare rotta”.
«Il Foglio» del 14 settembre 2010

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