13 febbraio 2007

Trieste: solo De Gasperi capì che la pace si doveva firmare a tutti i costi

A sessant’anni dal trattato che ci tolse l’Istria, due saggi rievocano i drammi del confine orientale
di Sergio Romano
Sessant’anni fa, il 10 febbraio 1947, un ambasciatore italiano, Antonio Meli Lupi di Soragna, firmò in una sala del Quai d’Orsay, come è chiamato il palazzo ottocentesco in cui ha sede il ministero degli Esteri francese, il trattato di pace che toglieva all’Italia Trieste, l’Istria, Fiume, Pola, Zara, alcune isole dell’Adriatico settentrionale, due piccoli comuni alpini sul confine nord-occidentale (Briga e Tenda), nonché una buona parte della sua flotta militare e mercantile. In mancanza di uno stemma nazionale, per il sigillo sulla ceralacca, fu usato l’anello gentilizio dell’anziano signore che il governo De Gasperi aveva mandato a Parigi in rappresentanza di un Paese sconfitto. In Italia fu una giornata di lutto nazionale. «Le bandiere erano a mezz’asta, i portoni chiusi a metà. Era stato proclamato lo sciopero generale di tutti i lavoratori, per dieci minuti, in coincidenza con l’ora della firma. Alle 11 suonò una sirena: tutto si fermò e cadde il silenzio. Messe e cortei accompagnarono il dissenso popolare». «Il Popolo», quotidiano della Democrazia cristiana, scrisse in grandi caratteri sulla sua prima pagina: «Tutto il popolo romano, unito in dignitosa protesta. Mentre a Parigi si mutila l’Italia». Più sobriamente il «Nuovo Corriere della Sera» intitolò il suo editoriale «Le parole non bastano». Altri giornali parlarono di «diktat»: il termine che i tedeschi avevano usato 28 anni prima per definire le clausole punitive del trattato di Versailles. Nella Venezia Giulia e a Roma, di fronte alle legazioni di Jugoslavia, vi furono incidenti. Negli scontri fra comunisti e nazionalisti che scoppiarono in alcune città, apparvero gagliardetti fascisti. Queste citazioni e notizie sono tratte da un bel libro di Sara Lorenzini (L’Italia e il trattato di pace del 1947) che il Mulino ha pubblicato in occasione del sessantesimo anniversario. Nelle pagine seguenti il lettore troverà la descrizione del dibattito all’Assemblea Costituente, sette mesi dopo, per la ratifica del trattato. Benedetto Croce, risolutamente contrario, sostenne che la ratifica era inutile, «tanto valeva quindi risparmiarsi l’umiliazione di una lettura inaccettabile del passato». Francesco Saverio Nitti disse che non era opportuno ratificare subito e ne approfittò, con grande gioia delle sinistre, per criticare le potenze occidentali, l’Onu, il Piano Marshall. Togliatti criticò il governo e la partecipazione al Piano Marshall. Nenni affermò che De Gasperi aveva firmato perché aveva scelto di accodarsi all’America. Vittorio Emanuele Orlando parlò di acquiescenza, accondiscendenza e proclamò: «Questi sono voti di cui si risponde alle generazioni future». L’unico che parlò con rassegnata schiettezza, senza enfasi retorica, fu De Gasperi: «La verità, signori, è che la situazione creata dalla disfatta è tale che se anche le condizioni del trattato fossero state per evenienza peggiori di quelle che sono, noi non avremmo potuto che eseguirle». Le manifestazioni popolari, le bandiere listate a lutto e i discorsi accorati o polemici dei maggiori leader nazionali suggeriscono due quesiti, apparentemente contraddittori, che sono al centro del libro di Sara Lorenzini. Perché l’Italia sconfitta reagì con tanta sorpresa e indignazione a un trattato che era per molti aspetti assai meno punitivo di quelli imposti ai vinti dopo la Grande guerra? Perché un evento che parve allora tragico e luttuoso è oggi quasi interamente scomparso dalla coscienza nazionale? Perché tanta indignazione allora e tanta indifferenza oggi? Per rispondere alla prima domanda conviene ricordare il modo in cui la nuova classe politica democratica governò la transizione dal fascismo all’antifascismo. Con una singolare combinazione di sincerità, opportunismo e ipocrisia, fu deciso che il fascismo era stato un incidente di percorso, una «invasione degli iksos» (così lo definì Benedetto Croce), una febbre passeggera. Smaltita la sbornia nazionalista, razzista e autoritaria, l’Italia che tornava in campo a fianco degli alleati era dunque quella di Vittorio Veneto, del Risorgimento, di Mazzini e di Garibaldi. Ci intossicammo con questa pietosa bugia, credemmo di avere diritto a essere considerati vincitori e considerammo il trattato come una intollerabile ingiustizia. Ancora più interessante, per molti aspetti, è la seconda domanda a cui Sara Lorenzini dedica alcune fra le sue pagine migliori. Dopo la triste cerimonia di Parigi, una delle maggiori preoccupazioni della nuova classe politica fu quella di evitare rigurgiti nazionalisti e nostalgie fasciste. Il Piano Marshall, la guerra fredda, la Nato e soprattutto l’impegno per la costruzione di un’Europa federale, ci aiutarono a seppellire il trattato di pace nell’armadio dei ricordi sgradevoli e ingombranti. Peccato che insieme al trattato di pace sia finito nell’armadio anche quel tanto di coscienza nazionale che induce i popoli a ricordare con orgoglio le proprie vittorie e con dignitoso dolore le proprie sconfitte. Prima di chiudere l’armadio, tuttavia occorreva cauterizzare una ferita che continuava a sanguinare. Insieme al libro di Sara Lorenzini, il Mulino ha pubblicato in questi giorni uno studio di Marina Cattaruzza su L’Italia e il confine orientale. Il tema è uno dei più trattati e discussi nella letteratura storica italiana. Ma non esisteva un libro che rendesse conto in modo altrettanto equilibrato, informato e intelligente degli entusiasmi e delle angosce che quel confine suscitò, dalle prime dichiarazioni di Mazzini sui limiti orientali della nazione italiana al trattato di Osimo del 1975, con cui riconoscemmo definitivamente lo stato di fatto creato dalla Seconda guerra mondiale. Dopo l’annessione del Veneto nel 1866, gli italiani al di là del confine erano troppi perché il Paese potesse dimenticare la loro esistenza. E la tentazione era troppo forte perché «Trento e Trieste» non divenisse lo slogan preferito del nazionalismo italiano. Lascio al lettore il piacere di seguire Marina Cattaruzza in questo viaggio attraverso la politica e la coscienza nazionale, e mi limito a osservare che le oscillazioni del confine registrarono fedelmente la curva della potenza italiana in Europa. Conquistammo Trento, Bolzano, Gorizia, Trieste, l’Istria, Pola, Fiume e Zara fra il 1918 e il 1924. Prendemmo un pezzo di Slovenia, Lubiana e la Dalmazia dopo la dissoluzione del regno jugoslavo nel 1941. Conservammo il confine del Brennero e una buona parte di Gorizia, ma perdemmo il resto dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Tornammo a Trieste nel 1954 con una manifestazione di patriottismo sincero, ma un po’retrò, che a me parve una sorta di epilogo del Risorgimento. E liquidammo il passato a Osimo nel 1975, con un trattato di cui la maggior parte degli italiani neppure si accorse. Ogni recriminazione, dopo l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, sarebbe assurda. E fa certamente piacere constatare che l’Italia non è più nazionalista. Ma saremmo ancora più felici se non dovessimo constatare che è anche, purtroppo, smemorata.

I libri di Sara Lorenzini, «L’Italia e il trattato di pace del 1947» (pagine 218, 12) e di Marina Cattaruzza, «L’Italia e il confine orientale» (pagine 392, 27) sono editi entrambi dal Mulino

«Corriere della sera» del 9 febbraio 2007

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