20 febbraio 2007

I rischi di una nuova «dipendenza»: neocolonialismo?

Dopo la visita del presidente Hu Jintao in otto nazioni, si rafforzano i legami commerciali e politici del gigante asiatico, che cerca energia ed elargisce aiuti ai governi senza porre le condizioni che richiede invece l’Occidente
di Claudio Monici
Il Sudafrica fa i conti con l'espansione cinese Cresce l'import-export tra i due Pesi sull'asse materie prime-prodotti a costo contenuto
Il volto asciutto e sorridente di Nelson Mandela spicca sulla felpa sportiva che pubblicizza i prossimi Mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica. L'etichetta dice: «Made in China». Così è per il barbuto "Che" e gli eroi anabolizzati del wresting, la finta lotta americana, ma anche per la maglietta-ricordo con scritto «Benvenuti in Sudafrica» e stampato il leone che ruggisce. Copiati e prodotti in qualche fabbrica dell'Impero del Drago, i fongkong, i "falsi" nella parlata popolare, stivati su navi container che poi tornano indietro colme di materie prime, stanno da qualche anno inondando il nuovo grande mercato del XXI secolo. La nuova "via della seta" che porta dritta nel continente Africa.
Non può che avere gli occhi a mandorla lo smagrito venditore della maglietta con il volto di Mandela. Indossa una camicia di tessuto sintetico, e mentre se ne sta pigramente con le spalle rivolte allo scaffale rigurgitante di cineserie di pessimo gusto, si porta il cibo alla bocca usando le bacchette di legno. Prima ancora di deglutire, recita il prezzo: «Settanta rand per Mandela». Se vogliamo un completo gessato, «fanno 350 rand». L'equivalente, rispettivamente, di 7,5 e 37 euro. Contrattando, si può arrivare a spendere anche la metà. La qualità e la resistenza si vedranno dopo il terzo lavaggio, se qualcosa rimarrà.
La radio portatile che è pure mangianastri, il frullatore, il lettore dvd leggero come un biscotto, il termosifone elettrico e il forno a microonde, la collana di perle di fiume da regalare per San Valentino, il fiore di plastica che arreda la casa e anche i sanitari o le piastrelle per la cucina da rinnovare, il televisore e il caricabatterie per la luce d'emergenza, il lucchetto per la valigia e, a breve, le prime autovetture prodotte a Pechino e i minibus assemblati in Namibia sono solo una fetta dell'export cinese caricato sulla veloce diligenza che sta percorrendo capillarmente il mercato africano.
Così in Sudafrica, dove un manovale gu adagna 2500 rand al mese (260 euro), se devi mandare a scuola i figli, tra un quaderno che viene dall'Occidente, bello ma troppo caro, e quello prodotto in Cina, leggero ed economico, non avrai un attimo di esitazione.
Quello africano è un mercato ideale e a Pechino lo hanno capito da tempo: quanto più nel Continente nero il reddito pro capite è basso e più questa situazione rappresenta una condizione ottimale per le esportazioni di merci a basso costo e a scarso contenuto tecnologico.
Bruma Lake, sobborgo a Est di Johannesburg. Sabato il mercato delle pulci, è affollato di famiglie che portano i bambini a mangiare il gelato. Anche i turisti arrivano in cerca di souvenir. «Arte africana», insistono i rivenditori, mentre cercano di assicurarsi il cliente venuto da lontano. Una volta tornati in albergo, basta mettere sottosopra la statuetta dell'elefante, rivoltare il colletto del gilet stile safari o con l'unghia grattare la collana etnico tribale di pietre dure per scoprire sempre la stessa radice: "Made in China".
Dal 2000 lo scambio commerciale tra Pechino e l'Africa registra una crescita esponenziale. L'Africa fornisce il 25% del fabbisogno energetico cinese, a cominciare dal petrolio. Di ritorno, negli ultimi cinque anni gli investimenti hanno raggiunto i 15 miliardi di dollari. Così Pechino è diventata il secondo partner commerciale dopo la Francia. Mentre negli ultimi tre anni il commercio tra Cina e Africa è triplicato. Il futuro promette ancora di meglio. Per il Sudafrica, la Cina è il secondo partner nelle importazioni e l'ottavo nelle esportazioni. A novembre 2006 le esportazioni sudafricane - minerali di ferro, acciaio, diamanti, platino - hanno toccato quota 11,7 miliardi di rand (1,25 miliardi di euro circa), un aumento del 50 per cento rispetto al 2005. Dalla Cina le importazioni - la voce principale è nel settore del tessile, oggi con qualche restrizione dopo che l'industria locale nel 2005 ha perso 40.000 posti lavoro - sono state di 9,1 miliard i di rand. E il valore degli investimenti cinesi in Sudafrica ammonta a 130 milioni di dollari, soprattutto nelle miniere.
L'esempio della maglietta di Mandela è solo la parte tangibile della "seduzione" cinese in campo economico, perché dietro alla quantità c'è anche qualcosa che riguarda le relazioni diplomatiche. E non va dimenticato che Pechino ha poco meno di 1300 militari impegnati in operazioni di pace sul continente.
Se oggi l'emergente Cina butta le sue reti in queste acque, non lo fa soltanto nel tentativo di assicurarsi ulteriori contratti e approvvigionamenti di materie prime, ma anche per dare spazio a una strategia più ampia nelle relazioni internazionali. Aggiudicandosi la fedeltà di nuovi o vecchi amici, offrendo loro crediti cui è difficile dire di no, cancellando il debito, rinunciando alla restituzione dei prestiti, annunciandone altri, Pechino si conquista quella fiducia che qualche acuto osservatore locale definisce «più efficace della risposta dell'Occidente, promessa dal Rapporto della commissione per l'Africa voluta da Tony Blair». C'è chi parla già di «neocolonialismo», di «seduzione continua di un amante che fa molte promesse», e che non pone vincoli o pretese, non chiede buon governo, lotta alla corruzione o rispetto dei diritti umani. Soldi in cambio di occhi chiusi e orecchie tappate.
Il premier cinese Wen Jiabao nel suo viaggio in Sudafrica nel giugno 2006 era accompagnato da una ottantina di uomini d'affari delle più importanti società in campo minerario, edile, e finanziario: «Una più salda cooperazione difenderà i diritti e gli interessi legittimi delle nazioni in via di sviluppo e farà avanzare la democrazia nelle relazioni internazionali». Nel suo recente viaggio a Pretoria, il presidente Hu Jintao, parlando agli studenti dell'Università, ha ricordato il sostegno dato dalla Cina alla lotta contro l'apartheid, per poi ricordare che «la Cina è la più grande realtà in via di sviluppo e l'Africa è il continente con un grande numer o di nazioni nelle stesse condizioni, e la popolazione complessiva di queste realtà è pari a un terzo di quella mondiale».
Pechino porterà a 5000 il numero degli studenti africani che avranno la possibilità di specializzarsi in Cina e aumenterà la presenza degli istituti di cultura cinese in Africa, mentre è già impegnata nella costruzione di scuole e ospedali. A favore del Sudafrica, nei prossimi tre anni, Pechino formerà 300 quadri nei settori dell'amministrazione e dell'ingegneria: un progetto del valore di 2 milioni di euro.
Il "matrimonio" economico ma anche politico tra Pechino e Pretoria il prossimo anno festeggerà il suo decennale. Il Sudafrica attualmente è anche membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu e a marzo ne prenderà la presidenza. Nel gennaio scorso Pretoria, con Mosca e Pechino, aveva espresso voto contrario a una risoluzione di condanna del regime militare di Myamar. Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, non ha mancato di esprimere il suo disappunto.
Neanche a farlo apposta, il monumento di bronzo dedicato a George Harrison, l'australiano che nell'800 fu il primo a trovare l'oro, esprime il suo dinamismo in direzione del non distante Bruma Oriental city, il primo grande centro commerciale tutto cinese, dove si trovano i fongkong. Adesso è quei che comincia la "via della seta" che porta dalla Cina in Sudafrica.
Ma a Pretoria non si nasconde il timore che un giorno ci si possa svegliare da questo "sogno" e, parole del presidente Tabo Mbeki, «ritrovarsi con un'Africa che da fornitrice di materie prime sia costretta a reimportare i prodotti a prezzo più elevato». La ragnatela cinese è già stata tesa.
«Avvenire» del 18 febbraio 2007

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