31 gennaio 2017

Filmare un uomo sbranato da una tigre è da sciacalli?

di Luca Mastrantonio
In Cina, in uno zoo a Ningbo (Shanghai), domenica un uomo è stato attaccato e sbranato da un gruppo di tigri, una delle quali è stata abbattuta per recuperare l’uomo, poi morto in ospedale. Alla scena hanno assistito anche la moglie e i due figli dell’uomo che aveva scavalcato il muro del recinto per non pagare il biglietto. Le associazioni animaliste hanno protestato per le condizioni di cattività che rendono le tigri più aggressive. YouTube e i social intanto si sono riempiti di video dell’accaduto.
Qualcuno, tra i commenti, ha notato un fatto che dovrebbe sorprenderci, ma forse siamo così assuefatti alla dipendenza tecnologica da ignorarlo: sugli spalti ci sono persone che filmano tutto con il proprio cellulare. Lunghissimi minuti in cui i felini attaccano l’uomo; qualcuno urla, le guardie intervengono, e in tanti mettono a fuoco la scena sugli schermi, per riprendere al meglio il numero fuori programma, che trasforma lo zoo in un’arena mediatica; e trasforma però quelli che filmano l’uomo senza sapere se ce la farà, se è già cadavere o respira ancora, in sciacalli.
Un voyeurismo circense che ben conoscono lettori e telespettatori della saga di Hunger Games, dove le prove assassine dei concorrenti sono seguite da tutti gli abitanti dei distretti assoggettati a una specie di Grande Fratello sadico, un Minotauro mediatico che esige il suo tributo di sangue.
Torna alla mente, per chi ha visto la serie tv Black mirror, la puntata Orso bianco, dove i visitatori di un parco assistono e riprendono la caccia che alcuni uomini danno a una donna. Si muovono come zombie acerbi perché ancora vivi, lobotomizzati quasi dal voyeurismo cui danno sfogo.
Non è tutta colpa del mezzo, certo. In parte è la versione digitale e globale della stupida curiosità che causa rallentamenti, pericolosi, in autostrada, di chi si ferma per vedere l’incidente nell’altra corsia.
Ma siamo oltre la morbosità per un evento cruento; o il cinico sollievo di osservare a quali sventure si è scampati; c’è una bulimia della realtà, anche la più cruda, da catturare con i cellulari nell’illusione di poterla vivere di più, perché rivista, condivisa. È però è un’autoipnosi pericolosa, simile a quella che colpì il protagonista del libro di Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916), che riprende un attore sbranato da una tigre. Alienato, muto per lo choc, finisce di essere umano e diventa, meccanicamente, una mano.
«Corriere della sera» del 30 gennaio 2017

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