21 novembre 2016

Le alleanze necessarie senza «post verità»

L’argomento più comune in questa vigilia referendaria è: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì
di Pierluigi Battista
In questa concitata vigilia referendaria si porta un argomento molto frusto e che, come dire, elude per principio ogni considerazione di merito sul quesito del referendum. E cioè: chi sta con chi, a quale (cattiva) compagnia si appartiene, con quale nemico tocca condividere una scelta per il No o per il Sì.
È un argomento abbastanza sciocco, perché il referendum, per sua natura, mette insieme identità diverse visto che per raggiungere l’agognato 50% più uno è impensabile che si possa contare solo su quelli che già la pensano come te. È un argomento sciocco senza fondamento storico. Per dire: Pci e Msi nel ’53 sono stati insieme d’amore e d’accordo, aggregati nella stessa «accozzaglia», solo perché, essendo ambedue all’opposizione, si sono battuti contro la (peraltro benemerita) cosiddetta «legge truffa»? Oppure: si può dire che nel ’74 Lotta Continua e il Pli di Giovanni Malagodi facessero parte della stessa combriccola essendo schierati a favore del divorzio nel referendum voluto dalla Chiesa e da Fanfani? È un argomento sciocco, chiunque voglia usarlo: oggi si direbbe una «post-verità».
È quasi inevitabile che a farne più uso sia il fronte che sostiene il governo padre della riforma, cioè il Sì, giacché il No tende ad aggregare le forze che non sono del governo. Però se si usasse per stupida ritorsione l’argomento che mette in uno stesso multiforme cesto Grillo e Salvini, Berlusconi e Monti ecc., si avrebbe lo stesso stupido accostamento di opposti. Per dire: Denis Verdini e Luciano Violante, Marcello Pera e il post-vendoliano Gennaro Migliore, Flavio Briatore e Gad Lerner, il finanziere del fondo Algebris Davide Serra e il segretario della Cisl Marco Bentivogli, Vittorio Feltri e Michele Santoro, Giuliano Ferrara e Roberto Benigni, Giorgio Napolitano e il cosentiniano Vincenzo D’Anna, Vladimir Luxuria e Angelino Alfano, il poco amato dalla sinistra Vezio Crisafulli e il sindaco di Sel di Cagliari Massimo Zedda, Emma Bonino e Beatrice Lorenzin. Ma che senso avrebbe? Nessuno. Sarebbe una sciocca contropartita per opporsi a una sciocchezza di segno opposto. Invece il referendum, per sua essenza, e non essendo un pronunciamento popolare sul governo che si vorrebbe (a questo ci pensano le elezioni politiche), deve mettere insieme forze diverse e contrastanti destinate a convergere su un unico punto, rappresentato dal quesito referendario. E poi vinca chi ci riesce, senza post-verità.
«Corriere della sera» del 20 novembre 2016

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