05 settembre 2015

Lo choc di una foto in pagina e il dovere di restare umani

Le mille ragioni di una scelta tormentata
di Umberto Folena
Una delle sintesi più felici di quanto accaduto mercoledì sera nelle redazioni di tutto il mondo, sperando che apprezziate la sottile arte del paradosso, è racchiusa in questo titolo del quotidiano on line Il Post, diretto da Luca Sofri: «Non la mostriamo, perché è terribile; tanto terribile che forse andrebbe mostrata». La foto, Il Post, la mostra. Ma spesso l’altra sera le cose sono andate proprio così. L’immagine di Aylan, il bambino siriano prono sulla spiaggia turca di Bodrum, è terribile. La morte va mostrata o corriamo il rischio di spettacolarizzarla? E se il morto è un bambino, come la mettiamo con la Carta di Treviso che detta le norme di comportamento dei media riguardo i minori? La morte può essere mostrata senza banalizzarla, o è sempre meglio soltanto evocarla? Quella foto aggiunge o toglie qualcosa alla tragedia di chi scappa dalla guerra e muore mentre cerca di salvarsi la vita? Se la mostriamo, possiamo apparire insensibili; se non la mostriamo, reticenti. E ancora: questa foto è un fatto, è destinata a diventare un’icona e quindi è impossibile ignorarla; ma perché non ispirarci al teatro greco, in cui gli atti violenti non avvenivano mai sul palcoscenico ma erano sempre e soltanto evocati, sia pure con crudezza estrema?
C'è chi ha cambiato idea, l’altro ieri. E non solo Mario Calabresi, che pure ha sentito il bisogno di spiegare come sia arrivato alla sua decisione: «Si può pubblicare la foto di un bambino morto – scrive il direttore della Stampa – sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri ho sempre pensato di no». Ma in questo caso mi sarebbe sembrato di girare la testa dall’altra parte: «Così ho cambiato idea. Il rispetto per questo bambino pretende che tutti sappiano». Gli scatti a disposizione delle redazioni erano tre. Avvenire ne ha usati due, ma in modo diverso: in prima pagina sul giornale di carta e sull’on line il poliziotto che tiene delicatamente in braccio il corpicino di Aylan; a pagina 4 il bambino riverso sulla battigia. Foto diverse, dal diverso impatto emotivo. La buona comunicazione tiene conto del mezzo e dei destinatari: il lettore fedele (abbonamento o edicola), che accede alle pagine interne, sappiamo chi sia e pensiamo di potergli proporre l’immagine più forte; chi guarda la copertina, in edicola o nelle rassegne stampa televisive, e chi accede al sito non possiamo sapere chi sia, ignoriamo la sua sensibilità, meglio quindi essere prudenti, ed ecco il poliziotto con il bimbo in braccio. Ogni scelta è discutibile e tutti ne sono consapevoli. Nessuna arroganza, va detto, nel modo in cui i media di tutto il mondo spiegano la propria scelta: se pubblicare o no le foto, e quali pubblicare delle tre.
Il Manifesto, maestro nell’arte del calembour, mostra il bambino prono: «Senza asilo», un titolo che vale un editoriale. Anche La Stampa sceglie l’immagine più forte. Corriere della sera, Messaggero e Fatto Quotidiano scelgono quella con il bimbo in braccio al poliziotto.
Il Giornale non ha nulla in prima e il poliziotto in 3, con una didascalia francamente imbarazzante in cui si spiega che il bambino «è vestito come potrebbe essere uno europeo». Libero ignora del tutto la foto senza fornire spiegazioni. L’agenzia Ansa, nel suo sito, mostra solo la foto del poliziotto perché le altre «potrebbero urtare la sensibilità dei lettori». All’estero quasi tutti la mostrano e con motivazioni simili tra loro. Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, fa eco a The Independent: «Forse servirà, questa foto, affinché l’Europa apra gli occhi». La Libre Belgique racconta di una lunga discussione in redazione, del principio di non esibire mai la morte e della decisione di fare un’eccezione per «mostrare l’insopportabile». L’olandese De Volkskrant è sicuro, «questa foto nuda e cruda ha rotto gli argini, ha cambiato il corso della storia». Anche The New York Times la pubblica e il direttore, Dean Baquet, ammette: «Ne abbiamo discusso». Tra i grandi quotidiani, soltanto il tedesco Süddeutsche Zeitung opta per il no, ammettendo: «Nessuna risposta è propriamente giusta». Non una semplice foto dunque ma, secondo molti, un’icona che passerà alla storia, come il bambino ebreo che alza le mani davanti al soldato tedesco, come la bambina vietnamita che scappa urlando dal suo villaggio, devastata dalle ustioni.
Come poterla ignorare, sia pure con tutti i dubbi del caso? Una decisione comunque difficile. Persone che lavorano con gli stessi bambini e con la stessa passione giungono a conclusioni opposte. Andrea Iacomini (Unicef) ammette: «Non si può tacere». Ma Ernesto Caffo (Telefono Azzurro) è sempre e comunque contrario a ogni forma di «spettacolarizzazione della morte, in particolar modo se si tratta di un bambino». Peter Bouckaert di Human Rights Watch è a favore ma aggiunge: «Non è una decisione facile». Flavio Lotti della Tavola della pace invece non ha dubbi: «Guardiamole! Anche se strazianti». Un’ultima sintesi può essere affidata a Daniele Biella di Vita. La foto «urta la coscienza ma, a questo punto, serve come ultimo allarme e baluardo per restare umani e soprattutto obbligare i decisori politici europei ad agire». Restare umani, questo è il problema.
«Avvenire» del 4 settembre 2015

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