30 luglio 2014

Prima l’enfasi e l’eroismo, poi l’abisso. Gli artisti a tu per tu con i conflitti

Il Mart di Rovereto prepara l’esposizione dell’autunno. Un itinerario complesso che associa Balla alle cartoline e Kentridge alle fotografie
di Vincenzo Trione
Dal canto all’apocalisse. Dall’enfasi alla catastrofe. Dallo slancio all’abisso. In queste oscillazioni potrebbe essere racchiuso il dialogo tra gli artisti e la guerra, al centro della grande mostra che si terrà nei prossimi mesi al Mart di Rovereto (dal 4 ottobre), La Grande guerra che verrà non è la prima. Grande guerra: 1914-2014, promossa con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri - Commemorazione del centenario della Prima guerra mondiale: un’esposizione che conferma il Mart come uno tra i pochi musei italiani oggi impegnati in progetti di ricerca ambiziosi e sempre stimolanti. Un itinerario complesso, ispirato da due versi di Brecht («La guerra che verrà/ non è la prima…»), che radunerà materiali eterogenei (quadri, disegni, incisioni, fotografie, manifesti, cartoline, corrispondenze, diari, film, musiche) e li suddividerà in una serie di piani-sequenza dedicati ad alcune figure: soldati, donne, bambini, medici, religiosi, intellettuali, artisti.
Non si seguirà un criterio cronologico, ma ci si affiderà a un gioco di corrispondenze non sempre evidenti tra momenti non contigui. Servendosi di un inatteso montaggio tra «documenti» e «monumenti» — tra reperti e opere d’arte — verrà disegnato un racconto all’interno del quale si incontreranno testimonianze ed evocazioni. Narrazioni visive in diretta (Balla, Boccioni, Carrà, Severini, Depero, Beckmann, Sironi), trasfigurazioni (Baj, Boetti, Kentridge) e apologhi visivi a distanza (Mauri, Lucchi e Gianikian, Jarr, Paci, Sala, Farocki, Abdul). La filosofia sottesa a questo film involontario è chiara: considerare la guerra non come un episodio lontano e definitivamente archiviato, ma come un evento sempre vivo, che attende ancora un ininterrotto dispiegarsi di riscritture. Un evento che non appartiene a un’epoca particolare, ma dice il modo in cui l’Occidente guarda le cose: la loro natura, il loro disfarsi. Misurarsi con la guerra, perciò, significa misurarsi con il tema della cultura contemporanea.
In principio c’è l’epica moderna. Enfasi, slancio, passione. Sentimenti che ritroviamo innanzitutto nelle pronunce poetiche dei futuristi, per i quali la guerra è una sorta di potente medium. È strumento per radere al suolo edifici antichi e per favorire la rigenerazione del nostro pianeta dalle sue fondamenta: per spazzare via perbenismi, conservatorismi, prudenze, convenzioni, rituali. È mezzo liberatorio e purificatorio, quasi una «verifica sanguinosa» delle loro audaci teorie. Ed è «sola igiene del mondo», perché rivela una totalità che comprende e trascende l’individuo: dona la vita come unità dentro cui strappi e lacerazioni si compongono, «come i naufragi e le tempeste nella totalità del mare» (Magris). Ma la guerra è soprattutto il luogo dove si compie il trionfo dell’immaginazione. Lo spazio all’interno del quale vita e arte entrano in collisione, si confondono e si sovrappongono.
Il conflitto viene attraversato in prima persona (molti futuristi vanno al fronte) ed è estetizzato, sublimato. Alimenta i ritmi interni della poesia visiva, che sovente simula le onomatopee belliche; e suggerisce i vortici quasi astratti di Balla, gli impasti di Boccioni, le danze di Severini e le feste di Depero. In filigrana, la ripresa di alcune problematiche classiche. Nei poemi omerici, la guerra è «cosa bella», sede dell’eroismo, ambito dove si ha la traslucida manifestazione del talento dell’uomo, regno nel quale si altera l’ordine naturale dei fenomeni, impero dove atti e sacrifici vengono avvolti dentro la luce abbacinante della gloria: «La guerra — come ha ricordato Antonio Scurati (Guerra, Donzelli) — consentiva di vedere il valore lucente dell’eroe guerriero che s’illustrava nel duello, e in ciò risiedeva la sua bellezza». Poi questa tensione positiva si spezza.
È una rottura di cui si fa interprete Apollinaire, il quale, dopo aver elogiato le meraviglie dei campi di battaglia e l’incanto degli spari di fucile, si convince che la guerra è altro: macchina infernale, dramma orrendo, distruzione impietosa. Non è solo tripudio dell’intelligenza tattica, e non è esclusivamente inesauribile fonte fantastica. Ma è disordine, accidentalità, casualità. Non si fa mai dominare nella sua completezza. Si consegna a noi come dissonanza, come polvere. Determina disorientamento e smarrimento. Se ne possono catturare solo alcune schegge lancinanti: sfuggite a un insieme oramai deflagrato. L’artista agisce come un inviato speciale e come un archeologo: sceglie di svelare i conflitti del suo tempo; e ne trae frantumi, che poi ripone dentro arsenali di memorie del presente.
Si pensi all’epicedio dipinto da Picasso in Guernica, ma anche alle immagini allucinanti di un film come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E, poi, si pensi all’umanità post-umana, deforme e disperata dipinta da Fautrier, il quale, nella serie delle Teste d’ostaggio, ritrae i «vinti» dei campi di concentramento: profili tremolanti, talvolta sovrastati da piccole macchie di capelli; la carne è malata per il freddo e la denutrizione; illuminata da colori lividi, sembra prossima alla consunzione; ecco scabri teschi, detriti poveri e polverosi, grumi di carne, manipolati con gesti violenti. E ancora (per menzionare alcuni artisti che saranno al Mart): le ferite incise da Burri nei suoi sacchi e nei suoi legni; l’attraversamento dell’olocausto proposto da Mauri; le reliquie di Lida Abdul; le ricognizioni videoanimate sull’apartheid di Kentridge; i ricordi dolorosi filmati da Sala e da Paci; le fragili archiviazioni di rovine private di Lucchi e Gianikian. E lo struggente affresco fotografico di Adi Nes, immigrato in Israele nel 1950, autore di un’imprevista Ultima cena, nella quale, invece degli apostoli, ci sono dodici soldati i cui gesti replicano quelli del capolavoro leonardesco: un fermo-immagine che riesce a risultare agghiacciante.
Sono voci, queste, di quell’«età dell’estremismo» di cui ha parlato Marco Belpoliti. Artisti che pensano le loro opere come autentiche scritture della catastrofe attuale. Dunque, il canto. L’apocalisse. Infine, la metafora. Perché affrontare la guerra, soprattutto per i protagonisti dell’arte degli inizi del XX secolo, significa ancora altro. Allude all’essenza stessa dell’avanguardia. Ove, con questa categoria, ci si riferisce a una pratica profondamente scandalosa. Infilarsi nelle pieghe della storia, rendendole visibili, folgoranti, per lambire il «nuovo», l’ignoto. Affidarsi alla strategia dell’«oltranza», per portarsi al di là di modalità linguistiche consolidate, e per sondare territori inesplorati. Essere in trincea, pronti a sfidare i fronti nemici. Del resto, si sa: la stessa parola avanguardia è presa in prestito proprio dal lessico militare. In un trattato settecentesco nel quale è schedata tutta la cultura latina, leggiamo (Totius Latinitatis Lexicon del sacerdote friulano Forcellini): «Nel linguaggio militare vengono chiamati antecursores coloro che precedono l’esercito, esplorano i luoghi, aprono le strade, individuano i siti per gli accampamenti e per primi attaccano battaglia con i nemici, se per caso si imbattono in loro».
«Corriere della Sera - Suppl. La lettura» dell'11 maggio 2014

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