23 marzo 2014

Turchia, Erdogan oscura Twitter Ma il Paese gli si rivolta contro

Svolta autoritaria. Dopo le rivelazioni sulla corruzione e a pochi giorni dal voto amministrativo
di Monica Ricci Sargentini
Anche il presidente Gül scrive sul social network: inaccettabile
«Sradicheremo Twitter» aveva gridato l'altro giorno durante un comizio a Bursa il premier turco Recep Tayyip Erdogan. «Me ne frego - aveva aggiunto - di quello che dirà la comunità internazionale». Parole pesanti, cui nessuno aveva dato peso pensando a una boutade da campagna elettorale. Invece giovedì, poco prima della mezzanotte, chi ha tentato di cinguettare si è ritrovato davanti un gelido comunicato dell'Autorità per le Comunicazioni Tecnologiche che annunciava il blocco del social network per ordine di un tribunale. Ma «il colpo di stato digitale» del premier, come è stato definito dai suoi oppositori, si è rivelato un boomerang. In poche ore la rete è stata invasa dalla rabbia degli internauti che, come ai tempi dei «çapulçu» (vandali) di Gezi Park, hanno dato prova di grande senso dell'umorismo: «Hey Tayyip, hai mai visto Gli uccelli di Hitchcock?» si legge in un fotomontaggio in cui uno stormo di uccellini azzurri con la testa coperta da maschere antigas, tengono per il becco alcune corde che stringono il primo ministro. Sotto ogni uccello c'è uno degli hashtag delle campagne che più hanno fatto infuriare Papa Tayyip, come #occupygezi e #diktator. Gli utenti del social network, circa 13 milioni, sono stati abilissimi a condividere le informazioni su come modificare le impostazioni in modo da poter cinguettare nonostante il divieto. Secondo il sito online di Hürriyet , nelle prime 10 ore di blocco sono stati registrati 500mila cinguettii dalla Turchia, il 30% di un giorno normale. Risultato: gli hashtag #TwitterisblockedinTurkey e #TurkeyBlockedTwitter sono diventati un «trending topic» mondiale. «Mi sembra che siamo tutti qui - twittava soddisfatto ieri mattina @MuratYetkin2 - il bando è stato aggirato in meno di 12 ore». Ma l'apoteosi per gli internauti è stata quando è apparso il tweet del capo dello Stato Abdullah Gül, cofondatore con Erdogan del partito islamico Akp: «Una chiusura totale delle reti sociali non può essere approvata - ha scritto -. Spero che questa situazione non duri a lungo». In barba al divieto hanno cinguettato anche il vicepremier Bülent Arinç e il sindaco di Ankara Melih Gökçek, considerato un utilizzatore maniacale del social network.
Sull'Akp, il partito filoislamico al governo, si è abbattuta una valanga di critiche, con paragoni a Iran e Corea del Nord dove le piattaforme social sono severamente controllate. Preoccupati gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e la Ue. Per la commissaria Ue alle nuove tecnologie Neelie Kroes: «L'interdizione da Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero». Amnesty International parla di un «attacco senza precedenti alla libertà di espressione in Turchia». E Emma Sinclair-Webb, una ricercatrice di Human Rights Watch per la Turchia, dice che «la decisione del primo ministro Erdogan dimostra fin dove il premier si spingerà per censurare la diffusione delle registrazioni dannose dal punto di vista politico, che stanno circolando in rete». Finora nulla è bastato. Dal 17 dicembre ad oggi è stata approvata una legge che consente di chiudere le pagine web in meno di quattro ore e una normativa che di fatto mette il potere giudiziario nelle mani del governo. Nonostante ciò le intercettazioni sono continuate a uscire sui social network. E voci non confermate annunciano l'imminente uscita di nuove prove «schiaccianti» e perfino di video a luci rosse compromettenti per ministri e forse per lo stesso premier. E questo, a pochi giorni dalle cruciali elezioni amministrative del 30 marzo, ha esasperato oltremodo il premier.
Ieri il ministro turco dei Trasporti e delle Comunicazioni, Lufti Evan, ha spiegato di star semplicemente rispettando gli ordini del tribunale: «La Turchia non è un Paese che vieta internet. Dobbiamo essere uniti contro insulti e illegittimità». Ma il principale partito di opposizione ha sporto denuncia penale contro il premier per violazione delle libertà costituzionali dei cittadini. E un ricorso è stato presentato dall'associazione avvocati turchi, che ha chiesto l'annullamento della decisione. Twitter ha assunto un avvocato esperto di crimini informatici, lo stesso che aveva seguito in passato la causa contro il bando di YouTube. «Il premier reagisce agli attacchi in maniera scomposta e autolesionistica - ha commentato Janiki Cingoli, direttore di CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) che negli ultimi anni ha lavorato molto sul fenomeno Turchia - Non ci si può disconnettere dal mondo». E forse ora l'ha capito anche Erdogan. Quale sarà la prossima mossa del sultano di Ankara?
«Corriere della Sera» del 22 marzo 2014

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