28 maggio 2012

Vieni avanti, Critone. Quando il dialogo è un «monologo assistito»

Travestimenti falliti
di Guido Vitiello
Dal modello platonico maestro-discepolo a quello della fusione genetica (ed etnica)
«Una confessione per iscritto è sempre menzognera». Lo diceva Italo Svevo, o meglio lo diceva Zeno, o forse entrambi, e questo è solo il primo di molti tranelli. Non per nulla l’autobiografia ha fama di essere il più malfido dei generi letterari; si presta a tutte le reticenze e le compiacenze, agli accomodamenti retrospettivi, alle civetterie. Qui si lascia osservare l’analogia fondamentale tra l’ego umano e il soufflé in cottura, che è tutto un informe gonfiarsi e ribollire finché non lo trafigga la punta di una forchetta. Ecco, questa forchetta potrebbe provvederla il formato del libro-intervista, dove il narcisismo dell’autore cozza a ogni pagina con un emissario del principio di realtà, l’intervistatore. In altre parole, l’unico rimedio all’espansione incontrollata del soufflé è il dialogo, e anche per questo c’è chi mette in capo all’albero genealogico degli intervistatori Platone, fondatore del libro-intervista in forma di dialogo filosofico. Genealogia rivelatrice da qualunque lato la si guardi, perché 1) Platone scriveva sia le domande sia le risposte, se la suonava e se la cantava; 2) certi intervistatori di Socrate erano, per dire il meno, piuttosto accomodanti: Critone non fa che punteggiare gli sproloqui del maestro con i suoi «vero», «è chiaro», e «come no?». Ergo, dire che Platone è il padre del libro-intervista equivale a dire, grosso modo, che ogni intervista è un’intervista immaginaria o un monologo camuffato.
Nella nostra epoca, il modello platonico puro va ricercato nelle interviste ai leader politici, e in particolare in un sottogenere assai nutrito: l’intervista a Fidel Castro. Il Critone di turno si è chiamato di volta in volta Frei Betto, Gianni Minà o Tomás Borge, tutti impegnati in una strenua gara di resistenza. Minà resse sedici ore, tanto che Valerio Riva lo candidò al Guinness dei primati per «la più lunga intervista fatta in ginocchio». Ma i record sono fatti per essere battuti, e così Ignacio Ramonet accumulò tra il 2002 e il 2005 ben cento ore di conversazione con il facondo líder maximo, che divennero un libro di settecento pagine. Ma lo si dovrebbe squalificare dalla competizione: come dimostrò all’epoca il giornalista spagnolo Arcadi Espada, l’intervista dell’allora direttore di «Le Monde diplomatique» era per buona parte un copia-e-incolla di vecchi discorsi di Castro e articoli usciti sulla stampa di regime. Il libro, ironicamente, s’intitolava Autobiografia a due voci. Presentandolo, Ramonet si premurava di ricordare che anche «i dialoghi platonici erano interviste». Appunto, e le scriveva tutte Platone.
Se non piace il modello asimmetrico maestro-discepolo, con Socrate che sproloquia e Critone che annuisce, il panorama dei libri- intervista offre soluzioni più franche, paritarie, intonate al fair play. Esempio insuperato è la vecchia conversazione tra il magistrato Marcello Maddalena e un Marco Travaglio poco più che trentenne, pubblicata da Donzelli nel 1997 con il titolo Meno grazia, più giustizia. Qui si respira tutt’altra aria, non è l’Accademia, è un tavolo da ping-pong: domanda, risposta, domanda, risposta. Senonché, dopo un po’ di scambi, siamo costretti a notare che i due giocatori sono sulla stessa metà del campo, e che il modello occulto non è il ping-pong ma la pallavolo: io alzo, tu schiacci, io alzo, tu schiacci. «Ma insomma, avete o no invaso il campo della politica, svolgendo un “ruolo di supplenza”?» ; «Direi proprio di no». «Siamo il paese più garantista del mondo?»; «Che io sappia, sì». Pare un dialogo, ed è un altro monologo assistito.
Accanto al Critone e al Pallavolista, la tradizione del libro-intervista conosce almeno una terza variante, assai diffusa in quel regno dell’adulazione reciproca universale che è la società delle lettere. Qui l’effetto monologo si ottiene alla radice, per via di blandizie e ammiccamenti, dalla fusione genetica tra gli interlocutori: erunt duo in carne una. La progressione ricorda quello sketch dei Monty Python in cui un intervistatore si rivolge all’intervistato chiamandolo prima sir Edward Ross, poi Edward, poi Ted e infine «zuccherino» e «micetto». Un esempio estremo, aggravato dal cameratismo da corregionali, è il libro-intervista di Marcello Sorgi ad Andrea Camilleri, La testa ci fa dire (Sellerio). Si parte in guardia: «Per prima cosa, scambiamoci una raccomandazione: di non esagerare, da siciliani». Ma non c’è verso, la compenetrazione del giornalista palermitano e dello scrittore di Porto Empedocle è tale che dopo neppure trenta pagine, tra pacche sulla spalla e divagazioni sulla sicilitudine, il Dna siciliano, l’amicizia siciliana e la diffidenza siciliana, le due voci risuonano indiscernibili, come se i parlanti si fossero fusi a livello genetico (il Dna siciliano, appunto). Risultato? Pare un dialogo, ed è di nuovo un monologo a due.
Si dirà che un’intervista non è un interrogatorio, che una disposizione accomodante è un’astuzia per conquistare la fiducia dell’interlocutore ed estorcergli confidenze. Sarà. Ma perché privare il lettore dell’occasionale spettacolo di una forchetta che affonda nel soufflé? Per questo c’è una sola via: che l’intervistatore esca dall’angolo e si faccia sotto. Vieni avanti, Critone.
«Corriere della Sera» - supplemento La lettura del mese di maggio 2012

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