16 ottobre 2011

Mastrocola: studiare non serve?

di Roberto I. Zanini

«Theodor Wiesengrund Adorno. Qualcuno, per caso, ancora se lo ricorda? Criticava la condiscen­denza per gli uomini come sono, vista come falsa virtù... 'Il bor­ghese – diceva – è tollerante. Il suo amore per la gente così com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere'». È una delle provocazioni contenute nel libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda), che af­fronta il drammatico problema di una scuola che ha smesso di inse­gnare. Il problema, spiega abil­mente l’autrice, che oltre a essere una nota scrittrice è anche do­cente di Lettere al liceo, è il frutto di una società essenzialmente e­donista, che non intende impe­gnarsi a far crescere i propri figli.

La frase di Adorno fotografa con i­nusitata efficacia questo stato di cose e ha il grande pregio di ob­bligare alla discussione.
«Lui so­steneva che il consumismo di massa ci avrebbe ridotto a restare quello che eravamo, cioè massa amorfa. Il sospetto è che abbia a­vuto ragione. E la scuola ne è una diretta conseguenza. Oggi un ra­gazzo può agevolmente chiedersi se lo studio serva ancora. Il dram­ma è che noi adulti abbiamo ri­sposto di no. Così i giovani non studiano. Al liceo ho molti stu­denti che si interessano alle lezio­ni, bravi ragazzi, che però a casa non aprono libro. E non c’è nes­suno che faccia loro comprendere l’importanza dello studio».

Non lo fa la scuola, non lo fa la famiglia, non lo fa la società. Ne consegue, pare di capire, una sorta di grande inganno i cui i nostri ragazzi sono le vere vittime.
«Un inganno dai tanti volti. La scuola fa lavorare in gruppo quando sappiamo benis­simo che si tratta di un modo per non studiare. Insegna a lavorare sfruttando il web e questo è vera­mente il massimo che si potesse fare per fre­gare i giovani: dire lo­ro che tanto c’è il computer, che si può sempre mettere la pa­rola giusta sul motore di ricerca e poi si sca­rica, si copia e incolla e il compito del gior­no è fatto. Non c’è nemmeno bi­sogno di leggere quello che si è scaricato».

Sono i professori, per­sino i libri di testo che chiedono agli studenti di studiare in questo modo con internet.
«E così si a­valla la logica che per studiare non serve fatica. Anzi, non serve proprio studiare. Servono solo le nuove abilità: utilizzare i nuovi programmi, navigare in rete, chattare, collegarsi a facebook».

Se si avanzano critiche su questi ar­gomenti c’è sempre il professore che con tono di compatimento ti fa notare che forse sei retrogrado, antiquato, reazionario.
«Ma è una falsità. Siamo noi i più moderni. Noi che usiamo tranquillamente tutte le nuove tecnologie cono­scendo Dante e Petrarca, avendo letto Tasso, Leopardi e Montale, sapendo di latino e di sintassi. Insomma, vogliamo o no che i nostri ragazzi abitino anche una sfera mentale, spirituale, del­le idee e non siano interamente calati nel più puro materialismo? Vogliamo che la scuola serva an­cora a qualcosa? Cosa vogliamo che facciano i nostri figli?».

Biso­gnerebbe chiederlo alle famiglie, che oltre a non far studiare i figli a casa se la prendono con maestri e professori quando danno troppi compiti o pretendono qualcosa di più dagli studenti.
«È quella che nel libro ho definito l’inversione delle responsabilità. Se le famiglie remano contro gli insegnanti che vogliono lavorare la scuola non serve più. Meglio che tolga il di­sturbo, appunto. I genitori sem­pre schierati dalla parte dei figli sono il fenomeno più deva­stante del mondo scolastico. Del resto la scuola e il modo di approcciarsi alla scuola sono il rifles­so della società».

Viene da chiedersi come sia potuto ac­cadere tutto questo.
«Le rispondo con una provocazio­ne: forse siamo un Paese troppo progredito per credere ancora nella scuola».

Un’affermazione drammatica.
«Drammatica, ma realista. La nostra società, cioè tutti noi, è troppo concentrata sul suo ombelico, è troppo rivolta al piacere. La famiglia media pensa a come impiegare il tempo libero nei divertimenti, nello sport, pen­sa ad avere due auto, due telefo­nini, la tv dell’ultima generazio­ne... in tutto questo la scuola è un disturbo. Ci sono i compiti da fa­re, c’è da impegnarsi a seguire i fi­gli, a spronarli... Molto più facile affidarli alle badanti tecnologiche, come la tv, internet, le play sta­tion. Si sono perduti i valori peda­gogici della fatica, dell’umiltà. Studiare è un impegno e le fami­glie non vogliono più che i figli studino. Pensano alla scuola co­me a un contenitore».

Detta così sembra una delle pessime conse­guenze del ’68?
«Questa situazio­ne è certamente figlia anche delle ideologie, delle letture cattive e distorte degli scritti di don Milani, quello che nel libro chiamo il donmilanismo, che ha portato a una scuola appiattita verso il bas­so. Della lettura di comodo dei li­bri di Gianni Rodari, che defini­sco rodarismo e che ha portato al­l’inganno criminale della scuola creativa, che lascia spazio alla fantasia, ma non insegna la gram­matica, la struttura del pensiero e del discorso. Ma per per diventare grandi bisogna prima aver molto letto, molto pensato e molto stu­diato, poi ci si può aprire alla creatività vera».

«Avvenire» del 17 febbraio 2011

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