14 marzo 2011

La scuola come "fabbrica" di cittadini

della redazione
150 anni d'Italia. Andiamo vedere cosa la scuola sia stata per gli italiani e perché in tutte le stagioni politiche dalla destra storica in poi ci si sia accapigliati, in parlamento e fuori, per decidere come gestire l’insegnamento. Ecco le opinioni di Carlo Lottieri e Mario Cervi Mentre si litiga sulla scuola, può non essere una cattiva idea dare uno sguardo indietro. Approfittare di anniversari e centocinquantesimi per vedere cosa la scuola sia stata per gli italiani e perché in tutte le stagioni politiche dalla destra storica in poi ci si sia accapigliati, in parlamento e fuori, per decidere come gestire l’insegnamento. Il primo dato di fatto è che l’istituzione scolastica è stata vista sin da subito come un qualcosa che potesse fare da stampella a una nazione poco nazione. Non è un caso che la mostra che aprirà il 17 marzo a Torino, proprio intitolata «Fare gli italiani» consideri la scuola una delle 13 isole tematiche del suo percorso. Ecco qualche dato, pescando solo tra quelli su cui la storiografia, è più concorde. Il censimento del 1861 rivelò che sopra i cinque anni il 78% degli abitanti della neonata Italia era analfabeta. Nel 1864 a frequentare una scuola secondaria in tutto il Paese erano solo 27mila studenti, gli studenti universitari erano 6mila. La legge Casati, promulgata nel 1860, venne estesa a tutto il territorio e portò l’istruzione obbligatoria a 2 anni. Tenendo conto della diversissima situazione sociale degli italiani, distinse fortemente l’istruzione umanistica e quella tecnica. Da subito, date le tensioni politiche col Vaticano, l’istruzione pubblica venne fortemente contrapposta a quella religiosa. La legge Coppino del 1877 rese gratuita l’istruzione elementare per i bambini dai 6 ai 9 anni, stabilì forti sanzioni per chi disattendeva l’obbligo. Parimenti però limitò in maniera drastica tutti gli insegnamenti visti come poco laici. Nel 1901 il 50% della popolazione sopra i 5 anni sapeva leggere. Era stata però imboccata una strada che vedeva lo stato arroccato in una situazione di monopolio. E su questo la discussione è ancora rovente.
Ma quali sono i problemi della scuola? L'abbiamo chiesto a due firme prestigiose come Carlo Lottieri e a Mario Cervi.
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Fin dall’800 lo Stato confonde istruzione con omologazione
di Carlo Lottieri
Dal 1861 cala su regioni disomogenee un progetto livellatore. Parte dalle elementari
Quando il Regno d’Ita­lia creato dall’espan­sionismo dei Savoia e dall’idealismo un po’ sconclusionato di Garibaldi vide la luce, la nota espressio­ne di Massimo D’Azeglio su­gli italiani «da farsi» ebbe il merito di fotografare alcuni elementi della situazione ve­nutasi a creare. A dispetto di una storia articolata e di interessi divergenti, l’Italia del 1861 calava istituzioni unita­rie su città e regioni del tutto disomogenee. La realtà cede­va il posto all’ideologia, dato che il progetto nazionale, «fa­re gli italiani», era impregna­to di un costruttivismo sociale - un delirio da pianificatori - che avrebbe ristretto le liber­tà e causato enormi danni. La scuola pubblica obbliga­toria appartiene a questa logi­ca: non tanto e in primo luo­go, come spesso si sente dire, sulla base di motivazioni umanitarie, ma invece al fine di realizzare una società che fosse coerente con gli schemi culturali e gli obiettivi politi­co- militari dell’élite al pote­re. L’Italia di metà Ottocento era cattolica e vernacolare: per nulla disposta, dunque, a «morire per la patria». La reli­gione civile e patriottarda aveva allora bisogno di mae­stri che fossero manipolatori delle coscienze: non già edu­catori scelti dalle famiglie, ma imbonitori d’apparato, nutriti di quella religione se­colarizzata che coincide con la celebrazione della Patria. Al riguardo ci sono tre libri che meglio di tanti altri aiuta­n o a cogliere il significato che la scuola statale, in Italia e al­trove, è venuta ad assumere: Cuore del socialista-naziona­le Edmondo De Amicis, un indigeribile libro per ragazzi ca­rico di suggestioni che- ovvia­mente - piaceranno tantissi­mo agli alfieri della cultura fa­scista; Niente di nuovo sul fronte occidentale del pacifi­sta Erich Maria Remarque, che mostra come l’inutile strage delle trincee sia stata preparata dal lavaggio del cervello operato dai professo­ri tedeschi innamorati del Se­condo Reich; e, infine, I mi­sfatti dell’istruzione pubblica di Denis de Rougemont, un delizioso libretto sullo squallore di scuole gestite come uf­fici postali, dove si evidenzia che la massificazione demo­cratica ha bisogno di una cul­tura mediocre e istituzioni totalizzanti. La situazione ora è diversa, ma non del tutto. Anche se la classe docente del nostro tempo è più propensa a cele­brare il terzomondismo che il primato degli Italiani, e an­che se indulge a u n pacifismo sciocco piuttosto al militari­smo di primo Novecento, è pur vero che oggi come allora l’esercito malpagato degli insegnanti pubblici continua a lavorare per il Re di Prussia: fuor di metafora, sono cam­biati gli slogan ed è mutata la retorica, ma i docenti statiz­zati seguitano a sposare le po­sizioni più conformiste e, nei fatti, più vantaggiose per il blocco sociale dello status quo . Se nelle scuole pubbliche a troppi studenti sono propinati banalità ecologiste e solida­rismo d’accatto, per avere un’istruzione di altro tipo questo ambito va restituito al­le famiglie, agli studenti, ai professori stessi. Le scuole devono essere tolte allo Stato e ridate alla società, affinché competano liberamente: scegliendo i propri insegnanti, delineando i propri programmi, definendo i propri proget­ti educativi. Perché un uomo è davvero molto più che un semplice cittadino.
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Il vero difetto non è in classe ma nella troppa burocrazia
di Mario Cervi
Un inutile gigantismo paralizza da sempre la capacità di insegnare bene

L’articolo di Carlo Lottie­ri mi dà lo spunto per esprimere qualche per­sonale opinione sul dilemma scuola pubblica-scuola privata. Ritengo sia utile distinguere la questione storica dai concreti temi d’attualità. Lottieri ritiene che il Risorgimento abbia impo­sto un’ideologia «civile e patriot­tarda » ad un Paese «cattolico e vernacolare». Pollice verso dun­que per Cuore, «indigeribile libro per ragazzi ». Pur essendo in­digeribile un bel po’ di strada quel testo l’ha fatta. I personag­gi e i racconti di Edmondo dei languori, melensi fin che si vuo­­le, appartengono di pieno dirit­to al patrimonio culturale degli italiani. Ma il vero problema è: scartato il regime oppressivo e omogeneizzante di «manipola­tori delle coscienze », a quale do­cumento ci si doveva riferire per sottrarsi al giogo? Forse al Sillabo di Pio IX? Che si scagliava contro il delirio bla­sfemo secondo il quale «la liber­tà di coscienza e dei culti è dirit­to proprio di ciascun uomo», e i cittadini «avere diritto ad una to­tale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità o ecclesiastica o civile, in virtù del­la quale possano palesemente e pubblicamente manifestare i lo­ro concetti quali che si sieno, os­sia con la voce, ossia con i tipi, ossia in altra maniera. E mentre ciò temerariamente affermano non sanno e non considerano che essi predicano la libertà del­la perdizione ». Stento a ritenere che questa impostazione potes­se giovare alla scuola italiana più del «libera Chiesa in libero Stato» di Cavour. Le mie esperienze scolasti­che- per passare ai temi concre­ti - risalgono al ventennio mus­soliniano. Al di là di orpelli sce­nografici il fascismo non aveva molto permeato l’insegnamen­to. I buoni ginnasi e licei erano severissimi, con un numero al­to di bocciature. Fatta eccezio­ne per rare prese di posizione dettate da convinzioni di fede, la scelta della scuola privata derivava, per gli abbienti, dalla vo­glia di sottrarre i loro pargoli ai rigori della pubblica, e di recu­perare anni perduti. Adesso im­pera il facilismo, ma immagino che qualche traccia dell’antico andazzo rimanga se le «private» reclamizzano alla grande la lo­ro capacità di abbreviare i per­corsi scolastici. Sono propenso a sfrondare il dibattito sulla scuola da gran parte dei conte­nuti ideologici di cui lo si vuole rivestire. Certo ci sono insegnanti di si­nistra che al loro credo impron­tano le loro le azioni, ci sono sta­ti e ci sono libri di testo orientati anch’essi a sinistra. Il Giornale montanelliano denunciò i casi peggiori di faziosità. Che tutta­via non era la faziosità sabauda che Lottieri imputa ai padri del­la Patria e alla classe dirigente risorgimentale, era invece una faziosità a sfondo comunista, le­gata al concetto implicito o esplicito che l’Urss, madre dei popoli, avesse una scuola de­gna d’imitazione. Il grande cor­po della scuola italiana - che ha numerosi difetti, ma è migliore di tante straniere- non è caratte­rizzato a mio avviso dalla faziosi­tà. Semmai è caratterizzato dal suo gigantismo burocratico e dalle pulsioni antimeritocrati­che d’un sindacato ipercorpora­tivo. Viene ripetuto che le «pri­vate » fanno risparmiare al con­tribuente molti soldi, surrogan­do le «pubbliche». È possibile ma stento a capirlo. Gli inse­gnanti pubblici italiani sono in assoluto i più numerosi d’Euro­pa, in rapporto agli alunni. Co­me mai hanno bisogno di rinfor­zi? Sono stato e sono orgoglioso per avere conseguito la maturi­tà in un prestigioso liceo pubbli­co. Vorrei che anche i ragazzi d’oggi provassero gli stessi senti­menti e che le Alte Autorità li in­coraggiassero a provarli.
«Il Giornale» del 14 marzo 2011

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