23 marzo 2011

L. Pirandello, Il treno ha fischiato (Baldi)

di Baldi – Giusso – Razetti – Zaccaria
(analisi tratta dal volume Dal testo alla storia. Dalla storia al testo. Edizione gialla, volume III, tomo secondo/a, pp. 391-392)
La novella ha la struttura dell’inchiesta, della ricerca di una verità che si cela dietro un evento strano, apparentemente assurdo e incomprensibile, l’improvvisa follia dell’impiegato modello Belluca. La realtà dei fatti si dispiega a poco a poco dinanzi al lettore. L’inizio è in medias res, senza che vengano raccontati gli antefatti: non sappiamo nulla di Belluca, se non attraverso il riflesso del suo agire nelle reazioni di chi lo conosce, i colleghi d’ufficio. Solo in un secondo momento viene offerto un sommario ritratto del personaggio e viene rievocato il fatto eccezionale, la rivolta dell’impiegato da sempre puntuale e ligio al suo lavoro. Anche la spiegazione del suo gesto inconsulto offerta dal protagonista (il riferimento al treno che ha fischiato e ai viaggi in Siberia e nel Congo) appare sul momento enigmatica, priva di senso. Parimenti, sino a questo punto, la figura del narratore resta imprecisata. L’inchiesta, la ricerca del senso riposto dell’evento misterioso comincia da quando la voce narrante assume un volto. Si tratta di un narratore-testimone, che ben conosce l’eroe. È lui a formulare l’ipotesi che il fatto assurdo possa avere una spiegazione «naturalissima».
Il primo passo verso la spiegazione è la ricostruzione della personalità e della vita abituale di Belluca, operata da questo narratore. Emerge un ambiente piccolo borghese, angustiato da insopportabili miserie, frustrazioni, sofferenze. Ma è ovvio che nel rappresentarlo non vi è in Pirandello alcun intento naturalistico, di ricostruire un milieu sociologicamente definito, quello della piccola borghesia impiegatizia dell’Italia giolittiana. Come sempre avviene nel mondo delle novelle pirandelliane, la condizione sociale piccolo borghese diventa emblema di una condizione metafisica dell’uomo: Belluca rappresenta l’uomo imprigionato nella «trappola» della «forma», la quale assume le vesti contingenti della squallida condizione impiegatizia. La spontaneità della «vita» è in lui mortificata perché è prigioniero di un meccanismo ripetitivo, monotono, alienante, che presenta due facce: il suo lavoro di computista, che non gli concede mai un attimo di respiro e lo segrega totalmente dalla vita, e la sua famiglia opprimente, soffocante. Pirandello porta deliberatamente all’assurdo, attraverso un processo di esagerazione iperbolica, quella che potrebbe essere una rappresentazione naturalistica e patetica della miseria piccolo borghese: una moglie cieca susciterebbe commozione, ma tre cieche, più due figlie vedove con complessivi sette figli, non possono che suscitare il riso. Il motivo edificante e strappalacrime del pover’uomo che si sacrifica per dar da mangiare alla famiglia, caro a certa narrativa ottocentesca, viene condotto al parossismo, e diviene ridicolo. Scatta il «sentimento del contrario», la scomposizione umoristica della realtà.
La spiegazione del piccolo mistero, dell’improvvisa follia dell’uomo esemplare, è presentata dal punto di vista del protagonista stesso. L’inchiesta su cui si basa il racconto segue quindi un movimento dall’esterno all’interno del personaggio, che prima viene visto con gli occhi estranei dei colleghi, poi attraverso la prospettiva più familiare del narratore-testimone che lo conosce bene, infine si presenta da sé, rivelando le cause del fatto assurdo mediante un classico discorso indiretto libero («C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda...»). La causa che ha determinato la rottura del meccanismo alienante della «forma» sociale, costituito dal lavoro e dalla famiglia, è stata una sorta di «epifania» (così l’ha definita Renato Barilli), la rivelazione momentanea di un senso riposto della realtà fino a quel momento rimasto ignoto. E l’epifania scatta in conseguenza di un fatto banale, in sé insignificante, il fischio di un treno nel silenzio della notte. Ma basta questo a far assumere all’eroe coscienza della «vita» che scorre fuori della «trappola». La vita irrompe nella «prigione» con tutta la sua forza, che spazza via la meccanicità paralizzante del quotidiano. Se la «trappola» è emblematizzata dallo spazio ristretto, l’angusta camera in cui Belluca trascorre le sue notti a copiar carte (che è il corrispettivo dell’altrettanto angusta stanza del suo ufficio), la «vita» si presenta come amplissima prospettiva spaziale, Firenze, Bologna, Torino, Venezia, e poi la Siberia, il Congo. La rottura del meccanismo genera comportamenti folli, perché l’irrompere della «vita» non consente a tutta prima di sopportare il grigiore e l’angustia della «forma» quotidiana. Nella follia c’è una logica, come sempre in Pirandello, contrapposta all’apparente razionalità del meccanismo dell’esistenza comune: una logica che smonta quel meccanismo, ne fa apparire l’assurdo, l’inconsistenza, anche la fragilità, perché basta un nonnulla, un fatto banale, «naturalissimo», per incepparlo. La razionalità del meccanismo è solo apparente, l’irrazionalità del caso può in ogni istante farlo esplodere all’interno, determinando il crollo di ogni costruzione fittizia. Belluca è uno dei tanti eroi pirandelliani che «hanno capito il giuoco », che hanno preso coscienza della vera natura della realtà.
Però questa sua presa di coscienza non si traduce, come per altri eroi, in totale astensione dalla vita comune (vedi Mattia Pascal), o in rivolta totale, in rifiuto eversivo delle norme sociali (come per il Mostarda di Uno, nessuno e centomila). Belluca, dopo l’improvviso gesto di rivolta verso il capufficio, ritornerà entro i limiti del meccanismo, riprenderà la sua computisteria, la sua parte di padre di famiglia, docile e mansueto come sempre. Ma potrà sopportare la meccanicità della «forma» perché avrà una valvola di sfogo: la fantasia. Un attimo di evasione, di tanto in tanto, gli consentirà di sostenere il peso delle «forme» sociali che lo imprigionano, poi potrà tornare tranquillamente all’ordine. La sua presa di coscienza, lungi dall’indurlo ad atteggiamenti eversivi, ribadisce la chiusura nella «trappola». L’immaginazione è fuga momentanea, un’evasione che ha solo una funzione consolatoria («poteva in qualche modo consolarsi! »).
Postato il 23 marzo 2011

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