07 febbraio 2011

Pascoli: analisi del testo de Il fanciullino

Su quest'argomento forse può esserti utile una mia videolezione
 

di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, vol. 3/1. D’Annunzio e Pascoli
Una teoria della poesia e un programma poetico. Il discorso pascoliano delinea, con un linguaggio metaforico, una vera e propria teoria della poesia, che contiene al tempo stesso un programma poetico, quello che Pascoli andava realizzando proprio in quegli anni nelle varie edizioni di Myricae e nei Poemetti. Proviamo a tradurre le immagini in termini concettuali. La metafora del «fanciullino» sta ad indicare un tipo di conoscenza prerazionale, alogica, immaginosa e fantastica. Tutta una tradizione romantica (risalente sino a Vico, che definiva i fanciulli «sublimi poeti» perché alle cose inanimate «danno senso e ragione») identificava quel tipo di visione con quella dei fanciulli e dei primitivi. A questa tradizione si collega evidentemente Pascoli, svolgendola però in senso ormai decadente. La visione "fanciullesca" spezza la crosta dell’abitudine, che impedisce di vedere la realtà nella sua essenza profonda, e consente di cogliere il mondo secondo una prospettiva inedita, con perfetta immediatezza, scoprendolo nella sua primigenia, vergine freschezza. Il fanciullino, afferma Pascoli, «vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta». È come il primo uomo, Adamo, «che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Questa visione ingenua e fresca ridà quindi verginità anche alla parola, la strappa al meccanismo trito della comunicazione abituale, le conferisce il potere di mettere direttamente in contatto col cuore delle cose (Pascoli afferma anche: «Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola»). Inoltre il fanciullino «scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose»: scopre in altre parole le «corrispondenze» segrete che legano tutte le realtà, come esige la visione del mondo decadente. La visione prerazionale consente una visione più profonda, che, «senza farci scendere ad uno ad uno i gradini del pensiero», come è proprio del ragionamento logico, ci introduce immediatamente «negli abissi della verità». Questo tipo di conoscenza, se è latente in ogni uomo, in quanto in ognuno sopravvive il fanciullino originario, è in atto soprattutto nel poeta, in cui la voce del fanciullino è più forte e diretta. Il poeta «fanciullino» di Pascoli appare quindi un veggente, dotato di una vista più acuta di quella degli uomini comuni, prigionieri delle abitudini e delle convenzioni del pensiero razionale; è colui che può spingere lo sguardo oltre i limiti della realtà visibile, coglierne immediatamente l’essenza segreta. Si delinea in tal modo non solo una visione del mondo, ma una poetica decadente, che rientra perfettamente entro le categorie che abbiamo a suo tempo ricostruito. La poesia pura. In questo ambito si colloca anche l’idea di una poesia pura: la poesia per Pascoli non deve proporsi finalità estrinseche, pratiche; il poeta canta «per cantare», non vuole «darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio». Ma proprio per questo, aggiunge Pascoli, la poesia, pur restando pura, può ottenere effetti di «suprema utilità morale e sociale». E adduce come esempio Virgilio, che, proprio facendo poesia pura in tempi tristi e travagliati, lancia un messaggio sociale, delinea una società in cui non esploda «la lotta fra le classi», in cui non ci sia né «miseria» né «ricchezza». Il sentimento poetico infatti fa sì che ci contentiamo di ciò che possediamo, fa pago «il pastore della sua capanna», il «borghesuccio» del suo «appartamentino», placa quell’«instancabile desiderio» che spinge gli uomini a sopraffarsi a vicenda, per avere di più, nell’illusione di essere più felici. Nella poesia "fanciullesca" e "pura" vagheggiata da Pascoli è quindi implicito un messaggio sociale, di un socialismo umanitario e utopico, che invita all’affratellamento di tutti gli uomini, al di là delle barriere di classe che li separano. Questa soluzione era prefigurata sin dalle prime pagine del saggio, nell’immagine di operai, contadini, banchieri, professori tutti accomunati dai «fanciullini» che si affacciano alle finestre della loro anima. Il linguaggio poetico. Questa abolizione della lotta fra le classi implicita nel messaggio poetico si trasferisce anche al livello dello stile. Pascoli ripudia la divisione tra le "classi" di parole, cioè il principio del classicismo aulico tradizionale che imponeva una rigida separazione tra gli stili, per cui esistevano argomenti sublimi da trattare in stile alto e argomenti umili da trattare in stile basso, e rivendica "democraticamente" la dignità sublime, la poeticità insita nelle piccole cose. Secondo il suo costume, esprime il concetto mediante metafore floreali: belli e degni di essere cantati sono non solo gli esotici e rari fiori delle «agavi americane», ma anche i piccoli fiorellini dell’umile «pimpinella», che cresce sull’orlo dei fossi. La poesia autentica può trovarsi anche nelle cose comuni: essa non deriva dalla maggiore o minore dignità dell’oggetto, ma dalla freschezza di ispirazione di chi guarda, che riesce a cogliere il valore anche delle cose abitualmente trascurate dalla letteratura («il loro sorriso e la loro lacrima»). Anche queste umili realtà hanno una loro dignità poetica, che la poesia deve rivendicare. Pascoli propone quindi, accanto ad un sublime "superiore", quello tradizionale, un sublime di nuovo tipo, quello "inferiore". A questa poetica delle piccole cose Pascoli si ispira abitualmente nella sua poesia: vi allude lo stesso titolo Myricae che, citando il Virgilio della IV Bucolica, si riferisce proprio alle cose umili e trascurate (noi sappiamo però, dai testi letti, che dietro il candido sguardo fanciullesco, che induce a cercare gli oggetti umili, sta in realtà l’«oscuro tumulto» dell’animo del poeta, che genera una visione tormentata, malata, sconvolta, percorsa da ansie di mistero e da funebri presentimenti, e che si esprime in forme complesse, morbide e inquiete oppure visionarie e oniriche). Oltre a distaccarsi dal gusto aulico della tradizione poetica italiana, qui Pascoli prende le distanze anche dalla contemporanea poesia di D’Annunzio, sontuosa e preziosa nel suo estetismo superomistico, che punta decisamente verso un’aulicità sublime nelle scelte tematiche e stilistiche.
Postato il 7 febbraio 2011

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