22 febbraio 2011

Elisabetta Sala, Elisabetta la sanguinaria

Elisabetta Sala, Elisabetta la sanguinaria. La creazione di un mito. La persecuzione di un popolo
(casa editrice Ares 2010)

Di tutta la grande famiglia dei "fratelli riformati", gli anglicani sono quelli che più si avvicinano ai cattolici. Ciò è dovuto al senso di moderazione degli inglesi, che hanno saputo trovare un compromesso tra gli estremi. L'equilibrio fu raggiunto da una sovrana, tollerante e di larghe vedute, che seppe contrastare il fanatismo religioso della sorella (Maria la sanguinaria) riuscendo a creare una fede nazionale. Elisabetta I fu la regina più amata della storia. Fu grazie a lei che l'Inghilterra si affermò come potenza mondiale; fu intorno a lei che i suoi sudditi si strinsero nel momento del pericolo.
Tutto ciò è romantico e commovente; peccato che, come questo libro dimostra, sia profondamente falso. Il regime elisabettiano fu, di fatto, un sistema totalitario tra i più amari della storia. Peccato che il mito di Elisabetta sia stato costruito da una minoranza al governo che fece carte false per conservare il potere. Peccato che il popolo si sia visto perseguitato, impoverito, come mai prima di allora. Peccato che la tanto decantata "vicinanza" degli anglicani al cattolicesimo sia nata da un duplice desiderio molto semplice e concreto: gettare fumo negli occhi dei sudditi e formare una gerarchia di agenti governativi travestiti da ecclesiastici.
Peccato che l'evoluzione-involuzione degli inglesi sia costata migliaia di vite, molte delle quali finirono immolate e squartate sul patibolo per alto tradimento.
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Introduzione a «Elisabetta la sanguinaria»
di Elisabetta Sala


«Pensare è una faccenda difficile e, di solito, si tende a farlo il meno possibile. Per evitare l’ansia e le responsabilità del pensiero indipendente si spiega il passato attraverso cliché storici, si gioca con le etichette anziché affrontare la complessità del particolare» (1).
Christopher Haigh si riferisce qui senza dubbio alla fatica, da parte degli storici, del quotidiano lavorare su una mole impressionante di documenti originali, spesso dispersi su un vasto territorio, a volte lacunosi, sovente illeggibili; il suo «pensare» si riferisce anche alla fatica forse maggiore di analizzarli senza pregiudizi per trarne conclusioni storicamente attendibili. Si sa, il lavoro scientifico costa tempo ed energia. Per questo esistono i manuali di storia che, in sostanza, sono sintesi del duro lavoro degli studiosi che si sono occupati dei documenti. O, almeno, dovrebbero esserlo.
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L’enorme quantità delle informazioni da trasmettere al grande pubblico in uno spazio e in un tempo fortemente limitati porta all’inevitabile bisogno di procedere per schemi e semplificazioni; i quali, naturalmente, si possono fare in diversi modi e sono ad alto rischio di approssimazione e mancanza di accuratezza. Spesso avviene, anzi, che essi si discostino diametralmente dalle conclusioni a cui sono giunti gli storici che hanno lavorato sul campo. Come mai?
Vengono in mente due possibili ragioni fondamentali, spesso correlate.
1) Per non fare fatica: gli autori di un libro che si ritrova per forza di cose a essere riassuntivo prendono la versione di uno storico autorevole, uno qualsiasi basta sia famoso, e la riportano pari pari, senza pensare che quella versione potrebbe essere stata ormai superata dalla scoperta di documenti inediti che la contraddicono.
2) Perché una determinata sintesi dei fatti può piacere più di un’altra anche se è meno verosimile: basta che vada nella direzione «giusta» e che concordi con la visione della storia che si vuole dare. Magari sembra persino più elegante e armoniosa.
«Ma la storia non si deve fabbricare secondo la convenienza dello storico, e ancor meno secondo le esigenze delle case editrici: dobbiamo mostrare il passato in tutta la sua varietà e irriducibile complessità, indipendentemente da quanto l’arte sia da sacrificare a favore dell’accuratezza» (2).
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Aggiungiamo a tutto ciò il fatto che è sempre difficile, per i posteri, trattare un evento storico isolandolo dalle conseguenze che esso ha poi prodotto nei secoli: in altre parole, noi sappiamo sempre chi ha vinto, chi ha perso, chi ha sbagliato nel fare questo o quello, chi non avrebbe mai dovuto agire in un determinato modo perché destinato al fallimento, o perché avrebbe scatenato una reazione a catena di conseguenze totalmente impreviste o dall’effetto rovinoso. Come le streghe in Macbeth, «sappiamo guardare nei semi del tempo» del passato e dire quale doveva germogliare e quale no (3). Sappiamo già chi sono i vincenti e chi i perdenti. E qui casca l’asino.
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Parlando di storia d’Inghilterra, e dei conflitti politici e religiosi che l’hanno caratterizzata per secoli, il fatto di sapere chi abbia vinto ha portato numerosi storici britannici ad affermare che fosse quella la direzione in cui era giusto andare: la corrente Whig ha visto nella storia della cosiddetta «Riforma» protestante il cammino di una nazione verso l’autocoscienza e la libertà. Il che naturalmente coincideva, secondo loro, con quello che voleva il popolo, magari senza rendersene conto; ma si sa, d’altro canto, che le masse vanno illuminate e guidate dagli intellettuali. Secondo tale interpretazione il motore propulsivo della Gran Bretagna, quello che l’ha trasformata in una grande nazione e che le ha consentito di fondare un impero, è stato proprio il suo protestantesimo, potenza nuova, indipendente e moderna, al passo coi tempi. Fu proprio esportando il protestantesimo in tutto il mondo, e rendendolo una forza mondiale, che quella nazione ha espletato egregiamente il suo compito, ovunque sconfiggendo oscurantismo e tirannia.
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Si intravede in tutto ciò, dietro le quinte, l’intervento di una Provvidenza divina un po’ strumentale, ben lontana da quella cattolica, né poteva essere diversamente. Intorno a questo approccio aleggia piuttosto quell’ottimismo estremista di stampo illuministico, diametralmente opposto alla speranza cristiana, per cui bisogna sempre essere felici della piega che hanno preso gli eventi, giacché noi viviamo nel migliore dei mondi possibili e meglio di così non poteva andare. Ottimismo «illuminato», dunque, mescolato a un concetto di storia che sta a metà tra una sorta di predestinazione di stampo calvinista e il darwinismo sociale: nell’evoluzione dei secoli il più forte ha trionfato perché era destinato a farlo. Eliminando il debole, che da sempre deve necessariamente e invariabilmente soccombere, il mondo procede così verso il progresso e il trionfo della ragione e della libertà, per il bene del genere umano. Questo, più o meno, è l’approccio Whig. Inutile dire che, in tale prospettiva, l’Inghilterra è stata investita da Dio di un ruolo speciale come guida dell’umanità intera: certi vittoriani non avevano convinzione più ferma di questa.
Parecchi libri, anche di storici molto ben noti, sono stati scritti partendo da questo punto di vista, che è poi stato quello dominante dall’Illuminismo fino alla seconda metà del Novecento (4.) La corrente del dissenso cominciò però ad affermarsi già all’inizio dell’Ottocento, grazie ad autorevoli storici quali John Lingard (cattolico) e William Cobbett (non cattolico), le cui opere contribuirono all’emancipazione dei cattolici inglesi a metà Ottocento. Fino a che, negli anni Venti, Hilaire Belloc non si mise a urlarla dai tetti.
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A partire da quel momento un numero sempre maggiore di studiosi si rese conto che la visione ufficiale della storia d’Inghilterra era non solo unilaterale, ma anche, e soprattutto, inconciliabile con i risultati di ricerche capillari e più recenti, basate su documenti che nessuno aveva ancora analizzato. A proposito dell’introduzione del protestantesimo in Inghilterra, per esempio, negli anni Cinquanta, uno dei massimi storici del nostro secolo, Philip Hughes, segnalò che «il successo di una rivoluzione non dimostra assolutamente che quanto essa si proponeva di compiere dovesse essere da tutti desiderato, non più di quanto dimostri che ciò che essa ha compiuto sia un bene» (5). O, per dirla ancora con Christopher Haigh, «il fatto che la Riforma si sia verificata rende allettante pensare che sia stata necessaria» (6).
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Quanto ai desideri della gente, indagini approfondite hanno visto nascere, soprattutto negli ultimi vent’anni, una «nuova generazione di storici della riforma, che ci danno un quadro di diffusa resistenza, sorveglianza, coercizione e persecuzione nell’Inghilterra del sedicesimo secolo» (7).
Gli storici britannici, che di solito, nell’insieme, sono intellettualmente piuttosto onesti, hanno dunque cominciato a parlare di revisionismo ad ampio spettro: pare che presso di loro esso non costituisca reato come invece accade qui da noi, dove al revisionista si chiude la bocca urlandogli in faccia affermazioni del tipo «Il Risorgimento (o “la Resistenza”) non si tocca!», così che dare a qualcuno del revisionista corrisponde, più o meno, a insultarlo.
A differenza di quella italiana, dunque, la storia inglese si può toccare. La conclusione sembra essere che la cosiddetta riforma protestante in Inghilterra non sia affatto accaduta per volere del popolo, ma sia stata invece imposta dall’alto e in modo violento, contro i desideri della gente. Afferma Jack Scarisbrick che «più veniamo a sapere sulla diffusione del protestantesimo in Inghilterra, più appare ovvio il fatto che quel processo sia stato globalmente lento, frammentario e doloroso» (8). Viene allora spontaneo chiedersi come ciò possa essere avvenuto senza opposizioni significative.
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A parte il fatto che di opposizioni significative ce ne sono state e non poche, il trucco dell’anglicanesimo è stato quello di affermarsi senza fretta, pezzo dopo pezzo, di volta in volta pretendendo di non cambiare poi di molto la tradizione popolare, oppure dichiarando di voler tornare a una fantomatica originaria purezza. La propaganda anticattolica ebbe, naturalmente, un ruolo fondamentale, anche se ci mise qualcosa come sessant’anni per trionfare e impadronirsi dell’opinione pubblica. E non ce l’avrebbe fatta senza mezzi coercitivi assolutamente convincenti. Non c’era fretta, non c’era urgenza, anche perché, nelle alte sfere, non si riteneva che ci fosse realmente in gioco l’anima dei sudditi: si trattava essenzialmente di convenienza e di politica.
Nonostante le premesse, la domanda che viene spontaneo porsi è questa: a conti fatti, come ha potuto la nazione accettare, anche se a lungo termine, una riforma che pochissimi volevano? Fino a che punto era possibile per un governo andare contro i desideri del suo popolo, un popolo tradizionalista per natura?
La risposta sembra essere quella di Christopher Haigh: «Il pasto fu più digeribile quando somministrato a piccoli bocconi e gli inglesi ingoiarono la loro Riforma come un bimbo recalcitrante ingoia la minestra, a poco a poco, a cucchiaiate somministrate al momento giusto: “Una per il cardinal Wolsey, una per la regina Caterina, una per il Papa, una per i monaci, una per i pellegrinaggi...”, fino a che il piatto non fu svuotato e la Riforma non fu conclusa» (9).
A una riforma introdotta a spizzichi e bocconi, a una pesante propaganda antipapista e alla crescente ignoranza religiosa delle masse nel corso del Cinquecento non manchiamo di aggiungere l’amarissima persecuzione dei cattolici orchestrata dal governo, persecuzione quasi sempre taciuta, minimizzata o addirittura giustificata da certa storiografia. In tali circostanze, come avrebbe potuto il cattolicesimo non diventare una minoranza? E quanto forte fu, poi, questo protestantesimo ambiguo e imposto dallo Stato? Quanto riuscì a coinvolgere la gente? Quanto contribuì, invece, a creare un’atmosfera di agnosticismo e scetticismo o, nel migliore dei casi, di noncuranza diffusa per le «cose di lassù»?
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Nel mio primo saggio ho descritto lo scisma operato da Enrico VIII e dai suoi sicari, condensando nell’ultimo capitolo le sorti religiose dell’Inghilterra dopo la sua morte. Immaginando che quell’ultimo capitolo possa aver suscitato qualche curiosità ho pensato di espandere la narrazione riprendendo il racconto dal 1547, quando, alla morte del tiranno, l’Inghilterra aveva ormai ufficialmente cessato, e da almeno tredici anni, di essere cattolica ma era ancora ben lontana dal protestantesimo ufficiale. Dopo che i suoi governanti ne avevano tranciato di netto gli ormeggi, la Chiesa anglicana era come una scialuppa alla deriva che la corrente, essenzialmente politica, avrebbe potuto spingere in qualsiasi direzione.
Vedremo dunque come le correnti portarono a un interminabile viaggio penoso e sofferto, lungo un percorso ancora una volta, e ancor di più, segnato dal sangue di martiri. Vedremo quali furono i principali passaggi che portarono questa singolare nazione ad abbracciare quello strano protestantesimo a sé stante, ritagliato mano a mano secondo le scelte politiche dell’élite ristrettissima che la governava, e cercheremo di smontare alcuni luoghi comuni che, come al solito, ci vengono propinati dai manuali scolastici.
Il nostro viaggio passa attraverso i brevi regni di Edoardo VI e di Maria «la Cattolica» e si sofferma sul lungo regno di Elisabetta, detta «la Grande», alla quale invece, forse più propriamente, come vedremo calza l’appellativo di «Sanguinaria», nomignolo che la storiografia dei vincitori ha ingiustamente apposto accanto al nome della sorella «papista» che la precedette sul trono. Elisabetta è la figura che domina la scena del suo tempo: piegando la Chiesa allo Stato, e l’uno e l’altra al proprio potere, e avvalendosi di collaboratori tanto scaltri quanto senza scrupoli, ella fece dell’Inghilterra uno dei fulcri della geopolitica mondiale del suo tempo.
Nel tredicesimo secolo, firmando la Magna Charta Libertatum, re Giovanni «senza terra» aveva giurato che la Chiesa «anglicana» (inglese) sarebbe stata libera dalle ingerenze statali. Ora essa fu, invece, definitivamente sganciata dalla Chiesa di Roma, fondata da Cristo nella fedeltà a Pietro e ai suoi successori, e asservita alla Ragion di Stato.

Note:
1) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 56.
2) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 33.
3) Macbeth, 1.3, 56-57.
4) Significativa, in questo senso, è tutta l’opera di G.M. Trevelyan. Parlando specificamente di riforma protestante, la maggiore autorità in materia è il famoso The English Reformation, di A.G. Dickens (1964).
5) P. Hughes, The Reformation in England, III, Hollis & Carter, London 1956, pp. 48-49.
6) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, p. 3.
7) C. Asquith, Shadowplay, The Hidden Beliefs and Coded Politics of William Shakespeare, PublicAffairs 2005, p. xiv.
8) J.J. Scarisbrick, The Reformation and the English People, Blackwell, Oxford 1984, p. 17 e cfr pp. 56, 61.
9) C. Haigh (ed.), The English Reformation Revised, CUP 1987, pp. 15-16

Postato il 22 febbraio 2011

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