29 gennaio 2011

Spot mortali: si lascia fare?

Illefali forzature eutanasiche
di Francesco D'Agostino
I radicali sostengono di amare la dignità dell’uomo. I radicali sostengono di di­fendere i diritti umani. I radicali afferma­no di venerare la nostra Costituzione e si indignano tutte le volte che la vedono u­miliata e calpestata. Ciò non di meno i ra­dicali continuano da settimane e setti­mane a far trasmettere da diverse televi­sioni locali (ma sono anche riusciti a in­trodursi in una rete nazionale) uno spot sull’eutanasia: uno spot che offende la di­gnità dell’uomo e che quindi non può che essere definito indegno. Uno spot che ci indigna, perché va contro un diritto u­mano fondamentale, e di rango costitu­zionale, quale quello alla vita. Uno spot che introduce, in un dibattito delicatissi­mo come quello sulla fine della vita uma­na, una dimensione mediatico-pubblici­taria, assolutamente indebita, pensata e­videntemente per orientare (non però at­traverso l’argomentazione, ma attraverso l’emozione) le decisioni dei parlamenta­ri che saranno presto chiamati a votare in via conclusiva sul disegno di legge sul fi­ne vita. Sono esagerate queste affermazioni? No. Anzi esse dovrebbero essere ancora più aspre, perché l’offesa che lo spot arreca al dignità umana è particolarmente subdo­la. La dignità umana, infatti, è offesa non solo quando viene sadicamente umiliata, ma anche, paradossalmente, quando vie­ne ideologicamente esaltata. Nello spot i fautori dell’eutanasia volontaria costrui­scono un’immagine irreale e quindi ideo­logica dell’ uomo, un’immagine nella qua­le il malato che 'sceglie' la morte e chie­de di essere ascoltato dal 'governo' ap­pare sereno, lucido, consapevole, corag­gioso e quindi esemplarmente ammire­vole: ma in tal modo (chissà se se ne ren­dono conto i radicali) essi sottraggono di­gnità, umiliandoli, a tutti i malati termi­nali che vivono la loro esperienza nella debolezza, nella solitudine, nella paura, nella fragilità e spesso nella disperazione, meritano paradossalmente il biasimo che va riservato ai pavidi, a chi non avendo il coraggio di chiedere l’eutanasia… Intervenire su di un dibattito così tragico e sottile come quello sul fine vita ricor­rendo, anziché ad argomentazioni espli­cite, articolate e sofferte, a uno spot umi­lia la democrazia, prima ancora che l’eti­ca. Sappiamo infatti che esistono visioni del mondo che banalizzano il dono della vita o che non riescono più a percepirne il senso quando la malattia si impadroni­sce ineluttabilmente del corpo. È dovero­so però che queste visioni del mondo, quando entrano nel dibattito etico, poli­tico e sociale rispettino fino in fondo i va­lori non solo formali, ma sostanziali del­la legalità. Legalità significa in primo luo­go rispetto sincero e onesto delle leggi vi­genti (anche di quelle che non si condivi­dono!) e nel nostro Paese è tuttora vigen­te una legislazione (per di più penale) e­splicitamente orientata alla difesa della vita e di quella terminale in particolare. Legalità significa correttezza nell’infor­mazione data al pubblico: i radicali non possono non sapere che le indicazioni sta­tistiche che essi forniscono in chiusura dello spot (e cioè che il 67% degli italiani sarebbe favorevole all’eutanasia) sono i­nattendibili, fino a che il termine non sia rigorosamente precisato nel suo signifi­cato. Legalità significa soprattutto rinun­cia a forme indebite di propaganda me­diatica, soprattutto quando la posta in gioco verte su temi etici fondamentali. U­no spot mediaticamente efficace attiva u­na sorta di corto-circuito mentale, indu­ce cioè a comportamenti fondati non su convinzioni autentiche e su scelte medi­tate, ma su emozioni, su sentimenti o peg­gio ancora su sottili e occulte forme di condizionamento psicologico. Lo spot sull’eutanasia sembra paradossalmente pensato per confermare l’accusa alla te­levisione di essere una 'cattiva maestra'. È davvero stupefacente che nessuna au­torità istituzionale – e ce ne sono diverse che possiedono e dovrebbero riconoscersi e onorare una competenza in questo cam­po – abbia preso posizione in merito, mal­grado le tante esplicite sollecitazioni ri­cevute.
«Avvenire» del 29 gennaio 2011

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