19 gennaio 2011

Lamento sul linguaggio impoverito

di Maurizio Cucchi
Un piccolo libro arguto e godibile di Patrizia Valduga, Italiani, imparate l’italiano! (Ed.d’if, Napoli, p.94, euro 15) ci invita una volta di più a ragionare sugli orrori e sulle scemenze della nostra lingua oggi parlata e scritta. D’altra parte, sono proprio i poeti i più credibili custodi e creatori della lingua, e l’attenzione della Valduga sul cattivo uso dell’italiano, in prevalenza scatenato proprio dai media, è da sempre tra le sue felici ossessioni. Dice subito qualcosa di tanto vero quanto in fondo tutt’altro che ovvio: «più la lingua italiana va impoverendosi più si fa pretenziosa». Basta, infatti, ascoltare le conversazioni della gente, per la strada, sui tram, nei caffè, per essere d’accordo. La strana tendenza involontaria è oggi quella di mescolare un turpiloquio continuo e del tutto desemantizzato (e dunque anche privato della sua, pur mediocre, energia trasgressiva) con espressioni da libro stampato o da parlato sub­intellettuale. Per non dire dell’abbondare comico di parole inglesi, oltre tutto, inevitabilmente, pronunciate all’italiana con effetti esilaranti. Per non dire dell’assurda insistenza di proporci in lingua originale i titoli di film e stupidi telefilm di sparatorie («Cold case», «Criminal Minds», persino «Good Wife!»). Per fortuna, proprio di recente, mi è capitato di passare davanti a un bar di via Unione, a Milano, dove l’atroce espressione «Happy Hour» era scritta a caratteri cubitali proprio come la diciamo noi: «Eppi Auar». Chi l’ha fatto meriterebbe il premio del barista più sveglio ... Certo, i tic linguistici involontariamente comici sono ormai dei ritornelli. Chissà perché, al saluto finale, nessuno dice più, semplicemente, «ciao», preferendo sommergere l’interlocutore (per attenuare l’effetto dell’addio) con una gragnuola vorticosa di «ciao­ciao- ciao-ciao …» Valduga ci parla con dispetto, condivisibilissimo, degli innumerevoli corsi di scrittura, spesso tenuti a pagamento da misteriosi carneadi. Insiste poi sull’abuso della parola «poeta», demenzialmente attribuita a calciatori, cantanti, cantautori, registi, ballerini, motociclisti, autisti, nel mentre si ignorano i poeti della poesia, e cioè i soli poeti veri. Stefano Bartezzaghi, in suo intervento su 'Repubblica', registrava i mutamenti di linguaggio dei giornalisti sportivi, dei cronisti del calcio. E in effetti il loro gergo è a volte assai bizzarro o ridicolmente enfatico. Ogni azione veloce e ben condotta è «devastante», una palla che finisce in rete è spesso accompagnata dall’incongrua esclamazione: «incredibile» (parola, quest’ultima, regolarmente usata come superlativo assoluto, e non solo nel calcio). L’esterno arretrato è definito «basso» e quello avanzato, invece, «alto». Ma il culmine viene toccato nell’abuso paradossale dell’espressione «far male», masticata spessissimo quando l’azione è davvero efficace, e non, si badi bene, quando è fallita, quando è venuta, appunto, male. Il che rivela una concezione del gioco come sottile esercizio di crudeltà sadica … Ne escono frasi del tipo: «Quando Milito è in forma può davvero far male». E invece fa benissimo! Tempo fa ebbi modo di sentire un politico assai noto chiedere stupito in pubblico: «Ma la lingua è poi così importante?». «Dipende», avrei voluto rispondergli. Dipende dalla differenza, in fondo ancora sostanziale a nostro avviso, tra la pur simpatica bestia e l’uomo.
«Avvenire» del 19 gennaio 2011

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