23 gennaio 2011

G. D'Annunzio, L'opera distruttiva della Nemica

Brano tratto da Il trionfo della morte (1894)
di Gabriele D'Annunzio
Di sotto alla tenda piantata su la ghiaia, ancóra seminudo dopo il bagno egli guardava Ippolita ch'era rimasta al sole presso le acque avvolta nell'accappatoio bianco. Guardando, egli aveva negli occhi a tratti scintillazioni quasi dolorose; e la gran luce meridiana gli dava un senso nuovo di malessere fisico misto a una specie di vago sgomento. Era l'ora terribile, l'ora pànica, l'ora suprema della luce e del silenzio, imminente su la vacuità della vita. Egli comprendeva la superstizione pagana: l'orrore sacro dei meriggi canicolari su la plaga abitata da un dio immite ed occulto. In fondo a quel suo vago sgomento si moveva qualche cosa di simile all'ansietà di chi sia nell'attesa di un'apparizione repentina e formidabile. Pareva egli a sé stesso quasi puerilmente debole e trepido, come diminuito d'animo e di forze dopo una prova sfavorevole. Immergendo, il suo corpo sul mare, dando la fronte al sole pieno, percorrendo a nuoto una breve distanza, esperimentandosi nell'esercizio già prediletto, misurando il suo respiro sul soffio dello spazio illimitato, egli aveva sentito per indizii indubitabili l'impoverimento del suo vigore, la declinazione della sua giovinezza, tutta l'opera distruttiva della Nemica; aveva sentito ancóra una volta il ferreo cerchio restringersi intorno alla sua attività vitale e ridurne ancóra una zona all'inerzia e all'impotenza. Il senso di quel languore muscolare gli diveniva più profondo come più egli guardava la figura della donna alzata nella luce del giorno.
Ella aveva disciolti i suoi capelli perché si asciugassero; e le ciocche ammassate dall'umidità le cadevano su gli omeri così cupe che sembravano quasi di viola. Il suo corpo svelto ed eretto, come avvolto nelle pieghe di un peplo si disegnava metà sul campo glauco del mare e metà su la chiarissima trasparenza celeste. Appena si scorgeva fuor della capellatura il profilo della faccia reclinata e intenta. Ella era tutta assorta in un suo piacere alterno: - metteva i piedi nudi su la ghiaia scottante, mantenendoveli sin che fosse per lei sostenibile l'ardore; e poi cosi caldi li tuffava nell'acqua blanda che lambiva la ghiaia. E in quella duplice sensazione ella pareva gustare una voluttà infinita, obliosamente. - Ella si temprava. si fortificava, comunicando con le cose libere e sane, lasciandosi penetrare dalla salsedine e dal raggio. Come mai poteva ella essere, nel tempo medesimo, così inferma e così valida? Come mai poteva ella conciliare nella sua sostanza tante contrarietà e assumere tanti diversi aspetti in un giorno, in un'ora sola? La donna taciturna e triste che covava dentro di sé il male sacro, il morbo astrale; l'amante cupida e convulsa il cui ardore era talvolta quasi spaventevole, la cui lussuria aveva talvolta apparenze quasi lugubri d'agonia; quella stessa creatura, alzata sul lido del mare, poteva raccogliere e sostenere ne' suoi sensi tutta la naturale delizia sparsa nelle cose che la circondavano, apparire simile ai simulacri della Bellezza antica inchinati sul cristallo armonioso di un Ellesponto.
La superiorità di quella resistenza era palese. Giorgio la considerava con un rammarico che a poco a poco addensandosi assumeva la gravità di un rancore. Il sentimento della sua debolezza s'intorbidiva di odio, mentre la sua perspicacia si faceva sempre più lucida e quasi vendicativa.
Non erano belli i piedi nudi ch'ella a volta a volta scaldava su la ghiaia e rinfrescava nell'acqua; erano anzi difformati nelle dita, plebei, senz'alcuna finezza; avevano l'impronta manifesta della bassa stirpe. Egli li guardava intentamente; non guardava se non quelli, con uno straordinario acume di percezione e di esame, come se le particolarità della forma dovessero rivelargli un segreto. E pensava: «Quante cose impure fermentano nel suo sangue! Tutti gli istinti ereditaria della sua razza sono in lei, indistruttibili, pronti a svilupparsi e ad insorgere contro qualunque constrizione. Io non potrò mai far nulla per purificarla. Io non potrò se non sovrapporre alla realità della sua persona le figure rnutevoli dei miei sogni, ed ella non potrà se non offrire alla mia ebrezza solitaria i suoi indispensabili organi ... » Ma, mentre il suo pensiero riduceva la donna a un semplice motivo d'imaginazioni e toglieva ogni valore alla forma palpabile, per la stessa acutezza della percezione particolare egli sentiva d'esser legato appunto alla qualità reale di quella carne e non solo a quanto eravi di più bello, ma specialmente a quanto eravi di men bello in lei. La scoperta d'una bruttura non rallentava il vincolo, non diminuiva il fascino. I lineamenti più volgari esercitavano su di lui un'attrazione irritante. Egli conosceva bene questo fenomeno che s'era più volte ripetuto. I suoi occhi più volte avevano visto con estrema chiarezza nella persona d'Ippolita emergere i difetti anche men notevoli; e n'eran rimasti attratti per lungo tempo, quasi forzati a fissarli, a considerarli, ad esagerarli. Ed egli aveva provato nei suoi sensi e nel suo spirito un turbamento indefinibile, seguito quasi sempre dall'insorgere subitaneo d'un desiderio impetuoso. Era ben questo il più fiero segno della grande ossessione carnale operata da una creatura umana su un'altra creatura umana.

[Ippolita raggiunge Giorgio sotto la tenda, esercitando su di lui la sua seduzione irresistibile]

Un mondo si dissolveva in lui mentre ella gli si appressava, serpentina Il e insidiosa, allungandoglisi al fianco su la stuoia di giunchi. Ancóra una volta la realtà si convertiva confusamente in una favola piena d'imagini allucinanti. Il riverbero del mare empiva d'un tremolio d'oro la tenda, mescolava mille pagliuzze d'oro ai fili del tessuto. Appariva per l'apertura l'immensità della calma, la grande immobilità delle acque sotto il quasi lugubre fulgore. E a poco a poco anche quelle apparenze vanirono. Nel silenzio egli non udi se non il ritmo del suo proprio sangue; nell'ombra egli non vide se non i due grandi occhi fissi sopra di lui con una specie di furia. Ella lo avviluppava intero, con un contatto molteplice, quasi ch'ella partecipasse della qualità d'una nube. Ed egli respirò, da tutti i pori di quella pelle ardente, la fragranza marina: come la sublimazione d'un sale a traverso una fiamma. E nel folto di quella capellatura ancóra umida trovò il mistero delle foreste di alghe più remote. E, nello smarrimento finale della conoscenza, credette di toccare il fondo di un abisso battendo l'occipite su la roccia...
Udi, poi, come di lontano, tra un fruscìo di vesti, la voce d'Ippolita che diceva:
- Vuoi rimanere ancóra qui un poco? Dormi?
Aprì gli occhi; mormorò, trasognato:
- No, non dormo...
- Che hai?
- Muoio.
Egli tentò di sorridere. Travide la bianchezza dei denti nel sorriso di lei.
- Vuoi che ti aiuti a vestirti?
- Ora mi vesto. Va, va... Ora ti raggiungo - egli mormorò, come sonnacchioso.
- Allora io vado su. Ho troppa fame. Vèstiti e vieni.
- Sì, ecco...
Egli sussultò forte, sentendo all'improvviso le labbra di lei su le sue labbra. Aprì di nuovo gli occhi; tentò di sorridere.
- Pietà! [...]

[Ippolita si allontana risalendo verso la casa. Giorgio, prostrato, angosciato dal pensiero di ritrovarsi con la donna, è invaso dal desiderio di morire]

Una sensazione intraducibile gli diede lo spettacolo delle cose intorno, quando egli riaprì gli occhi. Gli parve come s'egli rivedesse quelle cose in una esistenza diversa, dopo un tempo indefinito. La ghiaia sotto la sferza del sole aveva la bianchezza della calce. Su l'immenso lugubre specchio delle acque il cielo incandescente sembrava d'attimo in attimo abbassarsi aggravato da uno di quei cupi silenzi che accompagnano l'aspettazione d'una catastrofe ignota. I promontorii arenarii, con i loro gironi deserti, su da le scogliere nerastre levavano a guisa di torri i culmini arborati ove gli, olivi stavano contro il fuoco in attitudini d'ira e di follia. Proteso dagli scogli, simile a un mostro in agguato, con i suoi cento arti il Trabocco aveva un aspetto formidabile. Per mezzo all'intrico delle travi e dei cordami apparivano i pescatori chini verso le acque, fissi, immobili come bronzi. E pesava su le loro tragiche vite l'incanto mortale.
D'improvviso, nell'ardore e nel silenzio, giunse agli orecchi del giovine la voce della donna che dall'alto dell'Eremo chiamava.
Egli si scosse e si volse, con una palpitazione soffocante. La voce ripeté il richiamo, limpida e forte, quasi che volesse affermare il suo potere.
- Vieni!
Com'egli saliva su per la costa, dalla bocca fumida d'una delle gallerie si propagò per l'aria un rombo ripercotendosi nell'insenatura. Egli s'arrestò presso il binario, di nuovo provando una leggera vertigine, mentre gli balenava nel cervello vanito un pensiero folle. "Coricarsi ora a traverso le rotaie... La fine di tutto in un attimo!” Fragoroso, veloce e sinistro, il treno passò gittandogli in faccia il vento della corsa; e fischiando e rombando scomparve nella bocca della galleria opposta, che fumigò nera nel sole.


ANALISI DEL TESTO
(tratto parzialmente dal manuale Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia dalla storia al testo, Vol III, 2/a, Paravia)

Giorgio Auríspa inetto a vivere.
Giorgio Aurispa è un inetto a vivere, malato di una oscura malattia interiore come tanti eroi romanzeschi di quegli anni: e il banco di prova della sua malattia, il reagente che la fa venire pienamente alla luce, è il rapporto con la donna. Ma qui occorre allargare il discorso, coinvolgendo problemi più vasti. Giorgio è un artista, un'anima superiore e raffinata: rappresenta ancora la figura dell'esteta, la prima costruzione ideologica di D'Annunzio. Ma già nel Piacere lo scrittore dimostrava piena coscienza della debolezza, dell'insufficienza di tale costruzione: ne coglieva i limiti, l'inadeguatezza dinanzi ad una situazione sociale e culturale quale quella che si delineava a fine secolo, l'età del trionfo della borghesia industriale in Europa, dell'aggressività imperialistica, del colonialismo, del dominio di classe più brutale. L'esteta, colui che vive solo nel mondo dell'arte, estraniandosi dalla realtà, è un essere debole, fragile, sterile, destinato fatalmente alla sconfitta, all'inutilità. D'Annunzio, nella sua acuta percezione dei processi reali, ricerca una nuova definizione dell'intellettuale, che deve essere libero dal peso del vittimismo e della sconfitta, eredità ancora romantiche, di un'età ormai tramontata (Werther, Ortis). Per questo fa del suo eroe il protagonista di un'inquieta ricerca. Giorgio cerca un nuovo senso alla sua condizione di intellettuale, una nuova collocazione. La sua ricerca lo porta a riaffondare nelle radici etniche ancestrali del suo popolo, a ricreare in sé il suo primitivo misticismo, oppure ad inseguire una pienezza vitale nella fusione panica con la natura. Cerca anche una salvezza nel verbo 'dionisiaco" di Nietzsche. Ma su questa tormentata ricerca pesa continuamente il ricordo dello zio Demetrio, il suo padre ideale, arti. sta ed esteta anch'egli, morto suicida per insofferenza della volgarità irrimediabile della vita, che sembra sempre proporgli il modello della sua rinuncia e della sua sconfitta.

Ma soprattutto, alla ricerca di un senso più pieno della vita, si oppone l'ostacolo della donna. La donna è la Nemica. Le ossessioni di Giorgio attribuiscono mille volti diversi, contraddittori, ad Ippolita: ora rappresenta la lussuria insaziabile, che lo svuota della sua energia vitale; ora egli la guarda con in, invidia, da intellettuale isterilito dall'eccessivo uso del pensiero, per il suo sano vigore, per la sua aderenza naturale, innocente alle cose semplici, che a lui è preclusa; ora la donna rappresenta la malattia (soffre di attacchi isterici ed epilettici), ora la volgarità piccolo borghese che offende il culto della bellezza proprio dell'esteta.
Giorgio, debole ed irresoluto, ne è affascinato e attratto, e al tempo stesso la odia, perché la vede come l'ostacolo che gli impedisce di attingere a quella trasfigurazione ideale a cui aspira. Questa però non è la realtà oggettiva della donna: Ippolita, si è visto, è solo una costruzione mentale del protagonista. In realtà l'immagine della donna-Nemica che Giorgio si costruisce è solo un alibi per mascherare un'impotenza a vivere che preesiste, una malattia che è anteriore ad ogni scontro con il mondo, e che il rapporto problematico con la donna vale solo a portare alla luce. Una malattia non fisica, ma letteraria, il male incurabile dell'artista che si sente diverso, incapace di vivere nel mondo borghese moderno, dominato dall'utile e sordo alla bellezza, e che perciò non può essere che votato all'inutilità e all'autodistruzione.

Giorgio Aurispa, nonostante la ricerca di un superamento da parte dello scrittore, è l'ultimo esponente di una stirpe di eroi romantici, un "Werther" 1894. Per questo deve essere soppresso, come in una sorta di sacrificio rituale, perché D'Annunzio possa liberarsi del suo peso ingombrante e proseguire la sua strada alla ricerca di una nuova immagine di intellettuale più consono ai tempi, non più vittima tormentata, ma energico dominatore. Per questo il racconto si chiude col suicidio di Giorgio. E la sua morte aprirà la strada ad una nuova figura esemplare, mitica, quella del superuomo, che qui è solo adombrata dalle aspirazioni del protagonista, ma non può ancora essere raggiunta.

Giorgio è quindi portatore di una falsa coscienza: l'immagine della «Nemica», della donna come ostacolo all'affermazione di una vita superiore, è un alibi costruito dal personaggio che mente a se stesso. Questo carattere di costruzione mentale fittizia che ha la donna, costruzione in cui si proiettano le ossessioni dell'eroe e la sua incapacità di vivere, è forse l'aspetto più vivo e moderno del romanzo, ed apparenta l'inetto» Giorgio Aurispa ai quasi contemporanei eroi sveviani di Una vita (1892) e Senilità (1898), in cui parimenti l'immagine di una donna, pura costruzione mentale dei protagonisti, diviene il luogo geometrico delle loro ossessioni e pretesto dei loro autoinganni.

Però la lucidità critica di D'Annunzio è nettamente inferiore a quella di Svevo. Sembra che D'Annunzio non abbia il coraggio di portare fino in fondo il gioco, costruendo impietosamente il ritratto di un uomo che mistifica la realtà effettuale e si costriúsce continuamente alibi. Ciò che accadeva già con Andrea Sperelli nel Piacere: D'Annunzio non riesce ad essere coerentemente critico per tutto il romanzo verso il suo eroe. Ora sembra veramente prendere le distanze da lui con lucidità, come in questo episodio, ora invece sembra restare prigioniero di una complicità più ambigua nei suoi confronti, o addirittura dare pieno credito alle sue costruzioni mentali ed accettarle, per cui Ippolita finisce per apparire davvero la «Nemica», la potenza femminile distruttrice delle energie vitali del maschio. Vi è indubbiamente il peso dei condizionamenti culturali: D'Annunzio si rivela qui succubo di una mitologia letteraria, quella della donna fatale, tanto diffusa nelle pagine dei decadenti che erano la sua fonte e il suo modello.
Postato il 23 gennaio 2011

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