16 dicembre 2010

Da Baudelaire ai «fiori» dei poeti italiani

L’inquieto scrittore francese affascinò i maggiori esponenti del nostro Novecento, da Montale a Luzi e Caproni
di Davide Rondoni
La voce di Charles Baudelaire continuo a vederla come galle­ria del vento, come banco di prova per la poesia contemporanea.
Lo è, senza volermi dilungare, in quanto banco di prova delle visioni o meglio della mancanza di visioni dell’epoca contemporanea. Aveva ragione in questo senso un lettore come Arthur Miller, quando ricorda­va l’estraneità voluta ed esibita di Baudelaire ad un tempo che sarebbe stato il mondo della borghesia, con la sua «morale da cassieri», «goloso, affamato di cose e infatuato di se stesso». E si rammenti quanto Bau­delaire accusava in Heine, esponen­te della «scuola pagana» e di una «letteratura fradicia di materialismo sentimentalista», sostenendo contro ogni neo-paganesimo estetizzante che «non è lontano un tempo in cui si comprenderà che qualsiasi lette­ratura che si rifiuti di procedere fra­ternamente tra la scienza e la filoso­fia è una letteratura omicida e suici­da ». In questo essere banco di prova dell’epoca che sopraggiungeva, dunque, Baudelaire lo è pure della poesia a noi contemporanea, ben al di là delle cosiddette due linee che la critica da tempo vede provenire dal suo fuoco centrale: la linea dei poeti 'artisti' che in Mallarmé trova il suo acme, e in parte in Valéry, e quella dei 'veggenti' che ha in Rimbaud il suo paradigma.
Nei Fleurs stanno tutti i primi movi­menti dei rischi e delle conquiste della poesia successiva. L’ansia e la necessità di autogiustificarsi, come voce altra nell’agone pubblico; la forza di resistenza delle parole alle i­dee, secondo un’espressione che sarà di Mallarmé; la capacità straor­dinaria di rompere ogni distinzione tra il classico e l’inedito e non già per banale parifica bensì per tensio­ne unitaria alla ricerca del 'nuovo' che nel loro incontro può nascere; la prodigiosa orchestrazione di motivi conosciuti e di azzardi; e infine c’è pure il rischio che il ragazzo che vi­sitò l’Inferno con occhi di vento, Arthur Rimbaud, ebbe il coraggio di notare nel suo 'dio', ovvero la vita vissuta in un milieu troppo 'artiste'. In Baudelaire, definitivamente, si fis­sa uno dei tratti del poeta autentico: d’esser voce di contraddizione ri­spetto all’epoca. Anche nel momen­to in cui esaurisce e compie le risor­se formali del suo tempo, divenendo quel che chiamiamo un 'classico', il poeta si pone di traverso rispetto al pensiero dominante. Allo stesso mo­do, W.H. Auden ricorda che più ge­nerale «ogni poeta è insieme espo­nente e critico della propria cultu­ra ». Tale scandalo può mostrarsi in molti e diversi modi – e certamente oggi in modo diverso dalla metà dell’800. Leggendo i Fleurs certi 'maledettismi' novecenteschi o re­plicati in altri ambiti – come la can­zone – appaiono grotteschi e inge­nui quasi da ispirare tenerezza inve­ce che scandalo. Ma resta intatta e bruciante la verità: in un poeta au­tentico l’epoca trova una forza scan­dalosa. Montale, grande lettore dei Fleurs, mentre costata che nel no­stro Ottocento manca una figu­ra analoga di poeta centrale, assiale, imperio­so nella sua for­za quasi norma­tiva (Leopardi e Foscolo, nota, lasciano scoper­ta buona parte del secolo) sem­bra rivendicare tra le righe una sua specie di 'funzione Baudelaire'. Co­me l’autore francese ebbe la forza di attraversare Hugo per portare la poesia in un’altra direzione, potrem­mo leggere Montale come uno che ha traversato D’Annunzio e ha ope­rato una deviazione analoga. Lo di­chiara il famoso inizio della terza poesia che compose, «I limoni», con la sua figura dantesca e l’abiura del lessico aulico. Del resto, l’autore de­gli Ossi, di sé dice chiaramente di muoversi in un solco 'Brownig-Bau­delaire' che non è di poesia realisti­ca, né simbolista, ma, precisa Mon­tale, una specie di poesia metafisica. E ora, da qualche tempo, la poesia i­taliana sta attraversando il grande li­gure. Ma questa è un’altra faccenda, che ci portereb­be a rintraccia­re l’esistenza di una poesia con­temporanea che non accetta di ridursi alle categorie co­struite per op­posizioni dalle letture nove­centesche. Pro­prio a questa tornata, la voce di Bau­delaire viene a porsi ancora accanto al lavoro dei poeti nuovi, o come guerriero che vediamo sull’altura, come sentinella sui tentativi che ri­fiutano la irrilevanza della poesia nella ricerca di una coscienza con­temporanea veramente critica e ac­cesa.
I migliori poeti italiani del ’900 – chi traducendo, chi leggendo con impe­gno – hanno toccato Baudelaire. Tra gli altri, si vedano le pagine laborio­se e profonde che gli dedica Mario Luzi nella prefazione all’antologia su L’idea simbolista, dove il maggior poeta del secondo novecento italia­no – presupponendo il lato germani­co della riflessione romantica che genera il simbolismo – vede nell’au­tore dei Fleurs colui che ha introdot­to una «drammatizzazione» nell’i­dea romantica tesa alla «ricostitu­zione dell’unità del mondo». Dipen­de da Baudelaire e dai suoi prosecu­tori, dice Luzi, se «fare poesia nel mondo moderno ha acquistato un significato insieme elementare e de­cisivo, al di qua del quale ogni altra accezione e pratica della poesia sembra oziosa». Giorgio Caproni, dal canto suo, ingaggia con Baudelaire un suo personale e lungo corpo-a­corpo. E come è stato notato recen­temente da Luca Pietromarchi intro­duttore della riproposta della sua traduzione dei Fleurs, quel corpo-a­corpo durato fin dagli anni ’60, ebbe non poca influenza nella nascita delle opere del Caproni estremo, cacciatore di frodo ai limiti dell’In­connu. Ma si tratta di casi splendidi e isolati. Troppe volte, infatti, scar­tando da Baudelaire, dalle sue mes­se in discussione, dalla sua indica­zione circa il significato primordiale dell’immaginazione, dal suo freddo incendio dei luoghi comuni, la poe­sia contemporanea si raggomitola su un’illusione, sui propri ghirigori, evita di approfondire lo 'scandalo' della propria esistenza rispetto ad o­gni inerte esperienza del mondo e ad ogni comodo moralismo.
Lontana da Baudelaire, la poesia si dà per scontata e finisce per offrire cose scontate. Eppure non sono molti i cosiddetti poeti italiani con­temporanei (gli 'odiernissimi' li a­vrebbe chiamati Carducci) che ab­biano di Baudelaire una esperienza non puramente letteraria, ovvero nulla. Sembra quasi che i Fleurs ab­biano dovuto subire un esilio, e il peggiore degli esilii, che è quello nella presunzione del 'già conosciu­to'.
L’etichetta di 'maledetto' ha funzio­nato quasi perfettamente come su­dario di censura. Ha posto in evi­denza quel che era comodo vedere, quel che non era davvero scandalo­so. E non troverete Baudelaire nei grandi canoni presupposti dai critici maggiori o dai lettori più influenti.
Non lo trovate in Harold Bloom, non lo trovate in Italo Calvino, mentre a­bita dalle parti di Pavese e del suo novecentesco spleen. Non lo trovate nelle mappe che hanno presunto di leggere la poesia e la letteratura se­guendo le coordinate della gnosi o dell’ideologia, o delle loro recenti rielaborazioni. Eppure, penetrando persino dalle griglie in cui hanno tentato di ridurla, la sua poesia an­cora parla. E questo libro «di una bellezza sini­stra e fredda», fatto con «furore e pa­zienza » continua a dare i suoi lampi e bagliori. E a portare la sua verità.
In altra occasione parlavo del poeta come colui che ha capito e patito il dualismo che segna in fronte l’epoca che ai suoi tempi iniziava e che in pieno viviamo. Ora quel dualismo tra cielo e terra, tra carne e spirito e tra bellezza e perdita pare ancora più accentuato e disperante per tan­ti. Ad essi Baudelaire è lucido com­pagno.
Diviso tra cielo e terra, tra carne e spirito, tra bellezza e perdita, «Les Fleurs du Mal» resta emblematico del dualismo che segna i nostri tempi
«Avvenire» del 16 dicembre 2010

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