27 novembre 2010

Inaccettabili

Quelli che non ammettono. Quelli che non sono ammessi
di Marco Tarquinio
Gli uomini davvero liberi sono quelli che quando si rendono conto di aver commesso un erro­re, lo riconoscono. Quelli che non hanno bisogno di un’intimazione per rimediare a uno sbaglio. Quel­li che non fanno finta di sentire so­lo gli applausi. Quelli che dall’alto di uno straordinario successo – frutto di mestiere e di fortuna, del potente mezzo usato e di un anti­co inusuale coraggio – sanno chi­narsi sulle storie e sulle voci degli impresentabili e dei politicamen­te scorretti. E le ascoltano. Anche se non sono quelle che a loro piac­ciono e che hanno deciso di rac­contare davanti alle telecamere della Rai, cioè della tv che dovreb­be essere di tutti, che è tenuta a es­sere e a farsi «servizio pubblico».
Fabio Fazio ne sa qualcosa di «quelli che». E anche Roberto Sa­viano. Sanno di vittorie e di scon­fitte, loro. Sanno di presunti vin­citori e di presunti sconfitti. San­no di speranza e di disperazione. E sanno come raccontare, come elencare. Bene, benissimo. Male, malissimo. Perché della vita che si fa malata, ma malata per dav­vero, duramente malata, fingono di aver saputo solo la disperazio­ne e il rifiuto. Fingono di aver in­contrato e riconosciuto solo sto­rie di guerra, battaglie lunghe e a­mare e controverse per abbando­nare e per finire. Fingono, cioè,di non sapere di Mario e di Fulvio, di Max e di mamma Lucrezia e papà Ernesto, di Maria Pia e di suo marito. Fingono di non aver mai sentito di Stefano e Chantal, di Moira, di Angelo, di Simone, di Ro­sy e di Susi con un’intera famiglia adottiva. Ma se per avventura lo­ro, e gli autori di 'Vieni via con me', nulla avessero saputo o sen­tito o anche solo intuito di tutta questa vita in lotta da chiamare e rispettare per nome, in questi giorni – sulle nostre pagine – han­no certo avuto occasione di in­contrarla e conoscerla. Eppure non l’hanno riconosciuta. E ora che pure il Consiglio di am­ministrazione della Rai, ha detto: «Fateli parlare»? Ora niente, dico­no, Fazio e Saviano. Per loro è «i­naccettabile ». Quelle voci – e già temevano di averlo capito – sono inaccettabili. Beh, non si somi­gliano proprio Fazio e Saviano quando mostrano l’audience e voltano la testa, con aria – loro – da vittime (o, forse, non somiglia­no all’immagine di sé che ci ave­vano dato). E non si somiglia nemmeno Paolo Ruffini, diretto­re di Raitre e intellettuale limpido e rigoroso, quando afferma che niente di «non detto» e di negato c’è stato nel programma che sul­la sua rete ha avuto il maggior suc­cesso di sempre. Ma che cosa hanno fatto i non-En­glaro e i non-Welby per meritare questo bavaglio e queste umilia­zioni, questo puntiglioso sussie­go? Sono forse troppi? Sì, sono tan­tissimi. Sono praticamente tutti quelli che si sono ritrovati arruo­lati loro malgrado nelle battaglie con la distrofia, la sclerosi multi­pla, la Sla... Sono quelli che cono­scono o hanno conosciuto il co­ma, quelli che vengono definiti in stato vegetativo. Sono quelli che si sono risvegliati. E quelli che stan­no ancora chiusi dentro. Sono quelli che stanno accanto, quelli che non indietreggiano, quelli che fanno spazio nelle loro case e nel­le loro vite a queste altre vite in­chiodate e tempestose. Sono quel­li che magari credono in Gesù Cri­sto e non hanno paura della mor­te, ma non ci stanno a dire che l’a­more e la scienza servono a nien­te. Sono quelli che magari non cre­dono in Dio, ma non rinunciano a ogni respiro e a ogni pensiero. Quelli che accanirsi mai, ma eu­tanasia mai. Non hanno bisogno di «par con­dicio », perché la sfida per loro è comunque dispari. Hanno diritto a un po’ di verità. E la tv non è ne­cessariamente e sempre altra dal­la verità, altra dalla vita vera.
«Avvenire» del 26 novembre 2010

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