14 settembre 2010

Quando la vita riemerge dal fondo delle foibe

Il nuovo romanzo di Stefano Zecchi rievoca le dolorose vicende umane di un padre e di un figlio che resistono alla ferocia dei comunisti slavi
di Giuseppe Conte
Da un tavolino di uno dei più bei caffè del mondo, il Florian, in una delle più belle piazze del mondo, quella delle Procuratie a Venezia, un uomo ritesse i fili della sua vita e di tutto l’immenso orrore della storia che l’ha segnata. Esercita la sua memoria, come gesto di pacato, laico dovere civile. Ritorna bambino, agli anni delle foibe, delle persecuzioni, dell’esodo di masse di profughi da una terra vicina, italiana, caduta o consegnata dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale in mano agli slavi. Ma soprattutto esercita la memoria per ricostruire una storia più intima e più segreta, quella del suo rapporto con il padre, con un padre che viene man mano riscoperto e amato. Si può dire che tutto il libro sia una ora cruda ora intenerita ricerca del padre, del senso della paternità e del suo ruolo. È questo di Stefano Zecchi (Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori, pagg. 215, euro 18,5) un romanzo, dirò subito, che appassiona e stringe il lettore in una morsa dalla quale non saprà liberarsi se non dopo essere arrivato all’ultima pagina.
Io l’ho letto in un fiato, provando tumultuosamente quella serie di emozioni che soltanto un romanzo felicemente riuscito può dare. Mi sono commosso, mi sono divertito, mi sono sentito coinvolto intellettualmente, ho alternato momenti di indignazione a momenti di pietà. La misura del romanzo è classica. Sobria negli effetti, stringata nel racconto dei fatti ma anche precisa nei dettagli, e animata dalla volontà di capire qualcosa nel gomitolo inestricabile della storia e dell’anima umana. Da molti anni, da quando arrivò da un soggiorno a Parigi e mi parlò di Estasi, scritto quasi in clandestinità e destinato a un grandissimo successo, Zecchi persegue il disegno di un romanzo filosofico, che affronti senza fronzoli temi decisivi della cultura contemporanea. Non ha modelli in Italia. In questo nuovo romanzo, che per compattezza di ispirazione e nettezza di linguaggio è forse il suo migliore, continua il discorso arricchendolo con decisione. I lettori troveranno documentata in queste pagine la tragedia che sconvolse gli italiani dell’Istria alla fine della guerra. Una tragedia terribile di gente che visse tra due fuochi, entrambi spietati, le SS e i partigiani di Tito, che conobbe l’orrore delle foibe, delle stragi come quella delle mine fatte esplodere sulla spiaggia, delle uccisioni di massa e di quelle mirate, individuo per individuo, per colpire italiani e «fascisti», sventrarli, impiccarli, annegarli. Zecchi ricostruisce tutto senza partigianeria, ma con fermezza etica. E talvolta anche con umorismo, come quando il vecchio pescatore da cui il protagonista va a mangiare la domenica con la famiglia dice, nel suo cantabile dialetto veneto, che se gli porteranno via tutto, se ne starà a guardare il mare: potranno mica proibire anche quello, i comunisti.
La voce narrante, il piccolo Sergio, vede il mondo dal suo punto di vista. E vede i genitori nella loro strana antinomia. La madre Nives è una maestra combattiva, colta, affettuosa con il figlio, che tende man mano a mettere la passione politica, il demone dell’italianità, davanti agli stessi affetti familiari. Il suo modello è quello di Maria Pasquinelli, pasionaria autrice di un clamoroso omicidio politico. Il padre, Flavio, ha provato sulla sua pelle i disastri della guerra. È scappato dal campo di concentramento, è tornato a casa ridotto agli estremi, sostanzialmente sconosciuto al figlio. Si dedica di nuovo amorosamente al suo mestiere , si prende cura del suo negozio di scarpe, vorrebbe una vita normale e incentrata sugli affetti, l'unica cosa che conta davvero. Non è un uomo d’azione, il suo motto è: «Poi vedremo», come a dire che c’è tempo per il fare, e che è sempre la vita, quella vita che, come scriveva Rainer Maria Rilke, «ha sempre ragione», a decidere per noi.
Flavio non è un vinto, però. Al contrario, sviluppa una tempra fiduciosa, da lottatore, non in nome di qualche ideale astratto, ma per il figlio, per salvarlo, innanzi tutto, e per trasmettergli certezze e serenità. Le pagine del rapporto tra padre e figlio sono molto intense. Il padre si sostituisce alla madre, cura il bambino febbricitante, lo lava, lo asciuga, gli procura il cibo. Lo riconquista, dopo essergli stato quasi estraneo. I due fuggono per i boschi fangosi e i sentieri rocciosi dell'Istria. Il padre, che è un uomo dalla cultura semplice, ha nel suo zaino un libro di Salgari e i Canti di Leopardi. Intuisce cioè che la fantasia avventurosa e la grande poesia sono vicine tra loro nel porgere conforto a chi affronta le più dure prove dell’esistenza. E quando riprenderà a suonare il violino, mostrerà concretamente al figlio cosa può fare l’arte per riscattare tutta la sofferenza del mondo. La fuga da Pola a Trieste è descritta con ritmo incalzante ed è l'affascinante nucleo avventuroso del libro. Il lettore lo scoprirà da solo. E, tra tanta romanzeria italiana vacua e presuntuosa, ritroverà felicemente, semplicemente, temi che hanno il respiro della storia e della eternità dei sentimenti umani.
«Il Giornale» del 14 settembre 2010

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