16 settembre 2010

Ma l’etica «laica» vuole la giustizia a intermittenza?

di Michele Aramini
L­’invito del Papa – lunedì al nuovo ambasciatore tedesco in Vaticano – a vigilare sulle biotecnologie è stato commentato il giorno dopo sul Corriere della Sera da Edoardo Boncinelli. Dopo avere presentato la posizione cattolica di permanente difesa della vita e la posizione laica che preferisce valutare caso per caso, Boncinelli ha concluso lasciando intendere che quest’ultima è più adatta al mondo di oggi che vuole essere libero e non costretto da prescrizioni assolute.
Non si può nascondere che questa posizione sia condivisa da molti contemporanei, ma è gravemente erronea perché violatrice del principio di giustizia, che non è principio della morale cattolica soltanto ma fondamento della morale universale, morale laica compresa. L’avvertimento del Papa riguarda la tentazione manipolatrice degli esseri umani resa possibile dallo sviluppo delle biotecnologie. Infatti intervenire sul patrimonio genetico di un altro essere umano è un arbitrio del quale nessuno gioirebbe se fosse stato fatto sulla sua persona; fare distinzione tra embrioni in base alle loro caratteristiche o alla condizione di salute è un arbitrio ingiustificato. È come fare distinzione tra le persone in base all’altezza, al peso, al colore della pelle o, cosa ancora più grave, alle condizioni di salute. Tutto ciò lo rifiutiamo in base ai princìpi di uguaglianza e di giustizia, e nello stesso modo dobbiamo rifiutare gli interventi arbitrari sulla vita nascente.
Ciò che manca purtroppo nella riflessione di alcune correnti della morale laica è la consapevolezza dei valori in gioco: un embrione affetto da qualche patologia potrà forse generare una condizione esistenziale segnata da disagi più o meno gravi; ma un embrione ucciso è semplicemente morto. La comparazione che si dimentica è questa: eventuali disagi-morte certa. Se si avesse questa coscienza diventerebbe difficile sostenere il punto di vista laico. Al contrario bisognerà usare le biotecnologie, anche le più avanzate, per curare al meglio la vita nel suo inizio. Un altro aspetto da considerare è che pure la morale laica conosce i suoi assoluti, ma li applica a intermittenza o secondo convenienza. Basti pensare ai diritti che si rivendicano per la persona umana nella condizione di adulto competente. Un esempio può chiarire: se una coppia che vuole un bambino abortisce per un errore medico, si dà origine a un risarcimento milionario perché gli adulti sono stati danneggiati nel loro desiderio del figlio. Dunque i diritti della coppia sono assoluti. Se invece si è chiesto di abortire volontariamente, il feto – o meglio, la persona umana nella condizione fetale – non ha alcun valore. Dove stanno la giustizia e l’uguaglianza? Se è la forza che decide, non c’è più alcuna morale. Chi è onestamente laico dovrebbe fare qualche riflessione più attenta.
«Avvenire» del 16 settembre 2010
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La vita e le biotecnologie. Valutare i rischi caso per caso
di Edoardo Boncinelli
La vita è sempre un valore in sé a prescindere dalla sua qualità, oppure esistono forme di vita degne di essere vissute e altre non degne di un essere umano? Questo è il dilemma centrale di tutto l'attuale dibattito su molte applicazioni delle biotecnologie. Se si adotta un punto di vista ispirato all'etica cattolica si aderisce alla prima formulazione: la vita è un valore in sé a prescindere dalla sua qualità - lo ha ribadito ieri il Papa invocando la necessità di «vigilare» sulle biotecnologie -, con l'eventuale corollario che solo Dio può giudicare se dare o togliere una vita. Se invece si adotta un punto di vista appartenente all'arcipelago delle etiche laiche, si preferisce in genere considerare la vita un valore solo se degna di essere vissuta. Il vantaggio della prima posizione è quello di non ammettere incertezze e di non dare adito a riflessioni troppo impegnative: è tutto chiaro fin dall'inizio e le nuove tecnologie non possono portare a dilemmi e tentennamenti. Dilemmi che invece esistono in una luce laica, perché, dopo aver adottato il criterio della dignità della vita come principio guida, occorre di volta in volta valutare che cosa è degno e che cosa no. Secondo questo punto di vista non tutte le forme di vita, nella tarda età o fin dalla nascita, sono degne di essere vissute e occorre escludere o lasciare escludere quelle che non lo sono. È altresì chiaro che se tutte le età della vita hanno i loro problemi e si possono presentare problematiche, direi che non c'è dubbio che il dilemma se far nascere o non nascere un bambino o una bambina portatori di gravi difetti fisici, genetici ma anche congeniti, rivesta un'importanza maggiore, non fosse altro che in omaggio alla considerazione che il nascituro ha in questo caso tutta una vita davanti a sé e questa può essere una vita di stenti e di acute sofferenze fisiche e psichiche. Nessuno può dire chi ha ragione e chi ha torto in tema di scelte etiche, e meno che mai la scienza, ma certo un atteggiamento permissivo che lasci al singolo di volta in volta la scelta sembra più confacente al nostro concetto di civiltà e di compagine umana di un atteggiamento impositivo che dica si fa così e basta.
«Corriere della Sera» del 14 settembre 2010

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