09 settembre 2010

La condanna alla lapidazione: come, perchè, dove

Le tappe che dai greci conducono fino all'iraniana Sakineh
s. i. a.
«Le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre».
Così recita il diritto iraniano nel capitolo riguardante la lapidazione, basandosi sulla condanna alla pena di morte regolata dalla Shari'a, la legge islamica.

COME. La pratica che trova le sue origini fin dall'antichità e nella quale il condannato è ucciso attraverso il lancio di pietre. Spesso tale supplizio avviene con la partecipazione della folla, con il condannato posto al centro avvolto in un sudario bianco e seppellito fino alla vita, se si tratta di un uomo, fino al petto, se si tratta di una donna. Le pietre, lanciate da parenti e astanti, devono essere appunto di grandezza tale da garantire la durata media dell'esecuzione: circa trenta minuti.

PERCHE'. La lapidazione è stata usata fin dall'antichità per punire prostitute, adultere, assassini e, nella tradizione islamica, gli apostati e gli omosessuali. La finalità di tale pratica era sostanzialmente l'espiazione pubblica della colpa del reo ed anche la formalizzazione del diritto alla vendetta; infatti, gli stessi accusatori del condannato partecipavano attivamente al lancio delle pietre.
«La lapidazione non è mai entrata a far parte della nostra cultura giuridica - ha spiegato la grecista Eva Cantarella - Nel mondo classico, nel quale affondano le radici del nostro diritto, il chitone di pietre (come lo chiama Ettore, nell'Iliade) era una forma di giustizia popolare al di fuori di ogni controllo istituzionale, che non fu accolto nel «giardino dei supplizi» né greco né romano. La morte con la pietra era un'esplosione di rabbia popolare, veniva inflitta da gruppi spontanei, senza accertamenti preliminari della colpevolezza. Non era un'istituzione giuridica: a «fare giustizia» non erano dei terzi estranei».

DOVE. Tra gli Stati con popolazione a maggioranza musulmana, ben pochi esercitano oggi la pena di morte per lapidazione. In molti casi ciò avviene da parte di corti islamiche non ufficiali, parallele a quelle statali. La maggioranza di tali corti non fanno nessuno sforzo per rispettare le condizioni imposte dal diritto musulmano per la pena di lapidazione, rifacendosi direttamente ai testi sacri del Corano e degli Hadith, secondo un’ottica fondamentalista. Tali casi non costituiscono una corretta applicazione del diritto penale islamico, specialmente nei casi di relazione sessuale illecita (zina). In Pakistan la legge islamica prevede la lapidazione, ma non vi sono stati casi. In Afghanistan il sistema legale e giudiziario è frammentato e la pratica può essere comminata nelle aree tribali. In Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti vengono riportati casi di lapidazione, con o senza sentenza. In Somalia la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza 13enne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte. In Nigeria dodici stati nel Nord del paese hanno reintrodotto la Sharia come codice penale tra 2000 e 2001, nonostante tali norme confliggano con la Costituzione nigeriana. Amina Lawal venne condannata alla lapidazione per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio, per essere poi rilasciata a causa delle forti pressioni internazionali. In Iran la lapidazione viene reintrodotta nel 1983 a seguito della Rivoluzione Islamica sciita, con la ratifica del Codice Penale Islamico. I giuristi iraniani concordano sulla impossibilità pressoché totale di comminare la pena di lapidazione in base alle condizioni imposte dal diritto musulmano. Inoltre, a causa dell’opposizione interna e internazionale il governo e il sistema giudiziario hanno imposto una serie di moratorie sulla pratica, nel 2002 e nel 2008. Ciononostante, la lapidazione ha continuato ad essere una pena legale e ad essere praticata in taluni casi. Secondo alcune testimonianze in Iran ci sarebbero ora circa 150 donne in attesa di essere lapidate, prima fra tutte Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio e concorso nell'omicidio del marito, a favore della quale l'intera opinione pubblica mondiale si sta mobilitando.
«La Stampa» dell'8 settembre 2010

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