26 settembre 2010

Il cuore della Legge

Perché esiste un ordinamento primo e trascendente che le convenzioni umane possono aggirare ma non cancellare. La riflessione del neopresidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione al convegno di Piacenza su «Dio, la natura e il diritto»
di Rino Fisichella
Per diversi decenni il tema della legge naturale è stato essenzialmente dimenticato. Le cause sono molteplici, primo fra tutte, a nostro avviso il modificarsi del concetto stesso di natura in ambito filosofico. Ciò che appare immediato, comunque, è che l’indifferenza verso questi contenuti ha impoverito non solo la scienza, priva ormai di criteri di giudizio che vadano oltre la giusta e doverosa ricerca non soggetta ai soli interessi economici, ma soprattutto i comportamenti delle persone. La ricerca scientifica, per alcuni versi, sembra monopolizzata dalla sola sperimentazione sulla natura, alterando di conseguenza il concetto stesso; la tratta, infatti, come semplice materia manipolabile così che ne scaturisce un distacco di responsabilità da non coinvolgere più nel mantenimento di un ordine che sovrasta l’uomo e non è determinato dalla sua sola volontà. Alla stessa stregua, i comportamenti delle generazioni quando non hanno più un fondamento nella natura, ma sono orientati in gran parte dal desiderio effimero, vengono privati della loro libertà, e cadono facilmente preda dell’arbitrio. Spiace constatare che da questa generalizzata debolezza non si sono salvati neppure diversi Parlamenti i quali hanno legiferato non solo prescindendo da quanto inscritto nella legge della natura, ma giungendo perfino a giustificare comportamenti in netto contrasto con essa, in forza di un ipotetico diritto ritenuto fondamentale solo per l’imporsi dell’ideologia sottostante. Lo ius quia iussum del passato si trasforma in molte società nello ius quia consensum. Per noi, impenitenti metafisici, la verità non deriva dal consenso, ma da un fondamento ben più solido. La legge naturale, come venne concepita nell’antichità, aveva il suo spazio vitale perché rientrava in una lettura religiosa del mondo; oggi le diverse forme di secolarizzazione hanno modificato il modo di porsi dinanzi ad esso e, di conseguenza, la stessa legge naturale ha subito una comprensibile anche se ingiustificata emarginazione.
Se viene meno il richiamo a una legge impressa nella natura che va oltre le diverse culture degli uomini, si corre il rischio di cadere in un primato della cultura che tutto domina e tutto condiziona.
Nessuno, tuttavia, può essere prigioniero della cultura. Nella misura in cui essa è un prodotto nell’azione personale e sociale deve esprimere una tensione verso la pienezza della verità e non un vincolo che rende impossibile la sua conquista. Per questo è necessario il rinvio alla legge della natura come garanzia per ogni persona di essere libera e responsabile nell’affermare la propria dignità non in riferimento alle convenzioni degli uomini, ma alla verità profonda della propria essenza personale. È quindi auspicabile che si intraprenda la strada per una rinnovata comprensione della legge naturale – dei diritti e doveri che da essa scaturiscono – e di un linguaggio più coerente con le istanze del mondo contemporaneo, perché si possa percepire il valore di una norma non scritta che permane come strumento di unità per tutto il genere umano e come espressione concreta di un’impronta che Dio ha voluto lasciare nel creato come segno del suo amore. Riprendere seriamente tra le mani la problematica circa la legge e il diritto naturale corrisponde al tentativo, che dura permanentemente nella storia del pensiero, di dare risposta all’interrogativo circa la possibilità di una conoscenza oggettiva per quanto concerne l’etica, indipendentemente da una rivelazione cristiana. Insomma, esiste per l’umanità qualcosa di comune, dei valori, delle norme che sono valide sempre, per tutti, prescindendo dalla propria cultura, dalla religione e dal sistema giuridico? Non solo. Quale discernimento è possibile praticare su questi valori e come realizzarli? Gli sforzi presenti nel mondo contemporaneo circa la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato, la dignità umana e i diritti universali svaniscono nonostante tutte le nostre buone intenzioni se non sono radicate in un fondamento valoriale che vada oltre l’assenso politico. Proprio nei giorni scorsi, nella sua visita in Gran Bretagna e nello storico discorso tenuto nella Westminster Hall dinanzi al Parlamento britannico e agli uomini di cultura, Benedetto XVI è ritornato con maggior forza su questo stesso tema ricordando la problematica della legge naturale anche se non ha menzionato specificamente l’espressione. Ponendo alcuni interrogativi che sono di evidente attualità nella nostra società, il Papa ha detto: «Quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia… La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione.
Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi». La legge naturale, quindi, come principio a cui ricorrere, in una società laica e pluralista, per una rinnovata presentazione dei diritti dell’uomo. Questa legge diventa garanzia di libertà e fondamento per un giudizio etico che si relazioni al vero e al bene senza lasciarsi imbrigliare nelle secche del positivismo. In fondo, è solo con il riferimento a questa legge e a questo diritto che diventa possibile affermare quanto i diritti a cui si fa appello, ad esempio nella Dichiarazione universale, non sono un’invenzione dovuta all’ingegno degli uomini di epoche storiche remote, ma la riscoperta perenne che ogni generazione compie di un contenuto che le viene offerto come puro dono. Quanto più cresce la conoscenza del creato e dell’uomo in esso, tanto più si tocca con mano il mistero che circonda la natura e l’esistenza personale. Più la scienza progredisce nel suo indagare sull’universo con le sue forme, e maggiormente si scopre l’inadeguatezza dello strumento per entrare fino in fondo nel cosmo. Se si vuole, la stessa osservazione può valere per il diritto.
«Forse nessuna epoca meno della nostra ha saputo che cosa sia il diritto. È il comando del potere oppure la decisione dei giudici; una pluralità di ordinamenti chiusi oppure una unità sistematica; una prescrizione esteriore oppure comunitaria o, addirittura, interiore; l’imperativo della storia dello Spirito oppure dei rapporti di produzione?». L’interrogativo del giurista non può rimanere senza risposta; obbliga in qualche modo a fare chiarezza, ma soprattutto a cercare di individuare la fonte stessa del diritto e il suo fondamento inalienabile. Se il diritto si limitasse a un accordo tra gli individui oppure a una convenzione tra gli Stati o a una ratifica di privilegi e obblighi da parte dei cittadini saremmo sempre all’insegna dell’arbitrarietà.
Con ragione Benedetto XVI ha potuto affermare: «È opportuno ricordare che ogni ordinamento giuridico a livello sia interno che internazionale, trae ultimamente la sua legittimità dal radicamento nella legge naturale, nel messaggio etico inscritto nello stesso essere umano. La legge naturale è, in definitiva, il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica. La conoscenza di questa legge iscritta nel cuore dell’uomo aumenta con il progredire della coscienza morale». Sulla stessa lunghezza d’onda, si muoveva Giovanni Paolo II quando, rivolgendosi al mondo politico in occasione del Giubileo dell’anno 2000 diceva: «Una parola particolare vorrei ora rivolgere a coloro, tra Voi, che hanno il delicatissimo compito di formulare ed approvare le leggi: un compito che avvicina l’uomo a Dio, Legislatore supremo, dalla cui Legge eterna ogni legge attinge, in ultima analisi, la sua validità e la sua forza obbligante. Proprio a questo si intende alludere quando si afferma che la legge positiva non può contraddire la legge naturale, null’altro essendo quest’ultima se non l’indicazione delle norme prime ed essenziali che regolano la vita morale, e quindi di quelli che sono i caratteri, le esigenze profonde e i valori più alti della persona umana. Come già ho avuto modo di affermare anche nell’enciclica Evangelium vitae, 'alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli ’maggioranze’ di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto ’legge naturale’ iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile' (n. 70). Questo significa che le leggi, quali che siano i campi in cui il legislatore interviene o è obbligato ad intervenire, devono sempre rispettare e promuovere – nella varietà delle loro esigenze spirituali e materiali, personali, familiari e sociali – le persone umane. Perciò una legge che non rispetti il diritto alla vita – dalla concezione alla morte naturale – dell’essere umano, quale che sia la condizione in cui si trova – sia esso sano o malato, ancora allo stato embrionale, vecchio o in stadio terminale – non è una legge conforme al disegno divino».
Se si ricerca la vera pace, come il mondo di oggi sembra anelare, che non è solo assenza di guerra, ma rispetto reciproco nell’accettazione dell’altro debellando ogni forma di discriminazione, allora sarà necessario puntare lo sguardo proprio alle esigenze etiche, universali ed immutabili, per garantire la via di successo sia nelle relazioni interpersonali che internazionali. D’altronde, promuovere la ricerca di una strada che possa garantire il pieno e libero agire delle persone per il loro riferimento a una norma universale, è un servizio che la Chiesa deve offrire proprio per sostenere il principio della dignità della persona. Una verità raggiunta con l’apporto fondamentale della ragione e sostenuta dalla forza della rivelazione come potrebbe umiliare?
Essa non potrebbe essere altro che garanzia di libertà per ogni persona e, quindi, di tutti. Ciò che corrisponde alla dignità e inviolabilità di ogni essere umano, infatti, è prodromo per il raggiungimento del bene di tutti. Come si legge in Veritatis splendor: «Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno.
Essere il padrone del mondo o l’ultimo 'miserabile' sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali» (n. 96).
Viviamo un contesto culturale che, di fatto, sostiene una pericolosa separazione tra verità e libertà, frutto di una visione frammentaria della realtà, che tende a isolare l’autonomia di ciascuno come una sfera di possesso blindato, senza alcun riferimento a contenuti oggettivi che determinano l’eticità dei propri atti e il giudizio che la coscienza è chiamata a dare su di essi. Se, da una parte è necessario giungere a una critica di questa inspiegabile e ingiustificata separazione, dall’altra, è necessario trovare le strade per superare la frattura e riconciliare nell’unità i due elementi per consentire di ritrovare la giusta direzione dei nostri comportamenti. In questo frangente e su questo tema, credenti e non credenti hanno un compito di grande responsabilità. Perseguire sul cammino di una rinnovata presentazione della legge naturale può essere un servizio di genuina riflessione che viene posto come contributo per il progresso della società e dello spirito del nostro tempo. Perseguire sulla strada di accontentare il nostro contemporaneo nella sua richiesta di diritti che stridono con la norma morale naturale non credo che sia corretto e difficilmente perseguibile per lungo tempo. Esaltare la libertà fino a farne un assoluto come fonte stessa dei valori è una trappola da cui stare lontani. Perdere o emarginare il senso della trascendenza rinchiudendo l’uomo sempre di più dentro se stesso è un percorso che la storia ha già dimostrato fallimentare. Molti segni sono posti dinanzi a noi per provocare la mente e l’azione sociale e politica ad uscire da una visione individualista per entrare in quella relazionalità che identifica al meglio l’essere persona. Una relazionalità che porta a riconoscere un mistero ancora più grande della nostra individuale enigmaticità, la quale consente di trovare in maniera definitiva la risposta alla domanda di senso. Questa non allontana da noi, ma consente di ritrovare se stessi in quel orizzonte di verità che si dischiude perennemente alla ragione e che trova nella fede il suo sostegno più grande.

«Quanto più cresce la conoscenza del creato e dell’uomo in esso, tanto più si tocca con mano il mistero che circonda la natura e l’esistenza personale. Più la scienza progredisce nel suo indagare sull’universo con le sue forme, e maggiormente si scopre l’inadeguatezza dello strumento per entrare fino in fondo nel cosmo. Se si vuole, la stessa osservazione può valere per il diritto»
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CLASSICI DEL DIRITTO
«Su quale idea del giusto si fondava Serse per fare guerra alla Grecia, o suo padre agli sciti?» si domandava Platone nel Gorgia , rispondendo: «Quelli hanno agito così, mi pare, secondo la natura del giusto e secondo la legge della natura, e probabilmente non secondo quella istituita da noi». Anche per Aristotele, nella Retorica, le leggi degli uomini hanno un carattere di convenzione, quindi non possono essere eterne né obbliganti per tutti e variano a seconda delle culture e dei tempi, mentre la legge naturale obbliga tutti sempre e dovunque. A Roma, Cicerone farà da eco alle espressioni dei filosofi greci scrivendo nel De Republica che «la legge naturale è la diritta ragione, conforme a natura, universale, costante ed eterna, la quale con i suoi ordini invita al dovere, con i suoi divieti distoglie dal male. Essa non comanda né vieta invano agli onesti pur non smuovendo i malvagi. A questa legge non è lecito fare alcuna modifica né sottrarre qualche parte, né è possibile abolirla del tutto». In epoca cristiana, san Paolo nella Lettera ai Romani afferma che anche i pagani «che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, ed essi pur non avendo una legge, sono legge a se stessi».
Come dire: anche quanti non credono sono guidati da una legge. Pur non avendo ricevuto una rivelazione, infatti, esprimono un giudizio sia sul proprio comportamento sia su quello degli altri. Esiste quindi una legge che il creatore ha scritto nella loro natura. Nel medioevo, se per San Tommaso la legge naturale è «la partecipazione della creatura razionale alla legge eterna», iniziano a svilupparsi teorie che sottolineano maggiormente la dimensione volontaristica – come quelle di Duns Scoto e successivamente di Gugliemo di Ockham. Il primato della volontà porta a un indebolimento dell’intelletto e, inevitabilmente, lo stesso concetto di legge naturale viene a modificarsi.
All’impostazione volontaristica di Ockham – che troverà riscontro nelle posizioni di Lutero e Calvino – risponderà in epoca moderna la prospettiva più razionalista di Francisco de Vitoria e di Ugo Grozio con la sua teoria giusnaturalista. In un periodo di crescente autonomia della ragione e di divisione tra i popoli a causa della divisione tra i cristiani, viene meno ogni possibile riferimento a Dio; la legge naturale nella visione di Grozio si impone da sé «etsi Deus non daretur», perché si comprende che esiste un ordine necessario e immutabile che ha in se stesso una propria razionalità. Ciò che si verifica, in questo frangente, è lo slittamento dall’oggettività della legge naturale alla soggettività del diritto naturale con il quale vengono riconosciuti diritti innati e inalienabili che la ragione pone come fondamento per il vivere sociale.
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«Una rinnovata presentazione della legge naturale è un contributo al progresso della società e dello spirito del nostro tempo. Accontentare la società contemporanea nella sua continua richiesta di nuovi diritti che stridono apertamente con la norma morale naturale non credo che sia corretto ed è difficilmente perseguibile nel lungo periodo. Esaltare la libertà fino a farne un assoluto come fonte stessa dei valori è una trappola da evitare» «Se si ricerca la vera pace, come il mondo di oggi sembra
anelare, che non è solo assenza di guerra, ma rispetto reciproco nell’accettazione dell’altro debellando ogni forma di discriminazione, allora sarà necessario puntare lo sguardo proprio alle esigenze etiche, universali e immutabili, per garantire la via di successo sia nelle relazioni interpersonali che internazionali»
«Avvenire» del 26 settembre 2010

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