30 agosto 2010

Bocca il "partigiano" sdoganò il Duce prima di Pansa

Il giornalista, che ha compiuto novant'anni, attacca sempre i revisionisti. Ma negli anni Ottanta fu un vero precursore nel rivalutare il Ventennio. Prima di cedere alla furia ideologica elogiava la politica sociale ed economica del fascismo
di Marcello Veneziani
Celebrando giustamente Giorgio Bocca, La Repubblica riesce ad essere imprecisa anche con una sua firma, dicendo che compirà i novant’anni a fine agosto. Li ha compiuti in realtà il 18 agosto, ed io vorrei associarmi per fargli gli auguri che merita. Per non guastare la festa non tirerò in ballo i soliti scheletri giovanili dall’armadio, il suo fascismo giovanile, il suo articolo razzista del ’42, e nemmeno i suoi vizi proverbiali, l'attaccamento arcaico al soldo o la sommarietà un po’ grossolana dei suoi libri. Ma parlerò di una cosa che è stata dimenticata nelle celebrazioni del Bocca partigiano: il suo revisionismo storico sul fascismo. Bocca precedette Pansa nel revisionismo storico. Nell’83 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui l’autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, allora autore di un saggio su Mussolini, che secondo un grande firma di Repubblica, Enrico Filippini, Bocca aveva saccheggiato. Nello stesso anno dialogò con Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Guerri. Poco prima aveva dialogato con me sull’Espresso, condividendo la necessità di sdoganare la destra e dialogare (il servizio di supporto era firmato da Paolo Mieli). E scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana di Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.
«Il rinnovato interesse intorno a Mussolini e al fascismo è dovuto al fatto che la cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia». «Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento... Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista». «Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo». «Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno». «Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania».
«Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano undici, ndr). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti». «C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo». «Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo... come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano». «Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato». «Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore... Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire “uccidetelo”». «La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce». «Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista». «Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica». «Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale... era politica di dominio non di sterminio». «Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania». «In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita». «Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela». «La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo». «Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura». Tesi sposata de Renzo De Felice.
Ora Bocca condanna il revisionismo di Pansa, di cui fu precursore, critica i giudizi controversi sul fascismo di storici, scrittori di destra e di Berlusconi, assai più miti dei suoi, usa il fascismo come equivalente del nazismo, imputando razzismo e sterminio. Com’era diverso il Bocca di un ventennio fa rispetto al novantenne d’oggi. Comunque auguri di cuore, Giorgio; e supera alla grande Indro, almeno in longevità.
«Il Giornale» del 20 agosto 2010

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