26 luglio 2010

Palazzeschi, il poeta-saltimbanco contro la noia

di Cesare Cavalleri
Si dice che un classico è un autore che vien da­to per letto, cioè che si è smesso di leggere. È la sorte di molti poeti e scrit­tori del Novecento, quorum Aldo Palazzeschi, citato nelle storie della letteratu­ra, ma conosciuto soprat­tutto per il romanzo Le so­relle Materassi (1934) che i non giovanissimi ricorda­no nella trasposizione tele­visiva che ne fece Mario Ferrero nel 1972, con le pri­medonne Sarah Ferrati, Ri­na Morelli e Nora Ricci, in­terpreti delle tre zie soggio­gate dal nipote Remo, im­personato da Giuseppe Pambieri.
Una bella occasione per ri­parlare di Palazzeschi è il volume di Annalisa Cima Palazzeschi l’imprevedibi­le, con un disegno di Euge­nio Montale, dodici straor­dinarie fotografie del regi­sta Alberto Lattuada e con una nota di Vanni Scheiwil­ler. È un volume di grande formato, impresso con la consueta maestria dalla Stamperia Valdonega di Ve­rona, per conto della Fon­dazione Schlesinger (Milano- Lugano, 2010). L’edizio­ne è di soli cento esempla­ri, ma può darsi che in se­guito ne venga una tiratu­ra commerciale. Perché parlare di un libro destinato a soli cento bi­bliofili? Ma è proprio di questi libri che si deve da­re informazione: i libri che stanno nelle librerie i letto­ri se li possono comperare e farsene un autonomo giu­dizio, senza bisogno di re­censori.
Nelle prime pagine, Anna­lisa Cima racconta il suo in­contro con Palazzeschi. E­ra il 1972 e la giovane poe­tessa seguì il preciso ritua­le suggeritole da Montale: una lettera infilata sotto la porta dell’abitazione di Pa­lazzeschi, poi la telefonata il giorno dopo, e finalmen­te l’incontro. Nella bella ca­sa romana del poeta, con tanti quadri dell’amico De Pisis, conosciuto a Parigi negli anni ’30, e tante vetrine per la ricca collezione di bicchieri e altri cristalli, nacque un’amicizia che si concretò anche in passeg­giate nelle «strade dell’ani­ma» che il fiorentino Palaz­zeschi, ottantasettenne, co­nosceva così bene (Firen­ze, Roma, Venezia e Parigi sono le città del poeta).
«Dopo il terzo o quarto in­contro», annota la Cima con innocente malizia, «mi disse che era un peccato ch’io non fossi un ragazzo e a questa frase fece eco con una risatina colma di sim­patia». Ne risultarono due poesie dedicate ad Annali­sa Cima, e due, in risposta, della poetessa, riprodotte nel libro. Si tratta degli ul­timissimi lavori di Palazze­schi (morirà il 17 agosto 1974), che in tarda età era ritornato alla poesia (Via delle cento stelle è del fati­dico 1972). Palazzeschi a­veva colto nel segno par­lando dei «versi angelici e iracondi» della poetessa, e Annalisa aveva infallibil­mente contraccambiato designando lui come «an­gelo sulfureo dell’assoluto». Nella sua Nota, Scheiwiller indicava Palazzeschi come «poeta en saltimbanque che corregge col 'ghiribiz­zo' la cupezza della trage­dia o anche soltanto della noia: perché la liricità del­l’angoscia gli è lontana, e­stranea ». E in un antico, memorabile saggio, Aldo Borlenghi (insigne poeta e critico oggi al più citato so­lo per aver fatto imperma­lire Umberto Saba), aveva scritto, di Palazzeschi, «la capacità di portarsi nella forma e con i mezzi più di­screti a una situazione d’apparentemente leggera, quanto in sostanza straor­dinaria, intimità e profon­dità ».
La traccia di Palazzeschi nella poesia italiana è profonda, riconosciuta perfino dalla Neoavan­guardia come testimonia­no le 78 pagine che Edoar­do Sanguineti gli ha riser­vato nella sua einaudiana antologia del Novecento.
Ma mi piace ricordare il poeta dell’Incendiario, di Rio Bo, della Fontana ma­­lata, di Ara Mara Amara, di Oro Doro Odoro Dodoro, con i versi di Ardengo Sof­fici, amico dei suoi anni fiorentini: «Palazzeschi, era­vamo tre, / Noi due e l’a­mica ironia, / A braccetto per quella via / Così nostra alla ventitré». I due poeti commentano con disin­canto il decoro borghese dei palazzi che fiancheg­giano la via, finché «un or­ganetto un po’ sordo / si mise a cantare: Ohi Marì.../ E fummo quattro oramai / a braccetto per quella via. / Peccato! La malinconia / S’era invitata da sé».
«Avvenire» del 21 luglio 2010

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