23 giugno 2010

Ecco perché i prochoice newyorkesi sono molto arrabbiati

La legge Reproductive Health Act non raccatta voti da nessuna parte
di Valentina Fizzotti
Negli
Cari democratici dello stato di New York, chiedete ai vostri rappresentanti di opporsi a una delle leggi più radicali e pericolose che ci siano, una legge “anti-donne”. Lo ha scritto in una letterina mandata all’Huffington Post la portavoce di Democrats for Life in New York, Leslie Diaz, una democratica di ferro che abita nel Bronx. La legge di cui parla ha un codice che nessuno ricorda ma un nome sufficientemente evocativo: Reproductive Health Act. In pratica è la modifica prochoice alla legislazione locale in materia di aborto. Che, nonostante un pressing lobbistico notevole, non riesce a raccattare nemmeno i voti della maggioranza democratica e rischia di trasformarsi in una barzelletta nazionale.
Chi la promuove ne parla come di un “aggiornamento” della normativa che “permetterà la libertà di scelta”. Tutte balle, risponde Diaz. Secondo l’RHA non saranno più soltanto i medici a poter praticare aborti, ma qualsiasi “operatore sanitario”. Probabilmente anche gli infermieri, allora, in caso di emergenza. Oltre al fatto che, secondo il testo della nuova legge, “lo stato non può discriminare” chi si impegna a favore dell’aborto: ovvero non soltanto tutti i medici dovranno fornire informazioni sull’interruzione di gravidanza, ma nessuna istituzione che riceve finanziamenti statali potrà permettersi di non sostenerla. Per superare “i limiti” alla libertà della donna e al suo diritto alla salute, l’aborto diventerà legale in tutti e nove i mesi di gravidanza adducendo praticamente qualsiasi motivazione. E sarà “immune da qualsiasi normativa statale ragionevole”, dice Diaz, su cose come il consenso informato o la necessità di informare i genitori delle minorenni. Visto poi che, dati alla mano, la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti hanno motivazioni squisitamente economiche e sociali e che la maggior parte delle donne che abortisce è afroamericana o ispanica, il risultato di questa legge, secondo Diaz, sarà semplicemente che neri e ispanici continueranno sempre più a essere le “prede” di un business da miliardi di dollari.
Il problema è ora che i potentissimi prochoice newyorkesi sono arrabbiatissimi. Con l’arrivo di una maggioranza democratica al Senato pensavano di avere la strada spianata, invece la legge non arriva nemmeno in aula perché non ci sono i voti sufficienti a farla passare. Il conto è facilissimo: la maggioranza necessaria sono 32 voti, pari ai democratici presenti, ma almeno due si sono dissociati subito. E ce ne sono altri che nicchiano. Dopo aver martellato per settimane, il gruppo prochoice Naral adesso vuole un voto diretto, o sì o no, e al più presto possibile. Anche perché questo è anno di elezioni e bisogna mandare un messaggio chiaro prima di chiudere i battenti. E ora la lobby è costretta a bussare alla porta dei Repubblicani, anche perché rischiare di fare una figuraccia sarebbe inammissibile. Lo stesso vale per i democratici, che ancora scontano il fatto di non essere riusciti a far passare il matrimonio omosessuale lo scorso anno, causa voti promessi dai lobbysti gay e poi mai pervenuti.
Adesso i gruppi di opinione che spingono per la riforma si sono messi pure a litigare fra loro (“Non lo dicano a noi, che siamo qui cinque giorni a settimana – ha detto invelenita la presidentessa di Family Planning Advocates – Ma voglio sapere da che parte stanno i nostri repubblicani, non mi voglio mettere contro di loro”). Ma Naral su questa legge ci punta troppo: come spiegano i bene informati durante le elezioni ha speso la bellezza di 800mila dollari nei comitati e ha barattato il suo sostegno ai candidati locali con un sì a un pacchetto di leggi sulla salute femminile. Ai democratici invece ora preoccupano unicamente due cose: che dopo tante promesse a fare le loro veci di protettori delle libertà femminili possano essere i transfughi repubblicani e che la mancata approvazione di questa legge nella roccaforte liberal assesti un colpo fatale al movimento per il diritto all’aborto, già traballante dopo le strette di Nebraska e Arizona. Meglio rimandare, insomma, che farsi ridere dietro.
«Il Foglio» del 23 giugno 2010

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