31 maggio 2010

Quando i genitori trascurano i figli

di Gianni Riotta
Quando noi figli del baby boom eravamo sui banchi di scuola, due erano le lezioni da imparare, accanto a radici quadrate, il reale razionale di Hegel e i versi di Eschilo. Che i nostri genitori avevano sofferto sotto dittatura e guerra e che mai più l'Apocalisse sarebbe tornata sul vecchio continente, la prima. La seconda che l'Europa sarebbe stata ogni anno più integrata, ricca e pacifica. Democrazia e benessere erano il karma e i cupi titoli dal resto del mondo non scuotevano le certezze europee.
Non le guerre lontane che gli alleati e protettori americani si ostinavano a combattere, non la sorda Guerra Fredda che opponeva Washington a Mosca, non le dittature dal Brasile all'impero russo. La bonaria Europa occidentale riteneva esorcizzata la lunga guerra civile 1914-1945, malgrado il terrorismo che insanguinò Italia, Germania e Gran Bretagna. Fabbriche al lavoro, università impegnate, club vacanze pieni, sicurezza sociale, asili stracolmi, mutua per tutti, pensione in un'età in cui ci si godeva ancora la vita, premi a scrittori e registi corrucciati ai festival, per opere-denuncia sull'alienazione di un continente che viveva invece sereno nel pianeta grande e terribile.
Per anni, pendolare atlantico ho sentito le guardie doganali chiedermi «Si vive meglio in Europa o in America?» e dopo aver provato, invano, a bucare i rispettivi pregiudizi, m'ero munito di risposta standard «Dipende chi si è, se si ha già un certo benessere da difendere, meglio l'Europa. Se invece si hanno speranze e ambizioni di crescere, meglio gli Usa». Contenti tutti, bollo sul passaporto e via.
Il mantra Zen della nostra infanzia è ora rotto. Prima lo capiremo più risparmieremo, a noi, figli e nipoti, frustrazioni e sofferenza. Il dibattito frenetico di cui andate leggendo dopo la crisi greca, la discesa dell'euro, la deplorevole inanità dei leader Ue, le manovre fiscali di cui ogni paese va facendo - tardiva - professione, i titoli xenofobi della stampa popolare tedesca, vedi Bild Zeitung, nascondono una verità semplice ma dura da accettare. Abbiamo vissuto, dal 1945 all'euro, con un tenore e ritmi di vita e lavoro che mondo globale, invecchiamento della popolazione, nuove produzioni, non ci permetteranno più.
L'utopia di un'Europa che poteva crescere senza difendersi (ci pensava tanto il budget Difesa dello Zio Sam, deprecato nei sussiegosi editoriali della domenica, letti intingendo croissant nel caffellatte), non fare bambini perché troppo noiosi durante le settimane bianche, darsi regole nobili senza osservarle però troppo, non soffrire mai, è sfumata: per sempre. Noi europei dobbiamo decidere se rassegnarci al "decennio perduto" 2010-2020. Vogliamo svegliarci Unione europea di anziani malmostosi con pensioni ridotte, giovani precari a vita, populismo e nazionalismo crescenti, mentre la Gran Bretagna si allontana da Bruxelles? Il Sole 24 Ore ha pubblicato un intervento di Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, che parla di noi con insolita schiettezza: il problema europeo numero uno è «la sfida dello sviluppo sostenibile... il pacchetto dei 750 miliardi per difendere l'euro serve a prendere tempo ...ma l'Europa deve tornare a una robusta crescita, senza la quale le manovre fiscali saranno più dolorose e la politica più difficile da gestire». Si possono fare le riforme di struttura in tempi di crisi, argomenta Zoellick, perché «la sfida dello sviluppo sostenibile non parla solo di severa austerità, ma di trovare una strada raziocinante verso il benessere... L'anno scorso, mentre le economie sviluppate si concentravano sulle trasformazioni keynesiane della domanda, quelle dell'Asia Pacifica varavano riforme – soprattutto nei servizi – per attivare la crescita». Se il mondo può crescere fino al 5%, conclude Zoellick, lo si deve alla spinta dei nuovi paesi, ora maestri dell'Europa ex potenza coloniale «perché hanno compreso che la ripresa sostenibile dipende dal rinnovato vigore che si instilla nel settore privato. Le aziende investiranno se il clima politico consentirà loro di guadagnare.. La sfida della crescita non parla solo di severa austerità, ma di strada seria verso il benessere. L'Europa ...non ha soltanto bisogno di rigore fiscale, specie se ottenuto con più tasse. Deve accogliere nuove opportunità, ed evitare di perdere dieci anni. Nel 2008 furono gli Usa a portarci alla crisi. Oggi è l'Europa».
Gli storici diranno di una seconda differenza tra il crollo della finanza Usa e la crisi dell'euro. Nel 2008 Washington, Pechino e Bruxelles reagirono con rapidità, coordinamento e sangue freddo (leggete le memorie del ministro americano Paulson). Nel 2010 l'Europa s'è mossa come una madama aristocratica che non si decide ad agire davanti al futuro, ipnotizzata dal destino delle tovaglie di broccato e dell'argenteria di famiglia. Davanti a un problema duro ma non fatale - l'economia della Grecia vale meno di quella lombarda -, divisi tra spocchia, egoismo e pusillanimità i leader europei hanno blaterato di Fondo monetario europeo, lasciato ad aspettare fuori da Fort Atene il Settimo Cavalleria del Fondo Monetario Internazionale, baloccandosi con una qualche elezione locale tedesca, che poi il governo ha comunque perduto miseramente. Tra l'ipercinetico Sarkozy, gli euroscettici inglesi, gli imbarazzati leader del Sud Europa, toccava alla cancelliera tedesca Merkel il laticlavio di primus inter pares. Ha fallito. Il coraggio del suo mentore Kohl davanti all'unificazione tedesca e all'euro non è purtroppo ereditario. E la Bce, con la sua autonomia intaccata, esita nel bilanciare austerità fiscale e politica monetaria.
È questa, oggi, la crisi dell'Europa, una crisi di anima, di coraggio morale. Nel suo capolavoro, La crisi delle scienze europee, il filosofo Edmund Husserl provò che – tra le due guerre – il vero deficit scientifico del continente fu la crisi dell'«umanità europea», il fallimento nel trovare ragione e compassione comuni. Con l'euro, il successo maggiore degli anni dell'Unione è stato il programma di scambi universitari Erasmus, che ha forgiato la prima generazione davvero "europea". È la generazione che, se ancora ha voglia di Europa, deve saper trovare idee e leader per uscire insieme dalla crisi.
Il resto sarà difficile, ma anche obbligato e non impossibile, a partire dalla manovra dei 24 miliardi in casa nostra. Certo che i tagli occorrono, ma è evidente che non bastano. Certo che il rigore è indispensabile, ma sicuro che è solo il primo, tardivo, passo. Acclarato da tutti gli osservatori equanimi che le riforme di struttura, trascurate negli anni "buoni", vanno ora concordate (e, senza polemica, nella manovra, pur utile e urgente, si intravedono per ora solo germogli, che se non coltivati in fretta rischiano al primo acquazzone d'estate).
Non è tempo per disperare. L'Ocse prevede una situazione «moderatamente incoraggiante». E parecchi fondamentali italiani – risparmio, banche, famiglie, manifattura specie con l'euro meno agli steroidi – sono solidi. Ma l'Europa deve avere coraggio, e l'Italia molto coraggio e grande solidarietà civile e politica: non le solite liti, i soliti slogan, la solita frusta mancanza di responsabilità. Domani tocca al governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, leader del Financial Stability Board e autorevole candidato alla Bce, dare il proprio giudizio. A stare al suo recente pensiero, chiederà al governo Berlusconi di fare di più nella direzione di rigore e innovazione, richiamerà a urgenti riforme, preoccupato per la produttività e la lentezza dei processi di innovazione. Andrà ascoltato.
L'Europa felice dei nostri banchi di scuola non esiste più. Ha bisogno di ideali, leader e capacità di essere di nuovo ottimista e solidale (bravo il cardinal Bagnasco a parlare di nascite!), di rimboccarsi le maniche, consapevole che i privilegi del passato son perduti. Il conto alla rovescia per evitare di perdere dieci anni è cominciato, e non si fermerà. La scommessa è semplice: le generazioni europee da qui al 2050 avranno la nostra fortuna e il nostro benessere? Ai ritmi di oggi no. Non si tratta di un arcano algoritmo sul Pil, ma del destino dei nostri figli.
«Il Sole 24 Ore» del 30 maggio 2010

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