28 maggio 2010

Ma quant’è bella l’arte clonata

Per la storica dell’arte Ascensión Hernández Martínez «ricostruire 'com’era e dov’era' un edificio storico spesso è saggio»
di Leonardo Servadio
«Dal campanile di San Marco di Venezia alla Frauenkirche di Dresda, certe architetture sono così importanti per l’identità collettiva da rendere preferibile una copia»
«Neomonumento»: il neologismo si riferisce a molte costruzioni all’apparenza antiche ma in realtà recenti, come la torre campanaria di San Marco a Venezia (ricostruita in dieci anni dopo il crollo del 1902), il Castello Sforzesco di Milano con la sua emblematica 'torre del Filarete' (riedificazione filologica eseguita da Luca Beltrami alla svolta del ’900), la storica abbazia benedettina di Montecassino (totalmente distrutta durante la seconda guerra mondiale, è stata rifatta tal quale era). «Quando andai a Roma per studiare teoria del restauro, mi resi conto che vi sono decine e decine di esempi di questo genere – riferisce Ascensión Hernández Martínez, storica dell’arte spagnola della quale esce in questi giorni esce in libreria il volume La clonazione architettonica ( Jaca Book, pagine 148, euro 20,00 –; di qui il desiderio di approfondire l’argomento, chiedendomi il perché di tanto affanno ricostruttivo...».

In effetti fino all’epoca romantica, alle soglie dell’età industriale, si usava costruire ex novo sulle rovine. Che cosa è successo poi?
«È subentrata una specie di sfiducia verso l’architettura contemporanea, insieme col desiderio, in molti casi più che giustificato, di conservare gli importanti monumenti del passato, ritenuti troppo importanti per la memoria e l’identità collettiva. Così in caso di incendio o di crollo per cause belliche o accidentali, si è voluto riedificare 'com’era e dov’era': definizione coniata proprio per il campanile veneziano. Questo approccio è stato applicato a tante opere, quali per esempio la Frauenkirche di Dresda, la cui ricostruzione integrale ha volute essere anche il segno della riconquistata libertà dopo la caduta del socialismo reale.

Per non parlare del centro storico di Varsavia, totalmente ricostruito nel secondo dopoguerra». Nel caso della cattedrale di Noto si è parlato di 'restauro migliorativo'...
«Certo, perché queste ricostruzioni sono spesso migliori degli originali: sono realizzate sulla base di studi molto approfonditi riguardo alle debolezze di quelli, e restituiscono opere a volte prive dei difetti che gli originali avevano».

Ma lei li chiama 'neomonumenti' e vi s’indovina un accento di critica.
«Bisogna distinguere e discutere. Altro è ricostruire qualcosa che ha un significato basilare per una comunità, altro ridursi a operazioni che sanno di feticismo, come nel caso del padiglione tedesco progettato da Mies van der Rohe per l’Expo di Barcellona (1931) o di dell’ Esprit nouveau, padiglione progettato da Le Corbusier per l’Esposizione delle arti decorative di Parigi del 1925.
Questi, come altre architetture effimere (pensate per durare il tempo di una mostra) sono stati assunti a 'manifesti' del Movimento moderno e ricostruiti secondo i progetti originari (in certi casi diversi dai padiglioni effettivamente realizzati all’epoca), il primo a Barcellona e il secondo addirittura a Bologna, quindi totalmente fuori dal contesto e in condizioni tali per cui è praticamente ignorato dalla cittadinanza».

E tuttavia vi sono opere che, riproposte in copia, sono più facilmente comprensibili.
«Per esempio lo grotte di Altamira che, per motivi di conservazione, non sono visitabili se non dagli studiosi. La ricostruzione, compiuta con grande attenzione e accompagnata da un apparato esplicativo e didascalico impressionante, non solo consente di conoscerle nella loro integrità spaziale, ma anche di approfondire il contesto, le origini, gli studi sull’argomento... Vi sono casi in cui la ricostruzione svolge un’insostituibile funzione pedagogica e conoscitiva e contribuisce a diffondere la cultura».
«Ma c’è anche il rischio di ridursi a feticismi: come ricreare i padiglioni per le expo di Mies van der Rohe o Le Corbusier, diventati simboli del 'moderno'»

C’è il problema dell’autenticità...
«Infatti. Bisogna che, nel caso in cui si realizzino copie, queste siano compiute con le dovute conoscenze sulla base di approfonditi studi e che il tutto sia dovutamente contestualizzato. Ben altro è ridursi alla copia con mero intento commerciale, al fine di vendere un prodotto o di attirare le masse...».

Come avviene per esempio a Celebration, negli Usa.
«Qui abbiamo qualcosa di diverso: il rivolgersi a stili passati per riprodurli nell’oggi: è il colmo dell’inautenticità. Non si tratta di ricostruire qualcosa che è stato distrutto, ma di rinunciare deliberatamente all’architettura contemporanea a vantaggio del ricorso a modelli compositivi storici. Anche a Londra sono state compiute molte operazioni simili: si tratta di camuffamenti basati su un rifiuto aprioristico verso la cultura odierna. Non si può rigettare totalmente l’architettura contemporanea e usare quella passata come un rifugio nostalgico. Si tratta di un atteggiamento pericoloso, che ha portato a compiere parecchie azioni distruttive verso il patrimonio, come a Mosca per esempio, dove dal 1992, per motivi presuntamente ideologici (ma forse anche per più cogenti motivi speculativi) sono stati distrutti oltre quattrocento edifici storici realizzati tra il XVI secolo e l’epoca stalinista, in tal modo cancellando un immenso patrimonio, in gran parte legato al movimento moderno».
«Avvenire» del 28 maggio 2010

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