24 marzo 2010

Ribelliamoci all’indifferenza: male che insidia e che non turba

La cronaca torna a dirlo: anche distogliere lo sguardo è un crimine
di Ferdinando Camon
C’era una notizia atroce ieri sui giornali: figlia ingaggia due killer, prima uno poi l’altro, a distanza di mesi, per uccidere il padre. È un 'parricidio lungo': non dura un attimo, ma mesi.
Non è un raptus, ma odio. Come Erika.
Come Maso. Non smettiamo mai di parlarne, perché non smettiamo mai di soffrirne: il padre dà la vita al figlio, il figlio toglie la vita al padre. È un gesto snaturato. Per fortuna, raro. Più frequente l’altro caso, che viene da Pescara. Qui, in una strada, davanti a un pub, un ragazzotto rom, poi arrestato, per un banale equivoco (uno spintone), ha sferrato due pugni micidiali a un giovane del luogo, che non conosceva: questo è piombato a terra in coma, e in coma è ancora. Ora, che teppisti scatenino la furia nelle strade, nei bar, negli stadi, purtroppo succede, non è una novità. Ci fa ragionare sul pericolo dei malavitosi, singoli o a bande. Ma qui il problema è un altro, non sta nei protagonisti, sta in noi: quel ragazzo mandato in coma, tra il mondo di qua e il mondo di là, è rimasto lì a lungo, davanti al pub, sul marciapiede, i clienti lo vedevano, la gente che passava lo vedeva, nessuno s’è chinato, nessuno l’ha tirato su, nessuno ha chiamato la polizia. Il ragazzo in coma è stato soccorso soltanto quando è passato di lì un suo amico, che lo ha riconosciuto. A quel punto però era impossibile risalire all’aggressore e alla sua gang. Per fortuna (fare giustizia è una fortuna) sulla scena stava puntata una telecamera: nel filmato s’è visto tutto, e il responsabile è stato preso. Domanda: perché quell’indifferenza nei presenti? È una domanda che torna ciclicamente. A Napoli un killer della camorra esce da un bar, vede un 'rivale' in piedi, gli s’accosta alle spalle, gli spara due colpi, quello cade, lui gli si china sopra con calma e gli esplode il colpo di grazia. Poi se ne va, non corre ma cammina. Sul corpo morto o morente è tutto un viavai: gente che entra e gente che esce dal bar, gente che passa per il marciapiede, lo scavalcano piedi di uomo, piedi di donna. Nessuno si ferma. Un morto non ci riguarda. Un morente ancora meno.
Per fortuna, anche lì, c’è una telecamera: con mesi di ritardo prendiamo il killer.
Ma perché quell’indifferenza? Ci torna in mente la scena del morto in spiaggia: estate, bagnanti che entrano ed escono dal mare, gente che parla al cellulare, gente che usa il cellulare per fotografare il morto. Ma nessuno interrompe la propria vita. Mors tua, vita mea non significa 'la tua morte è la mia vita', come in guerra, ma 'la tua morte è un problema tuo, la mia vita è un problema mio': ognuno risolva i propri problemi.
Noi abbiamo tre romanzi a monte di quest’epoca, tre grandi opere che presagivano il 'male morale' che ci avrebbe avvelenati. Sono 'Gli indifferenti' di 'Moravia, 'La Nausea' di Sartre, e 'Lo straniero' di Camus. Mi son chiesto spesso quale delle tre opere ci rappresenti di più. E rispondo: 'Gli indifferenti'. La Nausea è un rifiuto del mondo (lo vomitiamo), l’estraneità è una separazione (siamo stranieri al mondo). Con l’indifferenza vediamo e sentiamo, ma non ci turbiamo. Cervello e nervi sono apatici. Troppi messaggi li hanno de-sensibilizzati. L’abulia morale è una pratica corrente. Bisognerebbe reagire, e finalmente qualcuno lo sta facendo. Torniamo un attimo a Pescara: la polizia ha trovato l’aggressore, ieri avrebbe chiuso le indagini, oggi prosegue. Perché dice: «Vorremmo sapere: chi è quella ragazza che dal bar mandava pigre occhiate alla vittima, rantolante a terra, e intanto continuava a sorseggiare la sua bibita?». La polizia la ritiene colpevole di un reato: omissione di soccorso. Il soccorso è un dovere.
L’indifferenza è un crimine. Siamo d’accordo.
«Avvenire» del 24 marzo 2010

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