19 marzo 2010

Macché padri del relativismo: i veri illuministi guardavano sempre alla verità

di Sergio Belardinelli
L’idea di verità è assai discreditata: farla entrare nel titolo di un libro su politica e religione può apparire addirittura provocatorio, visto che lo spazio pubblico democratico si caratterizza soprattutto per il pluralismo delle posizioni in campo e per una sorta di rinuncia preventiva (e sacrosanta) a prendere decisioni in nome della verità. È pur vero però, che proprio l’Illuminismo, dal quale hanno preso forma le nostre istituzioni e la nostra cultura liberaldemocratica, viveva principalmente del pathos della verità. Per il fatto di vivere in un contesto socioculturale contrassegnato dalla presenza di diverse opinioni in ordine a ciò che è vero e giusto e di prendere quindi le nostre decisioni politiche a maggioranza, ci siamo erroneamente convinti che un’opinione valga l’altra; siamo diventati relativisti, con la convinzione che questo fosse il modo migliore per essere tolleranti. Ben lungi dal rappresentare una gabbia per l’autonomia e la libertà degli individui, proprio la verità può esserci d’aiuto per dare il giusto senso alle nostre scelte e alla dialettica democratica stessa. Le nostre decisioni politiche, ad esempio, vengono prese a maggioranza, non perché la verità non esista, ma semplicemente perché, grazie a una certa idea che abbiamo dell’uomo e della sua incommensurabile dignità, è molto meglio una decisione sbagliata presa con il consenso della maggioranza che una decisione giusta imposta con la forza. Altro che relativismo. È quasi stucchevole trovarsi a discutere di tutto, anche di questioni di vita e di morte, senza la fiducia che esistano argomenti più validi di altri – più validi perché più vicini alla realtà delle cose, non certo perché condivisi da un maggior numero di persone o perché 'creduti' in base a una qualsiasi fede. E credo che sia proprio questa mancanza di fiducia nella verità la causa 'prima', anche se molto 'prossima', di gran parte dei problemi che gravano sulla nostra cultura e sulle nostre istituzioni politiche. Lungi dal costituire il fondamento di una cultura liberale e democratica, il relativismo ne costituisce la malattia, l’anticamera del più radicale funzionalismo. Quando affermiamo una qualsiasi verità, da quelle più semplici, tipo «la neve è bianca», a quelle più complesse, tipo «Luigi è un vero amico», non lo facciamo con la riserva mentale che ciò che affermiamo potrebbe anche non essere vero o che sia vero semplicemente perché ne siamo convinti. Piuttosto ne siamo convinti perché è vero, perché appunto constatiamo che la neve è bianca e che Luigi è un vero amico. Senza questa fiducia in una verità che in ultimo ci si rivela, della quale non siamo padroni, che possiamo accettare o non accettare, ma che rimane comunque indisponibile, nemmeno i nostri grandi valori politici avrebbero consistenza. Pluralismo, tolleranza, principio di maggioranza, l’idea stessa di Stato di diritto finirebbero inevitabilmente per confondersi con la demagogia e con la lotta per il potere fine a sé stesso. Grazie alla verità, invece, il dibattito pubblico è come costretto a tener viva un’istanza di oggettività e di indisponibilità, che considero preziosa, specialmente di fronte al rischio che si confondano pluralismo e relativismo, diritti e desideri, tolleranza e indifferenza, e che il tanto sbandierato dialogo tra culture si trasformi in una sorta di rituale astratto, dove tutti hanno le stesse ragioni come vorrebbe l’ideologia del multiculturalismo. Un luogo comune abbastanza diffuso vuole in effetti che il nostro mondo occidentale sia ormai avviato sulla strada del relativismo multiculturalista, nella convinzione che questo sia il solo modo per fronteggiare le sfide della globalizzazione e il confronto con culture diverse dalla nostra, senza cedere al fanatismo e alla violenza. Si tratta di un gravissimo errore, il quale, oltre a danneggiare noi occidentali, danneggerà anche gli 'altri', alimentando proprio quel fanatismo che vorremmo evitare. Non è facendoci 'nessuno' che si favorisce l’incontro e il dialogo. Ma l’errore forse si spiega se pensiamo alla stanchezza da cui ci siamo fatti prendere. Parole come ragione, verità, giustizia, dignità dell’uomo sono diventate poco a poco quasi impronunciabili nella loro dimensione universalistica. E intanto dobbiamo fare i conti con il terrorismo jihadista, la guerra, la biopolitica, le questioni di vita e di morte, le grandi migrazioni, la grande crisi economica e altro ancora – tutte questioni che di certo non possono essere fronteggiate rimanendo all’interno di quella sorta di aura debole che ci schiaccia ormai come un macigno.
«Avvenire» del 19 marzo 2010

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